LA VITA IN TV. OSCENA MELANCONIA

Annullare il confine tra realtà a finzione è il segno palpabile di come sia alterato il rapporto con il mondo. E dimostra quanto sia oscena la nostra televisione. Di Carmine CimmioUn allievo, memore di divagazioni che intrecciammo, in giorni ormai lontani, intorno alla natura del genio artistico e sulle pagine meravigliose di Klibansky, di Saxl e di Panofsky, mi domanda, perplesso: perché stiamo sprofondando tutti nella palude della melanconia? E mi guarda: temo che scorga anche sul mio volto i segni dell’ umor nero. Gli rispondo che forse ha ragione, non c’ è gioia nella gente, anche i ricchi sono depressi: del resto, la melanconia è un eccesso che solo i ricchi e i potenti si possono permettere.

Per gli antichi lo stato melanconico nasceva dal sopravvento dell’umor nero sugli altri tre: il sangue, la bile gialla, il flegma. Se lo squilibrio degli umori durava fino a diventare morboso, la malattia, dopo aver minato il corpo e prodotto balbuzie, calvizie e pelosità eccessiva, attaccava l’intelletto e il cuore con passioni d’angoscia: la paura, la misantropia, la depressione, la pazzia. Una pazzia particolare, che consuma le energie psichiche e fisiche concentrandole su un solo stravagante obiettivo. Il protagonista di un dialogo di Luciano, Lessifane, ha la mania di usare parole strane e distorte, e di coniarne di nuove: egli si aggira lungo le strade impervie di questo suo lessico demenziale come in un labirinto, finché un medico non gli fa bere una pozione adatta a liberarlo dalla bile reale e da quella mentale.

Grazie alla medicina Lessifane espelle dalla bocca, e non solo dalla bocca, un copioso fiotto di parole alterate fratturate torturate. La follia del melanconico, che percorre tutti i gradi della lucidità e dell’offuscamento, lacera l’animo: e può produrre tragica grandezza, o spaventosa miseria morale. Gli eroi della tragedia, da Aiace ad Amleto, sono dei melanconici: ma il melanconico descritto dall’inglese Timothy Bright è freddo, secco, di tinta scura, di cute tendente al coriaceo, lentissimo nel decidere, e ostinatissimo nel difendere le decisioni adottate, “poco incline all’ira, eppure capace di irritazione furibonda, invidioso e geloso, avverso alla luce e alla presenza degli uomini, amante della solitudine e dell’oscurità”.

Non bisogna confondere il melanconico con il collerico: l’eccitazione del collerico dipende dalla precipitazione e dall’incapacità di riflettere, quella del melanconico ha le sue radici nella veemenza con cui egli difende le proprie idee. Il melanconico è soggiogato dalle immagini che continuamente e in grande numero vengono partorite dalla sua memoria e dalla sua fantasia: e questa condizione si intreccia con il desiderio eccessivo di cibo e con la libidine. Egli desidera le donne, ma non le ama. Anzi alla radice del desiderio eccessivo c’ è odio: lo notò nel Medioevo Ildegarda di Bingen, e lo hanno confermato, e lo confermano, i protagonisti del romanzo gotico e del noir, e gli assassini seriali.

La scuola medica salernitana ereditò dai greci e dagli arabi l’elenco delle erbe adatte a far sbollire la bile nera: la menta, il pulegio, il cerfoglio e la salvia. I medici consigliavano anche il miele, perché favoriva il sonno, i cui piaceri sono negati ai melanconici. I loro sonni, assai brevi, sono assopimenti agitati da visioni e da fantasmi: il che indusse gli aristotelici a supporre che in alcuni casi la melanconia portasse con sé la capacità di prevedere, confusamente, il futuro. Ma i rimedi più efficaci erano il pane e l’olio: l’olio purificava, il pane era, ed è, il simbolo della concretezza della verità.

I misteri eleusini e il culto di Demetra, la dea del grano, promettevano agli iniziati una viaggio che li avrebbe portati alla sostanza delle cose, oltre l’inganno delle apparenze. Il pane e il vino appartengono solo alla dimensione dell’uomo, la divinità è esclusa dalla loro cultura. Lo dice Omero, nel libro V dell’Iliade (vv.341- 2): gli dei non “mangiano pane, non bevono vino scintillante / e perciò non hanno sangue e sono detti immortali”.

Il melanconico protagonista delle Memorie di un pazzo di Flaubert dice: “la mia vita non è composta di fatti; la mia vita è un pensiero…..quante ore ho passate, lunghe e monotone, a pensare e a dubitare”. Il dubbio attacca il suo essere e il suo esistere, con una violenza che nessuno ha descritto meglio: “perché sei nato? Sei stato tu a volerlo? Sei nato perché tuo padre, un giorno, è tornato da un’orgia riscaldato dal vino e da discorsi dissoluti, e tua madre ne ha approfittato, mettendo le sue astuzie di donna al servizio dei suoi istinti di carne e di bestialità?”. Questo melanconico è ossessionato dalla visione di uomini dal volto senza pelle che mangiano fette di pane cosparse di gocce di sangue. La profanazione di tutti i valori è rappresentata da questa angosciosa profanazione del pane.

Discordi erano i pareri sulle virtù della cipolla: alcuni sostenevano che fossero dannose per i biliosi, e utili ai flemmatici. Altri, invece, considerando che “in alcuni casi di calvizie incipiente erano ricresciuti i capelli dopo che sul cranio era stata accuratamente strofinata una cipolla”, argomentavano che anche nelle cipolle vi fosse un principio avverso alla melanconia e alla sua micidiale azione contro le chiome folte.

Libidine, flussi ininterrotti di immagini e desiderio eccessivo di cibo, di qualsiasi tipo di cibo, sono in realtà i segni di una condizione psicofisica che impedisce al malinconico di stabilire con il mondo un rapporto corretto e equilibrato: egli vede le cose attraverso il velo dell’ accidia e dell’angoscia. Cedendo alla lussuria, divorando il cibo e contaminando senza sosta la verità delle cose, il melanconico tenta di adeguare il mondo al modello che la sua immaginazione ha creato: egli non è più in grado, nella fase acuta del turbamento, di distinguere la realtà dal sogno, la verità dalla menzogna.

