RISPOSTE AI LETTORI

Il prof. Giovanni Ariola risponde alle domande di alcuni lettori. Gli argomenti riguardano l”abolizione delle Province e “La banalità del male”.

Elisa C. da Casoria scrive – Ho letto sui giornali e ascoltato dalla TV che è intenzione del nostro governo varare una legge costituzionale che abolisce tutte le province. Sarebbe veramente una iattura in quanto determinerebbe un inevitabile accentramento burocratico, ossia il contrario di quel mai abbastanza esaltato decentramento promosso da quando è andata in vigore la nostra Costituzione.

Inoltre causerebbe una confusione anche terminologica, ad esempio non si potrebbe più dire che un tal paese è in provincia di quella tal città capoluogo…Siamo alle solite. La nostra classe dirigente non riesce a sottrarsi al gioco perverso del pendolarismo. Fuor di metafora intendo sottolineare la cattiva abitudine di passare da un estremo a quello opposto, non prendendo in considerazione la possibilità di scegliere una posizione intermedia.

Con ciò non si vuol dire che era da preferire la decisione di abolire solo le province piccole (con meno di trecentomila abitanti), sarebbe stato ingiusto e anche piuttosto stupido, ma si vuol evidenziare l’opportunità di procedere, invece di abolirle, ad una riforma radicale delle istituzioni provinciali in modo da renderle più agili, meno costose, più funzionali e più efficienti sempre al fine di migliorare i servizi dovuti ai cittadini. In tal modo, questione non secondaria, si salverebbe una famiglia lessicale che è ben radicata nella nostra tradizione civile oltre che culturale.

Mi riferisco a parole come provinciale o provincialesco, provincialismo o provincialità, e a locuzioni come costumi provinciali, mentalità provinciale, pettegolezzi di provincia…Penso anche al bel libro di Michele Prisco “La provincia addormentata”…

Risposta – Non si può non essere d’accordo con la gentile lettrice sia per l’amaro ma adeguato giudizio politico sia per la denuncia del guasto che si produrrebbe nell’area semantica legata alla parola provincia, che è antica, risalendo, come si sa, alla sistemazione dei territori conquistati da parte dei Romani. Ciò detto, suggerirei tuttavia, prima di preoccuparsi e di rammaricarsi, di attendere che la legge sia approvata (l’iter come è noto, trattandosi di legge di modifica della Costituzione, è lungo e difficoltoso, e in questo caso dobbiamo dire: per fortuna!).

Allo stato attuale esiste un Disegno di legge costituzionale, approvato dal Consiglio dei Ministri nella riunione dell’8 settembre scorso il cui testo è stato trasmesso alla Conferenza Unificata (Composta dalla Conferenza Stato-Regioni e dalla Conferenza Stato-Città ed Autonomie Locali) per il primo esame. Il primo articolo di questo Ddl contiene una serie impressionante di soppressioni, ovviamente nei vari articoli del testo costituzionale, della parola provincia, insomma un vero e proprio provincicidio con una puntigliosità e una precisione, necessarie quanto si vuole ma che rasentano il sadismo. Per approdare nel secondo articolo a questa geniale pensata:

“Art. 2 – 1 – All’articolo 117 della Costituzione, è premesso il seguente periodo: «Spetta alla legge regionale…disciplinare sull’intero territorio regionale forme associative quali enti locali regionali (la sottolineatura è nostra) per l’esercizio delle funzioni di governo di area vasta nonché il relativo ordinamento».
2 – Le regioni…disciplinano l’ordinamento dei medesimi in modo da assicurare che ogni ente locale regionale abbia una popolazione di almeno 300 mila abitanti oppure un’estensione territoriale di 3.000 chilometri quadrati. Ogni ente locale regionale ha un presidente. La legge regionale può prevedere per il solo presidente l’elezione a suffragio universale diretto…”

Insomma le province, cacciate dalla porta, potrebbero rientrare dalla finestra. Solo alla misera parola provincia e alla sua sfortunata famiglia sarebbe dato il benservito (o variando, se diversamente aggrada, le vecchie ma gloriose parole sarebbero licenziate, mandate in pensione, archiviate, rottamate o, nel migliore dei casi, consegnate al polveroso silenzio del Museo delle parole ormai in disuso).

Aldo M. da Caserta scrive: “Nel suo ultimo intervento su ‘Il Mediano’ (“Estate rilassante…ma non troppo” del 5 settembre u.s.), riferendosi ad Anders Berhing Breivik, l’autore dei sanguinosi fatti di Oslo, ha scritto che il suo volto conferma in chi avesse ancora dubbi la banalità del male di cui parla Hannah Arendt”. Non mi è molto chiaro cosa intendesse dire. Vorrebbe precisare?

