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VinGustandoItalia, alla ricerca delle tradizioni enogastronomiche e folkloristiche della Calabria

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Una sera mi sono imbattuto nella Sagra della Sujaca nel ballo dei Giganti Mata e Grifone ed il ballu du “camejuzzu i focu”…

Quest’anno sono stato in vacanza in Calabria, una terra magnifica che può offrire, oltre allo spettacolo ambientale che affascina tutti gli amanti della natura, anche tradizione e folklore abbinati a piatti enogastronomici veramente unici. Una sera, era il 6 agosto, mi sono imbattuto nella Sagra della Sujaca. Ero un po’ scettico se andarci oppure no, perché le sagre molto spesso si rivelano soltanto un luogo dove promuovere la vendita di alcuni cibi e prodotti, ma non la festa popolare di carattere sacro, che deve far conoscere i veri piatti tipici della tradizione locale. Entrando in questo paesino ho notato il clima religioso e conviviale di questo evento. Le viuzze erano pervase dal profumo di cucinato, che stuzzicavano la mia curiosità, oltre che il mio appetito. Siamo arrivati in questa piazza dove la regina incontrastata era la Sujca, prelibato ed originale fagiolo bianco di Carìa, anzi FAGIOLA, ebbene sì, nella frazione Caria di Drapia, in provincia di Vibo Valentia, il legume è al femminile. Questi fagioli vengono coltivati da diversi secoli sull’altopiano del Monte Poro e cucinati poi secondo una originale ricetta cariese, che rende tale prodotto unico ed inimitabile. I fagioli sono preparati mettendoli in una pignatta di terracotta e ad essi si affiancano peperoni arrostiti, melanzane e olive. Certo, non mancano nduja e carne alla brace, ma questa è una delle poche occasioni in cui ci si può alzare dalla tavolata con la “panza” piena anche per i vegetariani. Oltre alla Sujaca semplice al naturale con un filo d’olio, alla sagra si trovano anche altri piatti, ovvero: pasta e fagiola, fagiola al sugo, peperoni arrostiti, pecorino del Monte Poro, Olive, crostino con ‘nduja e cipolla di Tropea. Tutti questi piatti erano accompagnati da un magnifico liquido degli Dei, derivante dal vitigno Gaglioppo. Vi starete chiedendo: Ma quale vino è? Il famoso Cirò, nelle tre tipologie bianco, rosso e rosato. Mi sono lanciato sul Ciro rosso, che si è rivelato di un colore rosso rubino tendente al granato, profumo speziato ed un gusto pieno, morbido ed equilibrato. Al naso ha espresso profumi di frutta matura (prugne rosse, fragole) delicatamente speziati. In bocca è stato carnoso, sapido, percorso da un tannino pungente e perciò inebriante che lo ha accompagnato nel lunghissimo finale. Giudizio: Ottimo. Ma oltre a bere e mangiare non è mancato il folklore, elemento essenziale per una grande manifestazione popolare, in cui non possono mancare tradizioni portanti della cultura calabrese: il ballo dei Giganti Mata e Grifone ed il ballu du “camejuzzu i focu”. La tradizione vuole che a Messina, centro di terra sicula, vivesse una bella ragazza di buona famiglia, piena di virtù e di fede cristiana, di nome Marta (in dialetto Mata). Accadde che un gigante moro, di nome Ibn-Hammar, sbarcò a Messina con i suoi uomini e senza ritegno incominciò a depredare la città. Il gigante, vista la bellezza di Mata, la chiese in sposa alla sua famiglia, dalla quale però ebbe un rifiuto. Così divenne sempre più furioso e crudele. Marta, solamente pregando, cercava di resistere alla tentazione. Successivamente il re moro si convertì al Cristianesimo e il suo nome si trasformò in Grifo che, per la sua enorme statura, venne chiamato Grifone. Incominciò così a vivere secondo le leggi cristiane. Infine Marta se ne innamorò. Così Grifone volle festeggiare il coronamento del loro amore con un grande ballo. La storia, invece, lascia la propria impronta affermando che in realtà il ballo dei giganti sembra avere origini aragonesi. In ogni caso, il ballo dei due giganti altro non vuole che rievocare la conquista della libertà da parte dei calabresi rispetto alle continue sottomissioni subite nel corso dei secoli. E, tanto è identificativa e rievocativa, la rappresentazione del rituale ballo dei due fantocci di cartapesta che alcuni studiosi e antropologi paragonano il ballo dei giganti tra predatore e preda alla continua lotta tra Islam e Cattolicesimo. A conclusione della manifestazione, il tradizionale e caratteristico ballu du “camejuzzu i focu”, ovvero cammello di fuoco, è fatto con canne di bambù e viene posto sulle spalle di una persona. E’ tutto ricoperto di fuochi d’artificio, che vengono fatti partire mentre viene portato in ballo. Caratteristiche sono la girandola di fuoco come coda e i botti finali, prima dello spegnimento. Uno spettacolo unico e straordinario che rappresenta la commemorazione della storica cacciata dei Saraceni dalla penisola italica.

Ogni regione italiana, ogni città, ogni paesino ha da raccontare centinaia di  storie in cui realtà e fantasia si mescolano, dove il confine tra storia e leggenda diventa labile. Magari si parte da una storia vera, che poi viene tramandata oralmente, e nei vari passaggi si aggiungono sempre dei dettagli dal contenuto inquietante e quasi inverosimile, ma questo è il grande bagaglio cultural-popolare della nostra amata Penisola.