LA PROVINCIA DI NAPOLI É POPOLATA DI CITTÁ MORTE

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    Le nostre città sono nate sotto la spinta di necessità abitative e lavorative, ma senza ordine, uno stile, senza regole. Non hanno anima, avevano una storia ma ormai è a brandelli. Di Amato Lamberti

    Le città sono come degli organismi viventi. Nascono, per ragioni generalmente economiche e geografiche. Crescono, sempre per ragioni economiche e geografiche ma anche per ragioni culturali, artistiche, religiose. Muoiono, per ragioni diverse che hanno sempre alla base l’economia e la geografia. Atene fu grande per secoli, poi si ridusse a piccola città di provincia. Roma fu la capitale di un impero sterminato, ma nel Medioevo si ridusse ad un ammasso di rovine nel quale pascolavano le capre.

    Anche Napoli è stata capitale di un Regno e si è ridotta ad una città fatiscente che sembra sopravvivere miserabilmente. Per Mike Davis, lo studioso americano che più si è occupato delle città e della loro fisiologia, “ la morte delle città non è questione di “se”, ma di “quando” avverrà…” “ Le città muoiono quando le comunità che le animavano sono ridotte a comunità passive, incapaci di iniziativa, in balia di forze esterne che non sono in grado di contrastare o di condizionare”.

    La provincia di Napoli è popolata di città morte. Non ci avevo mai pensato anche se tutti i giorni, da anni, ho avuto sotto gli occhi il degrado che si espandeva nelle periferie, l’allargarsi di una conurbazione informe senza nessuna qualità urbanistica, ambientale, di vita umana. Ci sono voluti degli amici stranieri che ho accompagnato a visitare gli scavi di Pompei. Dopo la visita della città morta, seppellita da una terribile eruzione del Vesuvio circa 2000 anni addietro, abbiamo fatto un giro per la Pompei di oggi, abitata da persone, percorsa da automobili, con bar, negozi, ristoranti, alberghi. “Ma qual è la città morta?“, si è chiesto ad alta voce uno degli amici stranieri.

    Ho subito pensato, per vecchio vizio letterario, alle città morte di D’Annunzio e ho cominciato a scavare nella memoria qualche verso, di quelli che ci costringevano a imparare a memoria.
    Ma non era quello il senso della domanda. Davanti a noi era una città senza storia, nata attorno ad una basilica mariana che era, essa, la meta di pellegrinaggi da tutta Italia e anche dall’estero. Nessuno veniva a Pompei per vedere la città: al massimo usufruiva dei servizi, scadenti e di pessima qualità, che era in grado di offrire. A Pompei si va per visitare gli scavi della città romana o per andare a pregare nella Basilica dedicata alla Madonna del Rosario. Il resto non conta. Trenta-quarantamila abitanti non contano niente. Ci sono o non ci sono è la stessa cosa.

    Anzi ci sono perché c’è la Basilica e ci sono gli scavi archeologici. Non hanno storia, non hanno identità, in proprio. Non l’hanno mai avute. Forse più che di città morte bisognerebbe parlare di città mai nate. Un gruppo di case, per quanto vasto e numeroso, non fa una città. Una città è innanzitutto un luogo dell’anima, una storia accumulata nel tempo, segnata da monumenti che sono le tappe di un lungo cammino. Nola è una città che è stata, e lo tocchi con mano, ricca, potente, colta, culturalmente vivace, ricca di tradizioni, di personaggi, di artisti, di letterati, di filosofi. È stata. Se sia già morta o è ancora in vita è un problema che lascio ai suoi abitanti.

    Come per Somma Vesuviana. Faccio, lo si capisce, gli esempi del cuore, le città che meglio conosco e più amo, anche per gli amici che me le hanno fatte amare.
    La storia e l’identità di Somma la ritrovi a brandelli solo al Casamale. Tutto attorno un termitaio di case e di palazzi senza identità, un dedalo di strade che non caratterizzano niente. Stai a Somma ma potresti stare a San Giuseppe, a Terzigno, a Ottaviano, a Sant’Anastasia, a Pomigliano. Certo gli abitanti del luogo sanno interpretare anche segni che il forestiero non sarà mai in grado di riconoscere, ma non c’è sedimentazione di storia, di cultura, di memoria, di identità riconoscibili con l’anima prima che con la vista. L’amico francese mi parlava di città del suo paese che avevano un’anima e la restituivano anche al turista più o meno frettoloso.

    Le nostre città non restituiscono niente, perché non hanno un’anima. Sono cresciute sotto la spinta delle necessità abitative e lavorative ma a casaccio, senza nessuno che imponesse un ordine, uno stile, una fisionomia, delle regole, delle altezze, delle distanze. Forse le regole c’erano anche, ma nessuno è mai stato in grado di farle rispettare. Ma forse di regole estetiche nessuno ha mai sentito il bisogno. Il risultato non è solo l’affastellamento senza ritegno di case, di androni, di palazzi, di negozi, di attività commerciali, con strade che invece di favorire la circolazione, la impediscono o la rendono difficile. Di verde, di qualità della vita nemmeno a parlarne.

    Quello che fa paura è la bruttezza che diventa il marchio identificativo delle città morte. Una bruttezza che finisce per entrarti dentro e farti diventare cattivo e ostile verso gli altri.

    Forse per questo la gente, appena ne ha la possibilità si affolla in quei “non luoghi” che sono i grandi centri commerciali e che riproducono una sorta di città ideale, sempre pulita, ordinata, illuminata, pedonale, piena di luci, di colori, di negozi, di ristoranti, di pizzerie, di sale giochi, di musica, di odori di cucina, di pizza, di kebab e, soprattutto, senza automobili e motorini, senza smog, senza inquinamento, dove anche l’aria è gradevole e profumata , e dove la gioia la leggi stampata sulla faccia delle persone. I bambini, ma anche gli adulti, sarebbero felici se potessero anche trovare casa dentro il centro commerciale.
    (Fonte foto: Rete Internet)

    CITTÀ AL SETACCIO