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Fuori dalla stanza dei bottoni, per le donne la strada si fa più difficile

La decisione del Presidente Napolitano di nominare dieci saggi per redigere l’agenda delle priorità per il paese ha scatenato polemiche sul web per l’esclusione delle donne dalla rosa dei nomi. Ma è solo questo il problema?

Non esiste in Italia nemmeno una donna “saggia”? Una donna che abbia le competenze, l’esperienza, il talento e la riconosciuta rettitudine per essere considerata “saggia”? il nostro Presidente non l’ha trovata. Forse se ne è “dimenticato”, come dice Lidia Ravera, anche se la nuova assessora alla Cultura del Lazio pensava non fossero più possibili, ormai, dimenticanze di questo genere. Proprio ora che finalmente abbiamo un Parlamento con un alto numero di donne e ci sono realtà in cui la rappresentanza femminile oltrepassa quella maschile, come la giunta regionale del Lazio che è formata da sei donne e quattro uomini. Lorella Zanardo dal suo blog ha chiesto che Napolitano nomini subito dieci “sagge” che affianchino con pari dignità quelli già nominati. E lamentele sono arrivate dalla vicepresidente PD al Senato, da giornaliste e perfino da Alessandra Mussolini.

Monica Lanfranco si è chiesta cosa fosse questa saggezza di cui il nostro paese ha tanto bisogno. E questa, a dire il vero, mi sembra la domanda più interessante. Cosa sarebbe cambiato se nella rosa degli eletti fossero stati inseriti nomi di donne, indiscutibilmente competenti, ma conniventi con un sistema di potere escludente e competitivo? Donne che magari avessero sgomitato per accaparrarsi visibilità televisiva e ricchezza? Che avessero fatto di tutto per mantenere lo status quo? Perché la “saggezza” sembra essere questo: la comprovata appartenenza a un sistema, senza troppi sobbalzi o colpi di testa, l’essere disponibile a far la propria parte in un gioco di equilibri nel più tradizionale e vecchio dei modi della politica. Così, dice Monica Lanfranco, non abbiamo bisogno di donne sagge, ma incompetenti e folli, di quelle che osano divergere nello sguardo e nella pratica, per costruire un nuovo rapporto con la politica.

E’ per questo tipo di donne che la strada risulta spesso in salita, le porte chiuse, gli accessi negati. Perché non è che basti essere nate donne per essere, operare e rappresentare le istanze del cambiamento. Di conseguenza sarebbe stata vana anche un’operazione di pura facciata, come purtroppo spesso accade proprio laddove vige l’obbligatorietà di una “quota rosa”. Infilare un numero di donne in un qualsivoglia organismo non garantisce una vera attenzione alle questioni di genere, perché spesso le donne sono messe lì a rappresentare gli interessi di gruppi e correnti di vario tipo approfittando della quota rosa. Quindi non è solo il “sesso dei saggi” il problema, ma il loro orientamento e ill messaggio che questa scelta sembra mandare.

I prescelti appartengono senza dubbio alla vecchia politica. Le scene cui assistiamo sembrano tristi déjàvu, immagini dalla politica di tanto tempo fa, sorda alle voci dei cittadini e cieca di fronte alla realtà.
Mentre le menti eccelse si riuniscono cosa sarà delle donne schiacciate dalla crisi, di quelle in cassa integrazione, quelle che lavorano al nero, quelle che hanno sulle spalle tutto il carico dell’accudimento visti i tagli al welfare e ai servizi di tutti i generi che da mesi ormai aggravano le difficoltà quotidiane? Tra le priorità ci saranno i giovani e le donne, le politiche sociali e familiari, la scuola e la sanità? Ci sarà la convenzione contro la violenza sulle donne? Ci saranno programmi per il miglioramento della sicurezza e il sostegno alle vittime di violenza?
La risposta prevedibile a queste domande è sconsolatamente negativa.
(Fonte foto:Rete Internet)

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