Nel 1948 Luigi Einaudi disse: “La libertà economica è la condizione necessaria per la libertà politica. Non le lotte o le discussioni devono impaurire, ma la concordia ignava e l’unanimità dei consensi.” Sandro Pertini, celebrando il 2 giugno, dichiarò: “La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista fragile, che concede la libertà di morire di fame La corruzione è una nemica della democrazia tanto quanto il fascismo. Chi ruba il denaro pubblico ruba la speranza dei cittadini e calpesta la Costituzione.” Correda l’articolo l’immagine di un quadro di R. Magritte: “Riproduzione vietata”.
Cicerone spiegò che “res publica “significa: “Lo Stato è il popolo, e il popolo è lo Stato”, ma ammise che la ristretta cerchia dei “potenti” non solo tende a servirsi degli organi dello Stato per “coltivare” gli interessi dei pochi, anche a costo di violare i diritti fondamentali del popolo, ma fa in modo che l’opinione pubblica non abbia notizia alcuna di questi “traffici”. Mi auguro che gli alunni dei nostri Licei leggano ancora qualche passo delle orazioni che Cicerone pronunciò contro Verre.
Dunque, fin dai tempi della democrazia ateniese non c’è scrittore che non abbia dedicato qualche riflessione all’arte politica della “disinformazione”: a partire dall’Ottocento gli intellettuali hanno cercato le immagini più vive per spiegare ai lettori che il tradizionale esercizio politico della “disinformazione” si perfezionava senza sosta in arte della “manipolazione”, sfruttando la stampa, e poi il cinema e la radio, e poi la TV e gli strumenti della comunicazione “social”. Uno dei più importanti intellettuali “napoletani” della seconda metà dell’‘800, Vittorio Imbriani, arrivò a dire che bisogna diffidare perfino di chi dice insistentemente la verità: egli sta preparando qualche trappola. Ma di Imbriani parleremo nel prossimo articolo, sperando che una severissima intellettuale di Pomigliano d’Arco non mi accusi di essere un presuntuoso, perché ho osato scrivere di Imbriani, senza aver pubblicato su questo grande scrittore nemmeno un opuscolo.
Sulle armi politiche della “disinformazione” e della “manipolazione” dell’opinione pubblica Umberto Eco ha scritto pagine memorabili e illuminanti: mi riferisco in particolare all’articolo “L’illusione della verità”, uscito sull’ “Espresso” nel 1969, che scatenò una polemica a cui parteciparono Piero Ottone, Indro Montanelli, Eugenio Scalfari e Giorgio Bocca: il tema della contesa era la definizione del concetto di “obiettività”, ma i contendenti non trovarono l’accordo. Nel 1972 Eco pubblicò il “Televisionario” e in questo articolo scoppiettante elencò le dieci regole della Manipolazione televisiva: “1) Si commenta solo ciò che si può e si deve commentare: 2) La notizia veramente orientata non ha bisogno di commento scoperto, ma si basa sulla scelta degli aggettivi e su un accorto gioco di contrapposizione. 3) Nel dubbio meglio tacere. 4) Metti la notizia scomoda dove nessuno l’aspetta più. 5) Non dire mai polenta quando puoi dire pasticcio di mais. 7) Esponiti solo se il governo si è già esposto. 8)Non tacere mai l’intervento di un ministro. 9) Le notizie importanti debbono essere solo dette a voce, quelle irrilevanti possono e debbono essere filmate. 10) Si fanno vedere le cose importanti, solo se avvengono all’estero.”.
Se Umberto Eco fosse ancora tra i vivi, modificherebbe forse le regole 8 e 10, perché ci sono stati “interventi” di ministri che i “manipolatori” televisivi hanno “dimenticato” di trattare per non danneggiare ulteriormente l’immagine di quei ministri, e perché l’“estero” è fatto anche di Paesi amici a cui vendiamo i fucili – i fucili da caccia, intendo – e di Paesi che ci possono strangolare con la “trumpetta” – termine vesuviano che indica la “trombetta” – dei “dazi”. Ho fatto solo due esempi. Nel 2018 la Commissione Europea ha definito la “disinformazione “come la divulgazione volontaria di “informazione rivelatasi falsa, imprecisa o fuorviante, concepita, presentata e diffusa a scopo di lucro o per ingannare intenzionalmente il pubblico, e che può arrecare un pregiudizio pubblico”, e Stephen McKay ha sentenziato dalla sua cattedra universitaria che disinformazione e manipolazione stanno “aprendo” ferite assai gravi nel corpo della democrazia, soprattutto perché indeboliscono la compattezza del sistema sociale: e nei “vuoti” del sistema entrano fiumi di “fake news”, in particolare quelle “notizie false” di cui chi sta al potere e controlla gli organi di comunicazione di massa si serve per “demonizzare” gli avversari. Ma non tutti gli studiosi condividono questo catastrofico pessimismo. Ne parlerò nel prossimo articolo.





