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Se nella foto vedete Bersani e Franceschini vi ingannate. O perlomeno, si spera che non saranno sempre così come sono stati fermati: perplessi e smarriti. Di Carmine CimminoNel libro Il potere delle immagini David Freedberg dedica un lungo e complicato capitolo alle immagini vive, che sono quelle capaci di suggerire immediatamente un’idea, un sentimento, una passione; insomma, sono le immagini che parlano attraverso l’eloquente coerenza di ogni linea e di ogni punto della loro forma. Parlano, e dicono ciò che l’autore dell’immagine vuole che esse dicano: e questo vale non solo per i pittori, ma anche per i fotografi. Solo un ingenuo può supporre che la fotografia sia la riproduzione fedele della realtà.

Nessuno può negare che l’immagine degli onn. Bersani e Franceschini, a cui questo articolo è dedicato, parli con una espressività tanto intensa quanto enigmatica. Il fotografo è stato fortunato e abile: ha intuito rapidamente la loquacità della forma che i due avevano casualmente creato con il loro atteggiamento e ha fissato, per sempre, questa forma. La nota esplicativa che ha accompagnato su La Repubblica la fotografia ha introdotto un’altra nota di ambiguità nel significato dell’immagine: “Pier Luigi Bersani (a sinistra) con Dario Franceschini. Oggi, durante l’ Assemblea Nazionale del PD, è previsto un attacco al governo.”. Ora, l’espressione e la posizione dei due onorevoli non pare proprio che siano quelle di un attaccante: né di un attaccante di area, né di un attaccante di manovra. . Insomma, i due non inducono a pensare né a Drogba né a Cavani.

Tutto contribuisce a render viva questa immagine: viva nel senso che dice qualcosa: il taglio della bocca, il braccio chiamato a sostenere la testa, le pieghe della giacca, la lieve torsione della cravatta, i giochi e la densità delle ombre. Si inserisce armoniosamente nell’ insieme anche la contrapposizione tra la calvizie dell’on. Bersani e il folto capellume dell’on. Franceschini: questa variante serve a sottolineare la corrispondenza del resto. Dunque, l’immagine parla. Ma che dice? Non è facile capire. Poiché la causa dell’espressività dei due onorevoli sta fuori dell’immagine. Essi stanno guardando e ascoltando qualcuno o qualcosa: non sapremo mai chi o che. A prima vista, i due onorevoli esprimono lo smarrimento di una incredulità repentina e ingessante. Forse hanno scoperto gli onn. Berlusconi, Fini e Casini intenti a concordare il menù per la cena della pace.

Forse vedono e sentono l’on. Calderoli che canta l’inno di Mameli, mentre l’on. Bossi bacia il tricolore. Forse hanno appreso che il sig. Marchionne si è incatenato ai cancelli della Fiat per protestare contro la protervia degli operai. E così via. Insomma, il fascino di quella immagine sta proprio nel rapporto tra l’intensità dell’espressione di smarrimento e l’assenza della causa. È un’assenza fondamentale, perché mette in discussione anche l’essenza del supposto smarrimento. È il fascino dell’incertezza, è il motivo dello sguardo oltre la tela che alcuni pittori hanno trattato in modo magistrale. Penso a Velazquez, a Manet, a Hopper, che ne ha fatto la metafora della inquieta società americana del primo Novecento.

La pittura. Forse era meglio partire, in questo commento, da René Magritte, che nel 1948 dipinse il quadro della pipa (ma aveva incominciato a dipingere pipe nel 1926). Dal punto di visto strettamente tecnico, non è un bel quadro. In realtà, il pittore non volle fare un bel quadro, ma soltanto proporre un problema filosofico. E infatti alla pipa di Magritte, e all’avvertimento: Questa non è una pipa, Michel Foucault dedicò un lungo saggio, tirando nel ballo dei riferimenti le ricerche semiotiche di Ferdinand de Saussure e le riflessioni di Wittgenstein.

Il tutto per dar ragione al pittore, che ha dipinto certamente l’immagine di una pipa, e ha certamente il diritto di scrivere nel quadro: Questa non è una pipa. E in realtà l’immagine di una pipa non è una pipa (se ci venisse voglia di fumar la pipa, non andremmo a staccare il quadro dal muro). I nomi, le immagini e le cose sono entità tra di loro incommensurabili. Nel 1930 Magritte aveva dipinto un uovo, e sotto aveva scritto l’acacia, e sotto l’immagine di una scarpa da donna aveva scritto la lune, la luna. Del resto, il nome della rosa non porta in sé il profumo della rosa.
E dunque quella fotografia non ci autorizza ad affermare che quei due distinti signori sono veramente gli onn. Bersani e Franceschini. Quell’immagine è, dal punto di vista della filosofia della conoscenza, doppiamente ingannevole.

Essa inganna in via di principio, perché, come Magritte ha scritto che la pipa non è una pipa, noi possiamo scrivere e sostenere, a filo di logica, che questi non sono gli onn. Bersani e Franceschini. Il secondo inganno viene smascherato dall’ermeneutica della fotografia. Il fotografo sceglie una forma all’interno di un lungo flusso di forme, la fissa e cerca di convincerci che gli onorevoli Bersani e Franceschini sono proprio questi, nel senso che furono, sono e saranno sempre così: perplessi, smarriti, prossimi alla resa.

Se potessimo confrontare questa forma almeno con quelle di un attimo prima e di un attimo dopo, scopriremmo, forse, che questa immagine non esprime, come abbiamo supposto all’inizio, lo smarrimento della resa, ma, al contrario, coglie il momento di quella sospensione assoluta, di quel vuoto metafisico che precede l’uragano: un qualcosa che ricorda il sonno del principe di Condé prima della battaglia di Rocroi e la malinconia di Napoleone prima di Austerlitz. O il silenzio profondo e terribile in cui sono immersi i legionari romani nella scena iniziale del film Il gladiatore, un attimo prima che il condottiero dia l’ordine: Ora scatenate l’inferno. Così è, se vi pare.
(Fonte foto: Rete Internet)

L’OFFICINA DEI SENSI