Risposta – Come si sa, l’opera dell’Arendt “La banalità del male” contiene il resoconto delle centoventi sedute nelle quali si espletò il processo celebrato a Gerusalemme nel 1961 contro il criminale nazista Otto Adolf Eichmann, accusato di essere colpevole di aver diretto le operazioni di deportazione di milioni di Ebrei nei campi di sterminio. La scrittrice, che vi assisté come inviata del “New Yorker”, non si limitò ad un semplice reportage ma accompagnò questo con riflessioni e considerazioni personali che divennero parte fondamentale ed originale del suo libro.

Tra l’altro l’Arendt si sofferma a lungo sull’analisi del personaggio Eichmann e sulle connessioni dei tratti principali del suo carattere con le azioni disumane compiute. Ora, istituendo un raffronto del criminale nazista con quello norvegese, ci sembra di poter rilevare, tra le tante differenze, anche alcune affinità. Prima di tutto il volto di Breivik, segnato da un sorriso, beffardo sì ma sereno come di uno che partecipi ad un evento normale della vita e perfino ad una festa, è molto simile al volto ‘normale’, di uomo comune, di Eichmann, di cui parla la scrittrice tedesca. Ambedue i criminali inoltre ammettono di aver commesso i fatti che vengono loro imputati ma dichiarano di non essere colpevoli, perché hanno fatto quello che loro ritenevano necessario e giusto fare.

Infine sia Eichmann che Breivik, obbedendo ad una dottrina aberrante e disumana, si prefiggevano come obiettivo finale l’eliminazione di una parte dell’umanità ritenuta di razza inferiore e capace di inquinare la propria razza e la propria civiltà.
Per rispondere alla sua domanda, con la mia affermazione intendevo sottolineare appunto la prima delle affinità appena enunciate. Insomma chi guarda il volto di Breivik, come è apparso sui giornali ma anche come si può vedere nelle varie foto pubblicate su internet e scattate in vari periodi della sua vita, è colpito dall’assoluta ‘normalità’ di quel volto, tanto che alla fine si conclude: non sembra affatto un criminale.

È quello che la Arendt scrive di Eichmann: “Ma il guaio del caso Eichman era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica……che questo nuovo tipo di criminale, realmente hostis generis umani, commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male…” (Da “La banalità del male”, Feltrinelli Editore, Milano, 1999, p. 282).

Questa acuta e profonda annotazione getta luce su tanti eventi e situazioni della storia passata e recente dell’Italia e del mondo, permettendone l’interpretazione e il giudizio.
 

LA RUBRICA

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RISPOSTE AI LETTORI

Riprende l”appuntamento con i lettori il prof. Giovanni Ariola, curatore della rubrica Lingua in laboratorio.

Giancarlo da Napoli scrive: “Ho letto qualche giorno fa su un giornale la parola «marchionnemente» per indicare, credo, un modo di pensare e soprattutto un modo di agire nel settore dell’organizzazione del lavoro simile a quello manifestato dall’AD (Amministratore Delegato) della FIAT. Non le sembra un neologismo decisamente aberrante?”.

Risposta – Si sa che l’avverbio formato con il suffisso –mente ha per lo più come base un aggettivo qualificativo, utilizzato peraltro nel genere femminile per un motivo che è stato ben illustrato dalla maggior parte delle grammatiche e che deve essere fatto risalire alla sua etimologia. Questo tipo di avverbio, infatti, ebbe origine nel Medioevo da espressioni latine composte con la parola mente, ablativo di mens, mentis (= mente, disposizione dell’animo) come ad esempio devota mente (=con disposizione dell’animo devota), serena mente (= con disposizione dell’animo serena). In seguito le due parti dell’espressione si congiunsero e formarono una sola parola che fu considerata ed usata come avverbio di modo e costituì modello di formazione avverbiale con gli altri aggettivi qualificativi sempre al femminile.

Con le stesse modalità si formarono e si formano, in casi specifici, avverbi in –mente anche con aggettivi derivanti da nomi propri di persone. Ad esempio, se si vuole ulteriormente specificare e nello stesso tempo delimitare il campo semantico di una parola, si usa chiamare in causa come termine di confronto, un personaggio famoso che ha utilizzato quella parola con una precisa accezione. Così si dice di un termine: manzonianamente inteso, ossia utilizzato nell’accezione che ad esso ha attribuita il Manzoni o anche, riferendosi ad un intero discorso, “secondo le teorie letterarie o linguistiche di Alessandro Manzoni; secondo lo stile o il modello letterario dell’opera del Manzoni”.

