L’OCCUPAZIONE ABUSIVA DI IMMOBILI: UN REATO-BEFFA?

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La mancanza di alloggi di edilizia popolare in Campania, “istiga” chi è preda del bisogno ad occupare abusivamente gli immobili. Le gravi colpe della politica. Di Simona Carandente

Quotidianamente, l’operatore del diritto si trova a doversi misurare con una quantità di fatti, e conseguentemente di reati, variegata e dalle logiche complesse, spesso incomprensibili non solo per l’uomo comune, ma anche e soprattutto per chi interagisca ordinariamente con la legge.
In particolare, sfugge la logica per cui taluni reati debbano essere puniti con pene gravissime, a fronte di altri puniti in maniera più tenue, anche se più gravi; sfugge la logica per cui siano sempre i più deboli a pagare il prezzo più salato; sfugge il perché di determinati meccanismi, di carattere burocratico-amministrativo, frutto di una politica legislativa non sempre attenta ai problemi delle masse.

Punendo l’occupazione abusiva di immobili (art.633 c.p.- art. 639 bis c.p.), l’ordinamento positivo mira a reprimere tutti quei comportamenti finalizzati ad invadere uno spazio altrui, oppure a trarne profitto, senza il consenso del titolare del bene. Nel territorio campano il reato, specie in tempi recenti, è tristemente diffuso, a causa dell’invalsa prassi di occupare sine titulo alloggi di edilizia popolare, spesso siti in zone gravemente degradate e privi anche dei più elementari servizi igienici.
Chi compie un reato del genere, difatti, lo fa per assoluta necessità, per mancanza di alternative: credo che chiunque, avendone la possibilità, preferirebbe vivere in un contesto "normale" e non in un monovano fatiscente, magari tra le vele di Scampia, peraltro con il rischio di una denuncia penale e di tutto quanto ne deriva.

Per gli occupanti abusivi di questi alloggi, veri e propri "mostri" dell’edilizia popolare campana, oltre al danno si aggiunge anche la beffa: una volta partita la denuncia, ed accertata la sussistenza del reato, l’occupante viene sottoposto ad un processo penale, dal quale difficilmente potrà essere assolto; nel contempo, è tenuto a regolarizzare la questione dal punto di vista amministrativo, con l’ente proprietario dell’alloggio occupato.

Le incombenze richieste all’occupante non sono poche: pagare una tantum una sanzione amministrativa; versare mensilmente un’indennità di occupazione e le relative spese di utenza; sperare che questo possa costituire titolo per una sanatoria, mentre nel frattempo il procedimento penale continua, imperterrito, a seguire il proprio corso.

Per arginare, se non "addirittura" risolvere il problema, connesso all’atavica mancanza di alloggi di edilizia popolare in Campania, occorrerebbe una capillare e drastica politica sul territorio, con maggiori e pregnanti controlli, anche sulle graduatorie degli aventi diritto, utilizzando tuttavia logiche che favoriscano le persone più indigenti, in particolare quelle con gravi problemi di salute, che rendono purtroppo la commissione del reato quasi un atto di necessità. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DELL’AVV. CARANDENTE

LE “INCIVILTÁ” AFFOSSANO LE CITTÁ. IL BRUTTO ESEMPIO DI NAPOLI

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Il “diritto alla città” è reale quando chi governa investe su immateriali, cultura e comunicazione, e interviene sulle strutture urbanistiche. Ma una città si rigenera anche se cura la sicurezza e le inciviltà. Di Amato Lamberti

Dopo un lungo periodo di crisi, che aveva fatto parlare di una loro certa morte prossima ventura, le città europee sono tornate a splendere tanto nella pratica quanto nell’immaginario collettivo. Si pensi a Barcellona, Valencia, Lisbona, Bilbao, Dublino, ma anche a Berlino, Dresda, S.Pietroburgo, sempre più frequentemente mete di un turismo colto che vuole vivere le infinite possibilità, culturali, ludiche, spettacolari che una città può offrire.

Riscoperte come esperienza insostituibile, le città europee, hanno ritrovato la voglia di piacere ai propri cittadini, così come ai turisti e ai visitatori. Il desiderio di vivere la città, ha, da un lato, stimolato interventi tanto sulle forme fisiche che su quelle immateriali, come gli eventi o le modalità di uso, e, dall’altro, si è diffuso in tutti gli strati della popolazione rendendo per la prima volta reale quel “diritto alla città” di cui si cominciò a parlare agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso.

Anche Napoli e la Campania sono state interessate dal movimento di riscoperta e valorizzazione delle città. Salerno è sicuramente la città della Campania che ha più investito sulla trasformazione e sulla rigenerazione tanto delle strutture urbanistiche quanto delle forme immateriali, con risultati importanti sia sul piano della vivibilità per i cittadini e sia sul piano dell’attrattività per turisti e visitatori. Il successo straordinario delle “luminarie natalizie”, che hanno portato in città più di un milione di visitatori in due mesi con un incremento esponenziale delle attività di ricezione e ristorazione, dimostra l’importanza dell’immateriale, della cultura e della comunicazione, nello sviluppo dell’economia della città.

Gli altri capoluoghi di provincia della Campania hanno perseguito questa strada di riqualificazione e valorizzazione in modo più timido ed incerto, cogliendo solo le opportunità di accesso a specifici fondi europei, quali i programmi di riqualificazione urbana.
Lo stesso atteggiamento, di gioco al ribasso rispetto alle opportunità, è stato tenuto dalle città della provincia di Napoli e, in particolare, dalla città di Napoli. Risposta paradossale, per quanto riguarda Napoli, perché si tratta di una città che nell’immaginario collettivo europeo e mondiale occupa un posto importante, in ragione di sedimentazioni storiche ma soprattutto culturali. Nel 1993, grazie al G7, sembrò che Napoli potesse ritornare ad essere una città attrattiva per il turismo nazionale e internazionale.

La risistemazione urbanistica del centro della città, Piazza Plebiscito liberata dalle automobili e restituita agli antichi splendori, il Centro antico valorizzato nella sua struttura e nei suoi monumenti, con il “maggio dei monumenti”, le grandi mostre a Capodimonte, gli eventi spettacolari a Piazza Plebiscito, portarono, dopo anni di abbandono, un flusso notevole e continuo di turisti nella città e risvegliarono anche l’attenzione degli organi di informazione nazionali e internazionali.
Ma si trattò di una fiammata che si spense sull’incapacità di comprendere che la rigenerazione di una città e della sua immagine si gioca anche sui problemi della sicurezza e delle inciviltà.

