Nelle ore scorse ci sono state le primarie del Partito Democratico a Napoli. Molti si meravigliano di come sono andate; è necessario allora, fare un passo indietro e ri-parlare di Bassolino, caste e camorra. Di Carmine Cimmino
Il sabato piovoso e l’asfalto delle strade che deforma i riflessi delle cose nell’insidia delle buche e delle spaccature inducono a percepire, dietro l’apparente fluidità delle forme, l’immobilità sostanziale del mondo.
In una città come Napoli, in cui gli abitanti di Forcella scendono in strada a loro rischio e pericolo, perché il quartiere è il campo aperto di battaglie quotidiane tra bande, e il parroco grida: Basta chiedere atti di eroismo, lo Stato brilla per la sua assenza; in una città in cui gli anziani in fila fin dall’alba per rinnovare l’esenzione ticket comprano a decine di euro, da improvvisati bagarini, il numero di prenotazione (La Repubblica, 20/01); nella disastrata città dell’immondizia dell’illegalità della miseria i candidati a sindaco espressi dal PD si preparano per le primarie rinfacciandosi l’un l’altro quote cospicue di responsabilità del disastro e lanciandosi addosso chiare accuse di correità.
Intanto, i vertici nazionali del PD tacciono. Torna in pubblico Antonio Bassolino, presenta il suo libro Napoli Italia, il libro ha in copertina l’immagine della bandiera italiana sorretta da due mollette, come un panno steso al balcone. I candidati del PD non hanno fatto ancora sapere cosa pensano della camorra napoletana. Antonio Bassolino ha ancorato la prima fase della sua carriera politica all’impegno contro la camorra: lo ricordo sfilare per le vie di Ottaviano, accanto a Don Riboldi, nel primo famoso corteo contro l’ organizzazione di Raffaele Cutolo. Col passare degli anni e col mutare dei ruoli -prima sindaco e poi governatore- egli ha mutato la faccia, il corpo e l’andatura di questo impegno.
Secondo Francesco Barbagallo, il massimo storico della camorra, che fu assessore di Bassolino sindaco, il cambio di passo rispondeva a una precisa scelta politica del PCI e del PDS: i comunisti sono diversi; dove i comunisti stanno al potere, la camorra viene letta come fenomeno di violenza plebea, che non contamina la società civile: in ogni caso, è destinata a scomparire. Nel novembre del 2004 fa il giro del mondo l’immagine dell’uomo ucciso in una pizzeria di via Nazionale, mentre sta consumando una pizza: il corpo è rimasto incastrato tra la sedia e il tavolino, il capo si è piegato sul piatto. Oliviero Toscani commenta: ”Purtroppo Napoli è proprio questa“, e Antonio Bassolino ribatte irritato che Napoli é anche la città delle mostre di Caravaggio, di Schnabel, di Hirst e di Fabro.
Egli ammette che i camorristi ci saranno per un lungo periodo – solo i demagoghi possono dire diversamente, ma esorta tutti a mostrare anche le altre facce di Napoli. Proprio in quei giorni il giornale francese Liberation ha descritto la città non con i tersi e puri colori del Rinascimento, ma con quelli neri e cupi – esiste anche un nero brillante, il nero di Velazquez e di Manet – di un romanzo gotico. Secondo Marco Demarco (L’altra metà della storia, pag. 170-171) Bassolino adotta l’analisi che della camorra napoletana – la camorra di Napoli città – fa Isaia Sales. Il quale ritiene che la camorra di Napoli città sia parassitaria nei suoi modi, vicolocentrica nei suoi spazi, progressivamente acefala nel tempo, mentre quella casertana, per esempio, ha una struttura gerarchica, controlla i grandi appalti dell’edilizia pubblica e le vie della droga.
Il pensiero di Sales e di Bassolino viene illustrato con parole assai chiare dal prof. Mauro Calise (Il Mattino, 23/01/2004): Bisogna abituarsi all’idea che Napoli non è una sola, C’è una Napoli da cui tenersi alla larga, e un’altra da godersi felice. Proprio come sa ogni turista della Grande Mela, che si guarda bene dal confondere Manhattan con il Bronx. Queste due Napoli diventeranno, con il tempo, sempre più lontane e nemiche. Fino al punto di potersi ignorare a vicenda. Giova dire che l’esempio del turista è un argomento che gli studiosi di retorica definirebbero quasi- logico: poiché a noi interessa non la prospettiva del turista, ma quella di chi vive in città.
