SI INAUGURA L’ANNO GIUDIZIARIO. LA PROTESTA DEI PENALISTI

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Napoli e tutti i distretti di Corte d”Appello d”Italia, si lamentano di una giustizia senza qualità, in attesa delle riforme. All”ordine del giorno anche la grave situazione delle carceri. Di Simona Carandente

Come ogni anno, oggi si compie il rito della formale inaugurazione dell’anno giudiziario, che chiama a raccolta magistratura, avvocatura ed operatori del diritto, con lo scopo di affrontare vecchi e nuovi problemi della giustizia in Italia.
In particolare, i penalisti napoletani saranno oggi a Napoli, presso la biblioteca di CastelCapuano, per partecipare come consueto alla cerimonia di inaugurazione, attraverso un incontro a tema dal titolo "la giustizia senza qualità". Al centro del dibattito, i temi connessi alla qualità della giurisdizione, ed a tutto quello che ruota intorno al processo penale, con un particolare sguardo a quelli concernenti l’informazione ed il pianeta carcere.

Nel corso della mattinata, verranno raccolti importanti spunti di riflessione, che saranno poi utilizzati in una tavola rotonda pomeridiana, avente ad oggetto la legislazione penale e le prospettive di riforma, attualmente oggetto di singoli provvedimenti in attesa di una profonda, e capillare, riforma della giustizia.
Alla manifestazione verrà altresì affiancata una forma di protesta, che vedrà gli avvocati penalisti astenersi dalle udienze in data odierna, manifestando così il proprio dissenso per la situazione politico- legislativa attuale.

Non solo a Napoli sarà viva la protesta: tutti i distretti di Corte d’Appello d’Italia, difatti, daranno vita ad altrettante celebrazioni, affiancando quella nazionale che si terrà a Roma sabato prossimo, con il compito unitario di far sentire la propria voce, portando le numerosissime problematiche della giustizia all’attenzione del governo, e delle autorità competenti.

Tra le priorità da affrontare a livello nazionale, e conseguentemente locale, la riforma dell’apparato burocratico della giustizia, da attuarsi ricorrendo a modello organizzativi pseudo aziendali, ricorrendo ad uno o più manager negli uffici principali, diffondendo un’adeguata informatizzazione, semplificando al massimo i riti processuali, incrementando al massimo la produttività dei giudici, aumentandone il numero ed introducendo altresì la figura dell’assistente del giudice.

Non verranno sottovalutate, invece, problematiche di più ampio respiro, come l’intollerabile situazione delle carceri italiane e la criticità nell’accesso agli albi professionali, da risolvere attraverso una politica che contenga il numero di iscritti al corso di laurea in giurisprudenza, dando poi vita ad un esame di stato rigoroso e sicuramente più meritocratico. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LO SFASCIUME URBANO HA CREATO PAESAGGI DI PAURA

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Ci si affanna a parlare di turismo come unica possibilità di rilancio e sviluppo del territorio. Ma l”appeal si crea puntando sulla bellezza delle città e delle sue case, se non c”è questo te le scordi le folle di turisti. Di Amato Lamberti

Paesaggi di paura. È il titolo di un libro dedicato alla paura nel Medioevo che mi viene sempre in mente quando di notte mi trovo a percorrere quell’immensa periferia che da dentro Napoli si stende fino a Nola, a Giugliano, a Torre Annunziata. Più che stendersi, in realtà si accatasta in modi e forme che hanno dell’incredibile in quanto si stenta a capire quale logica abbia presieduto a scelte urbanistiche che sembrano pensate per creare difficoltà alla vita di una persona normale e, soprattutto, di una bruttezza che da sola genera paura e insicurezza.

Molti hanno parlato di sfasciume urbano ma l’espressione non rende appieno una situazione nella quale è impossibile rintracciare un ordine anche solo di natura funzionale. A meno di non voler considerare alcune strade, quelle di collegamento tra paesi che sono solo spezzoni di un’unica periferia nella quale neppure gli abitanti sanno sempre bene orientarsi, come punto di riferimento ordinativo delle attività commerciali e artigianali. Una specie di front office dove tutto è lecito pur di farsi vedere e di attrarre l’attenzione anche più distratta, dalle megavetrine che invadono i marciapiedi, alle insegne luminose spropositate e multicolori, alle merci esposte fin sui marciapiedi sia che si tratti di generi alimentari, di oggetti d’arredamento, di capi di abbigliamento, ma anche di biciclette, vasi da balcone per fiori e piante, cesti e canestri di ogni dimensione.

Un’orgia, per così dire presepiale, di ostensione quasi liturgica di ogni sorta di merci e di attività lavorativa. Ma quando la sera si spengono le luci dei negozi, chiudono i battenti le attività produttive e di servizio, la gente per la strada si dirada, alla fioca luce dell’illuminazione stradale, il paesaggio cambia. Le strutture di esposizione, vuote ma lasciate a presidiare gli spazi, assumono l’aspetto di relitti di qualche naufragio abbandonati sul bagnasciuga dei marciapiedi, che servono solo a intralciare il cammino dei rari passanti e a rendere più difficoltoso il parcheggio selvaggio.

Ma la vera apoteosi del coacervo e dell’accatastamento lo si trova alle spalle delle strade principali, in quella specie di back office labirintico, dove il silenzio è rotto solo dalla voce dei televisori che per tutta la notte illuminano di una luce livida i vani delle finestre. In molti di questi paesi consegnati ad un degrado che non riguarda solo i centri storici, generalmente la parte più interessante di questi paesi, anche se oggi quasi sempre ridotti ad enclave multietniche con tutte le conseguenze di superfetazioni e di usi impropri degli edifici e degli spazi, trovi sempre qualcuno che parla di turismo come unica possibilità di rilancio e di sviluppo dell’economia del territorio.

Le argomentazioni sono sempre le stesse: la bellezza del paesaggio, l’eredità storica, la ricchezza monumentale, i prodotti della terra vulcanica che dà un sapore particolare ad ogni prodotto, dal pomodoro, all’uva e quindi al vino, al basilico, agli ortaggi e ai legumi, la varietà e la qualità dell’enogastronomia, lo spirito di accoglienza della gente, la disponibilità di case da adibire a bad&breakfast, la vicinanza con il capoluogo, con il porto e l’aeroporto, la vicinanza ai grandi siti archeologici. Questi incontri, questi dibattiti mi mettevano sempre a mal partito perché mi rendevo conto della convinzione diffusa che veramente quella potesse essere la strada per promuovere lo sviluppo del territorio, e dell’aspettativa che ormai tutti nutrivano nel turismo per dare un futuro ai propri figli, per frenare la fuga dei migliori cervelli verso lidi più accoglienti.

