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La scuola italiana è diventata di nuovo protagonista, ma solo per qualche giorno, delle prime pagine dei giornali, dei social e di qualche stento talk a causa della Dad. Questa volta il motivo è rappresentato dagli esiti delle prove Invalsi, visto che sono ancora peggiorati ed hanno confermato una pesante disuguaglianza tra Nord, Centro e Sud.

 

Gli osservatori e gli esperti, alla ricerca delle cause del fenomeno, si sono concentrati sulle conseguenze  pesanti della chiusura delle scuole durante la pandemia e sull’utilizzo della didattica a distanza come sostitutivo poco efficace delle lezioni in presenza, restringendo così il perimetro del discorso, dimenticando che la problematica precede di molto il tempo della pandemia e limitandosi a mettere in dubbio l’idea stessa di una didattica integrata con l’ausilio dei dispositivi elettronici, come se la responsabilità fosse di una piattaforma e non di chi e di come la usa.

Lascia interdetti, inoltre, la preoccupazione di illustri ministri, tra cui una competente rappresentante dell’intellettualità parlamentare, di sottosegretari, di capi di partito, sempre desiderosi di esternare le loro profonde opinioni, circa il basso livello delle abilità matematiche e linguistiche dei nostri ragazzi, che dipende sicuramente dalla didattica a distanza. “Mai più la dad!” è il grido di dolore. Che care e responsabili persone ci guidano!  E come hanno a cuore un’istituzione che avranno sicuramente frequentato con merito. Per non dire dei genitori, degli influencer e di quanti, morendo dalla voglia di segnalare le spoglie della loro presenza, discettano su un argomento tanto di moda.

Ora, pur dovendo, per il breve spazio a disposizione, commentare rapidamente il panorama che ci troviamo di fronte ogni volta che la scuola emette un piccolo segnale di esistenza,  bisogna soffermarsi su qualche aspetto della questione che forse è sfuggito ai nostri politici, certo non per loro colpa, impegnati come sono a non risolvere problemi. In generale bisognerebbe prendere le distanze da analisi nate sull’onda della riprovazione del fenomeno Invalsi e allargare lo sguardo a tre orizzonti ben più complessi, che sono latenti e silenti e per questo poco evidenti: la visione globale che si ha del ruolo della scuola, la preparazione dei docenti e il rapporto tra scuola e territorio. Del primo aspetto ci siamo già occupati brevemente nelle pagine di questa stessa rubrica, tempo fa; citeremo invece il secondo aspetto e terremo in frigorifero il terzo per un’altra volta.

Il Corriere della sera del 22 luglio concede l’onore dell’articolo di apertura della prima pagina ai prof, che devono assolutamente vaccinarsi. Benedetto il Corriere che si occupa della scuola in primissima pagina! Seguissero tutti questo preclaro esempio!

Cari miei lettori, come vedete, di tutte le problematiche attinenti ai docenti i media scelgono quella dell’obbligo o meno del vaccino. Fantastico. Cosa stiamo ad argomentare sul nodo della preparazione dei docenti; è un dettaglio di poco conto di cui non vale la pena occuparsi!

Si tradisce troppo il politically correct per dire chiaro e tondo che una parte dei docenti non è all’altezza del compito, nel senso che non solo presenta lacune nella preparazione di base, male endemico ed epocale del personale della scuola italiana, ma ha grosse e lampanti difficoltà nell’uso della didattica a distanza, per lo più condotto secondo i paradigmi peggiori della didattica in presenza e cioè mediante la supervalutazione della lezione frontale, condita con qualche video e qualche giochino ritenuto tanto avanguardistico ed innovatore? E ancora, è così inattuale affermare che le prove Invalsi sono modulate su una didattica per competenze che ha poco a che vedere con la didattica che di solito viene utilizzata in classe, attenta di più alle semplici informazioni e all’allineamento dell’alunno a  ciò che il docente esprime?

Non è compito di un articoletto ricorrere alla storia della scuola in Italia per ricercare le cause delle condizioni in cui gli insegnanti si trovano a lavorare, né è mia intenzione ricorrere alle solite difese dei docenti che lavorano tanto e con un basso stipendio; tutti sanno la misera realtà in cui la politica, da Casati in poi, tranne alcune rare eccezioni, ha inabissato il diritto costituzionale all’istruzione ed ha lasciato che il nostro patrimonio culturale fosse gestito così inavvedutamente. Tuttavia il fatto è questo: nelle sezioni della scuola dell’Infanzia e nelle classi delle scuole di I e di II grado, accanto a docenti di buona volontà e ben preparati, alberga una pletora di ignoranti, che si accontenta di una preparazione libresca e mediocre, ripetitiva e lontana dalle aspettative ampie e appassionate degli studenti. Basta dare un’occhiata ai titoli delle tesi di laurea che vanno dal festival di San Remo alle scrupolose indagini sulla musica neomelodica, ignorando completamente come si faccia ricerca e finanche cosa sia una citazione oppure basta leggere cosa raccontano i bambini e i loro quaderni circa i temi più attuali di storia sociale, ridotti a rituali sentimentali e ripetitivi, per non parlare poi della sbandierata inutilità della civiltà classica.

I nostri ragazzi non sono abituati a riflettere sui loro processi di conoscenza, su quali strumenti adottare per padroneggiare la lingua, perché nessuno glielo insegna e perché nessuno crede più alla sua funzione civile. Provate a chiedere ai docenti a cosa è dedicato l’ultimo “corso di aggiornamento” (e già questa denominazione sembra ripresa da un piano formativo del 1930) a cui hanno partecipato e vi riempiranno di Coding e Alimentazione, di Gamification, di Inclusione e successo formativo e via elencando.

Che dire? Il nodo tutto politico della formazione deve essere sciolto in fretta, non lo si può demandare al singolo insegnante, che non può più attendere. Credo che, in caso contrario, la ribellione dovrebbe partire proprio dai docenti, che farebbero bene a rifiutarsi di essere trattati come tecnici da addestrare e ad essere pronti a bloccare il Paese con gli strumenti nonviolenti, pur di rivendicare la dignità di un ruolo, che non ha pari nelle umane società; battersi per un serio patto di riqualificazione professionale, se chi ne ha il compito istituzionale non sa farlo.

Intanto singolarmente si può cominciare a fare qualcosa, conta ancora molto una semplice e rivoluzionaria  azione: studiare.

Il docente è un perenne scolaro, che non dimentica mai la propria dignità di guida e di mediatore di sapere, più che di simpatico e allegro youtuber.

Niente altro, per cambiare in meglio. Studio e cura dell’apprendimento.