Stretto nella rete delle sue mistificazioni, il melanconico alla fine parla solo con sé stesso, si guarda senza sosta allo specchio. E lo specchio può salvarlo, rivelandogli, senza inganno, il suo vero volto, o può perderlo definitivamente nel gioco del doppio che si riflette in un altro doppio, in una sequenza senza fine. È un meccanismo perverso che annulla per sempre ogni confine tra finzione e realtà, tra consapevolezza della finzione e coscienza della realtà. Questo congegno mostruoso, eppure ridicolo, sta sempre in agguato lungo il circuito che collega gli spettatori e gli attori di quelle incredibili trasmissioni televisive in cui, dicono enfaticamente promotori e presentatori, va in scena la vita quotidiana, e va in scena anche la morte quotidiana.

La profanazione della morte, messa frequentemente in onda dalla nostra televisione, è la prova prima e definitiva della oscena depressione in cui siamo naufragati.
(Foto: “Vanità”. Quadro di Bernardo Strozzi)

L’OFFICINA DEI SENSI

QUEI FIGLI SOTTO IL FUOCO AMICO DEI GENITORI IN LOTTA

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Quando un figlio diviene merce di scambio: separazione tra coniugi e reati connessi. Di Simona Carandente

In una società quale quella odierna, dove il concetto di famiglia è sempre più evanescente, con tendenza ad inglobare nella definizione famiglie di fatto, allargate, riformate più e più volte, non sono solamente le questioni economico-civilistiche, connesse a filo doppio alle varie forme di separazione, ad essere affrontate nelle sedi e con i mezzi che la legge mette a disposizione di chiunque ne abbia interesse.

Negli ultimi anni si è registrata una grossa tendenza da parte di coniugi, ex coniugi e conviventi di fatto, ad adire la sede giudiziaria penale per la tutela dei propri, pretesi diritti ed interessi, sovente in rappresentanza dei figli minori, con il risultato di ingolfare letteralmente la già oberata macchina della giustizia, spesso in maniera vana e pretestuosa.
Tuttavia, non sono rari i casi in cui, alla rottura del rapporto matrimoniale o di fatto, magari accompagnata dalla nascita di un nuovo legame sentimentale, consegue il totale disinteresse nei confronti dei figli naturali, sia in senso economico che morale ed affettivo, solo perché quest’ultimi, incolpevolmente, hanno sposato la posizione dell’uno o dell’altro genitore, sovente quello più "debole".

In casi del genere l’art.570 c.p. punisce la condotta di chi, serbando una condotta contraria alla morale delle famiglie, si sottragga agli obblighi di assistenza propri della figura genitoriale, facendo mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori e non, accompagnando tale condotta al disinteresse per la vita, l’educazione e tutto quanto attiene alla vita dei propri discendenti.
Tale reato, punibile a querela della persona offesa, può comportare una condanna fino ad un anno di reclusione, con l’eventuale obbligo di corrispondere una somma in via provvisionale, oltre a tutti i danni economici patiti, la cui valutazione è rimessa alla quantificazione del giudice civile.

Ma tutte le medaglie hanno il loro rovescio. Accanto ai casi di totale, ed assoluto disinteresse nei confronti della prole, ve ne sono altri, non meno numerosi, in cui ad uno dei genitori (spesso il padre) viene impedito o limitato l’esercizio di tale diritto, assumendo condotte meramente pretestuose ed impeditive dei diritti di visita, nonché di quanto stabilito dal giudice in sede di separazione civile.

Il reato che scatta in tali casi è quello previsto e punito dall’art.388 c.p., contenente una variegata serie di disposizioni, tra le quali quella che punisce con la reclusione fino a tre anni chi eluda l’esecuzione dei provvedimenti del giudice civile, statuenti le modalità dell’affidamento della prole, la quantità e l’esercizio dei diritti di visita. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

I CASI E I FATTI TRATTATI DALL’AVV. CARANDENTE

NAPOLI. LA CITTÁ INCAROGNITA

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In città vige una tolleranza accidiosa e menefreghista. Non ci si scandalizza più per nulla, gli intellettuali pontificano ma non offrono soluzioni; il dubbio è che sia proprio lo sfascio ad eccitarli. Di Amato Lamberti

Il 2010 si è chiuso tra cumuli di rifiuti incendiati dai botti che volevano festeggiare la fine di un anno terribile e l’inizio più che di un nuovo anno, di quella che si spera sia una nuova epoca per la città di Napoli ma anche per la sua provincia. Naturalmente anche il 2011 è stato salutato da botti e roghi di rifiuti, nonostante ci fossero per le strade un centinaio di militari non a controllare abusi ed iniziative criminose, ma a spalare alacremente quanta più immondizia possibile.

Altrettanto naturalmente i cittadini benpensanti, quelli che si lamentano delle inefficienze dell’amministrazione, si sono ben guardati dal dare una mano, non dico a spalare, che pure sarebbe stata una bella cosa, ma ad evitare di ingrossare i cumuli di rifiuti con le scatole dei panettoni, dei regali, con le bottiglie di spumante e i gusci di vongole, telline e taratufi. Lo stesso hanno fatto gli intellettuali che pontificano sul degrado della città ma non sanno mai suggerire non dico una soluzione, sia pure piccola e parziale, ma una strada da percorrere con poche e utili indicazioni. Sono bravissimi a descrivere lo sfascio, tanto bravi che a volte viene il dubbio che sia proprio lo sfascio ad eccitarne la vena intellettuale.

L’attentato alla cupola della chiesa dei Gerolamini, realizzato con petardi di inaudite dimensioni, che solo a Napoli vengono messi in circolazione, forse meritava un maggiore rilievo sulla stampa locale e nazionale (Nella foto la protesta del rettore). Ma come si fa a pensare di far esplodere petardi lanciati da una terrazza sulla cupola maiolicata di una chiesa, e di continuare a farlo anche quando ci si rende conto che sfondano il tetto e precipitano dentro la chiesa. Diamo per scontato che questi “guagliunastri” nulla sapessero, e nulla potevano sapere, del valore artistico e architettonico di quella chiesa, come del suo valore simbolico e di quello della sua biblioteca, ma in nessuna città del mondo la canaglia, che pure non manca mai, si esercita a sfregiare i monumenti più significativi della città in cui abita e vive.