Il turista si reca a Posillipo, ne ammira lo splendore e va via; è il cittadino che sperimenta se e come la camorra esercita il suo potere anche sulla Napoli da godersi felice. L’affare drammatico della monnezza – affare per pochi, dramma per tutti – dà una risposta che smonta la geografia del prof. Calise. Sulla monnezza si costruisce un sistema di potere che attraversa Destra, Centro e Sinistra e grazie alla monnezza si realizza, ancora una volta, il sogno italiano e napoletano della concordia degli opposti. La puzza della monnezza è una prova implacabile del fatto che la camorra è strumento dei disegni della politica e che le sue logiche contaminano profondamente la società civile. (Quando mi vince la passione per i paradossi, mi viene di pensare che sia stata la società civile a corrompere la camorra).
La denuncia di Amato Lamberti è inequivocabile (“Se anche la camorra è liquida”, Corriere del Mezzogiorno, 25/6/09): la camorra è un sistema criminale innervato in modo interstiziale nel tessuto socio-politico-economico della società campana…siamo in presenza di connotazioni strutturali che intrecciano criminalità organizzata e organizzazione sociale, politica ed economica di gran parte del territorio regionale.
Il sistema del potere trasversale si serve della camorra per spegnere lo spirito d’impresa, per tenere lontani i capitali esterni, per creare povertà e per regolarne il livello. La povertà regolata produce clienti e voti di scambio; la povertà eccessiva è pericolosa per le caste, perché produce Masaniello.
Le caste che hanno in mano il potere non hanno alcun interesse a alimentare veramente lo sviluppo; lo sviluppo genera cultura, danaro, intelligenza, cittadini liberi, autonomi, disposti a misurarsi nel controllo della cosa pubblica. Lo sviluppo promuove, di fatto, il ricambio dei gruppi dirigenti. Non il ricambio fittizio delle facce e dei cognomi, ma quello reale degli homines novi.
In un libro pubblicato nell’autunno del 2010 e intitolato I Gattopardi Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo hanno dimostrato che, in Sicilia e in altre regioni del Sud, il meglio della società civile, medici architetti ingegneri avvocati commercialisti banchieri funzionari locali e uomini delle istituzioni, viene inglobato nel sistema di potere che ruota intorno alla mafia. Mi meraviglio della meraviglia dei due autori.
Le carte del processo Notarbartolo, le relazioni della commissione d’inchiesta Saredo sull’amministrazione della città di Napoli e gli atti del processo Cuocolo dimostrano che tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento a Palermo e a Napoli il matrimonio tra la società civile, le classi dirigenti e le mafie era già stato celebrato e consumato. Anzi, aveva già prodotto una numerosa figliolanza. E dunque conviene dedicare qualche articolo alla Napoli della belle èpoque, anche perché, nonostante tutto, fu l’ultima Napoli degna di essere ancora considerata una città europea: la Napoli di Scarfoglio, di Scarpetta, della Serao, di Nitti, di Gemito e di Migliaro, di Croce e di Di Giacomo.
P.S. Oggi, lunedì 24 gennaio, leggo su La Repubblica che Andrea Cozzolino ha vinto le primarie con un ultimo colpo di reni. Dice Libero Mancuso: Sono tornati i pacchi di pasta. Cozzolino spieghi perché si è alleato con la destra, cosa c’è dietro ? Dice il consigliere regionale Corrado Gabriele, che fu assessore di Bassolino governatore: Il centrodestra si è scelto il suo candidato. Mi meraviglio della meraviglia di Libero Mancuso, e della meraviglia di Corrado Gabriele. Sono due diverse meraviglie, che stuzzicano una riflessione.
(Foto: immagine del quadro di Thomas Jones, “Un muro a Napoli”)