Da ciò si evince che, nel caso proposto dal sig. Giancarlo, per essere coerenti con la linea storica dell’avverbio in -mente, si dovrebbe dire «marchionnianamente» e non «marchionnemente».
Si fa notare che con il nome proprio Marchionne si è creato anche il nome derivato marchionnizzazione per intendere l’estensione del metodo Marchionne ad altre imprese industriali (per adesso, fortunatamente, solo paventata!). Potrebbe d’altra parte attecchire nelle menti fertili dei nostri imprenditori o aspiranti tali il marchionismo (il complesso di idee, teorie e comportamenti pratici di Marchionne). Ma…. Signore mai peggio! Già ci bastano e avanzano gli –ismi che hanno messo radici nella nostra povera Italia e di cui alcuni sono tuttora iperattivi.

Sempre a proposito della formazione di avverbi in –mente, ci sia consentito ricordare la creazione trasgressiva e provocatoria, a fine parodico, ad opera di Antonio Albanese, dell’avverbio qualunquemente, formato irregolarmente sulla base di un aggettivo indefinito, divenuto però nel frattempo il nome proprio del personaggio, inventato dal noto comico, Cetto La Qualunque. L’avverbio in questione è ora il titolo di un film satirico, decisamente esilarante, diretto da Giulio Manfredonia e interpretato dall’Albanese.

Flavia da Milano scrive: “Vorrei approfondire con lei alcune espressioni della parlata del Nord Italia, particolarmente del milanese, e analizzare con lei le differenze rispetto alla parlata dei meridionali. Per fare qualche esempio mi riferisco ad espressioni quali: “ci vediamo settimana prossima”, “ci vediamo pomeriggio” usate al Nord, e “ci vediamo la settimana prossima o nel pomeriggio oppure oggi pomeriggio”, usate al Sud; ancora “andare in posta” al Nord, e “alla posta” al Sud”, mentre si dice “la Valentina” “La Simona” “il Matteo” a Nord, e invece si usano i nomi senza articolo al Sud….”.

Risposta – Una caratteristica della nostra epoca è senza dubbio la dromomania, ossia per esprimerci in termini semplici, la fretta. Abbiamo fretta in tutto e quindi anche nel parlare. Lontana da me l’intenzione di evocare stereotipi come quello che sostiene che a Nord le persone sbrigano le loro faccende con maggiore rapidità e alacrità rispetto ai loro connazionali del sud che sono considerati portatori di un handicap atavico, la lentezza appunto, o l’altro secondo cui a Nord ci si muove con una fretta eccessiva e nel lavoro si dimostra una efficienza che sfocia spesso in un efficientismo alienante. Detto ciò, sono del parere che le espressioni “ci vediamo pomeriggio” e “ci vediamo settimana prossima” subiscano l’ellissi dell’articolo per questa esigenza, molto marcata negli abitanti del Nord, di non perdere tempo e, di conseguenza, di velocizzare il linguaggio con il sottintendere quanto si capisce, anche se non espresso.

Questo, s’intende, in situazioni non formali quali possono essere un dialogo tra amici o una chiacchierata in famiglia. Bisogna d’altronde ricordare che proprio in questi contesti si adotta un registro appunto non formale e si tende a ridurre il linguaggio all’essenziale. Spesso ad esempio si sentono due amici congedarsi con un “Notte!” per dire “Buona notte!” oppure con un “Bye!” per dire “Good bye!”(che a sua volta è locuzione sintetica dalla frase God be with you = Dio sia con voi!).

La stessa parola “Ciao!” è un modo rapido per salutarsi tra familiari e amici che sostituisce espressioni più ampie e non consone al contesto di intimità in cui si svolge il dialogo.
Da notare, in conclusione, che è insito nella dinamica funzionale della lingua, nei suoi registri delle relazioni quotidiane, il bisogno di eliminare il superfluo.
Si considerino come prova le stesse espressioni in questione nella loro forma grammaticalmente corretta: in “ci vediamo la settimana prossima” è stato eliminato la preposizione in che di solito esprime il complemento di tempo; in “ci vediamo oggi pomeriggio” è stato omessa la preposizione articolata nel.

A questa interpretazione sembra contraddire l’altro fenomeno segnalato dalla lettrice milanese, quello di aggiungere, a mo’ di protesi, l’articolo ai nomi propri. Qui prevale, secondo me, un’altra esigenza, quella di pronunziare le parole singolarmente o nelle loro combinazioni in modo, quanto più possibile, facile e comodo. Si sta parlando di una esigenza eufonica. Insomma i settentrionali, e non solo, ritengono che possa facilitare la pronunzia dire “la Simona” o “il Matteo” piuttosto che i semplici nomi nudi e crudi. Non si può escludere tuttavia che questo costume linguistico sia una ridondanza sorta casualmente e senza una motivazione precisa.

