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“Pensare è affare dell’uomo”. La frase in esergo, del filosofo francese Paul Valéry, sintetizza in maniera essenziale lo spirito fondante della nuova rubrica del Mediano: Kairòs – Costruendo il tempo propizio. 

La parola greca kairòs prevedrebbe una specificazione dettagliata. Mi accontenterò qui, semplicemente di specificare, che kairòs personificazione e divinizzazione del momento opportuno – si differenzia da krònos – il tempo che scorre per convenzione:
i giorni, le ore e i minuti. L’idea di creare una rubrica è nata durante la prima quarantena, quando il tempo sembrava più denso, quasi viscoso, complesso da riempire.
Lì ho capito – sulla lezione di Seneca – che non è il tempo verticale a dare un senso alla nostra esistenza ma bensì il tempo interiore; quello che appunto potremmo definire propizio.  Un tempo costruibile solo attraverso lo scambio intersoggettivo con gli altri che ci permette di vivere l’attimo esatto in cui qualcosa di positivo può avvenire.
La chiusura inaspettata dovuta alla pandemia da Covid19 ci ha fatto comprendere quanto siamo abituati a vivere bruciando il tempo piuttosto che abitarlo e il bisogno del kairòs si è fatto stringente.  Data la premessa, la finalità di questa rubrica – che fin da subito specifico avere un carattere divulgativo – sarà quella di provare a costruire il tempo giusto, quello che ci fa assaporare l’autenticità del nostro essere umani; connettendoci a noi stessi e alle relazioni nelle quali quotidianamente siamo immersi.

Non è di certo un compito facile e il focus sarà incentrato sul nostro territorio: ricco di risorse e testimonianze che potranno rappresentare dei preziosi strumenti atti a fornire stimoli. L’intento sarà quello – soprattutto attraverso la formula dell’intervista – di recuperare narrazioni ed elaborare riflessioni.
Il lettore sarà quindi posto nel confort di una chiacchierata che – si spera – lo spinga ad approfondire determinate questioni, ad incuriosirsi o semplicemente a pensare.

Da anni tento, nella variegata moltitudine delle cose che faccio, di mettere un ordine capace di chiarire, a me e a chi mi vive/legge, la direzione in cui procedo; ma spesso mi risulta impresa ardua.
Per questo, la rubrica ha – tra le varie pretese – quella di assumere la funzione specchio: raccontare le cose che a volte non siamo capaci di vedere. 
All’inizio di questo viaggio, che mi auguro sia il più lungo possibile, devo ringraziare il direttore del Mediano – Carmela D’Avino – per avermi concesso quest’importante opportunità sul suo giornale.

Silenzi, amnesia e vuoti.
Il tempo della pandemia non si è ancora esaurito e forse
quel ritorno alla normalità, tanto desiderato,
è già presente nel quotidiano.

 

È più di un anno che siamo a “casa”:   e con questa espressione non mi riferisco alla claustrofobica chiusura che ci ha colpiti dal marzo al maggio 2020 ma bensì al fatto che la nostra quotidianità non è più la stessa.
Durante i primi periodo di emergenza, la tensione è salita alle stelle e l’epidemia ci ha colti totalmente impreparati.
Viviamo il tempo dell’iper-rapidità; un tempo che va riempito per evitare che i nostri vuoti riempiano noi.

Passare oltre 365 giorni – tra finte chiusure ed aperture – in casa non è stato facile.
Poche interazioni, assenza di sfoghi, nessun volto nuovo, niente scuola, lavoro e università;
niente baci appassionati o corpi esultanti, nessuna emozione, niente che ci renda umani.
Attraverso un processo di resilienza ci siamo adattati– con molti sacrifici – ad una nuova
condizione che all’inizio ci è sembrata disarmonica e annichilente ma poi è diventata – nella seconda metà dell’anno funesto – una nuova pelle.

Tutto questo processo psico-fisico ha – inevitabilmente – lasciato delle vittime sul campo.
Come Darwin insegnava nell’ Origine della specie: non resiste l’animale più forte ma quello che si adatta meglio; così – esclusi i decessi per il virus – non siamo più ontologicamente gli stessi.
Che n’ è dell’uomo alla luce dell’effetto Covid?

