LA POTENZA DI UNA SCORZA DI PANE

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Può un pezzo di pane appena cotto avere una forte energia evocativa? Sì che può! Perchè la crosta, con le sue rughe, le sue linee che si spezzano e si intrecciano, sono la trama degli impulsi del nostro cuore. Di Carmine CimminoIn una panetteria di Ottaviano, alle otto. Le ragazze sistemano nelle vetrine le pizzette, i pezzi di rosticceria, i cornetti, le ciambelle, appena usciti dal forno: nell’aria si scontrano gli odori dello zucchero, i densi sentori di olio degli arancini e dei quadrati di margherita, un profumo forte e breve di origano. Aspettiamo che esca il pane. La giovane signora che mi precede nella fila pare fatta di cristallo e di alluminio: è linda, levigata e compatta. Anche il suo moto di impazienza è liscio.

Non ha rivolto uno sguardo ai colori di ocra di arancione di vermiglio e di solidi bruni terrosi che la vetrina, piena di placche ricolme, incomincia a esibire, mentre il vapore si asciuga; il suo naso pare che sia rimasto insensibile agli odori che rapidamente si raffreddano. Ha concesso un’occhiata solo ai taralli. Arriva il pane, in un effluvio festoso. Lei chiede un pezzo di pane stropicciato, la mano inguantata della ragazza si allunga a prendere il pezzo che sta in cima alla catasta, ma la signora, sollevandosi sui tacchi, osserva veloce, e blocca con voce neutra la mano: no, quello no, quant’è brutto. Ha ragione. La crosta dello stropicciato è goffa, è grottesca di bitorzoli e di fessure, di buchi e fratture: le rughe ne arricciano i fianchi e ne intaccano anche la pancia.

Non sono un ammiratore di Erri De Luca. Riconosco però che in lui sopravvive una memoria del barocco napoletano, quello nobile: spesso gli suggerisce immagini vere e potenti, a cui la parola aderisce con naturalezza. Nel 2004 per Micromega De Luca ha scritto un breve racconto sul tema della pasta: un racconto malinconico, i cui protagonisti sono il Natale e la solitudine di un uomo che cuoce degli spaghetti e li condisce con una salsa cruda di aglio pomodoro sedano olio prezzemolo e rosso secco di peperoncino. La solitudine permette all’uomo, avviato negli anni, di confrontarsi con le voci dei suoi ricordi e con la presenza netta delle cose.

Alcuni sorsi di vino dilatano la sensibilità dell’occhio, che riscaldandosi incurva lo spazio quadrato della cucina. La contenuta disperazione dell’uomo ha una dimensione geometrica: la solitudine è fatta di linee rette, è una rete metallica, è un marmo liscio, è un fascio solido di duri spaghetti appena sfilati dal pacco; il ricordo degli affetti e il desiderio dell’affetto sono curvi, tondi, circolari. L’uomo segue con attenzione il movimento del ciuffo di spaghetti che si spargono a corona intorno al bordo della pentola. Questo moto, e la corona degli spaghetti e la forma curva della pentola intaccano la sostanza della solitudine, incominciano a smontarla.

La mano va a stropicciare gli occhi, e l’umore del peperoncino, attaccato alle dita, irrita le palpebre: colano due lacrime speziate. Egli mastica piano, le rughe si sgranchiscono,… tira su il bicchiere, lo vuota e adesso non ci bada che quel bicchiere è solo. Se lo riempie, tocca il pane mettendoci su il palmo, come si fa con la mano di una moglie. Mastica la sua pasta, respira con il naso, i piedi sotto il tavolo stanno incrociati e quieti.

Il pane toccato come se fosse la mano di una moglie è un’immagine potente, è il cuore del racconto. Quella crosta ha in sé l’energia delle cose, le sue rughe sono le rughe della vita, le linee che si spezzano e si aggrovigliano e sprofondano nei buchi, e poi ne escono e si impennano in spigoli taglienti, sono la trama dei moti e degli impulsi del nostro cuore, il garbuglio sempre fascinoso e quasi sempre inconcludente in cui talvolta andiamo a perderci. Per restarci. Per uscirne. Consumiamo troppa parte del nostro tempo davanti a schermi piatti e lisci, e ci convinciamo, a poco a poco, che anche la verità dei fatti delle cose delle persone è levigata e rasa.

Dovremmo incominciare a porre il palmo della mano sulla superficie delle cose, a confrontarci con la sua scabra rugosità. Il brutto ha una sua estetica, e una sua etica. Abbiamo bisogno più del brutto vero che del bello finto. L’uomo solitario di De Luca spinge la crosta di pane sul fondo di scodella, finisce il vino. Prende la chitarra e canta. Adesso sì la voce non si deve vergognare di uscire solitaria, rivolta a nessuno. Col fiato bruciato dall’aglio il canto si sparge per la stanza, smussa angoli, spigoli, arrotonda la fine di un giorno di un uomo.

Scrisse Marco Aurelio, l’imperatore filosofo: “Quando si cuoce il pane alcune parti si spaccano, e queste spaccature, che in un certo qual modo sono in contrasto con ciò che si ripromette l’arte del fornaio, hanno una loro grazia e stimolano l’appetito in un modo del tutto particolare. Così anche i fichi, quando sono ben maturi, si aprono. E alle olive lasciate troppo a lungo a maturare sull’albero il fatto che sono prossime a marcire conferisce una bellezza del tutto particolare.”.

Il quadro di Luis Melendez, che correda questo articolo, è un esercizio di stile, e nello stesso tempo, il documento febbrile -non so trovare altro aggettivo che esprima meglio la rapida tessitura delle grumose pennellate- di un’intuizione: che le cose spesso si chiudono a noi, così come la forma del pane si chiude nella sua compattezza; ma se siamo pazienti, se sappiamo interrogarle, esse all’improvviso si aprono, e dalle pieghe della loro ruvida scorza si leva la voce, e ci svela i misteri della intima mollica, e della polpa dolcissima e granulosa, e del vuoto della cesta: quel magico vuoto delle cose, che aspetta di essere riempito dai riflessi della nostra interiorità.

Nel fico che si apre e in quelli che trascolorano c’è il segno della caducità; nel pane che oppone alle fenditure il colore caldo e brillante della sua solidità c’è la forza di un simbolo che non ha paura del tempo, anzi lo irride e lo riduce a un ricamo di piccole rughe steso sulla crosta.
(Foto: Quadro di Luis Melendez: “Natura Morta”)

L’OFFICINA DEI SENSI