Non si comprese che la criminalità diffusa viene vissuta, da cittadini e turisti, come un ostacolo alla serena vivibilità della città di cui viene richiesta la piena fruibilità senza vincoli spaziali, temporali e di genere. Più in generale, la richiesta di ordine urbano e di controllo della quotidianità, premesse indispensabili per la vivibilità della città, può essere, e spesso lo è, formulata come domanda di sicurezza. La crescente domanda di sicurezza esprime, però, anche la nuova voglia di vivere la città senza vincoli e paure. La stessa scarsa tolleranza nei confronti di molti reati, tra i quali quelli cosiddetti minori ma a forte capacità ansiogena, non è necessariamente da considerare l’indicatore della diffusione di un atteggiamento autoritario.

Essa, invece, esprime spesso una più intensa richiesta di uso e di godimento della città. In questa logica va considerata la questione delle “inciviltà”. Le inciviltà non sono reati veri e propri ma comportamenti e situazioni al limite della legalità che trasmettono al cittadino, di per sé già preoccupato dalla criminalità diffusa, messaggi allarmanti sulla capacità di controllo delle istituzioni, creando o facendo aumentare la paura e attivando comportamenti auto protettivi. La preoccupazione per il crimine, alimentata dall’inquietudine per il disordine complessivo, può facilmente tramutarsi in paura della città, con conseguenti comportamenti di riduzione delle occasioni di vita e di incontro.

Il “rinascimento” di Napoli si è infranto sugli scogli della criminalità e del disordine urbano. La crisi dei rifiuti, con tutti i comportamenti incivili che l’hanno accompagnata, è così diventata il simbolo del fallimento di ogni tentativo malgestito di risollevare la città e la sua immagine, giocando solo su elementi immateriali, senza affrontare i nodi strutturali che ne condizionano la vivibilità e lo sviluppo.
(Foto: rifiuti fuori al Museo “Madre”. Fonte: Kataweb)

CITTÀ AL SETACCIO

PER CAPIRE IL PRESENTE OCCORRE FARE UN ATTIMO QUALCHE PASSO INDIETRO:

È vera la massima secondo la quale “non si può capire il presente se non si conosce il passato”. E per capire alcune vicende politiche e sociali attuali bisogna partire dalle battaglie di Adrianopoli e di Carre. Di Carmine Cimmino

Ho scordato / gli uomini che fui; seguo il sentiero odiato /
di pareti monotone,/
che è il mio destino.

(J.L.Borges )

Marco Licinio Crasso, quando nel 60 a.C. costituisce il primo triumvirato con Cesare e con Pompeo, è uno degli uomini più potenti di Roma, e certamente è il più ricco. Si è arricchito comprando a poco prezzo i beni dei proscritti di Silla; poi è diventato banchiere, e cioè usuraio, e capo della consorteria dei ricchi. Ha finanziato la carriera di Cesare, ha corrotto giudici e uomini delle istituzioni, ha comprato voti. Insomma, le solite cose.

Nel 71 a.C. aveva sconfitto Spartaco, ma un cospicuo gruppo di schiavi ribelli era riuscito a sfuggirgli, per poi incappare nelle legioni di Pompeo che tornava dalla Spagna. E Pompeo si era preso anche il merito del trionfo sul gladiatore. A Crasso era rimasto solo l’ultimo sguardo di odio dei ribelli crocefissi lungo la via Appia. Il figlio di Crasso, Publio, ama la cultura ed è amico di Cicerone. Cesare lo porta con sé in Gallia, gli affida il comando di azioni importanti, non nasconde l’ammirazione e l’affetto che prova per lui. Intanto il triumviro Crasso incomincia a sentire il morso della gelosia: le ricchezze non danno la felicità. Soprattutto quando i colleghi sono Pompeo, che ha conquistato l’ Asia, e Cesare, che sta conquistando la Gallia, e ha sconfitto i Germani, e ha portato le bandiere di Roma in Britannia.

Anche Crasso vuole la gloria delle armi. Secondo i maligni, è Cesare che gli consiglia di cercare questa gloria combattendo contro i Parti, i terribili discendenti dei nomadi Daai, il cui impero va dalla Mesopotamia ai confini della Cina, e che controllano i traffici tra il Mediterraneo e l’Oriente: il ferro, la seta, le pietre preziose, le spezie, i cavalli, e gli arboscelli di albicocco. Si dice a Roma che Crasso accetti con entusiasmo il consiglio, pensando ai tesori ammassati nelle città dell’ Asia. Ma è un sospetto ingeneroso. Egli vuole solo la gloria. Non lo fermano nemmeno i cattivi presagi.

A Brindisi, mentre le sue truppe si imbarcano, un fruttaiolo lancia la voce cauneas, vendo fichi di Cauno, città della Caria: sono i fichi migliori. Cauneas suona però come cave ne eas, non andare. Crasso non sente. Parte: ha con sé il figlio Publio, che è arrivato dalla Gallia con uno squadrone di cavalieri. Nessuno saprà mai cosa Cesare abbia detto al giovane, e se ha tentato di trattenerlo. La storiografia ignora le cose più interessanti; è una disciplina superficiale, smunta e emaciata. Altro che magra. Dopo molte vicende, che qui non ci interessano, l’esercito romano supera l’ Eufrate settentrionale e arriva a Carre (Harran), là dove inizia la Mesopotamia.

I Romani scoprono che i Parti li stanno aspettando: lo scoprono grazie all’improvviso smisurato fulgore che si sprigiona dagli scudi tolti dai foderi; e lo scoprono dal fragore terribile, “misto di selvaggi ruggiti e di rombi di tuono”, che i nemici producono battendo senza sosta migliaia di tamburi cavi con martelli di bronzo. È il 9 giugno del 53 a. C. I novemila arcieri Parti usano l’arco dei nomadi d’Asia, il così detto arco turco, la cui gittata è quasi doppia rispetto all’arco usato dagli ausiliari di Roma. L’esperimento voluto da Napoleone Bonaparte dimostrò che una freccia scagliata da tale arco anche a 300 metri conserva intatta la forza di penetrazione.

I legionari vengono bersagliati da nugoli interminabili di frecce che con le punte a uncino squarciano scudi e corazze e passano le membra da parte a parte: molti di essi non possono muoversi, letteralmente, perché hanno i piedi inchiodati a terra. I Romani non sanno cosa fare: se contrattaccano, i Parti con la tattica propria dei nomadi si allontanano pur continuando a rovesciare sugli inseguitori piogge di dardi. La scorta di frecce, portata da centinaia di dromedari, è inesauribile. Lo star fermi e ammassati fa dei legionari un bersaglio ancora più facile. Il dramma di Carre è proprio in questa impotenza tragica: essere uccisi tutti, uno ad uno, e non poter fuggire, e non poter saltare addosso al nemico. Morire come agnelli, e non da guerrieri.