Avrei voluto dire che se volevano folle di turisti in quel paese, certo ricco di storia e di tradizioni popolari, di vini pregiati, di tradizioni culinarie, ma che praticamente si presentava come un ammasso di case e di palazzi tirati su alla bell’e meglio, senza un’identità, senza un’anima, brutto, scrostato, con poco e striminzito verde, o dovevano sperare in una apparizione permanente della Madonna, come a Medjugorje, o si dovevano attrezzare per far piangere, almeno una volta alla settimana, lacrime di sangue alla statua del santo patrono. Ma non si poteva.

Per cui anch’io dovevo parlare di marketing territoriale, di promozione dell’immagine del paese, di rivalutazione delle sue tradizioni folk loriche ed etnogastronomiche, naturalmente, mi permettevo di aggiungere, tutto in un contesto di forte riqualificazione urbanistica, di recupero e valorizzazione del centro storico, di promozione di iniziative spettacolari ed artistiche capaci di attirare flussi turistici non solo dalle città vicine ma anche dal capoluogo. In pratica, cercavo di far capire soprattutto agli amministratori che per costruirsi un appeal turistico bisognava puntare sulla bellezza della città, delle sue case, delle sue piazze, dei suoi monumenti, prima che sulla storia e sulle tradizioni.

Queste ultime se ce l’hai non te le tocca nessuno, ma le case se sono brutte, accatastate, impresentabili si debbono riqualificare e valorizzare prima di poter mettere la città sul mercato turistico.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

PRIMA DELLE PRIMARIE DEL PD:DOPO LE PRIMARIE DEL PD

Nelle ore scorse ci sono state le primarie del Partito Democratico a Napoli. Molti si meravigliano di come sono andate; è necessario allora, fare un passo indietro e ri-parlare di Bassolino, caste e camorra. Di Carmine Cimmino

Il sabato piovoso e l’asfalto delle strade che deforma i riflessi delle cose nell’insidia delle buche e delle spaccature inducono a percepire, dietro l’apparente fluidità delle forme, l’immobilità sostanziale del mondo.

In una città come Napoli, in cui gli abitanti di Forcella scendono in strada a loro rischio e pericolo, perché il quartiere è il campo aperto di battaglie quotidiane tra bande, e il parroco grida: Basta chiedere atti di eroismo, lo Stato brilla per la sua assenza; in una città in cui gli anziani in fila fin dall’alba per rinnovare l’esenzione ticket comprano a decine di euro, da improvvisati bagarini, il numero di prenotazione (La Repubblica, 20/01); nella disastrata città dell’immondizia dell’illegalità della miseria i candidati a sindaco espressi dal PD si preparano per le primarie rinfacciandosi l’un l’altro quote cospicue di responsabilità del disastro e lanciandosi addosso chiare accuse di correità.

Intanto, i vertici nazionali del PD tacciono. Torna in pubblico Antonio Bassolino, presenta il suo libro Napoli Italia, il libro ha in copertina l’immagine della bandiera italiana sorretta da due mollette, come un panno steso al balcone. I candidati del PD non hanno fatto ancora sapere cosa pensano della camorra napoletana. Antonio Bassolino ha ancorato la prima fase della sua carriera politica all’impegno contro la camorra: lo ricordo sfilare per le vie di Ottaviano, accanto a Don Riboldi, nel primo famoso corteo contro l’ organizzazione di Raffaele Cutolo. Col passare degli anni e col mutare dei ruoli -prima sindaco e poi governatore- egli ha mutato la faccia, il corpo e l’andatura di questo impegno.

Secondo Francesco Barbagallo, il massimo storico della camorra, che fu assessore di Bassolino sindaco, il cambio di passo rispondeva a una precisa scelta politica del PCI e del PDS: i comunisti sono diversi; dove i comunisti stanno al potere, la camorra viene letta come fenomeno di violenza plebea, che non contamina la società civile: in ogni caso, è destinata a scomparire. Nel novembre del 2004 fa il giro del mondo l’immagine dell’uomo ucciso in una pizzeria di via Nazionale, mentre sta consumando una pizza: il corpo è rimasto incastrato tra la sedia e il tavolino, il capo si è piegato sul piatto. Oliviero Toscani commenta: ”Purtroppo Napoli è proprio questa“, e Antonio Bassolino ribatte irritato che Napoli é anche la città delle mostre di Caravaggio, di Schnabel, di Hirst e di Fabro.

Egli ammette che i camorristi ci saranno per un lungo periodo – solo i demagoghi possono dire diversamente, ma esorta tutti a mostrare anche le altre facce di Napoli. Proprio in quei giorni il giornale francese Liberation ha descritto la città non con i tersi e puri colori del Rinascimento, ma con quelli neri e cupi – esiste anche un nero brillante, il nero di Velazquez e di Manet – di un romanzo gotico. Secondo Marco Demarco (L’altra metà della storia, pag. 170-171) Bassolino adotta l’analisi che della camorra napoletana – la camorra di Napoli città – fa Isaia Sales. Il quale ritiene che la camorra di Napoli città sia parassitaria nei suoi modi, vicolocentrica nei suoi spazi, progressivamente acefala nel tempo, mentre quella casertana, per esempio, ha una struttura gerarchica, controlla i grandi appalti dell’edilizia pubblica e le vie della droga.

Il pensiero di Sales e di Bassolino viene illustrato con parole assai chiare dal prof. Mauro Calise (Il Mattino, 23/01/2004): Bisogna abituarsi all’idea che Napoli non è una sola, C’è una Napoli da cui tenersi alla larga, e un’altra da godersi felice. Proprio come sa ogni turista della Grande Mela, che si guarda bene dal confondere Manhattan con il Bronx. Queste due Napoli diventeranno, con il tempo, sempre più lontane e nemiche. Fino al punto di potersi ignorare a vicenda. Giova dire che l’esempio del turista è un argomento che gli studiosi di retorica definirebbero quasi- logico: poiché a noi interessa non la prospettiva del turista, ma quella di chi vive in città.

