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Cosa fare l’otto marzo

Al di là delle iniziative resta la necessità di organizzare una quotidiana lotta per il lavoro, il welfare e contro la violenza sessuata.

Cosa sia l’otto marzo dovrebbe essere patrimonio comune di tutte le donne, e non da ora. Invece, dolorosamente, ogni anno ci tocca di registrare la diffusione, triste e deprimente, di un’interpretazione superficiale e consumistica di questa data. In rete se si digita otto marzo le prime voci che compaiono si riferiscono a feste in ristoranti e locali di vario genere, spesso con striptease maschile o occasioni particolari di shopping. Personalmente mi sono anche imbattuta nel post di una donna che si chiedeva perché fosse necessaria una “celebrazione” di questo tipo, che finisce per sminuire il ruolo della donna in quanto “essere donna significa amare incondizionatamente, darsi agli altri, donare la propria vita per i figli”.

Dopo di che, per “cogliere il senso profondo” che si cela (?) dietro questa figura (della donna) ci viene consigliata la visita a mostre e musei e una bella pizza a conclusione della giornata. Che dire? Innanzitutto io credo che nel nostro paese, con 122 femminicidi nel solo 2012 e con l’occupazione femminile ridotta ai minimi storici, non ci sia gran che da festeggiare.
Del resto l’otto marzo non è mai stato una festa. Il sistema culturale ed economico che si voleva cambiare, come ha fatto con molte altre cose, si è impadronito dell’elemento di dissenso, quello che dava fastidio, l’ha reso innocuo e l’ha trasformato in un vantaggio per il sistema stesso. Così l’otto marzo è diventato la “festa della donna”, al pari della festa della mamma e del papà: un’occasione per vendere.

Che sia chiaro: il significato dell’otto marzo è politico, proprio come la festa dei lavoratori del primo maggio. Per le donne consapevoli della propria specificità, per quelle che soffrono del ruolo di subalternità che viene loro affibbiato dalla società ancora intrisa di cultura maschilista e patriarcale, per le donne che vogliono cambiare questa situazione, che vogliono dire basta alla violenza fisica e psicologica che sulle donne viene esercitata, per quelle che rivendicano condizioni di lavoro pari, opportunità pari, e riconoscimento del lavoro di cura, per tutte queste donne l’otto marzo è una data cara al cuore, in cui lottare, come tutti gli altri 364 giorni dell’anno, per cambiare questo stato di cose.

Le iniziative previste sono tante e non solo per l’otto marzo.
Ad esempio la terza Municipalità del comune di Napoli ha organizzato “Le quattro giornate delle donne”, dove si parlerà di Maddalena Cerasuolo, di lavoro, di salute, di immigrazione, di violenza.
Oggi nell’Antisala dei Baroni si svolgerà l’incontro “I racconti delle donne. Le donne raccontano”, con la partecipazione dell’assessora Tommasielli e di sociologhe e scrittrici di alto profilo ( Elena De Filippo, Renate Siebert, Genevieve Makaping per fare qualche nome).
La CGIL, che aveva previsto uno sciopero generale regionale in Campania, poi sospeso, aveva comunque individuato una piattaforma concordata con le associazioni femminili e femministe, mettendo al primo posto il lavoro e i servizi.

Tali rivendicazioni, la più significativa è forse il finanziamento della legge contro la violenza, saranno portate avanti a prescindere dalla sospensione dello sciopero e se ne parlerà in una conferenza stampa alle 10.30 nei saloni di via Torino.
Una delle figure che da qualche tempo accompagna il cammino della lotta delle donne è Anarkikka, nome d’arte di Stefania Spanò, illustratrice originale e impegnata nella difesa dei diritti dei più deboli. Ha creato per l’otto marzo 2013 l’immagine più adatta che si potesse concepire, che riassume benissimo, in una frase breve e giocosa, quanto detto finora: “Oggi l’otto. Anche domani”.

Non che le donne non amino, o non amino i propri figli. Ci mancherebbe. Ma è proprio necessario identificarle col ruolo di abnegazione, amore incondizionato, sacrificio? E’ così difficile capirlo? E’ proprio il fatto di sentire la necessità di definirne il ruolo che non va. Non c’è nessun “senso profondo” che si “cela” nella “figura della donna”. Ci sono solo miliardi di donne, tutte con la loro anima profonda, tutte con il diritto di definirsi o non, di scegliere chi essere e come essere, di avere o non avere figli, di essere scienziate o esploratrici, di decidere della propria vita, della propria sessualità, dei propri sentimenti. E che rivendicano il loro diritto a lavorare, a una retribuzione equa, al riconoscimento del lavoro di cura. Diritti di tutti sul pianeta terra.

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