Il giovane Publio tenta una carica con i suoi cavalieri, ma viene trafitto a morte. Gli tagliano la testa, la infilano su una picca, vanno a mostrarla al padre, e lo scherniscono gridandogli: chi sono i genitori di questo infelice? è possibile che un giovane così valoroso abbia un padre così vile? Il tramonto del sole ferma la strage. Due giorni dopo Crasso, costretto dai soldati superstiti, accetta di incontrare il condottiero dei nemici sulla riva dell’ Eufrate, per firmare un trattato. È una trappola e il triumviro lo sa. Viene ucciso. I Parti mandano la sua testa in Armenia, ad Artaxata, dove si trova il loro re, Orode II, ospite del re d’ Armenia. I due re stanno a banchetto: nella sala attori greci rappresentano una tragedia di Euripide, le Baccanti.

La testa di Crasso viene mostrata a Orode proprio mentre l’attore Giasone di Fere sta recitando la scena in cui Agave, resa folle da Dioniso, crede di stringere tra le mani la testa di un leone e invece stringe il capo reciso di suo figlio Penteo, re di Tebe, ostile ai riti dionisiaci, e perciò punito dal dio. Giasone afferra la testa mozza di Crasso e completa il monologo: mio figlio Penteo, dov’è?…Inchiodi ai cornicioni della casa questa testa di leone che ho cacciato. Non è film. È storia. Forse è storia, forse è leggenda, la notizia che 6000 legionari prigionieri vennero deportati dai Parti nelle terre estreme del loro impero, ai confini con la Cina; che combatterono contro i Cinesi; che un gruppo di essi venne catturato, e relegato nella città cinese di Lijian, dove i discendenti per secoli conservarono memorie e costumi dei loro avi. Vale la pena di ricordare che il nerbo delle legioni di Crasso era costituito da soldati reclutati in Campania, in Puglia e in Calabria.

Il 9 agosto 378 d.C. circa 60000 legionari, guidati dall’imperatore Valente, vennero travolti a Adrianopoli da fitte schiere di Goti e di Alani, guidati da Fritigerno. Il disastro fu di tali proporzioni che i Romani superstiti non riuscirono a recuperare il corpo dell’imperatore ucciso. A quei Goti era stato permesso dai funzionari imperiali di attraversare il Danubio, e di stanziarsi nelle terre dell’Impero, ed erano stati promessi campi da coltivare e rifornimenti di cibo. Il cibo che i generali Lupicino e Massimo avevano fornito a quelle orde di affamati era la carne di cane, dice Ammiano Marcellino. I due, “raccolti quanti cani poté la loro insaziabilità, li diedero in cambio di altrettanti schiavi, tra i quali c’erano anche i figli dei capi”. La battaglia di Adrianopoli fu una lunghissima furibonda mischia.

Per l’ironia tragica che spesso il destino si diverte ad esercitare, i Romani furono sopraffatti dalla fame: da quella del nemico, e anche dalla propria: non avevano avuto il tempo di rifocillarsi, prima della battaglia. Su quei campi, dove a lungo restarono mucchi biancheggianti di ossa spolpate dagli uccelli, incominciò l’ultimo atto della storia dell’Impero Romano d’Occidente.
(Foto: Quadro di J.L. Geròme, “Pollice verso”)

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GLI ADOLESCENTI LEGGONO POCO E SCRIVONO ANCORA MENO

Incontro tra gli alunni del “Mercalli” di Napoli con docenti che operano nel carcere femminile di Pozzuoli. L”esperienza di un”ex detenuta che ha partecipato all”officina di scrittura permanente attiva nella scuola del carcere…

La lettura costituisce, oggi, nella vita dell’adolescente troppo spesso un obbligo al quale assolvere nel più breve tempo possibile per poter tornare ad immergersi nell’affascinante mondo on line.
Inoltre, nelle chiacchierate con i ragazzi “a proposito di lettura….” riscontro sempre più frequentemente, devo ammettere con grande meraviglia e rammarico, che nel patrimonio dei ricordi della loro infanzia spesso manca l’immagine del genitore, mamma o papà che sia, che abbia letto, inventato o reinventato la favola prima che si addormentassero.

Come se ciò non bastasse anche la nonna, un tempo particolarmente dedita alla funzione di raccontare storie e fiabe, tanto da essere rappresentata spesso sulla classica sedia a dondolo o con il libro tra le mani, oggi si identifica con una donna sempre più impegnata o nel mondo del lavoro oppure del sociale, dal volontariato al cineforum, al teatro al burraco e sempre meno disponibile a trascorrere lunghi pomeriggi in casa con il nipotino.

Gioca infatti, a mio parere, un ruolo fondamentale l’ambiente nel quale vive il nostro giovane potenziale lettore: un contesto stimolante, una casa e una famiglia in cui circolino libri e giornali in grande quantità, in cui ci sia l’abitudine a frequentare insieme ai ragazzi librerie che diventano sempre più luoghi di incontro e confronto, la possibilità di ascoltare esempi di lettori esperti, incide certamente in maniera positiva, suscitando interesse e sana motivazione alla lettura.
Il buon lettore, infatti, è in grado di prendere coscienza di tale risorsa e imparare ad usarla come stimolo alla scrittura, abilità anch’essa sempre più relegata ad obbligo e non a strumento capace di percorrere infinite vie per raggiungere i più arditi obiettivi.

I ragazzi della II B e della II G, del Liceo Mercalli di Napoli, che nel corso di quest’anno scolastico hanno sperimentato laboratori di lettura e di scrittura creativa “raccontando e raccontandosi”, sotto la guida dei loro docenti, hanno incontrato un gruppo di insegnanti del corso EDA-SMS G.Diano di Pozzuoli, operante nella Casa Circondariale Femminile, che hanno presentato l’esperienza dell’ Officina di Scrittura Permanente “La Sacca Iriconda” che dal 1997 è attiva nel corso di Scuola Media presso l’Istituto carcerario.

L’evento è stato caratterizzato dalla presenza in aula di una donna ex detenuta, la Signora Antonella Della Magna, che ha raccontato come l’esperienza di crescita culturale prodotta durante i suoi sei anni di detenzione le abbiano dato la possibilità di ridefinire se stessa come persona “libera”, colmando vuoti, acquisendo e riorganizzando saperi, nutrita di un’energia che nemmeno sapeva di possedere. La proiezione di un cortometraggio girato in carcere, infine, ha permesso ai ragazzi di entrare, per una manciata di minuti, nella realtà carceraria attraverso le immagini delle molteplici attività che la scuola ha realizzato e realizza.

Al termine, le docenti, Angela Cicala, Fausta Minale, Fausta Apa, Maria D’Emilio, Marialuisa Martorelli, dopo aver letto ai giovani adolescenti, silenziosi e partecipi, le poesie prodotte nell’ambito del loro laboratorio dalle donne detenute, sono state a disposizione dei ragazzi, per rispondere a domande e soddisfare curiosità.