Il turista si reca a Posillipo, ne ammira lo splendore e va via; è il cittadino che sperimenta se e come la camorra esercita il suo potere anche sulla Napoli da godersi felice. L’affare drammatico della monnezza – affare per pochi, dramma per tutti – dà una risposta che smonta la geografia del prof. Calise. Sulla monnezza si costruisce un sistema di potere che attraversa Destra, Centro e Sinistra e grazie alla monnezza si realizza, ancora una volta, il sogno italiano e napoletano della concordia degli opposti. La puzza della monnezza è una prova implacabile del fatto che la camorra è strumento dei disegni della politica e che le sue logiche contaminano profondamente la società civile. (Quando mi vince la passione per i paradossi, mi viene di pensare che sia stata la società civile a corrompere la camorra).

La denuncia di Amato Lamberti è inequivocabile (“Se anche la camorra è liquida”, Corriere del Mezzogiorno, 25/6/09): la camorra è un sistema criminale innervato in modo interstiziale nel tessuto socio-politico-economico della società campana…siamo in presenza di connotazioni strutturali che intrecciano criminalità organizzata e organizzazione sociale, politica ed economica di gran parte del territorio regionale.
Il sistema del potere trasversale si serve della camorra per spegnere lo spirito d’impresa, per tenere lontani i capitali esterni, per creare povertà e per regolarne il livello. La povertà regolata produce clienti e voti di scambio; la povertà eccessiva è pericolosa per le caste, perché produce Masaniello.

Le caste che hanno in mano il potere non hanno alcun interesse a alimentare veramente lo sviluppo; lo sviluppo genera cultura, danaro, intelligenza, cittadini liberi, autonomi, disposti a misurarsi nel controllo della cosa pubblica. Lo sviluppo promuove, di fatto, il ricambio dei gruppi dirigenti. Non il ricambio fittizio delle facce e dei cognomi, ma quello reale degli homines novi.
In un libro pubblicato nell’autunno del 2010 e intitolato I Gattopardi Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo hanno dimostrato che, in Sicilia e in altre regioni del Sud, il meglio della società civile, medici architetti ingegneri avvocati commercialisti banchieri funzionari locali e uomini delle istituzioni, viene inglobato nel sistema di potere che ruota intorno alla mafia. Mi meraviglio della meraviglia dei due autori.

Le carte del processo Notarbartolo, le relazioni della commissione d’inchiesta Saredo sull’amministrazione della città di Napoli e gli atti del processo Cuocolo dimostrano che tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento a Palermo e a Napoli il matrimonio tra la società civile, le classi dirigenti e le mafie era già stato celebrato e consumato. Anzi, aveva già prodotto una numerosa figliolanza. E dunque conviene dedicare qualche articolo alla Napoli della belle èpoque, anche perché, nonostante tutto, fu l’ultima Napoli degna di essere ancora considerata una città europea: la Napoli di Scarfoglio, di Scarpetta, della Serao, di Nitti, di Gemito e di Migliaro, di Croce e di Di Giacomo.

P.S. Oggi, lunedì 24 gennaio, leggo su La Repubblica che Andrea Cozzolino ha vinto le primarie con un ultimo colpo di reni. Dice Libero Mancuso: Sono tornati i pacchi di pasta. Cozzolino spieghi perché si è alleato con la destra, cosa c’è dietro ? Dice il consigliere regionale Corrado Gabriele, che fu assessore di Bassolino governatore: Il centrodestra si è scelto il suo candidato. Mi meraviglio della meraviglia di Libero Mancuso, e della meraviglia di Corrado Gabriele. Sono due diverse meraviglie, che stuzzicano una riflessione.
(Foto: immagine del quadro di Thomas Jones, “Un muro a Napoli”)

LA DITTATURA ARGENTINA VISTA CON GLI OCCHI DEI BAMBINI

Hugo Paredero ha dato voce a 150 bambini per raccontare le vicende della dittatura argentina.

Presso la sede di Napoli dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea “Vera Lombardi”di Via Costantino, 25 a Fuorigrotta, il 20 gennaio scorso è stato presentato il libro, edito dalla Minimum Fax “I signori col berretto. La dittatura raccontata dai bambini” di Hugo Paredero.

L’autore, nato a Buenos Aires nel ‘48, scrittore, giornalista e critico, nonostante la complessa situazione politica nel suo Paese tra il ’76 e l’83, ha veicolato, attraverso il canale radiotelevisivo, programmi ad alto impulso culturale e divergenti dal pensiero imperante.
Ed originale è il punto di vista dal quale decide di partire nella narrazione storica della dittatura argentina: quello di 150 bambini tra i 5 e 12 anni da lui intervistati all’indomani della caduta della dittatura militare.

Tutto ha inizio per caso, la notte del 10 Dicembre 1983, mentre il nostro giornalista, al tavolo di un ristorante argentino, festeggia con i suoi connazionali il grande evento: accanto al suo tavolo due bambini con grande serietà, consumando un dolce osservano la folla dei passanti che con gioia manifestano in strada.
Ad un cero punto il giornalista è attratto con buon motivo dal loro dialogo:

«Perché all’improvviso tutti quanti sono diventati contenti?»
«Perché è arrivata la democrazia…»
«E allora se gli piaceva tanto perché non l’hanno fatta venire prima?»
«Perché pare che hanno dovuto discutere per un sacco di tempo con i signori col berretto».
«Ah sì, lo so, quelli cattivi!».

A sentire quelle poche, ma significative battute decide che il modo più veritiero, per raccontare quella tragica pagina di storia appena conclusa, fosse intervistare tanti bambini sull’argomento, impegnando oltre un anno in questa ricerca. Ci son voluti però un paio di decenni per trovare un editore disposto alla pubblicazione e finalmente, grazie alla fedele traduzione di Andreina Lombardi Bom, il testo potrà trovare diffusione in Italia per ricordare in modo commuovente, ma fedele agli avvenimenti accaduti, la brutalità della storia di quegli anni.

L’incontro coordinato dalla Dott.ssa Aurora Delmonaco, in una cornice di grande interesse, stimolato dai magistrali interventi del Prof. Francesco Soverina e dalla Dott.ssa Clelia Modesti, nonché dalla proiezione del documentario “Argentina 1976-1983. Lo sterminio di una generazione” di Francesco Iannello e Francesca Silvestre (RAI Educational- Medita), si è concluso con le interessanti riflessioni del pubblico presente in sala.
(Fonte foto: Rete Internet)

RISPOSTE AI LETTORI

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Riprende l”appuntamento con i lettori il prof. Giovanni Ariola, curatore della rubrica Lingua in laboratorio.