“Andare in posta” o “Andare alla posta?”
Si sa che il complemento di moto a luogo è retto nella maggior parte dei casi da una delle due preposizioni «in» o «a». I Romani avrebbero detto con la loro abituale precisione «in» quando si vuole indicare ingresso in un luogo, «a» (lat. ad) quando invece si vuole indicare l’avvicinamento ad un luogo. In italiano invece: vado in piazza, vado in città, ma vado alla posta (tutti i dizionari indicano questa come la forma corretta o almeno quella comunemente usata), vado al ristorante; vado a casa, ma rientro in casa, vado al mare, ma vado in montagna ecc.

Insomma una regola precisa non c’è. L’unica cosa che possiamo dire è che generalmente con «in» si vuole mettere in evidenza l’ingresso in un luogo e invece con «a» si mette l’accento sulla direzione del movimento. Il resto è demandato all’uso.
Due considerazioni conclusive. Andare in posta è più sbrigativo che andare alla posta e questo è in linea con quello che dicevamo sopra.

Inoltre e infine, lo sa la gentile lettrice che in posta significa anche… in fretta? In tale accezione l’espressione è registrata tra le locuzioni avverbiali dal Grande Dizionario della Lingua Italiana del Battaglia (“ – in posta, in poste: frettolosamente, in fretta; precipitosamente.” Da precisare tuttavia che la locuzione si usò fino all’Ottocento).
Allora, per chiudere sorridendo, si può anche, a Nord come a Sud, andare alla posta…in posta (disambiguando = andare alla posta in fretta).

LA RUBRICA “LINGUA IN LABORATORIO”

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RISPOSTE AI LETTORI

La rubrica “La storia magra” del prof. Carmine Cimmino, solleva questioni, polemiche e genera commenti. Segno che la storia nostra (del Sud) e quella della nostra Nazione stentano ancora a fondersi.

Il problema dell”unificazione dell”Italia è la somma di tre problemi: 1) la debolezza strutturale del Regno delle due Sicilie; 2) l”arrivo di Garibaldi e dell”esercito piemontese; le luogotenenze, la guerra contro il così detto brigantaggio: insomma la storia degli anni 1861- 1870; 3) gli “arcana” della scelte politiche dello Stato italiano dal 1870 ad oggi e la progressiva riduzione del Sud a territorio “marginale” – marginale in tutti i sensi – rispetto al Nord. Tratteremo un capo alla volta.

Avendo scritto dieci anni fa un libro sui briganti del Vesuvio, conosco perfettamente gli argomenti dei nostalgici dei Borbone. Rispondo sinteticamente, prendendo come anno di riferimento il 1850: Garibaldi, i Mille e i Piemontesi sarebbero arrivati dieci anni dopo. Rispondo con dati tratti da documenti borbonici e da scrittori “borbonici”. Dunque, in quell”anno l”industria metalmeccanica napoletana era la prima d”Italia, grazie anche ai capitali stranieri e alla politica protezionistica. Ma la produzione agricola passava da una crisi all”altra, soprattutto perchè i prezzi dei prodotti si mantenevano bassi: non c”erano strade, e il commercio interno non poteva svilupparsi.

Tra il 1830 e il 1850 il grano arrivò a costare sul mercato di Napoli 7 ducati l”ettolitro, mentre in Basilicata i contadini erano costretti a venderlo a meno di 2 ducati l”ettolitro. Chiunque abbia letto i documenti dell”Ufficio borbonico Ponti e Strade sa che intere province erano tagliate fuori dal resto del Regno. Per rendersene conto basta leggere le relazioni della Polizia borbonica sull”ultimo viaggio di Ferdinando II, da Napoli in Puglia. La prima linea ferroviaria costruita in Italia fu la Napoli –Portici. È un primato che nessuno contesta. Fu inaugurata nel 1839. E dopo? La Napoli- Caserta venne costruita nel 1840. E dopo? Niente di niente.

Giacinto De Sivo, lo storico che per primo scrisse della “congiura universale” che aveva abbattuto i Borbone, e che pagò con l”esilio la sua lealtà alla dinastia, aprì la sua Storia ricordando che il 23 novembre del 1859 Francesco II “ordinava una commissione per discutere sui disegni di ampliamento al porto di Napoli: ordinava il proseguimento della strada ferrata per Sanseverino e Salerno..” E poco dopo prometteva nuove linee: da Napoli a Lecce; da Napoli ai confini dell” Abruzzo; da Palermo a Catania. Perchè la dinastia aveva adottato la strategia dell”isolamento? Perchè non aveva investito capitali nella costruzione di strade, di porti e di ferrovie? Eppure, la borghesia produttiva chiedeva rispettosamente, ma fermamente, lo sviluppo delle comunicazioni: per rendersene conto, basta leggere i fascicoli degli “Annali civili del Regno delle Due Sicilie” (soprattutto i fascicoli del 1852 e del 1854): forse è utile dire che la pubblicazione degli Annali era controllata dal governo borbonico, e che ogni “pezzo” veniva vagliato dalla censura.