Per ragazzi adolescenti e giovani studenti, alle prese con un lavoro di costruzione del sé, in perenne conflitto fra un disarmonico sentire e la ricerca affannosa della direzione giusta verso cui volgere lo sguardo, in un contesto storico e politico, come questo contemporaneo, di ripiegamento ed esasperato individualismo, conoscere un’esperienza di scoperta della scrittura come itinerario di trasformazione interiore così straordinariamente coinvolgente, è stata un’occasione in più di crescita, una spinta in più a sperimentare linguaggi espressivi alternativi, un pretesto per leggere una pagina della storia del nostro territorio sconosciuta e dimenticata.
Un contributo, uno scambio un incontro: protagoniste le parole e la poesia.
(Fonte foto: Rete Internet)

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

ARTE: NAPOLI OSPITA I MOTION CANVAS

Inaugurato il 14 gennaio Lithium 1, ciclo espositivo che vedrà coinvolti in 6 mesi 12 artisti chiamati ad esporre “quadri in movimento”. Le prime opere sono dell’artista siciliana Mariagrazia Pontorno.

Per parlare di arte visiva non si può prescindere dalla questione che fu oggetto della riflessione già per Walter Benjamin e racchiusa nel celebre titolo: L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Il rapporto tra arte e tecnica è diventato ormai esperienza per tutti noi, riaprendo domande e riflessioni su quello che è il rapporto tra reale e riproduzione artistica. In tutte le espressioni creative, sia che si esprimano con tecniche tradizionali, artigianali come la pittura, la scultura, il disegno, sia che utilizzino le strumentazioni tecniche più complesse e innovative, l’opera d’arte propone sempre uno sguardo sulla realtà, rimette al mondo un mondo nuovo, chiamando lo spettatore ad un nuovo spazio, impensabile e inesistente se non grazie all’artista e alla sua necessità di mettere al mondo il suo mondo.

La Notgallery di Napoli (piazza Trieste e Trento) propone un progetto sulle arti visive della durata di 6 mesi, durante i quali 12 artisti che lavorano con la video arte presenteranno le proprie opere.
Interessante la scelta di offrire a tutti gli artisti due spazi a cui dovranno adeguarsi, due cornici prodotte in modo artigianale, una cornice metallica, che difficilmente lascia immaginare le mani del suo artefice e una cornice in polistirolo che a sua volta imita una cornice di legno, di cui gli artisti possono scegliere il colore. La proposta della galleria innova anche il “mercato dell’arte”, modifica il concetto di acquisto dell’opere: oltre alla possibilità di acquisto dell’opera come oggetto viene data la possibilità di acquistarne formati digitali.

La prima degli artisti chiamati ad esporre è Mariagrazia Pontorno (Catania, 1978; vive e lavora a Roma) che presenta il progetto inedito Roots, nato a New York nel 2009 durante la residenza internazionale per artisti Harlem Studio Fellowship e prodotto dalla galleria Montrasio Arte di Milano. Per citare la curatrice della mostra (Alessandra Troncone) «Nelle opere di Mariagrazia Pontorno non c’è nessun “è stato”. Non potrebbe esserci, dato che si tratta di immagini “prodotte” e non “riprodotte”: sembrano quadri, ma non c’è pittura. Sembrano fotografie, ma sono in lento, costante, impercettibile movimento. Sono video, ma non sono frutto di riprese».

Il progetto si compone di due parti: un erbario digitale, esposto nella prima sala e un video della durata di 2’30’’ proiettato nella seconda sala, entrambi realizzati interamente in grafica 3D. “Musa” ispiratrice delle opere è Central Park. Parlando con l’artista che ha lavorato esclusivamente in 3D, facendo nascere il lavoro da una concettualizzazione e un immaginifico virtuale, è emersa una interessante suggestione sul rapporto tra naturale e artificiale da cui è nato il progetto: Central Park è una “natura artificiale”, artefatta dall’uomo, nata contemporaneamente ai grattacieli che la circondano e che ne creano perimetro e cornice, è un paesaggio unico, che crea un connubio inscindibile tra il parco naturale e i grattacieli.

Il video è un breve racconto che parte da un fiore per allargarsi a tutto lo skyline, che ci riporta dall’immagine universale della natura a Central Park, gradualmente animato da una serie di decolli, che, aprendosi al concetto ipersimbolico delle radici, lasciano ampia possibilità allo spettatore di attribuire interpretazioni, di leggere sensi e significati che passano dal concetto di sradicamento a quello di ricerca, di ascesi.
Al video di Roots si accompagna l’erbario, una serie di 8 piante scelte in base al loro periodo di fioritura (da febbraio ad aprile, periodo della residenza dell’artista a New York) e alla forza della loro rappresentazione iconografica, dal De Historia stirpium di Leonard Fuchs consultato nel corso delle ricerche presso la biblioteca dell’Orto Botanico del Bronx.

Se gli erbari nascono da un interesse scientifico – trovando nel libro il naturale veicolo di diffusione – metterli in cornice vuol dire enfatizzarne le possibilità di oggetti estetici, fruibili per la bellezza e la semplicità del segno. Quando poi le immagini non sono stampate ma visibili su schermo si realizza ancora la perfetta sintesi di naturale e digitale, leitmotiv di tutta l’opera di Mariagrazia Pontorno. Sul confine tra visibile e invisibile, realtà e finzione, quel che vedi non può mai
essere solo quel che vedi. Le immagini delle otto piante si susseguiranno durante le due settimane di permanenza dell’opera presso la galleria, ogni giorno sarà possibile vederne una.

In questa opera le piante appaiono congelate in una dimensione atemporale, fluttuanti su uno sfondo neutro che ne mette in luce le caratteristiche morfologiche, creando nello spettatore un effetto di iperrealismo per cui i sensi subiscono un “inganno”. Inizialmente l’impressione è quella di vedere un disegno, per passare poi ad un distacco assoluto per cui si vede solo la forma ed anche in questo caso le radici, che danno il nome all’intero progetto, perdono il valore simbolico per riportarsi ad una suggestione di forme.
(Nell’immagine: Roots, still da video, animazione 3d, 2’36’’, 2010)

LA MAESTRA CHE ABUSA DEI MEZZI DI CORREZIONE E DISCIPLINA

Risponde del reato di abuso dei mezzi di correzione, la maestra che assume un atteggiamento aggressivo e iroso nei confronti dei bambini.

Il caso
Una maestra presso la scuola materna ****, con più azioni esecutive aveva abusato di mezzi di correzione e disciplina in danno dei bambini, di età tra i tre e i cinque anni, sottoposti alla sua autorità e a lei affidati per ragioni di educazione, istruzione, cura e vigilanza, maltrattandoli anche fisicamente e cagionando così in loro gravi perturbamenti psichici.