Giancarlo da Napoli scrive: “Ho letto qualche giorno fa su un giornale la parola «marchionnemente» per indicare, credo, un modo di pensare e soprattutto un modo di agire nel settore dell’organizzazione del lavoro simile a quello manifestato dall’AD (Amministratore Delegato) della FIAT. Non le sembra un neologismo decisamente aberrante?”.

Risposta – Si sa che l’avverbio formato con il suffisso –mente ha per lo più come base un aggettivo qualificativo, utilizzato peraltro nel genere femminile per un motivo che è stato ben illustrato dalla maggior parte delle grammatiche e che deve essere fatto risalire alla sua etimologia. Questo tipo di avverbio, infatti, ebbe origine nel Medioevo da espressioni latine composte con la parola mente, ablativo di mens, mentis (= mente, disposizione dell’animo) come ad esempio devota mente (=con disposizione dell’animo devota), serena mente (= con disposizione dell’animo serena). In seguito le due parti dell’espressione si congiunsero e formarono una sola parola che fu considerata ed usata come avverbio di modo e costituì modello di formazione avverbiale con gli altri aggettivi qualificativi sempre al femminile.

Con le stesse modalità si formarono e si formano, in casi specifici, avverbi in –mente anche con aggettivi derivanti da nomi propri di persone. Ad esempio, se si vuole ulteriormente specificare e nello stesso tempo delimitare il campo semantico di una parola, si usa chiamare in causa come termine di confronto, un personaggio famoso che ha utilizzato quella parola con una precisa accezione. Così si dice di un termine: manzonianamente inteso, ossia utilizzato nell’accezione che ad esso ha attribuita il Manzoni o anche, riferendosi ad un intero discorso, “secondo le teorie letterarie o linguistiche di Alessandro Manzoni; secondo lo stile o il modello letterario dell’opera del Manzoni”.

Da ciò si evince che, nel caso proposto dal sig. Giancarlo, per essere coerenti con la linea storica dell’avverbio in -mente, si dovrebbe dire «marchionnianamente» e non «marchionnemente».
Si fa notare che con il nome proprio Marchionne si è creato anche il nome derivato marchionnizzazione per intendere l’estensione del metodo Marchionne ad altre imprese industriali (per adesso, fortunatamente, solo paventata!). Potrebbe d’altra parte attecchire nelle menti fertili dei nostri imprenditori o aspiranti tali il marchionismo (il complesso di idee, teorie e comportamenti pratici di Marchionne). Ma…. Signore mai peggio! Già ci bastano e avanzano gli –ismi che hanno messo radici nella nostra povera Italia e di cui alcuni sono tuttora iperattivi.

Sempre a proposito della formazione di avverbi in –mente, ci sia consentito ricordare la creazione trasgressiva e provocatoria, a fine parodico, ad opera di Antonio Albanese, dell’avverbio qualunquemente, formato irregolarmente sulla base di un aggettivo indefinito, divenuto però nel frattempo il nome proprio del personaggio, inventato dal noto comico, Cetto La Qualunque. L’avverbio in questione è ora il titolo di un film satirico, decisamente esilarante, diretto da Giulio Manfredonia e interpretato dall’Albanese.

Flavia da Milano scrive: “Vorrei approfondire con lei alcune espressioni della parlata del Nord Italia, particolarmente del milanese, e analizzare con lei le differenze rispetto alla parlata dei meridionali. Per fare qualche esempio mi riferisco ad espressioni quali: “ci vediamo settimana prossima”, “ci vediamo pomeriggio” usate al Nord, e “ci vediamo la settimana prossima o nel pomeriggio oppure oggi pomeriggio”, usate al Sud; ancora “andare in posta” al Nord, e “alla posta” al Sud”, mentre si dice “la Valentina” “La Simona” “il Matteo” a Nord, e invece si usano i nomi senza articolo al Sud….”.

Risposta – Una caratteristica della nostra epoca è senza dubbio la dromomania, ossia per esprimerci in termini semplici, la fretta. Abbiamo fretta in tutto e quindi anche nel parlare. Lontana da me l’intenzione di evocare stereotipi come quello che sostiene che a Nord le persone sbrigano le loro faccende con maggiore rapidità e alacrità rispetto ai loro connazionali del sud che sono considerati portatori di un handicap atavico, la lentezza appunto, o l’altro secondo cui a Nord ci si muove con una fretta eccessiva e nel lavoro si dimostra una efficienza che sfocia spesso in un efficientismo alienante. Detto ciò, sono del parere che le espressioni “ci vediamo pomeriggio” e “ci vediamo settimana prossima” subiscano l’ellissi dell’articolo per questa esigenza, molto marcata negli abitanti del Nord, di non perdere tempo e, di conseguenza, di velocizzare il linguaggio con il sottintendere quanto si capisce, anche se non espresso.

Questo, s’intende, in situazioni non formali quali possono essere un dialogo tra amici o una chiacchierata in famiglia. Bisogna d’altronde ricordare che proprio in questi contesti si adotta un registro appunto non formale e si tende a ridurre il linguaggio all’essenziale. Spesso ad esempio si sentono due amici congedarsi con un “Notte!” per dire “Buona notte!” oppure con un “Bye!” per dire “Good bye!”(che a sua volta è locuzione sintetica dalla frase God be with you = Dio sia con voi!).

La stessa parola “Ciao!” è un modo rapido per salutarsi tra familiari e amici che sostituisce espressioni più ampie e non consone al contesto di intimità in cui si svolge il dialogo.
Da notare, in conclusione, che è insito nella dinamica funzionale della lingua, nei suoi registri delle relazioni quotidiane, il bisogno di eliminare il superfluo.
Si considerino come prova le stesse espressioni in questione nella loro forma grammaticalmente corretta: in “ci vediamo la settimana prossima” è stato eliminato la preposizione in che di solito esprime il complemento di tempo; in “ci vediamo oggi pomeriggio” è stato omessa la preposizione articolata nel.

A questa interpretazione sembra contraddire l’altro fenomeno segnalato dalla lettrice milanese, quello di aggiungere, a mo’ di protesi, l’articolo ai nomi propri. Qui prevale, secondo me, un’altra esigenza, quella di pronunziare le parole singolarmente o nelle loro combinazioni in modo, quanto più possibile, facile e comodo. Si sta parlando di una esigenza eufonica. Insomma i settentrionali, e non solo, ritengono che possa facilitare la pronunzia dire “la Simona” o “il Matteo” piuttosto che i semplici nomi nudi e crudi. Non si può escludere tuttavia che questo costume linguistico sia una ridondanza sorta casualmente e senza una motivazione precisa.