A Napoli anche questo è possibile senza che nessuno si scandalizzi più di tanto, quasi che certi comportamenti fossero scontati anche se deprecabili. La migliore dimostrazione di quanto questo atteggiamento, di tolleranza accidiosa e menefreghista, sia diffuso, lo dimostra il fatto che negli interventi dei candidati a Sindaco nella prossima tornata elettorale, di qualsiasi schieramento, non si parla mai di questi problemi, cioè dell’incarognirsi di una parte della popolazione, quella che fa dello sfregio alle regole, ai monumenti, alle attrezzature pubbliche, ai mezzi di trasporto, alla segnaletica stradale, alle aiuole di fiori, alle alberature stradali, quasi una pratica da esibire, anche in pubblico, come segno di una disistima totale delle istituzioni.

Mi si potrebbe rispondere che sono quarant’anni che la città è giornalmente violentata da manifestazioni di disoccupati organizzati, ex detenuti, indultati, parcheggiatori abusivi, contrabbandieri, ambulanti abusivi, tanto per ricordarne qualcuno, che bloccano il traffico, sfasciano vetrine, incendiano autobus, rovesciano cassonetti della spazzatura, si scontrano con la polizia, secondo un rituale sempre identico che poi li porta a sedersi attorno a un tavolo con i rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali, per ricevere non solo legittimazione ma assunzioni anche in società del tutto inutili e pletoriche appositamente create per soddisfare le loro richieste.
A giustificare queste pratiche politiche neoclientelari sempre le stesse ragioni di ordine pubblico.

Certo, sono quarant’anni, dall’inizio degli anni ’70, che i marginali di ogni origine e specie, dai disoccupati, ai senzatetto, agli scantinatisti, agli ex detenuti, hanno scoperto che solo la lotta paga. Soprattutto se di fronte ti ritrovi amministratori incapaci di dare una qualsiasi soluzione a richieste che spesso sono legittime e riguardano diritti di cittadinanza negati. Ma le forme di questa lotta sono inaccettabili in una società civile e democratica. A forza di tollerarle sono diventate costume e stile di vita. Nella città si sono ormai radicate vere e proprie tradizioni devianti di scontro con le istituzioni per ottenere anche le più legittime delle richieste, vale a dire il lavoro, la casa, l’assistenza sociale, la scuola, la formazione professionale.

Quando una pratica ha successo si tende a ripeterla, anche se si tratta di una pratica criminale. Anzi il successo conseguito con quella pratica, fa passare in secondo piano il fatto che si sono adoperati mezzi illegali. Non hanno studiato Machiavelli ma hanno capito benissimo che il fine (raggiunto) giustifica tutti i mezzi messi in campo.
(Fonte foto: Stefano Renna. AGNFOTO)

CITTÀ AL SETACCIO

NAPOLI E I SUOI INTELLETTUALI

La crisi che attanaglia la città capoluogo sembra non risparmiare nulla. Prendiamo spunto da un articolo di Antonio Palma, sul rapporto tra intellettuali e politica, per avviare una riflessione. Di Carmine Cimmino

Grande è stato il coraggio di Antonio Palma, che sul Corriere del Mezzogiorno ha riaperto la questione del rapporto tra intellettuali e politica a Napoli: un gigantesco imbroglio in cui si aggrovigliano tre garbugli: la fluidità dello status di intellettuale; il caos della politica; il caos di Napoli. L’argomento non può essere trattato attraverso astratti furori: la situazione merita la concretezza delle cose, dei fatti, delle persone: bisogna parlare di questa Napoli e di questi intellettuali.

Certo, sarebbero utili l’occhio e la matita di George Grosz: ma la dismisura del paradosso di Napoli è tale che da sola compensa anche l’inadeguatezza dello sguardo e della penna.
Vedete cosa è successo a Roberto Saviano: prima l’hanno messo sull’altare, poi hanno incominciato a punzecchiarlo con i se, i ma, i però, infine lo hanno bersagliato, soprattutto da sinistra, con le solite frecce: “eroe di carta, banale populista, strumentale alla destra populista, rockstar dell’anno”. Lo hanno accusato, perfino, di essersi limitato a fare i nomi di conosciutissimi boss. Avrebbe dovuto inventarne qualcuno: per amor di novità.

A ben vedere, lo ha trattato meglio il Presidente del Consiglio: nel rimproverargli di ledere, con i suoi scritti, l’immagine dell’Italia, ha almeno riconosciuto che lo scrittore gode, all’estero, di un certo prestigio. Saviano ha detto, in televisione, che le associazioni criminali del Sud hanno dépendances anche in Padania. I Padani si sono incazzati: prima di tutto, perché il Nord è lindo, smacchiato e sgrassato, terso e trasparente, e poi perché se proprio fosse costretto a dotarsi di una criminalità organizzata, non andrebbe certo a procurarsela tra i terroni: se la costruirebbe di pura razza celtica e nordista: non gli mancano, al Nord, né le tecnologie né i materiali.

Scrisse Sciascia in A ciascuno il suo: “Il fatto è che l’Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua… Ho visto qualcosa di simile quarant’anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto”. Era il 1966. In una delle inquisizioni inserite in Altre inquisizioni Borges scrive: “l’attualità incandescente che ci esaspera o esalta e con frequenza ci schiaccia, non è altro che una riverberazione imperfetta di vecchie discussioni…Il vero intellettuale rifugge i dibattiti contemporanei: la realtà è sempre anacronistica”.

Sono due diversi commenti alla stessa verità. L’intellettuale ha forse solo il compito di collegare i cavi della tensione del presente a quelli del recente passato: anche a costo di farsi friggere e fulminare dalle scariche elettriche.

Tiro fuori dall’archivio il Corriere del Mezzogiorno dell’11 e del 13 luglio 2008. L’11 luglio crolla un palazzo fatiscente ai Quartieri Spagnoli: si scopre che il palazzo scricchiolava da venti anni; si scopre anche che un boss vi aveva acquistato alcuni appartamenti da ristrutturare. Erri De Luca, lo scrittore, su cui torneremo anche nel prossimo articolo, non fa mancare la sua riflessione sul disastro: “Crollano, le case crollano, cadono anche senza nessuna spinta. Diciamo che quello che è successo è un terremoto formato francobollo”. Anche Ermanno Rea interviene: il vero rischio è la modernizzazione, dice lo scrittore, preoccupato dal pericolo che con la scusa del consolidamento e della ristrutturazione i palazzinari calino come avvoltoi sulle fatiscenze dei Quartieri.

