L’evento “Stringiamoci a corte” si chiama così (con l’errore voluto del verso dell’inno di Mameli) perché intende valorizzare i cortili di Striano. La prima edizione si è tenuta nel 2010, poi una lunga interruzione: ora la kermesse riparte grazie all’interessamento della Pro Loco e dell’aps “Geppina Coppola” Striano, torna la rassegna letteraria “Stringiamoci a corte”
L’evento “Stringiamoci a corte” si chiama così (con l’errore voluto del verso dell’inno di Mameli) perché intende valorizzare i cortili di Striano. La prima edizione si è tenuta nel 2010, poi una lunga interruzione: ora la kermesse riparte grazie all’interessamento della Pro Loco e dell’aps “Geppina Coppola” Somma Vesuviana, messa in memoria di Mario Cerciello Rega
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Educare alle emozioni: ristabilire l’empatia per la nuova quotidianità
Silenzi, amnesia e vuoti. Il tempo della pandemia non si è ancora esaurito e forse quel ritorno alla normalità, tanto desiderato, è già presente nel quotidiano.
È più di un anno che siamo a “casa”: e con questa espressione non mi riferisco alla claustrofobica chiusura che ci ha colpiti dal marzo al maggio 2020 ma bensì al fatto che la nostra quotidianità non è più la stessa. Durante i primi periodo di emergenza, la tensione è salita alle stelle e l’epidemia ci ha colti totalmente impreparati. Viviamo il tempo dell’iper-rapidità; un tempo che va riempito per evitare che i nostri vuoti riempiano noi. Passare oltre 365 giorni – tra finte chiusure ed aperture – in casa non è stato facile. Poche interazioni, assenza di sfoghi, nessun volto nuovo, niente scuola, lavoro e università; niente baci appassionati o corpi esultanti, nessuna emozione, niente che ci renda umani. Attraverso un processo di resilienza ci siamo adattati– con molti sacrifici – ad una nuova condizione che all’inizio ci è sembrata disarmonica e annichilente ma poi è diventata – nella seconda metà dell’anno funesto – una nuova pelle.Tutto questo processo psico-fisico ha – inevitabilmente – lasciato delle vittime sul campo. Come Darwin insegnava nell’ Origine della specie: non resiste l’animale più forte ma quello che si adatta meglio; così – esclusi i decessi per il virus – non siamo più ontologicamente gli stessi. Che n’ è dell’uomo alla luce dell’effetto Covid?
Siamo animali sociali che hanno necessità di fantasia. Aristotele – nel V secolo a. C. – insegnava che l’uomo è l’unico essere vivente ad avere la capacità di immaginare il proprio futuro e di proiettarlo davanti a sé attraverso delle immagini. Ci immaginiamo il mare al tramonto, quando magari siamo giù; ci proiettiamo al giorno della nostra laurea, al primo contratto di lavoro, all’amore fatto in un posto impensabile, ad una passeggiata lontana dal mondo, ad una baita di montagna durante l’inverno. Leopardi diceva: “Sempre che l’uomo pensa, ei (egli) desidera”. Quanta verità indistruttibile. Siamo sempre immersi in un desiderio e quindi nell’immaginazione ma cosa succede quando questa phàntasia si interrompe di colpo?La Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia ha stimato che nel 2021 saranno circa 150.000 le persone colpite da depressione per via dell’effettoCovid. Le cause, molteplici ed eterogenee, sono in sostanza: la paura del contagio, le nevrosi per la perdita del lavoro, la mancanza di contatto fisico, la sindrome della capanna,l’ analfabetismo emotivo e l’assenza di rapporti socio-relazionali. Se durante la prima “chiusura” trascorrevamo le giornate a pensare al pre-pandemia, chiedendoci quando saremmo tornati “a fare quello che facevamo”, radicalmente diversa è la situazione attuale. Cosa facevamo prima? Pochissimi lo ricordano e chi è in possesso di questa fortuna è in uno stato depressivo o affine. Questo perché – per ritornare alla resilienza – la mente di circa 7 miliardi di persone ha effettuato quello che in psicologia si chiama rimozione. “Il nostro cervello ha una caratterista che gli permette di superare qualsiasi tipo di problema: l’adattamento. Si adatta alle nuove situazioni, perché non può farne a meno, altrimenti non sopravvive” ci spiega la SIN (Società Italiana Neurologia).