Motivi della decisione
I giudici di merito hanno considerato che i racconti dei bambini erano tutti concordemente evocativi di un atteggiamento irascibile e violento della insegnante di cui i bambini riferirono separatamente e in tempi diversi ai genitori, per di più in uno stato d’animo (sofferenza psicologica, timore di andare a scuola) che giustamente è stato considerato il riflesso di fatti realmente accaduti e non di mere fantasticherie.

Contrariamente a quanto dedotto, dunque, i giudici di merito non hanno fatto applicazione di un’astratta e certamente erronea massima di esperienza (secondo cui non può "mai" dubitarsi della sincerità dei racconti di bambini tanto piccoli), ma hanno valutato l’attendibilità dei racconti fatti dai bambini ai loro genitori sulla base di considerazioni aderenti alla concretezza della fattispecie: concordanza di massima del contenuto delle dichiarazioni nonchè riflessi sulla condizione psicologica dei bambini della esperienza scolastica di tutti i giorni e dei loro rapporti con l’insegnante.

La testimonianza della ispettrice B., ha effettivamente avvalorato la credibilità dei racconti dei bambini, affermando che dal personale colloquio con la maestra e, ancor più significativamente, dal concreto atteggiamento da questa manifestato nei rapporti con i bambini durante una giornata scolastica alla quale l’ispettrice aveva partecipato, trasse la convinzione che la insegnante manifestava nei rapporti con i piccoli alunni un atteggiamento aggressivo e iroso, giungendo al punto di pronunciare insulti e infliggere umiliazioni prive di ogni giustificazione sia in assoluto sia con particolare riferimento ai rapporti che gli educatori sono tenuti ad osservare con personalità fragili e immature come quelle di esseri tanto piccoli.

Correttamente, dunque, questa testimonianza è stata ritenuta decisiva quale riscontro della attendibilità dei racconti fatti dai bambini ai genitori. Quanto alla testimonianza del direttore didattico L., non si dà particolare risalto, dato che il L. si limitò a ricevere le lagnanze dei genitori e a sollecitare una ispezione scolastica, delle cui conclusioni prese meramente atto.

Peraltro, il direttore didattico pur senza collegamento con fatti specifici, ha riferito della personalità della maestra in termini di inadeguatezza rispetto al suo ruolo di insegnante, così ulteriormente avvalorando la fondatezza della tesi accusatoria per il reato contestatole di cui all’art. 81 cpv. c.p., art. 571 c.p., comma 1 (Cass. Pen.del 14-10-2008, n.38778).

GLI ALTRI CASI TRATTATI

PER CAPIRE IL PD OCCORRE LA FILOSOFIA…

Se nella foto vedete Bersani e Franceschini vi ingannate. O perlomeno, si spera che non saranno sempre così come sono stati fermati: perplessi e smarriti. Di Carmine CimminoNel libro Il potere delle immagini David Freedberg dedica un lungo e complicato capitolo alle immagini vive, che sono quelle capaci di suggerire immediatamente un’idea, un sentimento, una passione; insomma, sono le immagini che parlano attraverso l’eloquente coerenza di ogni linea e di ogni punto della loro forma. Parlano, e dicono ciò che l’autore dell’immagine vuole che esse dicano: e questo vale non solo per i pittori, ma anche per i fotografi. Solo un ingenuo può supporre che la fotografia sia la riproduzione fedele della realtà.

Nessuno può negare che l’immagine degli onn. Bersani e Franceschini, a cui questo articolo è dedicato, parli con una espressività tanto intensa quanto enigmatica. Il fotografo è stato fortunato e abile: ha intuito rapidamente la loquacità della forma che i due avevano casualmente creato con il loro atteggiamento e ha fissato, per sempre, questa forma. La nota esplicativa che ha accompagnato su La Repubblica la fotografia ha introdotto un’altra nota di ambiguità nel significato dell’immagine: “Pier Luigi Bersani (a sinistra) con Dario Franceschini. Oggi, durante l’ Assemblea Nazionale del PD, è previsto un attacco al governo.”. Ora, l’espressione e la posizione dei due onorevoli non pare proprio che siano quelle di un attaccante: né di un attaccante di area, né di un attaccante di manovra. . Insomma, i due non inducono a pensare né a Drogba né a Cavani.

Tutto contribuisce a render viva questa immagine: viva nel senso che dice qualcosa: il taglio della bocca, il braccio chiamato a sostenere la testa, le pieghe della giacca, la lieve torsione della cravatta, i giochi e la densità delle ombre. Si inserisce armoniosamente nell’ insieme anche la contrapposizione tra la calvizie dell’on. Bersani e il folto capellume dell’on. Franceschini: questa variante serve a sottolineare la corrispondenza del resto. Dunque, l’immagine parla. Ma che dice? Non è facile capire. Poiché la causa dell’espressività dei due onorevoli sta fuori dell’immagine. Essi stanno guardando e ascoltando qualcuno o qualcosa: non sapremo mai chi o che. A prima vista, i due onorevoli esprimono lo smarrimento di una incredulità repentina e ingessante. Forse hanno scoperto gli onn. Berlusconi, Fini e Casini intenti a concordare il menù per la cena della pace.

Forse vedono e sentono l’on. Calderoli che canta l’inno di Mameli, mentre l’on. Bossi bacia il tricolore. Forse hanno appreso che il sig. Marchionne si è incatenato ai cancelli della Fiat per protestare contro la protervia degli operai. E così via. Insomma, il fascino di quella immagine sta proprio nel rapporto tra l’intensità dell’espressione di smarrimento e l’assenza della causa. È un’assenza fondamentale, perché mette in discussione anche l’essenza del supposto smarrimento. È il fascino dell’incertezza, è il motivo dello sguardo oltre la tela che alcuni pittori hanno trattato in modo magistrale. Penso a Velazquez, a Manet, a Hopper, che ne ha fatto la metafora della inquieta società americana del primo Novecento.

La pittura. Forse era meglio partire, in questo commento, da René Magritte, che nel 1948 dipinse il quadro della pipa (ma aveva incominciato a dipingere pipe nel 1926). Dal punto di visto strettamente tecnico, non è un bel quadro. In realtà, il pittore non volle fare un bel quadro, ma soltanto proporre un problema filosofico. E infatti alla pipa di Magritte, e all’avvertimento: Questa non è una pipa, Michel Foucault dedicò un lungo saggio, tirando nel ballo dei riferimenti le ricerche semiotiche di Ferdinand de Saussure e le riflessioni di Wittgenstein.

