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Un famoso sarto napoletano del ‘600 sosteneva che i colori “parlano” e ne svelò i “messaggi”

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Ippolito Viola, degno erede di una famiglia di grandi sarti napoletani, pubblicò nel 1652 l’opera “La nobile e antica arte de’ sartori”. Egli riteneva che la forma e i colori dell’abbigliamento comunicassero non solo la posizione sociale, il potere e la ricchezza delle persone, ma anche i sentimenti e i pensieri. Nelle corti del ‘600 e del ‘700 “le quotazioni dei cortigiani dipendevano in gran parte dalla loro capacità di “apparire”” (Sonia Scognamiglio Cestaro). Correda l’articolo l’immagine del quadro di Tiziano “Bacco e Arianna”.

 

Sonia Scognamiglio Cestaro, nell’articolo dedicato all’opera di Ippolito Viola e pubblicato, nel 2006, nell’ “Archivio Storico delle Province Napoletane”, scrive che la tela “Bacco e Arianna” di Tiziano, soprattutto dopo il restauro, “è considerata il catalogo di quasi tutti i pigmenti conosciuti a quel tempo. La tavolozza dei sarti napoletani sembra attingere ai colori forti e agli accostamenti inconsueti di Tiziano”. Ippolito Viola scrive che il sarto del suo tempo disponeva di 13 tinte fondamentali: il bianco, il giallolino (combinazione del bianco e del rosso), il giallo, il verde, il rosso, la porpora, il viola, l’azzurro, il turchino, il perso (una complessa combinazione di nero e di rosso), il berrettino – una variante del grigio – e l’incarnato, che era in sostanza un rosa pallido.

 

Ogni colore poteva avere sfumature diverse e un diverso significato: di entrambi i temi il sarto- scrittore stilò un’accurata tabella, e a quella sul significato di tutti i colori dedicheremo un articolo a parte. Mi limito a riferire che secondo il Viola, il colore giallo usato dagli uomini indicava “godimento e ricchezza”, nelle donne significava “gelosia” e nei “bambini” “pazzia fanciullesca”. La combinazione “bianco e giallo” diceva che uomini e donne sono “contenti e incontrano gioia nelle cose d’amore”. Il sarto napoletano e i pittori italiani dell’epoca sembra che ignorassero il “marrone” e il “blu intenso”: furono i pittori olandesi del ‘600 a dimostrare quanto fossero importanti nella pittura le varie sfumature di “marrone”. Complesso è il “messaggio” del colore “nero”. Per le antiche civiltà, dalla egiziana alle mesopotamiche, dall’etrusca all’ italica, il nero rappresentava un sistema ampio di significati: la fertilità, la vita, ma anche la morte, e anche la resurrezione.

 

Nero fu nel Medio Evo l’abito dei monaci dell’abbazia di Cluny: la combinazione del colore e della seta era preziosa e costosa, e dunque venne considerata simbolo di lusso e di potere. Tra i secoli XIV e XV il nero divenne il colore di base dell’abito talare, e nel sec. XVI “rappresentò” “la dignità e il prestigio della magistratura. Viola analizzò anche il rapporto tra l’uso del colore e la funzione sociale delle persone. Così il nero divenne anche simbolo della lealtà e della correttezza e quindi fu il colore degli abiti indossati dai ricchi mercanti e dai rappresentanti dell’alta finanza, che desideravano apparire sinceri e affidabili, “il porpora invece era riservato al sovrano, ma poteva essere indossato dalla nobiltà di spada, dalla nobiltà di toga e dagli alti prelati. La magistratura, oltre alla “porpora” che era sinonimo di giurisdizione e supremazia sin dall’antichità latina, poteva indossare abiti bianchi o neri. Questi colori rappresentavano, infatti, le qualità principali di un magistrato, l’equità e la rettitudine” (S. Scognamiglio Cestaro).

 

Complessa è la storia del colore “bianco”, frequentemente collegato alla luce: nel sec. XV Leon Battista Alberti riuscì a convincere i pittori sull’utilità di mescolare i colori con “gocce” di “bianco”, che li avrebbero resi più luminosi. Il “bianco” significava purezza e pulizia e perciò divenne un colore dominante nel sec. XVII, quando “i ricchi”, atterriti dalle ondate della peste, pensarono che fosse possibile controllare il contagio indossando indumenti intimi – “la biancheria” – continuamente puliti. Nel 2006, in un articolo pubblicato su “Genesis”, S. Musella Guida e S. Scognamiglio Cestaro esaminarono un argomento interessante, “la genesi, il consumo e la produzione della biancheria” a Napoli, nei secoli XVI – XVII. L’aumento del consumo di “biancheria” intima favorì la nascita di nuovi mestieri: molti artigiani si specializzarono nello “sbiancamento” dei tessuti di tela di lino e di cotone e nella confezione, con questi tessuti, di camicie, colletti, polsini, maniche e sottogonne. Nel sec. XVIII un ruolo importante in questa “industria” del “bianco” svolsero i sarti e i camiciai di San Giorgio a Cremano. L’aveva detto Tommaso Campanella: “…poi venne il bianco a tempo di Gesù Dio, e tutti i battezzati prendevano la veste bianca, e da quella per vari colori siamo ora arrivati al nero. Dunque torneremo al bianco, secondo la ruota fatale.”.

 

 

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