Andare in posta” o “Andare alla posta?
Si sa che il complemento di moto a luogo è retto nella maggior parte dei casi da una delle due preposizioni «in» o «a». I Romani avrebbero detto con la loro abituale precisione «in» quando si vuole indicare ingresso in un luogo, «a» (lat. ad) quando invece si vuole indicare l’avvicinamento ad un luogo. In italiano invece: vado in piazza, vado in città, ma vado alla posta (tutti i dizionari indicano questa come la forma corretta o almeno quella comunemente usata), vado al ristorante; vado a casa, ma rientro in casa, vado al mare, ma vado in montagna ecc.

Insomma una regola precisa non c’è. L’unica cosa che possiamo dire è che generalmente con «in» si vuole mettere in evidenza l’ingresso in un luogo e invece con «a» si mette l’accento sulla direzione del movimento. Il resto è demandato all’uso.
Due considerazioni conclusive. Andare in posta è più sbrigativo che andare alla posta e questo è in linea con quello che dicevamo sopra.

Inoltre e infine, lo sa la gentile lettrice che in posta significa anche… in fretta? In tale accezione l’espressione è registrata tra le locuzioni avverbiali dal Grande Dizionario della Lingua Italiana del Battaglia (“ – in posta, in poste: frettolosamente, in fretta; precipitosamente.” Da precisare tuttavia che la locuzione si usò fino all’Ottocento).
Allora, per chiudere sorridendo, si può anche, a Nord come a Sud, andare alla posta…in posta (disambiguando = andare alla posta in fretta).

LA RUBRICA “LINGUA IN LABORATORIO”

“COSÃŒ É NATO PASSIONE”. VACALEBRE RACCONTA IL FILM AL PIERROT DI PONTICELLI

Napoli e New York si incrociano con Passione. Mentre il cardinale Sepe a New York consegna il premio Dire Napoli a Turturro, Vacalebre a Ponticelli racconta il film al cineforum dell”Arcimovie.

Il Cineforum dell’arcimovie di Ponticelli riprende al Pierrot dopo la pausa natalizia con il film Passione di John Turturro. La manifestazione, ormai alla sua XXI edizione, è un evento importante per tutta la periferia orientale di Napoli, l’affetto del pubblico si misura con le presenze, la sala gremita e l’atmosfera famigliare. La serata presentata da Antonella Di Nocera ha avuto ospiti Federico Vacalebre, autore del film, e alcuni tra gli interpreti Pietra Montecorvino, M’Barka Ben Talbe, Daniela Fiorentino e Lorena Tamaggio. La presentazione del film è stata accompagnata da aneddoti e ricordi. Federico Vacalebre, autore del film, noto critico musicale per Il Mattino, annuncia la consegna a New York del premio Dire Napoli che quasi in contemporanea viene conferito dal Cardinale Sepe al regista Turturro, da subito proietta la sala in una dimensione suggestiva, superando un oceano e riallacciando una vicinanza tra le due città, incarnata dal regista italo americano.

Proprio il 20 gennaio alla Casa Italiana Zerilli-Marimò, sede del Dipartimento di Studi Italiani presso la New York University, il Cardinale di Napoli ha preso parte alla Tavola rotonda sul tema “La rappresentazione e la realtà di Napoli nel cinema americano e internazionale”, con la partecipazione del regista John Turturro, al quale è stato consegnato il Premio DireNapoli.
Per Vacalebre, che ha raccontato la nascita del film con voce che lasciava trasparire una forte emozione, Passione è innanzitutto una “scommessa vinta”, resa possibile dall’incontro con Turturro, spronato dallo slogan yes we can indossata dall’attore e regista italo americano, una scommessa non solo sulla canzone napoletana oggi, ma soprattutto una scommessa su Napoli, la scommessa di raccontare la città, di presentarla in modo diverso, di far vedere una “Napoli che esiste”, la volontà di far cantare un’armonia perduta, che dia la possibilità di superare la perdita dell’armonia.

L’intervento di Pietra Montecorvino, che nel film canta comme facette mammeta eta, dove sta zazà, nun te scurda’, racconta i giorni delle riprese, l’esperienza dell’incontro con una lingua diversa, l’impressione di essere improvvisamente catapultati tra Napoli e l’America, ma soprattutto sapere che nel film “Napoli è raccontata con molta forza e molta eleganza”. Toccante e intensa la presenza in sala di M’Barka Ben Talbe, artista italo tunisina, che racconta di sentirsi italiana per metà “stasera sono con voi perché sento Napoli nel mio cuore” ma subito si rivolge a tutti gli uomini politici “che non guardano ai propri popoli che arrivano alla fame, a combattere.” Il suo intervento è un invocazione di forza, l’invito a tenere salda la cultura della città, con la consapevolezza che un popolo è nella sua cultura.

Anche Daniela Fiorentino e Lorena Tamaggio raccontano la loro esperienza con Turturro, di scene girate, di “incidenti di percorso”, di un giorno di riprese con il generatore guasto, quando il panico prese tutti tranne lo stesso Turturro. L’iniziativa dell’Arcimovie ha ormai conquistato diversi artisti, una voce importante per una periferia difficile. I prossimi appuntamenti: giovedì 27 gennaio ore 21.00 con Antonio Capuano (L’amore buio), giovedì 3 febbraio ore 21.00 con Pupi Avati (Una sconfinata giovinezza), giovedì 10 febbraio, con Toni Servillo (Gorbaciof). Cinema Pierrot, via De Meis 58 Napoli.
 (Fonte Foto: ufficio stampa arcimovie di Ponticelli)

CHE FINE HANNO FATTO GLI INTELLETTUALI?

I tempi sono grigi e gli intellettuali, che dovrebbero dire cose coraggiose, preferiscono tacere. Anche le alte gerarchie della Chiesa, però, sono piuttosto afone. Di Michele Montella

La città degli intellettuali è una città deserta; per le strade e nelle case non si scorge anima viva; solo qualche piccolo brusio, di tanto in tanto, può ascoltare chi tiene desta la mente e allenato l’orecchio.
Secoli fa, millenni fa era tutta un’altra cosa: queste piazze semicircolari che chiamavano agorà, si riempivano ad ogni notizia che trapelava dai portoni del potere politico; le strade erano pulite per dare la possibilità ai cittadini di andare ad ascoltare e magari discutere, ipotizzare, scambiare opinioni. Intorno ai fori, seppur non sempre destinati alle scelte politiche, si costruivano portici per offrire ombra alle conversazioni e aumentare così il piacere di parlare.

