Le memorie dei luoghi e i valori delle tradizioni non basta più descriverli: vanno raccontati. La descrizione si ferma alla superficie, il racconto cerca l’anima, e perciò costruisce le relazioni tra passato e presente.
A Lauro ci vado, con gli amici, sia da Palma che da San Paolo Belsito: a percorrerle con lo sguardo disposto all’ attenzione curiosa entrambe le strade consentono un viaggio tra due distinte anime della Campania Felice: dai colori e dalle forme della pianura ai toni severi e nello stesso tempo delicati di colli e monti qua sassosi, là coperti di verde . C’è un angolo, nei pressi di Casola, in cui il verde si dispiega in una incredibile gamma di toni, tanto da colorare di sé anche la quiete. E meriterebbe una lunga riflessione il silenzio mistico di quei luoghi, Liveri, Pernosano, Taurano, in cui il cristianesimo rinnova il culto della Grande Madre.
I boschi, in cui si rifugiarono i briganti, indicano la presenza divina dell’acqua, e pare che tutto il paesaggio sia un delicato fluire di forme: anche Lauro con i suoi spazi di pietra, con la mole maestosa del maniero. Non posso non ricordare che il sangue dei principi di Ottajano si perpetuò in quello dei Lancellotti: i giovani che a Lauro e nella mia città avvertono la necessità di riscoprire e salvare le “ radici “ dovrebbero metter su un evento – è un termine alla moda – che ricordi l’intreccio, non sempre affettuoso, tra le storie delle due comunità.
All’interno della festa in onore di Sant’ Antonio si è tenuta, il 14 giugno, la manifestazione “C’era una volta al Borgo“: Matilde “Tilde” Schiavone, Enrico Acerra, Domenico Fiore, Gerardina e Antonella Ferraro l’hanno organizzata nel segno di una speranza: che la forza vitale delle tradizioni affluisca alle stanche e aride fibre del presente. Ritornano le “figure“ dell’acqua: e infatti la manifestazione si è tenuta nel borgo di Fontenovella. L’origine del nome è nella fontana ottocentesca, che orna la piazza intitolata a San Francesco e a Santa Chiara: e quale peso abbia l’immagine dell’ acqua nel mito francescano, è superfluo dirlo. Un’ “Annunciazione“ di Decio Tramontano e i colori da tempera dell’onnipresente Mozzillo adornano la Chiesa.
Nel borgo i “ngarcazango“ ammassavano a forza nelle forme, “ ‘ngarcavano“, l’umida terra, “ ‘o zango“, il fango, plasmavano i mattoni e altri oggetti e li mettevano a cuocere nei forni. Era un lavoro di straordinaria potenza simbolica: perché stringeva insieme terra, acqua e fuoco, e perché dall’informe materia tirava fuori forme di oggetti che l’uso quotidiano avrebbe trasformato, attraverso il gioco dei sentimenti e dei ricordi, in “cose“. Gli organizzatori hanno toccato molte corde di quell’ insidioso strumento che è la memoria. Non hanno dimenticato i movimenti espressivi del “laccio d’amore“, una danza che porta in sé i segni musicali e i gesti di antichi riti della fecondazione, hanno accettato la sfida più complicata, quella con il cibo: non è facile riscoprire gli antichi sapori: il gusto, l’olfatto e gli “accidenti“ e la sostanza degli alimenti si sono trasformati, nel tempo, radicalmente.
Ma il coraggio merita sempre un applauso: un mio amico, che è “ ‘nu jurecatore“, un criticone implacabile di cose di cucina, mi ha garantito che la pasta e patate, la zuppa di fagioli con il pane, le polpette e il nocino meritavano di essere oggetto di prolungata meditazione. Del resto, il Vallo di Lauro è un luogo in cui si sono incontrate, confrontate e mischiate le culture alimentari di popoli e di gruppi sociali: e anche questo tema meriterebbe di essere approfondito.
Non è mancato l’omaggio agli antichi mestieri: il falegname, la ricamatrice, ‘o ‘mpagliasegge, custode dei segreti della comodità: la qualità, la resistenza e la tecnica d’intreccio delle fibre, le misure del piano della sedia. Non è stato dimenticato il caffettiere, che non ha nulla a che vedere con il barista di oggi.
Il caffettiere stava al centro del flusso delle cronache: ascoltava, raccoglieva notizie, le immetteva nel circuito della conoscenza. I carrettieri – i vatecari – facevano gli inviati speciali al fronte, i caffettieri erano i redattori di quegli incredibili giornali “ parlati “ che si pubblicavano senza sosta nei caffé.
Perciò, l’elemento che ha collegato tutti i momenti della manifestazione e ne ha svelato il senso è il filmato in cui le memorie di Fontenovella vengono raccontate da quattro nonne narranti: Antonietta Angieri, “ ‘a baraccona“ e Carmelina Acerra, che non ci sono più, ma vivono ancora, esse che furono custodi dei ricordi, nei ricordi dei concittadini; Lilina Ferrante, “ ‘ a cantiniera“, Maria Grazia Ferraro, “Maria ‘e Giustina“. I luoghi e le tradizioni non vanno descritti, vanno raccontati. La descrizione è un profilo di superficie, il racconto coglie i movimenti dell’anima, fa parlare le cose, trasforma i luoghi in ambienti, la cronaca in storia, la folla in persone e in individui. Vittime e protagonisti di questa prima era del “virtuale“, noi abbiamo bisogno di ancorarci alla verità del vissuto, alla dimensione concreta dei sentimenti e degli umori di “quella“ donna, di “quest’ ”uomo“, di aggrapparci allo scoglio della quotidiana fatica dell’esistere per sfuggire al flusso rapinoso dell’ incertezza e dello smarrimento.
La storia di una Chiesa sta in una “Annunciazione“ di Decio Tramontano, ma anche nei sentimenti che quel quadro ispirò, nei secoli, ai contadini, ai caffettieri, alle ricamatrici che, mentre pregavano, posavano lo sguardo sulle figure e sui colori. E cercavano di capire.
(Lauro, foto di gruppo)