Su De Luca e su Rea cala, due giorni dopo, l’ira di Paolo Macry, affidata a un articolo di fondo il cui titolo è Intellettuali antipopolari. (Corriere del Mezzogiorno, 13 luglio 2008). A De Luca, e alla sindaca di Napoli, Macry rimprovera il vezzo, chiamiamolo così, di dar la colpa di tutto alla natura maligna e alla malasorte. “E passi per la sindaca, che qualche colpa da scrollarsi di dosso ce l’ha, ma le parole del corrusco De Luca riaprono la polverosa questione del ruolo che hanno a Napoli gli intellettuali, le menti critiche, i notabili della cultura o come altro si voglia chiamarli. Sono svagati, cinici, indifferenti al nodo delle responsabilità? O piuttosto sono allergici a quelle donne così poco estetizzanti che inveiscono tra le macerie di tufo?“.

A Ermanno Rea, che non chiede l’urgente bonifica dei Quartieri, che non reclama la galera per chi manda i muratori ucraini a rischiare la vita per pochi euro, Macry ricorda che i Quartieri sono stati degradati e spopolati da una modernizzazione sui generis, che li ha incatenati al loro destino plebeo. La riflessione che chiude il pezzo sibila come una scudisciata: “È questo l’immoralismo popolare dei Grandi Vesuviani. Mentre l’inefficienza delle autorità pubbliche preparava i disastri, hanno taciuto, e ora che le magagne vengono a galla, se la prendono con la natura imperscrutabile o con la rapace modernità…”.

Tre intellettuali insigni, tre idee di Napoli che non hanno nessun punto in comune, nemmeno in premessa. Nella stessa prima pagina, per la rubrica Il tempo e le idee, Giuseppe Galasso scrive che al Nord “la credibilità di Napoli e di tutto il Sud è ormai ai minimi storici. Inaffidabili e inette appaiono sia le loro classi dirigenti e politico- amministrative che l’intera società meridionale.“. In questa prima pagina del Corriere del Mezzogiorno il titolo di apertura è: Diciassette anni, muore sul lavoro. Apprendista cade da un palazzo mentre monta un condizionatore. La vittima era di Scampia: suo padre stava in carcere, e lui aveva deciso “di non andare a spacciare droga in una delle tante piazze del quartiere, ma di lavorare”. Sotto la fotografia del palazzo da cui il diciassettenne è caduto c’è la notizia che il governatore Antonio Bassolino ha esortato i manager della sanità pubblica a riflettere su quanto sia inopportuno aumentarsi gli stipendi.

Richiamo la vostra attenzione sulla coda riflessiva del verbo aumentarsi.Cosa era successo ? Lo vedremo nella prossima puntata. Può sembrare che il caso abbia voluto concentrare tra l’11 e il 13 luglio 2008 eventi notevoli, tali da compendiare in 56 ore, e in poche pagine di giornale, tutte la sostanza della storia recente di Napoli. E invece non è così. Non c’è giorno in cui Napoli non esprima (dovrei dire, non comprima) tutta sé stessa in un fatto, in un gesto, in una frase. Prendete un quotidiano qualsiasi di un giorno qualsiasi: passeggiate tra i titoli guardandovi intorno con sguardo chiaro e disincantato. Ogni numero di giornale è un compendio esauriente del sistema della città.

La storia di Napoli è una pista fatta di due, tre cerchi concentrici. Forse Napoli ha (aveva) bisogno di intellettuali che sappiano (che sapessero) costruire strade diritte, strade che vanno in avanti, che portano da qualche parte. Una parte qualsiasi, a patto che sia (che fosse) nuova e inesplorata. (1. continua)
(Foto: Acquerello di George Grosz, Republica Automatons, del 1920)

LA STORIA MAGRA

“FARE SCUOLA IN CONDIZIONI DIFFICILI”

Corso di Formazione della Onlus “Maestri di Strada” dedicato ai precari della scuola. Per rivendicare una qualità professionale avanzata e fortemente impegnata. Di Annamaria Franzoni

Si è concluso prima delle vacanze natalizie il percorso di riflessione professionale “Fare scuola in condizioni difficili” organizzato dall’Associazione Maestri di strada e finalizzato a promuovere la crescita dei giovani professionisti impegnati nel mondo dell’educazione infantile e adolescenziale in condizioni lavorative difficili e inadeguate.

È stata una occasione per affermare una professionalità docente che non è flessibile a prostrarsi alle alchimie di orari ed organizzazioni che riducono l’insegnamento ad una prestazione ad ore, ma è creativa ed interattiva – e quindi flessibile – non per adattarsi, ma per creare condizioni migliori all’apprendimento e al lavoro docente.
“Dalla flessibilità subìta…., per adattarsi ad una organizzazione parcellizzata ed insensata, alla creatività professionale in funzione della missione civile della scuola“.

Questo potrebbe essere, secondo Cesare Moreno, lo slogan per rivendicare ai precari, non solo a quelli della scuola, una qualità professionale avanzata e fortemente impegnata. Ed il messaggio riguarda anche un modo di fare sindacato e di fare politica che con i precari rischia di ripercorrere strade inefficaci. La difesa delle condizioni di lavoro e salariali, deve essere fatta a partire dall’affermazione della propria dignità professionale e dalla centralità dell’impegno civile della scuola per la conoscenza distribuita e per la crescita delle nuove generazioni.

L’Associazione “Maestri di Strada ONLUS”, attiva da anni nel contesto locale, nazionale ed internazionale in attività per la promozione della cittadinanza giovanile attraverso educazione e l’istruzione, in collaborazione e con il patrocinio scientifico del Dipartimento di Scienze Relazionali "G. Iacono" Università degli Studi di Napoli "Federico II", del Dipartimento di Studi delle Istituzioni e dei Sistemi Territoriali Università degli Studi di Napoli “Parthenope”, del Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli e dell’ Istituto Professionale Sannino Petriccione, ritenendo che, per un lavoro complesso come quello proposto, sia indispensabile una attività di riflessione professionale da parte dei docenti chiamati, ha deciso di offrire ad un certo numero di docenti possibilità un breve corso gratuito di “ riflessione professionale” ed “auto aiuto” tra operatori della conoscenza.