Nella città di oggi gli intellettuali non parlano nemmeno più: chi glielo fa fare? C’è chi produce slogan e glieli passa o chi, per distrarre i cittadini, costruisce scandali pruriginosi, fa trapelare peccati da trivio o meglio ancora diffonde ad arte sconcezze di luridi vecchi, padroni della stampa e magari di uomini politici di primo piano.
Una volta, poniamo durante l’epoca dei Lumi, gli intellettuali sentivano il dovere di spiegare alle comunità civili, quali fossero i cambiamenti in atto e cercavano di leggere con lucida preveggenza i segni dei tempi.

Nella città degli intellettuali oggi anche il clima è cambiato; non piove mai; il paesaggio è un’immensa steppa di cemento, desolata e grigia, perciò il povero intellettuale non può più nemmeno scorgere i segni dei tempi, vecchio modo di dire evangelico che anche i preti ormai non usano più. Ecco, i preti: anche costoro sono stati in tempi passati fior di intellettuali, hanno orientato con forza e passione religiosa le masse di fedeli; forse qualche volta esageravano, ma avevano chiaro il sistema culturale di riferimento.

Oggi i sacerdoti, non tutti certo, soprattutto chi li deve guidare, tacciono la maggior parte delle volte; si contentano di tristi riti domenicali durante i quali scimmiottano a loro volta conduttori e giovanilisti vari. Mai una voce forte, che, arrampicandosi sui fatidici tetti, riesca a farsi sentire da tutti rischiando un sano ludibrio. Tutt’al più si limitano a dire che “è auspicabile …” un comportamento più coerente con le scelte di vita maturate. “È auspicabile” mi spiegate cosa vuol dire? È come se ad un peccatore incallito, che confessasse apertamente di essere pluridivorziato, di avere una relazione stabile e di andar per minorenni, il confessore dicesse “Vai in pace, figliolo, è auspicabile un miglioramento di vita”.

Gli intellettuali sono sempre stati la forza principale di un Paese che vuole svilupparsi, sono gli addetti alla logica, al ragionamento; sono quelli che hanno il coraggio di dire che le cose potrebbero andare meglio di come vanno, ma credo ormai che non convenga più dire nulla, tutto troppo faticoso e poi non si può sempre disturbare chi è intento a godersi un bel po’ di spazzatura televisiva che è sempre meglio di quella reale.

SCHIAFFO AL FIGLIO: ABUSO DEI MEZZI DI CORREZIONE

Mazza e panelli fanno i figli belli, si diceva una volta. Sarà, ma se lo schiaffone è forte e provoca danni è reato. Meglio non abusare.

Il rapporto disciplinare tra genitore e figlio deve essere inteso in senso molto ampio, tale da ricomprendere non solo i figli soggetti alla potestà genitoriale, ma anche i discepoli e qualsiasi persona affidata, per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza, custodia o per l’esercizio di una professione o un’arte.

Il caso
T. poneva in essere uno schiaffo ai danni della figlia TN.
Per tale motivo, il Gup presso il Tribunale di Ravenna, riteneva sussistere la responsabilità penale del genitore in relazione al delitto di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina (art. 571 c.p.).

La soluzione accolta dalla Suprema Corte penale, sez. V, sentenza 18.01.2010 n° 2100.
L’elemento materiale del reato, ex art. 571 c.p., consiste nell’abuso dei mezzi di correzione o di disciplina il quale presuppone il c.d. jus corrigendi da parte del soggetto che ha il potere disciplinare nei confronti dell’altro.

La dottrina ritiene che debbono essere considerati leciti solo quei mezzi di coercizione e di disciplina che, nell’assoluto rispetto dell’incolumità fisica e della personalità psichica e morale, siano necessari per il raggiungimento dello scopo che il rapporto disciplinare si propone. Tale linea di pensiero, ovviamente, bandisce dallo jus corrigendi il ricorso alla violenza fisica, come l’uso dei pugni, degli schiaffi, fino ad arrivare alle percosse con la cintura.

Il delitto in esame si consuma quando l’uso diventa abuso, sempre che da ciò derivi il pericolo, inteso come probabilità e non mera possibilità, di una malattia nel corpo o nella mente. Con il termine malattia, secondo quello che è l’orientamento dominante in dottrina, dobbiamo intendere un processo patologico (acuto o cronico, localizzato o diffuso) che determini un’apprezzabile menomazione funzionale dell’organismo.

Secondo l’opinione dei giudici di legittimità, dalla lettera della legge non risulta che il reato di abuso dei mezzi di correzione debba presentarsi come reato necessariamente abituale. È indubbio che la reiterazione del gesto punitivo possa essere una delle modalità di manifestazione dell’abuso del mezzo di correzione. L’abuso può essere commesso quando si esagera nell’impiego di un mezzo lecito, come potrebbe essere un gesto punitivo esercitato con forza fisica (uno schiaffo).

Di conseguenza, anche un singolo schiaffo, se vibrato con tale violenza da cagionare pericolo di malattia, può essere sufficiente a far avverare l’ipotesi criminosa prevista dall’art. 571, primo comma, del codice penale.

I CASI GIÀ TRATTATI

LA POTENZA DI UNA SCORZA DI PANE

Può un pezzo di pane appena cotto avere una forte energia evocativa? Sì che può! Perchè la crosta, con le sue rughe, le sue linee che si spezzano e si intrecciano, sono la trama degli impulsi del nostro cuore. Di Carmine CimminoIn una panetteria di Ottaviano, alle otto. Le ragazze sistemano nelle vetrine le pizzette, i pezzi di rosticceria, i cornetti, le ciambelle, appena usciti dal forno: nell’aria si scontrano gli odori dello zucchero, i densi sentori di olio degli arancini e dei quadrati di margherita, un profumo forte e breve di origano. Aspettiamo che esca il pane. La giovane signora che mi precede nella fila pare fatta di cristallo e di alluminio: è linda, levigata e compatta. Anche il suo moto di impazienza è liscio.

