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LO SFASCIUME URBANO HA CREATO PAESAGGI DI PAURA

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Ci si affanna a parlare di turismo come unica possibilità di rilancio e sviluppo del territorio. Ma l”appeal si crea puntando sulla bellezza delle città e delle sue case, se non c”è questo te le scordi le folle di turisti. Di Amato Lamberti

Paesaggi di paura. È il titolo di un libro dedicato alla paura nel Medioevo che mi viene sempre in mente quando di notte mi trovo a percorrere quell’immensa periferia che da dentro Napoli si stende fino a Nola, a Giugliano, a Torre Annunziata. Più che stendersi, in realtà si accatasta in modi e forme che hanno dell’incredibile in quanto si stenta a capire quale logica abbia presieduto a scelte urbanistiche che sembrano pensate per creare difficoltà alla vita di una persona normale e, soprattutto, di una bruttezza che da sola genera paura e insicurezza.

Molti hanno parlato di sfasciume urbano ma l’espressione non rende appieno una situazione nella quale è impossibile rintracciare un ordine anche solo di natura funzionale. A meno di non voler considerare alcune strade, quelle di collegamento tra paesi che sono solo spezzoni di un’unica periferia nella quale neppure gli abitanti sanno sempre bene orientarsi, come punto di riferimento ordinativo delle attività commerciali e artigianali. Una specie di front office dove tutto è lecito pur di farsi vedere e di attrarre l’attenzione anche più distratta, dalle megavetrine che invadono i marciapiedi, alle insegne luminose spropositate e multicolori, alle merci esposte fin sui marciapiedi sia che si tratti di generi alimentari, di oggetti d’arredamento, di capi di abbigliamento, ma anche di biciclette, vasi da balcone per fiori e piante, cesti e canestri di ogni dimensione.

Un’orgia, per così dire presepiale, di ostensione quasi liturgica di ogni sorta di merci e di attività lavorativa. Ma quando la sera si spengono le luci dei negozi, chiudono i battenti le attività produttive e di servizio, la gente per la strada si dirada, alla fioca luce dell’illuminazione stradale, il paesaggio cambia. Le strutture di esposizione, vuote ma lasciate a presidiare gli spazi, assumono l’aspetto di relitti di qualche naufragio abbandonati sul bagnasciuga dei marciapiedi, che servono solo a intralciare il cammino dei rari passanti e a rendere più difficoltoso il parcheggio selvaggio.

Ma la vera apoteosi del coacervo e dell’accatastamento lo si trova alle spalle delle strade principali, in quella specie di back office labirintico, dove il silenzio è rotto solo dalla voce dei televisori che per tutta la notte illuminano di una luce livida i vani delle finestre. In molti di questi paesi consegnati ad un degrado che non riguarda solo i centri storici, generalmente la parte più interessante di questi paesi, anche se oggi quasi sempre ridotti ad enclave multietniche con tutte le conseguenze di superfetazioni e di usi impropri degli edifici e degli spazi, trovi sempre qualcuno che parla di turismo come unica possibilità di rilancio e di sviluppo dell’economia del territorio.

Le argomentazioni sono sempre le stesse: la bellezza del paesaggio, l’eredità storica, la ricchezza monumentale, i prodotti della terra vulcanica che dà un sapore particolare ad ogni prodotto, dal pomodoro, all’uva e quindi al vino, al basilico, agli ortaggi e ai legumi, la varietà e la qualità dell’enogastronomia, lo spirito di accoglienza della gente, la disponibilità di case da adibire a bad&breakfast, la vicinanza con il capoluogo, con il porto e l’aeroporto, la vicinanza ai grandi siti archeologici. Questi incontri, questi dibattiti mi mettevano sempre a mal partito perché mi rendevo conto della convinzione diffusa che veramente quella potesse essere la strada per promuovere lo sviluppo del territorio, e dell’aspettativa che ormai tutti nutrivano nel turismo per dare un futuro ai propri figli, per frenare la fuga dei migliori cervelli verso lidi più accoglienti.

Avrei voluto dire che se volevano folle di turisti in quel paese, certo ricco di storia e di tradizioni popolari, di vini pregiati, di tradizioni culinarie, ma che praticamente si presentava come un ammasso di case e di palazzi tirati su alla bell’e meglio, senza un’identità, senza un’anima, brutto, scrostato, con poco e striminzito verde, o dovevano sperare in una apparizione permanente della Madonna, come a Medjugorje, o si dovevano attrezzare per far piangere, almeno una volta alla settimana, lacrime di sangue alla statua del santo patrono. Ma non si poteva.

Per cui anch’io dovevo parlare di marketing territoriale, di promozione dell’immagine del paese, di rivalutazione delle sue tradizioni folk loriche ed etnogastronomiche, naturalmente, mi permettevo di aggiungere, tutto in un contesto di forte riqualificazione urbanistica, di recupero e valorizzazione del centro storico, di promozione di iniziative spettacolari ed artistiche capaci di attirare flussi turistici non solo dalle città vicine ma anche dal capoluogo. In pratica, cercavo di far capire soprattutto agli amministratori che per costruirsi un appeal turistico bisognava puntare sulla bellezza della città, delle sue case, delle sue piazze, dei suoi monumenti, prima che sulla storia e sulle tradizioni.

Queste ultime se ce l’hai non te le tocca nessuno, ma le case se sono brutte, accatastate, impresentabili si debbono riqualificare e valorizzare prima di poter mettere la città sul mercato turistico.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

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