Siamo animali sociali che hanno necessità di fantasia.
Aristotele – nel V secolo a. C. – insegnava che l’uomo è l’unico essere vivente
ad avere la capacità di immaginare il proprio futuro e di proiettarlo davanti a sé
attraverso delle immagini. Ci immaginiamo il mare al tramonto, quando magari siamo giù; ci proiettiamo al giorno della nostra laurea, al primo contratto di lavoro, all’amore fatto in un posto impensabile, ad una passeggiata lontana dal mondo, ad una baita di montagna durante l’inverno.

Leopardi diceva: “Sempre che l’uomo pensa, ei (egli) desidera”.  Quanta verità indistruttibile. Siamo sempre immersi in un desiderio e quindi nell’immaginazione ma cosa succede quando questa phàntasia si interrompe di colpo?

La Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia ha stimato che nel 2021 saranno circa 150.000 le persone colpite da depressione per via dell’effettoCovid.
Le cause, molteplici ed eterogenee, sono in sostanza: la paura del contagio, le nevrosi per la perdita del lavoro, la mancanza di contatto fisico, la sindrome della capanna,l’ analfabetismo emotivo e l’assenza di rapporti socio-relazionali. Se durante la prima “chiusura” trascorrevamo le giornate a pensare al pre-pandemia,
chiedendoci quando saremmo tornati “a fare quello che facevamo”, radicalmente diversa è la situazione attuale.
Cosa facevamo prima?
Pochissimi lo ricordano e chi è in possesso di questa fortuna è in uno stato depressivo o affine. Questo perché – per ritornare alla resilienza – la mente di circa 7 miliardi di persone ha effettuato quello che in psicologia si chiama rimozione. “Il nostro cervello ha una caratterista che gli permette di superare qualsiasi tipo di problema: l’adattamento. Si adatta alle nuove situazioni, perché non può farne a meno, altrimenti non sopravvive” ci spiega la SIN (Società Italiana Neurologia).

Per continuare a vivere abbiamo avuto la necessità di lasciare indietro delle cose.
Questo – palesemente – ha comportato disagi e disturbi temporanei;
abbiamo il megafono dell’emozioni al minimo. Nulla sembra colpirci più di tanto edempatizzarci al punto di risollevarci. Ciononostante, una nuova versione dell’uomo si sta già affermando. Stare più chiusi in casa, lavorare solo al pc, pensare che gli amici si possano vedere uno per volta, non darci la mano, non abbracciarci.
Abbiamo stabilito una nuova “normalità”; anche se la capacità di adattamento è stata più strutturata nelle persone adulte e meno tra i giovani, poiché il loro cervello è in una fase di crescita e rifiuta spesso le nuove regole.

Cosa faremo allora quando l’emergenza sarà finita?

Torneremo come prima, dimenticando rapidamente la vita durante la pandemia oppure affronteremo – come in parte già facciamo – la quotidianità in una versione aggiornata?
Di certo il processo di tecnicizzazione dell’uomo – che ha caratterizzato la globalizzazione negli ultimi decenni – è aumentato esponenzialmente.

Saremo dei robot che si abbracceranno o avremo il bisogno di ritornare all’istinto animale e primitivo? Questo non ci è dato saperlo. Molte sono le analisi che hanno provato a fare psicologi, antropologi e filosofi ma – come sempre – le risposte non sono univoche.
Probabilmente già viviamo una quotidianità che non è proiettata verso un futuro liberatorio ma che gode di un presente incerto. Saremo sempre noi, con qualcosa in meno e qualcosa in più.
Dovremo sentire forte il bisogno di voler ritornare uomini che scelgono i propri momenti senza essere costretti ad isolarsi, senza il fiato di un fantasma che spettrale c’è e non vediamo.
Saremo chiamati – a mio avviso – ad una educazione all’emozioni che sono l’unica vera natura dell’essere umano; quelle che danno un senso alla nostre esistenze e le caratterizzano fino alla parte abissale che ci portiamo dentro.
Non potrà essere solo il capitalismo economico a dettare il tempo;
urgerà riscoprirsi sensibili e disposti a stringersi per ricostruirsi e ricostruire.