Non ci dobbiamo meravigliare se la quota pro capite del commercio estero del Regno era tra le più basse d”Europa: ducati 6,52 per abitante, comprendendo nel conto la Sicilia; e senza la Sicilia, ducati 5,52 per abitante. Il dato è del 1858: in quell”anno, la quota del Regno di Sardegna era di ducati 40,13 per abitante, e quella della Toscana era di ducati 31,70; perfino la quota dello Stato Pontificio era superiore: ducati 9,06 per abitante. Sì, le casse dello Stato erano colme di argento e di oro, che i Piemontesi saccheggiarono. Perchè questa enorme massa di metallo non era stata impiegata in investimenti redditizi?

Mancavano le banche. C”era un istituto bancario a Napoli, con una succursale a Bari; nel 1850 la Cassa di Palermo e di Messina venne trasformata in “Banco dei Reali Domini al di là del Faro”; intere regioni erano prive di “sportelli” bancari, e perfino per i commercianti della provincia di Napoli era quasi impossibile ottenere fedi di credito. Era così insopportabile la situazione che nel 1842 gli “Annali del Regno delle due Sicilie” osarono pubblicare un lungo saggio, intitolato “Proposta di banche provinciali di risparmio e di circolazione”. Dilagava l”usura, ovviamente (Domenico Demarco in “Il crollo del Regno delle due Sicilie” e Nicola Ostuni in “Finanza e economia nel Regno delle Due Sicilie”, che è del 1992, hanno analizzato scientificamente la questione sulla base dei bilanci dello Stato ).

E vorrei non parlare, ma dovrò farlo, delle percentuali di analfabeti, e del livello culturale degli alfabetizzati. Certo, la borghesia poteva procurarsi maestri e professori privati di buon livello, e alcune “facoltà” dell” Università di Napoli erano eccellenti: ma in quasi tutto il Regno il numero di coloro che non sapevano nè leggere nè scrivere era spropositato. Numerosi decurioni (consiglieri comunali) di Comuni della Provincia di Napoli firmavano i verbali di consiglio aiutandosi con una stampiglia di legno.
Strade, scuole, banche: le scelte di Francesco I e di Ferdinando II in questi tre settori strategici obbedirono a un “secretum imperii”: impedire l”ampliamento e il potenziamento del ceto borghese, bloccare la diffusione di una mentalità borghese. Come aveva vaticinato Metternich, la dinastia morì di una “infezione” contratta durante i moti del “20-“21: la paura.

De Sivo spiegò il crollo con la congiura “universale” della Francia, dell”Inghilterra e della Massoneria, e con l”oro piemontese che aveva corrotto i capi dell”esercito napoletano. Se è vero tutto questo, cosa dobbiamo pensare di una dinastia che non si accorse nemmeno in punto di morte di aver affidato le sorti del regno a una manica di incapaci, di felloni, di corrotti e di traditori?
Vorrei raccontarvi la vita quotidiana nei Comuni: la vita dei clan dei “galantuomini” e la vita dei “miseri”, così come viene descritta, con assoluta chiarezza, dalle relazioni degli Intendenti borbonici (i Prefetti di oggi), dagli atti comunali, dalle “suppliche” che i parroci più sensibili rivolgevano alla Maestà del Re “umiliandosi davanti al trono”, dalle Commissioni Sanitarie che dovevano affrontare le epidemie cicliche di colera e di “febbri tifoidee”.

E mi riferisco non ai Comuni di quelle regioni in cui, come avrebbe scritto Carlo Levi, Cristo non era arrivato, ma ai Comuni della Provincia di Napoli e di Terra di Lavoro: province considerate ricche e sotto il controllo diretto dell” Amministrazione Centrale.
Ho letto centinaia di documenti del fondo Sottointendenza di Castellammare e dell” Intendenza di Napoli, e atti di processi, e centinaia di note e relazioni della polizia borbonica: potrei aggiungere all”elenco i molti diari di viaggio di stranieri che visitavano il Regno. Le carte borboniche non riescono a nascondere le storie dell” ordinaria sopraffazione e il dramma di una povertà che spesso alimentava un degrado morale intollerabile. Certo, prima di giudicare, bisogna mettersi d”accordo sui termini della prospettiva storica. Ma ci sono limiti che anche il giudizio relativo deve rispettare.