Il tutto per dar ragione al pittore, che ha dipinto certamente l’immagine di una pipa, e ha certamente il diritto di scrivere nel quadro: Questa non è una pipa. E in realtà l’immagine di una pipa non è una pipa (se ci venisse voglia di fumar la pipa, non andremmo a staccare il quadro dal muro). I nomi, le immagini e le cose sono entità tra di loro incommensurabili. Nel 1930 Magritte aveva dipinto un uovo, e sotto aveva scritto l’acacia, e sotto l’immagine di una scarpa da donna aveva scritto la lune, la luna. Del resto, il nome della rosa non porta in sé il profumo della rosa.
E dunque quella fotografia non ci autorizza ad affermare che quei due distinti signori sono veramente gli onn. Bersani e Franceschini. Quell’immagine è, dal punto di vista della filosofia della conoscenza, doppiamente ingannevole.

Essa inganna in via di principio, perché, come Magritte ha scritto che la pipa non è una pipa, noi possiamo scrivere e sostenere, a filo di logica, che questi non sono gli onn. Bersani e Franceschini. Il secondo inganno viene smascherato dall’ermeneutica della fotografia. Il fotografo sceglie una forma all’interno di un lungo flusso di forme, la fissa e cerca di convincerci che gli onorevoli Bersani e Franceschini sono proprio questi, nel senso che furono, sono e saranno sempre così: perplessi, smarriti, prossimi alla resa.

Se potessimo confrontare questa forma almeno con quelle di un attimo prima e di un attimo dopo, scopriremmo, forse, che questa immagine non esprime, come abbiamo supposto all’inizio, lo smarrimento della resa, ma, al contrario, coglie il momento di quella sospensione assoluta, di quel vuoto metafisico che precede l’uragano: un qualcosa che ricorda il sonno del principe di Condé prima della battaglia di Rocroi e la malinconia di Napoleone prima di Austerlitz. O il silenzio profondo e terribile in cui sono immersi i legionari romani nella scena iniziale del film Il gladiatore, un attimo prima che il condottiero dia l’ordine: Ora scatenate l’inferno. Così è, se vi pare.
(Fonte foto: Rete Internet)

L’OFFICINA DEI SENSI

LOGICHE DELINQUENZIALI E DI STAMPO CAMORRISTICO

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La “questione napoletana” e l”appello di Pisani. Napoli è in cerca di futuro e più che mai bisogna credere nel cambiamento, se si vuole continuare a sperare. Di Simona Carandente

Nei giorni scorsi, buona parte della carta stampata nazionale e locale riportava a caratteri cubitali un’ intervista al capo della squadra mobile Vittorio Pisani, dai toni accesi e talvolta addirittura sorprendenti, circa l’attuale situazione della criminalità a Napoli e dell’inarrestabile proliferare di logiche delinquenziali e di stampo camorristico.
Quello che traspare immediatamente dalle parole di Pisani è un messaggio negativo, pessimistico, dove la città di Napoli è dipinta a tinte losche, dove le stesse forze dell’ordine sono incapaci di operare, in un territorio che appare scarsamente ricettivo rispetto ad ogni stimolo esterno, in un crescendo di azioni negative dall’esito certamente infausto.

Sia come esponente della città cd. "perbene", che in qualità di avvocato penalista, mi trovo a dover dissentire con buona parte delle affermazioni del capo della Questura, che a mio modesto parere rischiano di sortire l’effetto inverso, ovvero sviluppare oltremodo il senso di rifiuto nei confronti della città di Napoli, risaltandone ancora una volta il marcio e lasciando un messaggio che, allo stato, è di impotenza delle stesse istituzioni nei confronti del "male".

Si afferma che la Napoli cattiva, quella della malavita organizzata, delle rapine e degli scippi, cresca e prenda il sopravvento su quella perbene per un dato demografico, che vuole le famiglie delinquenziali prolificare alla velocità della luce, diffondendo il morbo criminale a macchia d’olio senza che nessuno, men che mai un qualsivoglia governante illuminato, possa fare granchè.
Tuttavia, se si pensa alle enormi falle di questa città, alla mancanza di lavoro che porta al Nord, e spesso anche all’estero, migliaia di ragazzi con altissimi livelli di istruzione, alla totale inefficienza del settore pubblico, delle infrastrutture e dei trasporti, è facile immaginare che chi rimane qui, salvo pochi fortunati, lo fa perché non può cominciare una vita altrove e preferisce soccombere, spesso delinquere, pur di portare a casa la cosiddetta pagnotta.

Per un giovane (e un meno giovane), a Napoli, è molto più facile spacciare stupefacente che lavorare onestamente, anche svolgendo il più umile dei lavori, svolto peraltro a nero, per pochi euro, con nessuna garanzia e con tantissimi rischi.

Abbandoniamo, per una volta, le frasi fatte ed il qualunquismo, evitando antiche ed inutili distinzioni tra buoni e cattivi: se lo Stato c’è, ed è presente, a Napoli come altrove, che ben venga un rinnovato senso civico che ne preveda, tra l’altro, una presenza più massiccia sui territori in difficoltà; ben venga una rinnovata attenzione alla problematiche dei giovani napoletani, che li invogli a rimanere qui e a non fuggire verso presunti paradisi; ben venga una maggiore sensibilità verso i bisogni primari delle masse, da non considerare come il "marcio" della società ma come il punto di partenza di un reale, e profondo rinnovamento.

Senza la speranza di cambiamento, difatti, è difficile che qualcosa possa realmente cambiare. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA PROVINCIA DI NAPOLI É POPOLATA DI CITTÁ MORTE

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Le nostre città sono nate sotto la spinta di necessità abitative e lavorative, ma senza ordine, uno stile, senza regole. Non hanno anima, avevano una storia ma ormai è a brandelli. Di Amato Lamberti

Le città sono come degli organismi viventi. Nascono, per ragioni generalmente economiche e geografiche. Crescono, sempre per ragioni economiche e geografiche ma anche per ragioni culturali, artistiche, religiose. Muoiono, per ragioni diverse che hanno sempre alla base l’economia e la geografia. Atene fu grande per secoli, poi si ridusse a piccola città di provincia. Roma fu la capitale di un impero sterminato, ma nel Medioevo si ridusse ad un ammasso di rovine nel quale pascolavano le capre.

Anche Napoli è stata capitale di un Regno e si è ridotta ad una città fatiscente che sembra sopravvivere miserabilmente. Per Mike Davis, lo studioso americano che più si è occupato delle città e della loro fisiologia, “ la morte delle città non è questione di “se”, ma di “quando” avverrà…” “ Le città muoiono quando le comunità che le animavano sono ridotte a comunità passive, incapaci di iniziativa, in balia di forze esterne che non sono in grado di contrastare o di condizionare”.

La provincia di Napoli è popolata di città morte. Non ci avevo mai pensato anche se tutti i giorni, da anni, ho avuto sotto gli occhi il degrado che si espandeva nelle periferie, l’allargarsi di una conurbazione informe senza nessuna qualità urbanistica, ambientale, di vita umana. Ci sono voluti degli amici stranieri che ho accompagnato a visitare gli scavi di Pompei. Dopo la visita della città morta, seppellita da una terribile eruzione del Vesuvio circa 2000 anni addietro, abbiamo fatto un giro per la Pompei di oggi, abitata da persone, percorsa da automobili, con bar, negozi, ristoranti, alberghi. “Ma qual è la città morta?“, si è chiesto ad alta voce uno degli amici stranieri.