Il corso si è fondato sulla valorizzazione dell’esperienza pregressa e sugli apprendimenti informali realizzati dai docenti precari negli anni precedenti ed ha previsto brevi introduzioni di carattere teorico e due ore di discussione in piccoli gruppi, condotti da esperti nella tenuta dei gruppi. Le introduzioni sono state tenute da ricercatori e docenti universitari con specifiche esperienze di assistenza ad educatori impegnati nella gestione di situazioni difficili dei tre dipartimenti che patrocinano l’iniziativa e da esperti dell’Associazione Maestri di Strada.
Il corso ha avuto una durata complessiva di 15 ore e si è sviluppato in cinque sessioni pomeridiane nel corso dei mesi di Novembre e Dicembre presso l’IPIA “Sannino-Petriccione” di Ponticelli.
I nuclei tematici degli incontri sono stati:

-Tenuta professionale in condizioni difficili ossia come sviluppare la professionalità riflettendo sulle esperienze. (Relazione tenuta dalla prof Santina Parrello)
-Come sostenere l’apprendimento. (Relazione tenuta da Salvatore Pirozzi e Annamaria Franzoni)
-Come svolgere attività socio-educative ossia come sostenere la cooperazione tra gli allievi – gestire gruppi classe e piccoli gruppi. (Realazione tenuta dal prof Dario Bacchini)
-Cooperazione tra docenti ossia come operare in codocenza con colleghi ed altre figure professionali. (Relazione tenuta dalla prof Antonia Cunti)
-Programmazione non lineare, interattiva e partecipativa in contesti caotici ossia come riuscire a costruire un curricolo di formazione umana, sociale e professionale valorizzando le esperienze informali, gli imprevisti, le difficoltà. (Relazione tenuta dalla prof Marisa Iavarone e Cesare Moreno).

Dopo il primo incontro lo stesso Cesare Moreno ha operato un piccolo cambiamento del titolo da “fare scuola in contesti difficili” a “fare scuola in condizioni difficili”. In effetti ben presto è emerso, infatti, che il problema principale consiste nelle condizioni in cui operiamo tutti noi impegnati nel mondo della formazione giovanile senza distinzione tra precari e non, tra periferie e situazioni più o meno centrali.
Precario, ci è stato ricordato viene da ‘precarium’ (controllato su Cortellazzo-Zolli) cioè ottenuto per preghiera.

È possibile mantenere una linea di condotta educativa quando tutto congiura contro?
È possibile mantenere un precario equilibrio (l’uso forse più consueto dell’aggettivo precario si riferisce proprio all’equilibrio, e al pregare e fare scongiuri perché non lo si perda) umano e professionale dentro un mare in tempesta su una nave…?
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

SE I FIGLI NON SONO EDUCATI LA COLPA É DEI GENITORI

Il mestiere di genitore è complicato, si sa, e la Legge impone anche maggiore attenzione, sanzionando quelle famiglie che non riescono a dare adeguata educazione ai figli. Il caso di oggi è molto significativo.

Il Caso
In data 6 aprile 1996, nel corso di un allenamento tennistico presso il Circolo del Tennis di Palermo, il minore G.S., veniva colpito al volto da un colpo di racchetta da tennis sferratogli dal minore G. D. in maniera imprevedibile, subendo la frattura coronale dell’incisivo centrale e laterale superiore di sinistra e ferita lacero contusa del labbro inferiore: la responsabilità delle lesioni era da ricondurre al comportamento di G. D. Nel caso di specie, ricorrono gli estremi della culpa in educando e/o di quella in vigilando.

Se i genitori non provano di aver adeguatamente educato i figli ed aver vigilato, rispondono del comportamento di questi ultimi, ex art. 2048 c.c.
Cassazione civile , sez. III, sentenza 20.04.2007 n° 9509: culpa in educando e/o vigilando

Motivi della decisione
La Suprema Corte ha ritenuto che i genitori di G.D. avrebbero dovuto offrire, al fine dell’esonero della loro responsabilità, la prova liberatoria richiesta ai genitori dall’articolo 2048 c.c. e, cioè, di non aver potuto impedire il fatto illecito commesso dal figlio minore, di avere impartito al minore un’educazione consona alle proprie condizioni sociali e familiari, di avere esercitato sul medesimo una vigilanza adeguata all’età, invece, tale prova non era stata offerta.

Infatti, risultava “dall’esito dell’attività istruttoria in primo grado che il medesimo si era introdotto in un ambiente nel quale non era autorizzato ad accedere, non rivestendo la qualità di socio del Circolo del Tennis; che avesse praticato il c.d. tennis a muro senza la presenza e vigilanza di alcun maestro; che, pur essendo all’epoca dei fatti appena dodicenne, si fosse recato da solo ed autonomamente da Mondello, dove risiedeva, a Palermo, in viale del Fante ove ha sede il Circolo del Tennis circostanza questa affermata dai genitori del minore offeso e non contraddetta dai genitori del minore G.D.”.

La Suprema Corte, pertanto, rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, genitori di G.D., alle spese processuali.

LA RUBRICA

LA CUCINA DEI <i>MONZÙ</i…

Anche Napoli ha conosciuto la cucina aristocratica dei monsieurs, i quali non hanno mai dimenticato che un piatto sollecita tutti i sensi, gli occhi in primo luogo. Intrigante il gioco dei simboli e delle metafore. Di Carmine CimminoLeggo su un giornale il menù che un ristorante frequentato solo da vip propone ai suoi clienti per il cenone dell’ultimo dell’anno. Penso all’eternità del Barocco: l’obiettivo di certi cuochi, come dei poeti marinisti, è la meraviglia. Ma è più probabile che la colpa sia mia, della grossolana abitudine del mio gusto a evitare la cucina sperimentale, a restare ancorato alla tradizione. Del resto, se la mia idea di arte figurativa non va oltre le tecniche tradizionali: i colori a olio, la tempera, l’acquerello, il pastello; se ci ho messo venti anni per abituare i miei occhi alla pittura di Heckel, di Kirchner e di Pascin, è naturale che non potrò mai capire come i fiori possano accoppiarsi con il riso, e come facciano i chicchi di melograno ad accordarsi con un arrosto.