Il processo dell”unificazione fu una vicenda di violenze, di massacri, di rapine, di progetti canaglieschi di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. Questa verità è nota da tempo: la Storia del brigantaggio dopo l”Unità, di F. Molfese, venne pubblicata da Feltrinelli nel 1964 e lo splendido libro di G. Cingari, Brigantaggio, proprietari e contadini nel Sud (1799- 1900), è del 1976. Ma non riesco a capire come si possano rimpiangere i Borbone. Anche perchè i Piemontesi saccheggiarono e umiliarono il Sud con l”interessata connivenza di buona parte di quei “galantuomini” che fino a pochi mesi prima erano stati borbonici. La “congiura” contro il Sud fu ordita a Napoli e a Torino, tra il 1860 e il 1861, sui telai della malafede di alcuni e della stupidità politica di altri: A. Scirocco ha descritto minuziosamente la trama in un libro del 1981, Il Mezzogiorno nella crisi dell”unificazione ( 1860-61). Ne parleremo la prossima volta.

(Fonte foto: Repubblica.it)

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RISPOSTE AI LETTORI

Come periodicamente succede, la nostra rubrica sospende i dialoghi tra i protagonisti che la animano, per rispondere a curiosità e quesiti che ci rivolgono i lettori.
Di Giovanni Ariola


Amalia R. di Mugnano scrive: “Ho sentito in una trasmissione televisiva a quiz che esistono nomi detti sovrabbondanti, in quanto hanno due plurali e si faceva l”esempio di braccio. Potrebbe indicarmene degli altri? Esistono nomi sovrabbondanti anche nel dialetto napoletano?”

Risposta: “Si definiscono sovrabbondanti nel plurale quei nomi che hanno appunto due plurali. Altri linguisti (Tullio De Mauro) chiamano s. anche “i sostantivi di genere sia maschile che femminile”. Questi ultimi sono definiti comunemente nomi di genere comune (es. il/la nipote, lo/la erede, il/la custode, il/la parente, il/la consorte:). Ecco un elenco, ovviamente non completo, di nomi sovrabbondanti nel plurale: anello (gli anelli, le anella), budello, calcagno, cervello, ciglio, corno, cuoio, dito, fondamento, fuso, ginocchio grido, labbro, lenzuolo, membro, muro, osso, urlo.

Si sarà notato che i nomi sono maschili al singolare e maschili e femminili al plurale.

“La desinenza del plurale femminile in –a è un residuo della desinenza del plurale neutro in latino; e infatti la maggior parte di questi nomi che nell”italiano hanno due forme di plurali, erano in latino di genere neutro (es. braccio brachium, pl. brachia):..Per lo più l”uso del plurale femminile in -a vale per il senso proprio, e l”uso del plurale maschile in -i vale per il senso figurato: “i bracci della sedia” e “le braccia del corpo”; “le budella d”un animale” e strade come budelli“;: “i cigli della strada” e “quella bambina ha delle ciglia meravigliose”:

Per alcuni nomi la desinenza del femminile è rimasta solo nell”uso di particolari modi di dire (“stare alle calcagna“; “tirare le cuoia“) o nell”uso letterario (anella, per “capelli inanellati”)” (S. Battaglia/V. Perticone, La Grammatica Italiana, Loescher Editore, Torino, 1971, pp. 130-131).

Anche nel dialetto napoletano esistono i nomi sovrabbondanti: p.e.”o lenzulo (o lunzulo, variante usata per lo più nella provincia napoletana, = il lenzuolo) ha due plurali: “e lenzule e “e llenzole. Il primo si usa nella enumerazione: es. duie o tre lenzule. Il secondo per indicare la coppia di lenzuola del letto. “Stammatina aggi” “a cagnà “e llenzole d” “o lietto” (= Stamattina debbo cambiare le lenzuola del letto).

I contadini di una volta, diciamo fino ai primi due decenni del secondo Novecento, usavano ancora “e lenzule “e sacco, formati da tre o quattro sacchi di iuta cuciti insieme, per diversi scopi. Distesi nei cortili, scomparse ormai le aie, vi si ammassavano sopra “e fasule (i fagioli) ancora nei loro baccelli, quando erano ben secchi, per poterli scugnare ( o scugnà = trebbiare, sbaccellare) agevolmente col vevillo ( o vavillo = arnese, formato di due bastoni di legno legati insieme da una correggia di cuoio, per battere il grano e simili, per trebbiarlo) ed evitare di farli venire in contatto col terreno. Servivano anche a coprire i mucchi di granodinio (o granorinio o granurinio = granone, granturco, mais), messo ad essiccare sopra gli astrece ( o astece = lastrici solari, solai di copertura delle case) per ripararli sia dalla rugiada notturna sia dalla pioggia.

Anche ai ragazzi era consentito (stavo per dire imposto) di salire sui tetti o del pianoterra o anche del primo piano della casa, mediante scale di legno non sempre in condizioni ottimali, a spandere il granturco fino al bordo estremo dell”astreco senza alcun parapetto (Che vertigini ora a ricordare e a ripensare!) o ad ammassarlo in un mucchio conico (si faceva a gara a chi lo faceva più regolare e più alto).