Non ha rivolto uno sguardo ai colori di ocra di arancione di vermiglio e di solidi bruni terrosi che la vetrina, piena di placche ricolme, incomincia a esibire, mentre il vapore si asciuga; il suo naso pare che sia rimasto insensibile agli odori che rapidamente si raffreddano. Ha concesso un’occhiata solo ai taralli. Arriva il pane, in un effluvio festoso. Lei chiede un pezzo di pane stropicciato, la mano inguantata della ragazza si allunga a prendere il pezzo che sta in cima alla catasta, ma la signora, sollevandosi sui tacchi, osserva veloce, e blocca con voce neutra la mano: no, quello no, quant’è brutto. Ha ragione. La crosta dello stropicciato è goffa, è grottesca di bitorzoli e di fessure, di buchi e fratture: le rughe ne arricciano i fianchi e ne intaccano anche la pancia.

Non sono un ammiratore di Erri De Luca. Riconosco però che in lui sopravvive una memoria del barocco napoletano, quello nobile: spesso gli suggerisce immagini vere e potenti, a cui la parola aderisce con naturalezza. Nel 2004 per Micromega De Luca ha scritto un breve racconto sul tema della pasta: un racconto malinconico, i cui protagonisti sono il Natale e la solitudine di un uomo che cuoce degli spaghetti e li condisce con una salsa cruda di aglio pomodoro sedano olio prezzemolo e rosso secco di peperoncino. La solitudine permette all’uomo, avviato negli anni, di confrontarsi con le voci dei suoi ricordi e con la presenza netta delle cose.

Alcuni sorsi di vino dilatano la sensibilità dell’occhio, che riscaldandosi incurva lo spazio quadrato della cucina. La contenuta disperazione dell’uomo ha una dimensione geometrica: la solitudine è fatta di linee rette, è una rete metallica, è un marmo liscio, è un fascio solido di duri spaghetti appena sfilati dal pacco; il ricordo degli affetti e il desiderio dell’affetto sono curvi, tondi, circolari. L’uomo segue con attenzione il movimento del ciuffo di spaghetti che si spargono a corona intorno al bordo della pentola. Questo moto, e la corona degli spaghetti e la forma curva della pentola intaccano la sostanza della solitudine, incominciano a smontarla.

La mano va a stropicciare gli occhi, e l’umore del peperoncino, attaccato alle dita, irrita le palpebre: colano due lacrime speziate. Egli mastica piano, le rughe si sgranchiscono,… tira su il bicchiere, lo vuota e adesso non ci bada che quel bicchiere è solo. Se lo riempie, tocca il pane mettendoci su il palmo, come si fa con la mano di una moglie. Mastica la sua pasta, respira con il naso, i piedi sotto il tavolo stanno incrociati e quieti.

Il pane toccato come se fosse la mano di una moglie è un’immagine potente, è il cuore del racconto. Quella crosta ha in sé l’energia delle cose, le sue rughe sono le rughe della vita, le linee che si spezzano e si aggrovigliano e sprofondano nei buchi, e poi ne escono e si impennano in spigoli taglienti, sono la trama dei moti e degli impulsi del nostro cuore, il garbuglio sempre fascinoso e quasi sempre inconcludente in cui talvolta andiamo a perderci. Per restarci. Per uscirne. Consumiamo troppa parte del nostro tempo davanti a schermi piatti e lisci, e ci convinciamo, a poco a poco, che anche la verità dei fatti delle cose delle persone è levigata e rasa.

Dovremmo incominciare a porre il palmo della mano sulla superficie delle cose, a confrontarci con la sua scabra rugosità. Il brutto ha una sua estetica, e una sua etica. Abbiamo bisogno più del brutto vero che del bello finto. L’uomo solitario di De Luca spinge la crosta di pane sul fondo di scodella, finisce il vino. Prende la chitarra e canta. Adesso sì la voce non si deve vergognare di uscire solitaria, rivolta a nessuno. Col fiato bruciato dall’aglio il canto si sparge per la stanza, smussa angoli, spigoli, arrotonda la fine di un giorno di un uomo.

Scrisse Marco Aurelio, l’imperatore filosofo: “Quando si cuoce il pane alcune parti si spaccano, e queste spaccature, che in un certo qual modo sono in contrasto con ciò che si ripromette l’arte del fornaio, hanno una loro grazia e stimolano l’appetito in un modo del tutto particolare. Così anche i fichi, quando sono ben maturi, si aprono. E alle olive lasciate troppo a lungo a maturare sull’albero il fatto che sono prossime a marcire conferisce una bellezza del tutto particolare.”.

Il quadro di Luis Melendez, che correda questo articolo, è un esercizio di stile, e nello stesso tempo, il documento febbrile -non so trovare altro aggettivo che esprima meglio la rapida tessitura delle grumose pennellate- di un’intuizione: che le cose spesso si chiudono a noi, così come la forma del pane si chiude nella sua compattezza; ma se siamo pazienti, se sappiamo interrogarle, esse all’improvviso si aprono, e dalle pieghe della loro ruvida scorza si leva la voce, e ci svela i misteri della intima mollica, e della polpa dolcissima e granulosa, e del vuoto della cesta: quel magico vuoto delle cose, che aspetta di essere riempito dai riflessi della nostra interiorità.

Nel fico che si apre e in quelli che trascolorano c’è il segno della caducità; nel pane che oppone alle fenditure il colore caldo e brillante della sua solidità c’è la forza di un simbolo che non ha paura del tempo, anzi lo irride e lo riduce a un ricamo di piccole rughe steso sulla crosta.
(Foto: Quadro di Luis Melendez: “Natura Morta”)

L’OFFICINA DEI SENSI

IL CONVEGNO DELLA CHIESA DI NOLA SULL’EMERGENZA AMBIENTALE

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Responsabilità e prospettive sono i temi che pone l”emergenza ambientale. Ma è giusto che si sappia che la salute non è merce di scambio e che il nostro territorio non può nè vuole morire. Di Don Aniello Tortora

Spetta ai credenti vedere, leggere, capire discernere i fatti del presente, per scrutare il futuro e orientare la nostra azione con spirito profetico. In seguito all’Incarnazione di Gesù Cristo noi cristiani sentiamo che la missione della Chiesa è costruire il Regno di Dio nella realtà della nostra storia, perché è qui che si svolge la lotta per la salvezza.
Al n. 25 del Documento “Chiesa italiana e Mezzogiorno, Sviluppo nella solidarietà” dell’Ottobre 1989, i vescovi italiani indicavano quale doveva essere la testimonianza coraggiosa e profetica della comunità dei credenti:

«La chiesa, oggi, specie quella operante nel Sud, di fronte alle situazioni di disagio e di attesa deve esprimersi come ‘segno di contraddizione’, in ogni suo membro, in tutte e singole le sue comunità, in ogni sua scelta, rispetto alla cultura secolarista e utilitaristica e di fronte a quelle dinamiche socio-politiche che sono devianti nei confronti dell’autentico bene comune. La chiesa deve essere profeticamente libera, come si sta sforzando di essere, da ogni influsso, condizionamento e ricerca di potere malinteso; deve educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come sevizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà».