Ma è anche probabile che funzioni ancora un principio del Decadentismo di bassa lega, per cui l’aristocrazia del danaro cerca di proporsi come aristocrazia del gusto spostando la sperimentazione verso confini a cui i cervelli comuni e i portafogli comuni non potranno mai arrivare. Per fortuna c’è anche chi sperimenta sulla tradizione e dentro la logica. Recentemente Gianfranco Vissani proponeva una sua ricetta dei cappellacci cacio e pepe, “in cui la salsa cacio e pepe fa da ripieno oltre che da condimento.. E quando si scioglierà in bocca potremo apprezzare la variazione di gusto dovuta alla leggera differenza di cottura tra salsa e ripieno, sperimentando un’ulteriore variazione del tema piccante su piccante“.

Anche Napoli ebbe la sua cucina aristocratica, la cucina dei monzù (monsieurs),dei cuochi addestrati secondo i canoni della gastronomia francese che dopo la Rivoluzione rappresentò l’eccellenza. Sebbene Murat fosse di gusti non troppo raffinati, la sua corte, rinnovando la tradizione dei grandi ricevimenti, costrinse i nobili napoletani ad adeguarsi, a riaprire saloni e cucine, a ingaggiare cuochi che fossero esperti della nuova scienza, così come veniva modellata nei laboratori di Parigi. I monzù napoletani dovettero confrontarsi con una nuova filosofia degli odori, che, per esempio, aromatizzava aceti e senapi con essenze di ogni tipo: capperi, cipolle, tartufi, pistacchi, arance amare, ciliegie.

Non fu facile per loro abituarsi all’idea, autenticamente illuministica, che da ogni sostanza si potesse distillare un liquore: acqua cordiale, crema di fiori d’arancio, di rosa, di gelsomino, di cannella, di caffé, di legno d’India, perfino di sedano e di zucca, perfino, se dobbiamo credere a Ned Rival, un “balsamo umano e un balsamo con essenza di maccheroni”. A Parigi, le battaglie tra i due più importanti produttori di aceto, Maille e Bordin, calamitavano l’attenzione del pubblico quasi quanto i bollettini di guerra che Napoleone inviava da Austerlitz e da Wagram. Era la vendetta degli dei della cucina. Napoleone non fu un buongustaio.

Mangiava distratto, e velocemente: spesso senza rendersi conto di ciò che le sue mani prendevano dal piatto. Poiché prima della battaglia di Marengo il cuoco Dunand gli servì un pollo saltato alla provenzale, egli mangiò un pollo alla Marengo prima di ogni battaglia, e pretese che venisse rispettata meticolosamente la prima ricetta: pollo, aglio, olio, quattro pomodori e contorno di uova fritte e di gamberi cotti a vapore.

Francesco I Borbone e suo figlio Ferdinando II, che non sprecavano a tavola né tempo né danaro, misero un freno all’ arditezza dei monzù dei nobili: timballi e arrosti banali e i dolci tipici della pasticceria napoletana costituivano i menù dei ricevimenti offerti dalle regine dei salotti: Paolina Lafferronnays, moglie di Augusto Craven; la principessa di Camporeale; la Bevere di Ariano, moglie del conte Giuseppe De la Feld; la duchessa di Bovino, figlia di Carlo Filangieri. La signora Meuricoffre, che apriva ogni venerdì le sale del suo palazzo al largo del Castello, essendo solo una borghese, moglie di un borghese straniero, ricchissimo e assai potente, consentiva al suo cuoco francese di prendersi qualche libertà.

Ma bisogna dire che anche i monzù più audaci si mossero sempre secondo i principi codificati dai fisiologi del gusto e dai filosofi della cucina: costruire il piatto intorno a un solo sapore fondamentale, che gli odori devono non offuscare, ma esaltare: così insegnava il divino Carème; rispettare la natura delle sostanze; ricordare che un piatto sollecita tutti i sensi, e gli occhi, in primo luogo. Così insegnavano Talleyrand e Brillat- Savarin.

Tra il 1965 e il 1970 Franco Santasilia di Torpino incominciò a raccogliere le ricette che gli ultimi monzù dell’aristocrazia napoletana avevano ereditato dal passato, e variato e rielaborato secondo il loro genio. Monzù Gerardo Modugno gli fornì la ricetta dei rigatoni ai cavolfiori verdi, e il cuoco di famiglia, Monzù Vincenzo, gli svelò quella dei maccheroni alla San Giovanni, di cui Jeanne Carola Francesconi riporta nel suo libro sulla cucina napoletana la versione più antica, dettata dal duca Gaetani di Castelmola.

Un piatto classico, la frittata di maccheroni, diventa, grazie all’arte di Monzù Francesco di Casa Barracco, una torta di maccheroni al basilico, mentre Monzù Raffaele, Rafele, dei Serra di Cassano è il padre della cupola di maccheroni primavera, vero e proprio trionfo dell’orto napoletano: lo sformato a cupola di spaghetti zucchini fagiolini pisellini carote e punte di asparagi, tenuto insieme dalle uova, dal parmigiano e dal caciocavallo sorrentino, viene ricoperto completamente da fette di provolone dolce, che il calore fonde in una copertura uniforme e lucida.

Ma questa esigenza altamente filosofica di ridurre all’uno il molteplice è interpretata mirabilmente dal provolone alla Barracco. Mentre la cucina casereccia svuotava il pane e lo riempiva di uova, di verdure e di polpettine, il Monzù di Casa Barracco scavava con arte un provolone calabrese ben stagionato, di forma sferica, e colmava il vuoto con un ripieno cotto a parte: funghi champignons, polpettine e, soprattutto, tubetti mezzanelle al dente in sugo di polpa di manzo cipolle carote e sedano: infine, riportava al suo posto, a forza, l’intera mollica del provolone. Che poi veniva posto in un forno a 220° e vi restava finché la corteccia non diventasse molle e il ripieno ben caldo.