Per continuare a vivere abbiamo avuto la necessità di lasciare indietro delle cose. Questo – palesemente – ha comportato disagi e disturbi temporanei; abbiamo il megafono dell’emozioni al minimo. Nulla sembra colpirci più di tanto edempatizzarci al punto di risollevarci. Ciononostante, una nuova versione dell’uomo si sta già affermando. Stare più chiusi in casa, lavorare solo al pc, pensare che gli amici si possano vedere uno per volta, non darci la mano, non abbracciarci. Abbiamo stabilito una nuova “normalità”; anche se la capacità di adattamento è stata più strutturata nelle persone adulte e meno tra i giovani, poiché il loro cervello è in una fase di crescita e rifiuta spesso le nuove regole.
Cosa faremo allora quando l’emergenza sarà finita?
Torneremo come prima, dimenticando rapidamente la vita durante la pandemia oppure affronteremo – come in parte già facciamo – la quotidianità in una versione aggiornata? Di certo il processo di tecnicizzazione dell’uomo – che ha caratterizzato la globalizzazione negli ultimi decenni – è aumentato esponenzialmente. Saremo dei robot che si abbracceranno o avremo il bisogno di ritornare all’istinto animale e primitivo? Questo non ci è dato saperlo. Molte sono le analisi che hanno provato a fare psicologi, antropologi e filosofi ma – come sempre – le risposte non sono univoche. Probabilmente già viviamo una quotidianità che non è proiettata verso un futuro liberatorio ma che gode di un presente incerto. Saremo sempre noi, con qualcosa in meno e qualcosa in più. Dovremo sentire forte il bisogno di voler ritornare uomini che scelgono i propri momenti senza essere costretti ad isolarsi, senza il fiato di un fantasma che spettrale c’è e non vediamo. Saremo chiamati – a mio avviso – ad una educazione all’emozioni che sono l’unica vera natura dell’essere umano; quelle che danno un senso alla nostre esistenze e le caratterizzano fino alla parte abissale che ci portiamo dentro. Non potrà essere solo il capitalismo economico a dettare il tempo; urgerà riscoprirsi sensibili e disposti a stringersi per ricostruirsi e ricostruire.Manifestazioni in tutta Italia per dire No al “Green Pass”
Le città invisibili, la scuola e i vaccini..
Le ricette di Biagio: insalata di fagioli. I fagioli “nobili” di Campi e di Carracci. ‘O “sfasulato”
La donna, dal seno prorompente e ingioiellata con una clamorosa collana di corallo rosso, è la stessa che Campi raffigura nei “Mangiatori di ricotta”: in entrambi i quadri la sua piena presenza allude al sesso, perché da subito il baccello dei fagioli divenne “immagine” dell’organo sessuale maschile, e lo è ancora nelle poesie di Gioacchino Belli; per il significato allusivo della ricotta basta ricordare quale mestiere esercitasse a Napoli “’o ricottaro”, quello senza “fuscelle”. Il “mangiafagioli” di Carracci ( immagine in appendice) è meno rustico del personaggio di Campi: porta un cappello di paglia, indossa un gilet, la tovaglia del tavolo è pulita, la brocca del vino ha una forma “borghese”. Il pittore coglie il suo “mangiafagioli” nel momento in cui solleva dal piatto il cucchiaio colmo di fagioli: ma pare, dallo sguardo, che una “sorpresa” lo distragga: forse l’ingresso di un ospite inaspettato e anche indesiderato: egli resta a bocca aperta, dal cucchiaio cadono stille di brodo e la mano, d’istinto, va a coprire e, forse a proteggere, la pagnotta di pane. Per secoli i fagioli restarono la “carne” dei poveri e il simbolo dell’amicizia che trasformava in comunità le famiglie che abitavano nello stesso cortile e nello stesso vicolo: la “cotta dei fagioli” le massaie la dividevano con le vicine.
