I politici locali non dovrebbero mangiare pizze

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Fa caldo, e l’afa è un pericolo per certi ingegni che sono congegni delicati, unici: per fortuna. Ai politici locali si consiglia una caponata napoletana.

Tutto è segno di tutto. La storia della politica nazionale e locale è una storia di piazze, di ingressi trionfali nelle piazze, di fuga dalle piazze. É una storia di cravatte e di mocassini, di giacche, e perfino di modi di camminare. Osservate come stanno e come si muovono in una piazza affollata, la domenica mattina, un consigliere comunale semplice, un consigliere comunale potente, un assessore che conta. L’assessore che non conta non sta e non si muove: anche se c’è, è assente.

Storia di piazze e di pizzerie-osterie. Può cambiare la numerazione delle Repubbliche, già si passa dalla seconda alla terza, ma la pizzeria – osteria resta un luogo sacro per i tessitori locali di trame politiche. Ma i politici locali, di maggioranza o di opposizione, e anche quelli anfibi – quelli che hanno un piede nella maggioranza e uno nell’opposizione – al tavolo delle strategie non dovrebbero mangiare la pizza: perché la pizza va mangiata calda, e perciò non lascia spazio alla riflessione e a una articolata discussione. Inoltre, unge la bocca , “ ‘nziva le labbra“, e, soprattutto, produce euforia. C’è il pericolo che il politico, dopo il terzo, quarto boccone, sia spinto dall’entusiasmo a dire cose che sarebbe più prudente tacere: che so: io solo posso fare il sindaco, oppure, io porto su questo tavolo almeno duemila voti, da solo, o, perfino, chi sarà il sindaco lo stabilisco io.

E se anche all’ultimo momento l’euforico, in un sussulto di prudenza, serrando le ganasce e chiudendo quella sua bocca vajassa e parlettera, tentasse di bloccare le parole, non ci riuscirebbe: le parole scivolano sull’untume dell’olio fritto, sfuggono alle labbra, prorompono all’aperto. Infine, la pizza porta con sé le immagini dell’impasto, del rimpasto, e se è una “bufalina“, anche quella della bufala: e sono tutte immagini da cui il politico locale dovrebbe riguardarsi, con gli scongiuri rituali. Anche per i politici locali è il momento dei piatti poveri, semplici, e soprattutto, freschi: perché fa caldo, e l’afa è un pericolo per certi ingegni che sono congegni delicati, unici: per fortuna. Consiglio una caponata napoletana: fresella, olio, sale, pomodoro, basilico, una punta di origano.

La storia della navigazione, da Ulisse agli ammutinati del Bounty, da Colombo al capitano Achab, dalla battaglia di Lepanto a quella di Lissa, è la storia del pane biscottato, che i marinai ammollavano nell’acqua salata. La fresella – il termine è diminutivo di fresa, pane tagliato e biscottato – è un disco di pane cotto due volte, la cui superficie è stata sapientemente increspata: il segreto sta lì, nello spessore della fibra e delle rughe. La fresella va ammollata, o, come diciamo a Napoli, più correttamente, va spognata: “ammollare“ dà l’idea di un corpo che si smoscia tutto quanto, il verbo napoletano suggerisce l’immagine di un’umidità che pervade il biscotto, ma senza intaccarne il nerbo, poiché le increspature frenano e regolano l’impeto erosivo dell’acqua.

La spognatura è nella sua perfezione esercizio di arte: la fresella bisogna tirarla fuori dall’acqua nell’attimo giusto: un attimo prima, e si tira fuori una pietra bagnata, una ruvida minaccia per la bocca e per i denti; un attimo dopo, e si precipita al polo opposto, nello sfatto mollume di una poltiglia che offende il gusto e la vista. Nessuno meglio dei politici sa quanto sia importante indovinare il momento giusto: carriere che potevano essere luminose sono state stroncate da ritardi o da anticipazioni di una manciata di minuti. Ma la lezione della fresella non finisce qui. Nella spognatura perfetta l’acqua celebra la sua vittoria sul fuoco, libera il sapore vibrante del grano che la duplice fiamma aveva costretto nei vincoli della tostatura, sollecita i sensi con la fresca forza di un umore che è equilibrio tra morbidezza e solidità.

Ma il flusso leggero dell’acqua tende all’evanescenza del vapore e al repentino prosciugamento: bisogna consolidarne e prolungarne gli effetti aggiungendo la densa mollezza dell’olio, l’acida vivacità del pomodoro tagliato, o meglio, spaccato, l’agrezza brusca dell’origano. E infine il basilico, con il suo odore che richiama all’immaginazione il corpo di una vergine di Rubens: biondo, copioso, matronale, con una nota di ardore selvatico. Un corpo intatto. La foglia di basilico, se la tagli o la stracci, si spegne, muore. Non esala più alcun profumo. La fresella è una piazza in cui l’olio, il pomodoro, l’origano e il basilico segnano i confini, accendono le luci, definiscono le ombre. In questo luogo possono entrare le olive nere, quelle bianche , le acciughe, il tonno sott’olio: sanno qual è il loro ruolo, accettano di essere aggettivi, note di colore, rinforzi di fragranza: non pretendono di far da sostantivi.

In questa sintassi di sapori e di odori, rigorosa come un quadro di Cézanne, non c’è spazio per la mozzarella, per la presunzione del latte che sporca con il suo ipocrita, grasso biancore aromi, colori e fragranze. Il politico che inquina con la mozzarella la caponata napoletana è un uomo capace di tutto: anche di pagare i debiti del Comune con i soldi suoi. Suoi, di lui.
(Quadro: P. Cézanne, Natura morta, 1865)

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