Spero di essere riuscito a suggerire l’immagine del prodotto finale, perché essa può sollecitare un qualche pensiero profondo intorno al gioco dei simboli e delle metafore.
(Foto: Quadro di François de Troy, “Pranzo di ostriche”, del 1735)

L’OFFICINA DEI SENSI

AD ANCONA QUEST”OGGI, LA MARCIA PER LA PACE

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Il precedente storico con Don Tonino Bello, che disse: “Per annunciare la pace la chiesa non si lasci lusingare dai potenti, mandi all”aria la diplomazia se c”è da condannare violenza e ingiustizia:”. Di Don Aniello Tortora

Sarà Ancona ad ospitare il 31 dicembre 2010 la 43ª Marcia per la Pace sul tema “Libertà religiosa, via per la pace”. Questa città che ospita la 43ª Marcia per la pace ha un precedente storico: il 7 dicembre del 1992, da questo porto di Ancona, con circa 500 volontari, don Tonino Bello, allora Vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, partiva alla volta della costa dalmata dalla quale iniziò una marcia a piedi che lo avrebbe condotto dentro la città di Sarajevo, da diversi mesi sotto assedio serbo a causa della guerra civile. “All’ora della partenza – scriverà don Tonino nei suoi diari – sul molo si diedero convegno per un saluto alcuni gruppi di amici e un’unica autorità: l’Arcivescovo di Ancona, Festorazzi”.

Don Tonino, era già visibilmente malato, tant’è che il male che minava la sua salute lo condusse alla fine della vita, il 20 aprile dell’anno successivo. Un giornalista della Rai gli domandò: “Ma lei che sta già male cosa va in cerca di altri guai a Sarajevo?”. E lui rispose: “Qui si stanno sperimentando gli eserciti del domani, i soldati di pace: io devo essere con loro”.

Il tema scelto dal Santo Padre, e approfonditi nel Messaggio per la Giornata del 1° gennaio 2011, sottolinea l’urgenza che a farsi carico di questo compito siano le grandi religioni che debbono essere capaci di trovare nella loro identità e nella loro missione il modo di relazionarsi ubbidendo al Signore Onnipotente che della pace è la vera sorgente. Le stesse religioni devono essere messe nella condizione di esercitare con libertà la loro missione, ma devono, altresì, essere capaci di un dialogo rispettoso tra loro. La religione non dovrebbe mai essere armata per una conquista, piuttosto deve presentarsi con la forza dell’Amore di Dio e della fraternità.

Erano questi i concetti-chiave della riflessione etica sulla pace di don Tonino Bello, profeta della pace. Egli nella sua vita fece suo il “sogno di Isaia”, che sognava una grande pace, un’unione armonica dell’uomo con la natura, un giusto equilibrio fra i sessi o fra i partecipanti al processo produttivo di un società.

Don Tonino, un “utopista illuminato con i piedi per terra” era ben consapevole delle difficoltà. Difatti soleva dire: “La pace richiede lotta, sofferenza, tenacia. Esige alti costi di incomprensione e di sacrificio. Non ha molto da spartire con la banale vita pacifica. Non elide i contrasti. Esige al rischio di ingenerosi ostracismi. Postula la radicale disponibilità a perdere la pace per poterla raggiungere”.

Parole, queste, vissute sulla propria pelle e di un’attualità esistenziale sconvolgente.
Compito di tutti è annunciare sempre il Vangelo della pace, ma particolarmente della chiesa, che “non si lasci lusingare dai potenti, dicendo mezze frasi soltanto. Ma mandi all’aria tutte le regole della diplomazia quando c’è da condannare l’ingiustizia, la violenza, le manipolazioni dell’uomo, la guerra, la produzione e il commercio delle armi, la violazione dei diritti umani, lo sterminio per fame di popoli interi”.

Don Tonino, profeticamente e con forza affermava: ”Pace non è la semplice distruzione delle armi. Ma non è neppure l’equa distribuzione dei pani a tutti i commensali della terra. Pace è mangiare il proprio pane a tavola insieme con i fratelli. Convivialità delle differenze, appunto”.
Pace, in altri termini, non significa dare qualcosa a qualcuno, ma soprattutto vivere la comunione, la condivisione, la solidarietà.
È questo quanto ci auguriamo all’inizio dell’anno nuovo.
(Fonte foto: Rete Internet)

ANNUNCIARE, DENUNCIARE, RINUNCIARE

I DELITTI DI SANGUE: IL COSIDDETTO “DOLO D”IMPETO”

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Assistere una persona accusata di gravissimi fatti di sangue è un”esperienza forte e sorprendente. Di fronte hai una persona “normale”, che d”impeto distrugge sè stessa e la vita degli altri. Di Simona Carandente

Non accade tutti i giorni che un giovane, giovanissimo professionista si trovi a stretto contatto, faccia a faccia, con un assistito che abbia commesso il più efferato dei crimini, ovvero l’aver posto fine alla vita di uomo, spesso con modalità violente se non addirittura brutali.
Il confine tra vita e morte è labilissimo, come dimostrano sia i numerosi casi di cronaca che l’esperienza quotidiana, nelle aule di giustizia: può bastare un diverbio, una lite banale, ed anche il più mite e pacifico degli esseri umani può trasformarsi in un freddo assassino.

Recentemente, ho avuto la fortuna di assistere una persona accusata di un gravissimo delitto di sangue, commesso proprio durante le ultime festività natalizie, che è riuscito a distruggere in pochi istanti tante giovani vite: quella del deceduto e della sua famiglia, ma anche la propria e quella dei suoi cari, con la coscienza gravata da un macigno enorme, che gli costerà sofferenze e tanti lunghi anni di carcere.

È sorprendente trovarsi di fronte a casi del genere, perché chi hai di fronte è tremendamente "normale": un uomo comune, con un lavoro come tanti, una fidanzata ed una famiglia, che in pochi attimi perde la testa e muta per sempre il corso della sua esistenza, a volte anche senza una seppur apparente motivazione.
Proprio questa forma di dolo, cosiddetto d’impeto, dove il proposito criminoso sorge all’improvviso, per effetto di un vero e proprio raptus di follia, trova maggiore riscontro nei delitti di sangue, ove la persona reagisce ad improvvisi stimoli esterni (aggressioni fisiche e verbali) perdendo il controllo e non rispondendo più di sé.