“E llenzole del letto si cambiavano di tanto in tanto, non troppo spesso, per la gran fatica nel lavarle. Quando si decideva, le donne di casa facevano “a culata (il bucato) e si cominciava a pregare dal giorno prima che l”indomani fosse bel tempo.(C”era chi era sfortunata e pronunciò la frase emblematica: Facesse na culata e ascesse “o sole!).

Sempre nell”ambiente contadino il bucato si faceva all”aperto nel cortile al centro o in un angolo del quale sorgeva la immancabile triade delle maeste (massaie): il pozzo, il forno e il lavatoio.

Recipiente usato per l”operazione era “o cupellone, un grosso mastello, nel quale si sistemavano i panni preventivamente lavati nel lavatoio ( e che serviva anche da vasca da bagno in estate per i ragazzini che venivano sceriati / =strofinati ben bene dalla testa ai piedi e liberati dalla sporcizia accumulata sulla pelle e sui piedi scalzi in una giornata di fatica e di pazzia/=gioco). Come detersivo per il bucato si usava la cenere. Si collocava alla sommità dei panni da lavare “o cenneraturo (o cennerale), un panno particolare dalla trama più fitta che facesse tuttavia passare la sostanza detergente della cenere, quando vi veniva versato sopra “o cenneraccio (miscuglio di acqua bollente e cenere).

Quindi, dopo un certo tempo, tolto il panno con la cenere, il risciacquo nel lavatoio, di nuovo riempito d”acqua, cavata dal pozzo attiguo, secchio dopo secchio, e alla fine “e llenzole, ridiventate immacolate ( o quasi) si stendevano sulle corde sempre nel cortile (A questo punto si levava al cielo un”altra preghiera apotropaica stavolta non solo per la pioggia ma anche per il vento che poteva sollevare polvere e sporcare i panni stesi, vanificando così tanta fatica).

E non era finita. Le donne, se con il tempo andava bene, appena le lenzuola cominciavano ad asciugarsi, procedevano alla stiratura a mano. Si afferravano i due lembi inferiori del lenzuolo con la mano sinistra e con la destra si passava più volte sulla stoffa fino a stirarla. Olio di gomiti insomma. Ora “e llenzole, odorose di pulito, si potevano piegare e riporre.

Luigi G. di Napoli scrive: “Vorrei un”informazione su Sanremo. Non si spaventi e non faccia quella faccia disturbata. Non intendo parlare del chiacchieratissimo (da parte di persone che fanno questo per mestiere o che non hanno niente di meglio da fare e devono risolvere in qualche modo il problema della noia quotidiana) festival canoro, tanto meno di certi personaggi di più o meno alto lignaggio e con nelle vene il cosiddetto e oggi risibile sangue blu. Più modestamente, avendo deciso di passare un finesettimana sulla riviera ligure, frugando tra le varie offerte di alloggio, mi è capitato di leggere su internet una doppia forma del nome della ridente cittadina: Sanremo e San Remo. Mi può dire qual è la forma esatta?”

Risposta: Sì, è vero esistono tuttora le due forme e possiamo dire che convivono pacificamente, anche se ufficialmente a livello istituzionale è stata adottata la parola unica, ossia Sanremo. La cosa curiosa è che San Remo, come santo, pare non esista, non solo ma che sia venuto fuori addirittura dalla pronuncia dialettale di :San Romolo, santo vescovo di Genova, intorno al V secolo dopo Cristo, e oggi suo patrono.” Ma lasciamo la parola al dotto linguista Aldo Gabrielli che, conoscendo bene tale questione per il fatto che abitava di tanto in tanto in un paese vicino, Arma di Taggia, ridente località balneare, ne ha dato una lucida quanto sintetica spiegazione:

“Questo gioiello della Riviera ligure, nel lontano medio evo, era un borgo fortificato contro le continue incursioni saracene, e si chiamava infatti Castrum Sancti Romuli, fortezza di San Romolo. In dialetto il nome Romolo si alterava tanto da essere più vicino a Remo che a Romolo: San Romu, con la normale caduta della sillaba finale, e l”alterazione tipicamente ligure della vocale o:da leggersi pressappoco e; ma non era logico , traducendo in italiano, sostituire addirittura Remo con Romolo. Di qui la necessità di creare quasi un nome nuovo:.E questo nuovo nome non può essere che Sanremo, in una parola sola, che rispetta l”antica pronuncia locale di Romolo ma non crea un santo che non c”è.” (Aldo Gabrielli, “Il museo degli errori/ L”italiano come si parla oggi”, Mondadori, Milano, 1977, pp. 85- 86).

LINGUA IN LABORATORIO

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RISPOSTE AI LETTORI

Il prof. Ariola risponde ai diversi quesiti che sono stati posti a commento di suoi precedenti interventi o arrivati per e-mail alla nostra redazione.