Io credo che tocchi a tutti e a ciascuno di noi fare un serio esame di coscienza. Siamo tutti coinvolti in questa storia di emergenza ambientale e, anche se con ruoli, modalità e gradualità diverse, ne siamo tutti responsabili.
Lo siamo noi cittadini che con i nostri troppi consumi produciamo i rifiuti e molto lentamente ci stiamo educando alla raccolta differenziata. Abbiamo anche delegato troppo alla politica. Poco abbiamo esercitato la cittadinanza attiva. La stessa accettazione dello status quo e la mancanza di un certo spirito critico hanno prodotto questa situazione, in alcuni casi, di fatalismo e di rassegnazione, vero cancro, insieme alla criminalità, della società meridionale.

Anche la chiesa diocesana, pur sempre attenta e partecipe con la sua presenza e le sue denunce, non sempre è stata coinvolta in tutte le sue componenti. Martedi scorso, nel racconto della sua Visita Pastorale il nostro Vescovo ha denunciato una delle patologie della nostra chiesa: la scarsa attenzione delle parrocchie, salvo alcune eccezioni, al sociale. La parrocchia – ha detto – deve diventare soggetto sociale del proprio territorio.
Ma se dopo 16 anni, siamo ancora qui a parlare di emergenza, particolarmente l’intera classe politica ha le sue grandi e gravi responsabilità. Proprio l’altro ieri si evidenziava sui giornali, in un Dossier della Corte dei conti, il dramma e gli sprechi della questione rifiuti in Campania, con debiti per 2 miliardi, e si diceva nella relazione della Corte dei conti che il flop della differenziata non è un caso.

Non si è riusciti a risolvere il problema del ciclo integrato dei rifiuti. Sembra quasi che l’emergenza sia voluta e che serva a qualcuno, certamente a gente di malaffare. È terreno continuo di coltura per le ECOMAFIE.
Quello che è accaduto sul nostro territorio in questi anni è sotto gli occhi di tutti. Zone con discariche abusive (il famoso triangolo della morte Acerra-Marigliano-Nola), ad alto tasso diossina, per sversamenti di rifiuti tossici, con la complicità di industrie del Nord e della criminalità organizzata, che, invece di essere bonificate, vengono scelte per localizzare l’inceneritore. La salute dei cittadini messa, poi, costantemente in pericolo: studi scientifici hanno dimostrato la costante crescita delle patologie tumorali e delle vie respiratorie.

Altra follia pura è stata la scelta scellerata di aprire discariche nel Parco Nazionale del Vesuvio. La giustissima lotta e reazione della gente sana e onesta di Terzigno e Boscoreale ha evitato ulteriori scempi. È storia recentissima, di questi giorni, il tentativo di ritornare nel nolano per cercare altre discariche e per continuare per chissà quanti anni ancora con l’emergenza.

Nell’udienza del 3 novembre 2010 Papa Benedetto, presentando come modello S. Margherita, certosina medievale, ha detto che “la santa «nella sua anima ha lasciato entrare la parola, la vita di Cristo nel proprio essere e così è stata trasformata; la coscienza è stata illuminata, ha trovato criteri, luce ed è stata pulita.
Proprio di questo abbiamo bisogno anche noi: lasciare entrare le parole, la vita, la luce di Cristo nella nostra coscienza perché sia illuminata, capisca ciò che è vero e buono e ciò che è male; che sia illuminata e pulita la nostra coscienza. La spazzatura non c’è solo in diverse strade del mondo. C’è spazzatura anche nelle nostre coscienze e nelle nostre anime
».

A me pare proprio che Papa Benedetto in poche parole abbia sintetizzato i nostri 16 anni di emergenza ambientale.
Questo nostro territorio, violentato con scelte folli piovute dall’alto, ha davvero bisogno di una politica che ascolti il territorio, i bisogni reali della gente e persegui sempre e comunque, senza compromessi il BENE COMUNE.
E un’autorità politica che non si preoccupa del BENE COMUNE è di per sé illegittima. Questo concetto lo ha ben messo in risalto Papa Benedetto, il quale, nell’Enciclica Deus Caritas est, ha detto, citando S. Agostino, che “Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe a una grande banda di ladri”.

Ancora una volta la chiesa vuole dare voce alla gente (vox populi, vox Dei) e lanciare un altro appello a tutti gli Amministratori, soprattutto locali: No ad altre discariche, senza se e senza ma, sul nostro territorio! La nostra è gente virtuosa. Sta finalmente imparando a differenziare i rifiuti. In tanti comuni siamo ormai al 50-60% di raccolta differenziata. È questa la strada maestra, insieme alla realizzazione di un efficiente ciclo integrato,per lo smaltimento dei rifiuti, per risolvere definitivamente il problema. Il nolano, come altre zone della Diocesi, ha già dato! Ancora una volta, cittadini, amministratori e chiesa, vogliamo unirci per difendere questa bellissima terra donataci da Dio e che non vogliamo svendere per nessuna compensazione ambientale.

La nostra salute non è in vendita e non è merce di scambio! Come cittadini abbiamo solo voglia di tornare finalmente alla NORMALITÀ e alla Campania Felix di una volta. Il nostro territorio non può morire: ha bisogno di sviluppo vero, di lavoro dignitoso soprattutto per i giovani.

Giovanni Paolo II , nell’indimenticabile Visita alla Chiesa di Nola del 1992 così disse: “ LA SPERANZA!… Costruire la SPERANZA!… Più grave del pur grave degrado economico e sociale è la rassegnazione. Bisogna reagire con coraggio!
Insieme, vogliamo continuare ad essere sentinelle del creato, protagonisti del nostro sviluppo, osare la speranza e consegnare una terra più pulita e vivibile alle nuove generazioni. Ne hanno diritto.
(Fonte foto: Rete Internet)