Nel libro “Viaggio in Italia”, pubblicato nel 1957, Guido Piovene scrisse che “Spaccanapoli e i vicoli che la circondano sono l’unico mezzo a nostra disposizione per capire sul vivo che cosa fosse una metropoli del mondo classico”. In questi vicoli lo scrittore sentì l’odore del brodo di polpi, “la più economica di tutte le bevande calde” e quello dei fagioli. E dunque chi è, a Napoli, “’o sfasulato”? E’ lo squattrinato: D’ Ascoli connette la parola al latino “pasceolus” e al greco “phàskolos” che indicano, nelle due lingue antiche, il borsellino di cuoio per le monete: la “s” iniziale ha una funzione “privativa”. Sergio Zazzera non si pronuncia sull’etimologia del termine, altri ricordano che nella lingua napoletana “’o fagiolo”, pronunciato ironicamente “all’italiana”, indica il “danaro”, e perciò “’o sfasulato” è colui che non ha soldi, il disperato. Ma nella voce e nell’espressione di quelli che hanno usato il termine alla mia presenza ho sempre avvertito una nota di rimprovero, talvolta di disprezzo: ‘ “o sfasulato” è colui che non ha soldi soprattutto perché non vuole lavorare: è “sfaticato”. Somma Vesuviana, Casaraia: vittoria dei ricorrenti contro il Comune: «Quella strada è privata»
- Attualmente la traversa seconda Casaraia è una strada senza uscita che consente l’accesso dalla strada comunale “prima traversa Casaraia” alle proprietà predette ed alla proprietà identificata catastalmente dalla particella n°847 al foglio 31, lotto di terreno su cui recentemente il Comune di Somma Vesuviana ha realizzato un parcheggio pubblico ancora non in servizio.
- La traversa si presenta pavimentata in conglomerato bituminoso, sviluppa per ml 76,00 circa (in verbale viene riportato ml 760,00 per mero errore materiale), ed ha una larghezza media di mt 5,16 circa, rilevata al filo delle proprietà private presenti sui due lati. Non sono presenti marciapiedi. (…) Sul lato sinistro sono presenti n° 3 pali di illuminazione con corpi illuminanti a led, non numerati (allegato 3).
- Considerate le contestazioni delle parti circa la proprietà dell’impianto di pubblica illuminazione, si provvedeva a richiedere ulteriore documentazione atta a comprovarne la proprietà. La parte ricorrente, ha prodotto attestazione della ditta in cui si riporta che l’impianto allo stato non risulta allacciato alla rete elettrica pubblica (allegato Considerato che la tipologia dei pali presenti sulla seconda traversa Casaraia è tipica di impianti di pubblica illuminazione ed è similare a quella dei pali presenti sulla via comunale “prima traversa Casaraia”, fatto salvo la differenza dei corpi illuminanti, è ragionevole comunque concludere che l’impianto sia di proprietà comunale. Sulla traversa è presente longitudinalmente la fognatura pubblica, con tre pozzetti posizionati sull’asse centrale e derivazioni dell’impianto di fornitura idrica. Al momento del sopralluogo non erano presenti numeri civici in corrispondenza degli accessi ai fabbricati. Non è presente segnaletica stradale verticale né orizzontale. In corrispondenza del primo palo di illuminazione è presente una targhetta riportante la dicitura “divieto di accesso proprietà privata” ed in corrispondenza dell’innesto con la prima traversa Casaraia è presente sulla pavimentazione stradale una lastra di marmo riportante la scritta “proprietà privata” (…) non risulta che i proprietari degli accessi carrabili privati presenti sulla “seconda traversa Casaraia” versino al Comune di Somma Vesuviana, il canone per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche.
- La strada non presenta limitazioni fisiche che ne precludano l’accesso, ed è aperta al transito pubblico, sebbene allo stato non abbia uscita ed abbia funzione di strada di servizio alle proprietà private adiacenti. Con la messa in esercizio del parcheggio comunale, evidentemente verrà ad assumere la funzione pubblica di strada di accesso al parcheggio comunale.
- Allo stato, i lavori di realizzazione del parcheggio risultano sostanzialmente completati. Non è presente un accesso carrabile alternativo sulla via comunale Casaraia. (…) Il dislivello tra la quota del Parcheggio e la via comunale Casaraia non rende possibile una immediata trasformazione dell’accesso pedonale in accesso carrabile, in quanto la rampa da realizzare avrebbe una pendenza non accettabile e maggiore del 10% e non garantirebbe, inoltre, il rispetto del triangolo di visibilità per l’immissione sulla strada comunale.
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