Un lettore ci scrive: “Il terremoto è un evento tragico e non mi va di scherzare, neppure con le parole. Ma mi sia consentito di rivolgere una preghiera:disambiguata ai futuri ricostruttori: “Edificatori, per favore, edificate in modo edificante!””
Mi associo alla preghiera. Aggiungo: Riflettete su questa grande sciagura, deponete furberia e sciacallaggio, conservate memoria dei morti e del dolore dei vivi e, anagrammando, non cercate nel “terremoto” un “remoto tre” (al posto di uno) o “torte” (di) “more” (da spartirvi con compari di malaffare), non agite “more tetro” (tetro italianizzato dal latino “taetro”) ma “more retto” (“retto” italianizzato dal latino “recto”).

Per il sig. Potenzano:
Signor Fabrizio Potenzano, lei vuole sapere perchè non usiamo, nel nostro parlare e scrivere quotidiano, la parola merda. In verità, lo chiede in modo “reticente” (usa la reticenza, figura retorica che, come si sa, consiste nel non dire una parola, ma lasciandola intendere); infatti non la scrive esplicitamente la parola ma vi allude molto chiaramente indicandola con termini sostitutivi (escrementi, feci) o con perifrasi (retro-espulsioni organiche, rifiuti organici).

La parola in questione è italianissima non solo ma anche con tanto di blasone classico, derivando dal latino, come ognuno può apprendere consultando un buon dizionario della nostra lingua. Eccole un passo poetico in cui il termine è usato, in senso proprio e senza remore di sorta, da Orazio: “mentior si quid, merdis caput inquiner albis/ corvorum, atque in me veniat mictum atque cacatum/ Iulius et fragilis Pediatia furque Voranus.(Se dico bugie, mi insudici il capo/ la bianca merda dei corvi e venga/ a pisciarmi e a cacarmi addosso Giulio/ e l”effeminato Pediazia e il ladro Vorano”) (Serm. l. I, Sat. 8, vv. 37-39).

Anche Dante lo usa senza farsi scrupoli in senso reale: “E mentre ch”io là giù con l”occhio cerco,/ vidi un col capo sì di merda lordo,/ che non parea s”era laico o cherco”. (Inf., 18, vv.115-117).
E dopo di lui tanti altri scrittori, fino a Carducci, Gadda, Calvino.
Il termine si è conservato anche in altre lingue neolatine (Fr. merde, sp. mierda)
Senonchè, col passare del tempo, esso ha subito una espansione semantica, e dal senso reale è transitato nel senso figurato, andando ad indicare persone e cose che della merda hanno sostanza, consistenza e valore (talvolta anche odore).

Si è caricato così di una valenza sempre più negativa, finendo per esser sentito e per essere usato come parola plebea, volgare, triviale, degno esemplare del turpiloquio che il nostro perbenismo e il nostro puritanesimo, ovviamente il più delle volte ipocriti e falsi, non tollerano anzi decisamente si rifiutano, almeno ufficialmente, di praticare. Ecco perchè ai bambini si raccomanda che “merda” non si dice, ossia che è sconveniente pronunziare la parolaccia davanti a persone, come d”altronde le altre parole, attinenti o simili (Si consideri, uno per tutti, il derivato metonimico “stronzo” con la variazione femminile “stronza” e con l”efficace corrispondente dialettale “strunz” ” che richiama direttamente l”etimo longobardo).

Quanto alle altre domande rivolteci, diamo risposte brevi e perciò non esaurienti, rinviando per eventuali integrazioni ad un buon testo di linguistica.
I rapporti tra i vari popoli del pianeta, divenuti sempre più frequenti negli ultimi due secoli e cresciuti oggi a dismisura, hanno prodotto e producono anche “scambi linguistici”, sia a livello lessicale che a livello di frasi idiomatiche (prestiti, quando le parole di una lingua entrano in un”altra lingua e vi rimangono immutati, come, ad esempio, “week end”; calchi, quando le parole passano da una lingua ad un”altra solo tradotte, come, ad esempio “aria condizionata” dall”inglese “air conditioned”; modi di dire come ad esempio “last but not least”, ultimo ma non meno importante).

Credo le possa essere utile, in generale, questo pensiero di Federico Garlanda, che fu marito di Ada Negri: “Ora in tutti i casi immaginati, sia che una nuova lingua venga, per così dire, importata fra un popolo, sia che venga prodotta dal popolo stesso, le mutazioni della lingua sono dovute o a differenze già esistenti nel popolo, o a modificazioni che il popolo à subito. In altre parole, possiamo dire che le mutazioni nei linguaggi sono prodotte da un adattamento etnologico, prendendo la parola “etnologico” nel suo significato più ampio e riferendola non solamente a differenze di razza, ma a tutte le modificazioni geografiche, storiche e climatiche:”
(da “La filosofia delle parole”, 1900).

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