Ho subito pensato, per vecchio vizio letterario, alle città morte di D’Annunzio e ho cominciato a scavare nella memoria qualche verso, di quelli che ci costringevano a imparare a memoria.
Ma non era quello il senso della domanda. Davanti a noi era una città senza storia, nata attorno ad una basilica mariana che era, essa, la meta di pellegrinaggi da tutta Italia e anche dall’estero. Nessuno veniva a Pompei per vedere la città: al massimo usufruiva dei servizi, scadenti e di pessima qualità, che era in grado di offrire. A Pompei si va per visitare gli scavi della città romana o per andare a pregare nella Basilica dedicata alla Madonna del Rosario. Il resto non conta. Trenta-quarantamila abitanti non contano niente. Ci sono o non ci sono è la stessa cosa.

Anzi ci sono perché c’è la Basilica e ci sono gli scavi archeologici. Non hanno storia, non hanno identità, in proprio. Non l’hanno mai avute. Forse più che di città morte bisognerebbe parlare di città mai nate. Un gruppo di case, per quanto vasto e numeroso, non fa una città. Una città è innanzitutto un luogo dell’anima, una storia accumulata nel tempo, segnata da monumenti che sono le tappe di un lungo cammino. Nola è una città che è stata, e lo tocchi con mano, ricca, potente, colta, culturalmente vivace, ricca di tradizioni, di personaggi, di artisti, di letterati, di filosofi. È stata. Se sia già morta o è ancora in vita è un problema che lascio ai suoi abitanti.

Come per Somma Vesuviana. Faccio, lo si capisce, gli esempi del cuore, le città che meglio conosco e più amo, anche per gli amici che me le hanno fatte amare.
La storia e l’identità di Somma la ritrovi a brandelli solo al Casamale. Tutto attorno un termitaio di case e di palazzi senza identità, un dedalo di strade che non caratterizzano niente. Stai a Somma ma potresti stare a San Giuseppe, a Terzigno, a Ottaviano, a Sant’Anastasia, a Pomigliano. Certo gli abitanti del luogo sanno interpretare anche segni che il forestiero non sarà mai in grado di riconoscere, ma non c’è sedimentazione di storia, di cultura, di memoria, di identità riconoscibili con l’anima prima che con la vista. L’amico francese mi parlava di città del suo paese che avevano un’anima e la restituivano anche al turista più o meno frettoloso.

Le nostre città non restituiscono niente, perché non hanno un’anima. Sono cresciute sotto la spinta delle necessità abitative e lavorative ma a casaccio, senza nessuno che imponesse un ordine, uno stile, una fisionomia, delle regole, delle altezze, delle distanze. Forse le regole c’erano anche, ma nessuno è mai stato in grado di farle rispettare. Ma forse di regole estetiche nessuno ha mai sentito il bisogno. Il risultato non è solo l’affastellamento senza ritegno di case, di androni, di palazzi, di negozi, di attività commerciali, con strade che invece di favorire la circolazione, la impediscono o la rendono difficile. Di verde, di qualità della vita nemmeno a parlarne.

Quello che fa paura è la bruttezza che diventa il marchio identificativo delle città morte. Una bruttezza che finisce per entrarti dentro e farti diventare cattivo e ostile verso gli altri.

Forse per questo la gente, appena ne ha la possibilità si affolla in quei “non luoghi” che sono i grandi centri commerciali e che riproducono una sorta di città ideale, sempre pulita, ordinata, illuminata, pedonale, piena di luci, di colori, di negozi, di ristoranti, di pizzerie, di sale giochi, di musica, di odori di cucina, di pizza, di kebab e, soprattutto, senza automobili e motorini, senza smog, senza inquinamento, dove anche l’aria è gradevole e profumata , e dove la gioia la leggi stampata sulla faccia delle persone. I bambini, ma anche gli adulti, sarebbero felici se potessero anche trovare casa dentro il centro commerciale.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

IL PUNTO DI VISTA DI UGO LEONE SUL PROGETTO VESUVIO

Seguitiamo, con la tenacia di chi crede che sia meglio prevenire che curare, nell”analisi del rischio Vesuvio. Questa volta lo facciamo con l”aiuto di chi conosce bene l”argomento, il Presidente dell”Ente Parco Nazionale del Vesuvio Ugo Leone.

Presidente il nostro giornale ha sposato la causa del Progetto Vesuvio, lei cosa ne pensa?
«Senza avanzare primogeniture io sono stato il primo a parlare di questa ipotesi e l’ho fatto nel 1995, quando fu varato il primo piano della protezione civile.
Prendo spunto però spunto per una constatazione che è quella che il rischio equivale alla probabilità che un evento accada moltiplicato per le persone e i loro manufatti coinvolti in esso, questi ultimi due fattori vengono in gergo tecnico definiti vulnerabilità. Quindi quello che fa sì che un evento naturale divenga una calamità non dipende solo dalla probabilità che esso si verifichi ma soprattutto dalla quantità di persone esposte.

Si dice che non esiste il rischio zero ed è vero ma se si verificasse un terremoto disastroso in una zona deserta e sperduta in capo al mondo, in assenza di esseri umani, non potremo in tal caso parlare di rischio. Volendo riportare il discorso nel contesto vesuviano, il rischio è certamente dipendente dal fatto che c’è un pericoloso vulcano ma il timore che il rischio si tramuti in calamità è dovuta dal fatto che sono esposte a quel timore 580.000 persone e i loro manufatti. I dati della crescita della popolazione vesuviana, dal 1951 al 2000, messi in relazione con la crescita della quantità di stanze a disposizione per ogni cittadino, mostrano che nel “51, su 300.000 residenti vivevano 2,5 persone per stanza, oggi, ce ne sono 580.000 che ne vivono, in percentuale, 0,5 per stanza!

La popolazione è raddoppiata ma anche il numero delle costruzioni è notevolmente cresciuto. Questo crea una forte vulnerabilità, una forte esposizione al rischio vulcanico. Dal momento che noi non possiamo intervenire sulla probabilità che l’evento naturale accada e considerando il fatto che i vulcanologi ci dicono che il Vulcano è in quiescenza e ce lo dicono confortati dai dati, dobbiamo vedere come il rischio può progressivamente disinnescare la vulnerabilità del territorio. Siccome questa è dovuta proprio alla quantità di popolazione noi dobbiamo intervenire su questa. Dal momento che 13 dei 18 comuni della zona rossa si trovano in nell’area protetta dall’Ente Parco allora possiamo dare il nostro piccolo contributo, impedendo, con tutti gli strumenti legittimi in nostro possesso, la proliferazione delle costruzioni.

