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RISPOSTE AI LETTORI

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Il prof. Ariola risponde ai diversi quesiti che sono stati posti a commento di suoi precedenti interventi o arrivati per e-mail alla nostra redazione.

Un lettore ci scrive: “Il terremoto è un evento tragico e non mi va di scherzare, neppure con le parole. Ma mi sia consentito di rivolgere una preghiera:disambiguata ai futuri ricostruttori: “Edificatori, per favore, edificate in modo edificante!””
Mi associo alla preghiera. Aggiungo: Riflettete su questa grande sciagura, deponete furberia e sciacallaggio, conservate memoria dei morti e del dolore dei vivi e, anagrammando, non cercate nel “terremoto” un “remoto tre” (al posto di uno) o “torte” (di) “more” (da spartirvi con compari di malaffare), non agite “more tetro” (tetro italianizzato dal latino “taetro”) ma “more retto” (“retto” italianizzato dal latino “recto”).

Per il sig. Potenzano:
Signor Fabrizio Potenzano, lei vuole sapere perchè non usiamo, nel nostro parlare e scrivere quotidiano, la parola merda. In verità, lo chiede in modo “reticente” (usa la reticenza, figura retorica che, come si sa, consiste nel non dire una parola, ma lasciandola intendere); infatti non la scrive esplicitamente la parola ma vi allude molto chiaramente indicandola con termini sostitutivi (escrementi, feci) o con perifrasi (retro-espulsioni organiche, rifiuti organici).

La parola in questione è italianissima non solo ma anche con tanto di blasone classico, derivando dal latino, come ognuno può apprendere consultando un buon dizionario della nostra lingua. Eccole un passo poetico in cui il termine è usato, in senso proprio e senza remore di sorta, da Orazio: “mentior si quid, merdis caput inquiner albis/ corvorum, atque in me veniat mictum atque cacatum/ Iulius et fragilis Pediatia furque Voranus.(Se dico bugie, mi insudici il capo/ la bianca merda dei corvi e venga/ a pisciarmi e a cacarmi addosso Giulio/ e l”effeminato Pediazia e il ladro Vorano”) (Serm. l. I, Sat. 8, vv. 37-39).

Anche Dante lo usa senza farsi scrupoli in senso reale: “E mentre ch”io là giù con l”occhio cerco,/ vidi un col capo sì di merda lordo,/ che non parea s”era laico o cherco”. (Inf., 18, vv.115-117).
E dopo di lui tanti altri scrittori, fino a Carducci, Gadda, Calvino.
Il termine si è conservato anche in altre lingue neolatine (Fr. merde, sp. mierda)
Senonchè, col passare del tempo, esso ha subito una espansione semantica, e dal senso reale è transitato nel senso figurato, andando ad indicare persone e cose che della merda hanno sostanza, consistenza e valore (talvolta anche odore).

Si è caricato così di una valenza sempre più negativa, finendo per esser sentito e per essere usato come parola plebea, volgare, triviale, degno esemplare del turpiloquio che il nostro perbenismo e il nostro puritanesimo, ovviamente il più delle volte ipocriti e falsi, non tollerano anzi decisamente si rifiutano, almeno ufficialmente, di praticare. Ecco perchè ai bambini si raccomanda che “merda” non si dice, ossia che è sconveniente pronunziare la parolaccia davanti a persone, come d”altronde le altre parole, attinenti o simili (Si consideri, uno per tutti, il derivato metonimico “stronzo” con la variazione femminile “stronza” e con l”efficace corrispondente dialettale “strunz” ” che richiama direttamente l”etimo longobardo).

Quanto alle altre domande rivolteci, diamo risposte brevi e perciò non esaurienti, rinviando per eventuali integrazioni ad un buon testo di linguistica.
I rapporti tra i vari popoli del pianeta, divenuti sempre più frequenti negli ultimi due secoli e cresciuti oggi a dismisura, hanno prodotto e producono anche “scambi linguistici”, sia a livello lessicale che a livello di frasi idiomatiche (prestiti, quando le parole di una lingua entrano in un”altra lingua e vi rimangono immutati, come, ad esempio, “week end”; calchi, quando le parole passano da una lingua ad un”altra solo tradotte, come, ad esempio “aria condizionata” dall”inglese “air conditioned”; modi di dire come ad esempio “last but not least”, ultimo ma non meno importante).

Credo le possa essere utile, in generale, questo pensiero di Federico Garlanda, che fu marito di Ada Negri: “Ora in tutti i casi immaginati, sia che una nuova lingua venga, per così dire, importata fra un popolo, sia che venga prodotta dal popolo stesso, le mutazioni della lingua sono dovute o a differenze già esistenti nel popolo, o a modificazioni che il popolo à subito. In altre parole, possiamo dire che le mutazioni nei linguaggi sono prodotte da un adattamento etnologico, prendendo la parola “etnologico” nel suo significato più ampio e riferendola non solamente a differenze di razza, ma a tutte le modificazioni geografiche, storiche e climatiche:”
(da “La filosofia delle parole”, 1900).

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