Un grosso contributo può invece essere dato dall’incentivazione della popolazione a trasferirsi; non può esserci nessun atto che obblighi le persone a trasferirsi, il piano d’emergenza prevede il trasferimento ma sotto un’emergenza appunto e quindi non lo prendiamo in questo momento in considerazione».

Come si può allora incentivare la popolazione a trasferirsi altrove?
«In Campania c’è un forte squilibrio tra la costa e l’interno della regione. Le zone interne della Campania sono un patrimonio, progressivamente svalorizzato dall’emigrazione, verso la costa e verso il resto del mondo. Questo tipo di situazione comporta anche l’individuazione di un ambito territoriale che, con opportuni incentivi, potrebbe accogliere quella parte di popolazione che spontaneamente decidesse di lasciare la costa.

Questo anche indipendentemente dal rischio vulcanico, la presenza infatti di un così grande squilibrio tra costa e interno, richiederebbe una pianificazione d’uso del territorio diversa da quella attuale e che miri appunto a un riequilibrio, decongestionando una fascia suburbana, che i geografi individuano da Quarto a Castellammare e che è inclusa tra due realtà fortemente critiche dal punto di vista vulcanologico, i Campi Flegrei e il Vesuvio. Una zona tra l’altro anche fortemente inquinata! Bisognerebbe dunque creare, nelle zone interne, soprattutto nelle province di Avellino e Benevento, quegli incentivi reali, capaci di trattenere o addirittura attrarre popolazione».

In che modo?
«Ridisegnando la geografia delle residenze, dei posti di lavoro, dei servizi e dei trasporti. Non è certo poco. Significa, per quel che concerne le residenze, non tanto costruire nuove abitazioni ma recuperare il grande patrimonio edilizio lasciato progressivamente con l’emigrazione, un patrimonio di notevole valore e di consistente quantità. Noi sappiamo che costruire ex novo costa meno che ristrutturare ma è anche vero che nuove abitazioni sottrarrebbero spazio all’agricoltura».

Si innescherebbe così anche un circolo virtuoso per l’edilizia …
«Certo, anche recuperando tecnologie dell’architettura, con l’uso dei materiali, delle tecniche, eccetera, che negli anni passati hanno avuto un buon esito in zone sismiche.
Ma, naturalmente non basta costruire le case e vivere in un ambiente molto più vivibile poiché l’elemento effettivo di attrazione è quello di lavorare altrove in modo anche più favorevole, concentrando tutti gli investimenti non più sulla costa, ormai satura ma verso l’interno della regione. Mi rendo conto che parlare di investimenti in periodo di crisi è più difficile di quanto non lo fosse nel “95 ma sarebbe opportuno che ciò accadesse.

Una volta che posti di lavoro e residenza dovessero ridisegnare questa geografia dell’interno ne scaturirebbe anche un ridisegno dei servizi, da quelli minimi ai posti letto in ospedale, le aule nelle scuole e così via. Nel momento in cui tutto questo dovesse realizzarsi è chiaro che anche la rete dei trasporti favorirebbe quest’area. Quindi anche nella linea di pensiero di “Vesuvia” dove furono previsti incentivi economici per decongestionare la zona rossa, bisogna far sì che le persone vadano altrove ma l’incentivo non può essere solo economico e deve essere l’insieme delle cose di cui ho fatto menzione.

Ammettiamo che, tutto funzionasse alla perfezione, e che cinquecentoottantamila persone potessero essere ordinatamente evacuate e sistemate nei diciotto comuni con i quali si è gemellati, quando torneranno? E ritorneranno dove? E in un territorio trasformato come dall’eruzione?
Per dare risposta a queste domande basta vedere cosa trovarono i residenti del Vesuviano dopo le eruzioni del 79 e del 1631 (quelle più probabili secondo gli esperti) e riscontrare un territorio profondamente mutato, e si consideri il fatto che all’epoca non c’erano le industrie, i mezzi di trasporto e le case che ci sono ora, per questo bisogna alleggerire il carico demografico della zona, non sotto la spinta dell’emergenza, non in maniera provvisoria ma il più possibile definitiva».

Lei quindi immagina uno spostamento verso le province di Avellino e Benevento, perché non nel Casertano o nel Salernitano?
«Io non vedo di buon occhio quest’ipotesi perché verrebbe a saldare le due province più urbanizzate, quella di Caserta e quella di Napoli. La conurbazione napoletana si è mossa dalla fascia costiera prima verso ovest, poi verso est e ora a settentrione, Napoli sta perdendo solo apparentemente popolazione ma in realtà questa si sposta nei comuni limitrofi per cercare un alloggio conveniente e vicino al luogo di lavoro, un luogo che prende il nome di “novanta” comuni diversi ma che in realtà si chiama Napoli.

Il rischio qual è? È quello di spostare sì popolazione ma di creare anche una saldatura tra Casertano e Napoletano per cui quella che oggi è l’area metropolitana di Napoli andrebbe fino al Casertano, secondo me con scarsi vantaggi e il resto della regione, essenzialmente le province di Avellino e Benevento ne risentirebbero ancor più che mai, poiché la concentrazione di servizi oltre che di posti di lavoro rimarrebbero in questa fortissima area metropolitana».

Allora perché non il Salernitano, di per sé già vasto e meno popolato?
«Il Salernitano ha una doppia faccia, quella costiera e quella interna che io non andrei a turbare nella sua grande capacità di conservazione di identità culturale, nel senso più ampio del termine; non a caso il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano raccoglie al suo interno ben 80 comuni e ha un’estensione venti volte quella del Parco Nazionale del Vesuvio (180.000 ettari!). Ha inoltre una sua economia, il mare, l’interno, l’enogastronomia, l’ambiente tutelato, mentre invece sono molto più sguarnite le altre due province interne.

Va bene anche l’alto Casertano ma un’obiezione che potrebbe venire è la seguente: due o trecentomila abitanti che dovessero rispondere a un incentivo per quelle zone, li andremmo a spostare da una zona a rischio remoto, quello vulcanico, a una a rischio più probabile, quello sismico? La mia risposta è che col rischio sismico si convive, soprattutto con gli adeguamenti apportati dopo il terremoto del 1980 in ambito di edilizia antisismica».

Del resto viviamo in un paese oltre che sismico anche ad alto rischio di dissesto idrogeologico …
«Certo, ma noi non possiamo dire: oh! Che disgrazia! Poi c’è una frana, uno smottamento, un terremoto e poi contiamo i danni, allineiamo le bare e così via, questa è quella che io chiamo la politica del rattoppo. Una politica che, a valle di una disgrazia, opera con interventi tampone ma non rimuove mai le cause».