Pur senza scendere in particolari complessi, da trattatistica di diritto penale sostanziale, occorre evidenziare come vi sia una sostanziale differenza tra tale forma di dolo e quella, cd. di proposito, dove la maturazione del proposito criminoso avviene nel tempo, lentamente, fino a sfociare nella effettiva messa in opera del reato. Nel dolo di proposito, difatti, intercorre un lasso di tempo, a volte anche rilevante, tra la maturazione della volontà criminale ed il momento della sua concreta attuazione, con il persistere di tale volontà nel corso dell’intero lasso di tempo, senza che intervenga alcuna forma di resipiscenza o dissuasione dal proposito criminoso originario.

La persistenza di tale volontà criminale incide, ovviamente, sotto il profilo della colpevolezza e della sanzione penale, facendo sì che a carico del presunto colpevole possa integrarsi l’aggravante della premeditazione, con evidenti conseguenze sull’irrogazione della pena finale.

A seconda dell’intensità del momento volitivo, ovvero dell’elemento del dolo, congiuntamente ad altri fattori quali modalità del fatto, personalità del reo, danno effettivamente cagionato, la pena finale potrà anche variare sensibilmente, posto che per il nostro ordinamento l’aver meditato e rimeditato un delitto, magari predisponendo i mezzi per la sua realizzazione, è indice di maggior spessore criminale e meritevole di una ben più aspra sanzione penale. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DELL’AVV. CARANDENTE

CROLLA LA FIDUCIA NELLA POLITICA E NELLE ISTITUZIONI

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La crisi della politica è aggravata dalla continua emergenza rifiuti. La gente ormai, ha percepito che i politici hanno perso ogni capacità di affrontare i problemi del territorio. Crolla anche la figura del Sindaco. Di Amato Lamberti

Anche il 2010 si chiude tra cumuli di rifiuti, a Napoli come in provincia. Sembra una maledizione, ma non ce la manda il cielo e la cattiva sorte. La colpa è tutta della politica, da quella nazionale a quelle regionali, provinciali e comunali, che invece di risolvere definitivamente il problema pensano solo a farsi la guerra per evitare che qualcuno possa mettersi la medaglietta della soluzione del problema. E allora tutti a mettere bastoni tra le ruote degli altri per mandare a monte ogni tentativo, sia pure velleitario, di smaltimento dei rifiuti che intanto continuano ad accumularsi dovunque, per le strade, nelle piazze, davanti alle chiese e alle scuole, attorno agli ospedali e alle fabbriche, e persino di fronte ai monumenti meta una volta di turisti oggi sempre meno numerosi e sempre più incerti e spauriti.

Così sono andati a farsi benedire il turismo, le attività commerciali e artigianali, la gioia di farsi una passeggiata. Qualcuno continua a credere che si tratta solo di una brutta notte che dovrà pure passare. Ma una notte che dura anni e anni forse indica che qualcosa da qualche parte è definitivamente cambiata. Sicuramente indica che la politica ha perso ogni capacità di affrontare i problemi della società e del territorio, anche quelli più urgenti.
Per questo, giustamente, la gente non ha più fiducia nella politica e nelle istituzioni che essa governa. In questo anno l’ho messo in evidenza molte volte.

Anche l’ultimo baluardo della credibilità della politica, il sindaco, è crollato, sotto i colpi dei disastri che si succedono a ripetizione: la crisi dei rifiuti diventata endemica; l’inquinamento atmosferico per il traffico impazzito; gli allagamenti e le frane ogni volta che piove; il degrado ambientale che si allarga per l’abusivismo incontrollato; l’insicurezza dei cittadini che dilaga per una criminalità sempre più arrogante.

Il fatto che la gente giudichi inutile la stessa figura del Sindaco, e succede a Napoli come in tutti i Comuni della provincia, dimostra che per la gente è diventata inutile la stessa politica, e con essa le istituzioni, a cominciare dalle pubbliche amministrazioni. Si potrebbe dire che sta entrando in crisi anche la democrazia, come dimostrano fenomeni di anarchismo ma anche di fai da te per non farsi sommergere dai problemi. I giornali sono pieni di esempi: dai comitati antidiscariche che dettano ormai le ordinanze ai sindaci; alle mamme vulcaniche che difendono la salute dei figli; ai gruppi di cittadini esasperati che bloccano le strade di accesso alla discarica agli autocompattatori, quando non provvedono a dargli fuoco.

Le Forze dell’ordine non bastano più a frenare il malcontento, anche nelle forme più estreme di manifestazione della rabbia.
Una volta bastava la presenza delle divise per controllare le manifestazioni, oggi è la loro presenza, evidentemente segno di uno Stato percepito come nemico, che accende la rabbia e fa incanaglire le proteste. Forse, ci potrà anche essere qualcuno che soffia sul fuoco per accendere gli animi e trasformare la protesta in guerriglia contro le Forze dell’ordine e ciò che esse rappresentano, vale a dire lo Stato, ma ipotizzare ogni volta la presenza della camorra o di organizzazioni eversive, serve solo a nascondersi il problema di fondo che è la perdita di ogni credibilità delle istituzioni.

Certo la camorra va a nozze nel disordine, ma i cittadini hanno ormai imparato che tra camorra e istituzioni ci sono rapporti inestricabili e inconfessabili, che, come ho scritto, fanno della camorra la forma stessa della politica sui nostri territori. Se così non fosse non si spiegherebbe il fatto che non si riesca a dare soluzione a nessun problema sociale e territoriale se non nella forma che più avvantaggia le organizzazioni affaristico-criminali, nelle quali politica, affari e camorra vanno a braccetto. Una situazione desolante di cui i rifiuti che si accumulano e che non si riescono a smaltire, se non inventandosi la moltiplicazione di appalti, trasporti, trasferimenti il più lontano possibile, sono l’emblema e la cifra di lettura e di comprensione.

La gente capisce bene che in questa situazione molti soffrono, ma molti ci guadagnano e molti fanno affari che mai avrebbero pensato di poter fare così impunemente. Il paradosso, su cui nessun giornale si esercita, è che per sostenere questo giro perverso di affari alimentato da una emergenza rifiuti creata ad arte, la politica taglia la sanità, i servizi sociali, il Terzo settore, la scuola, i servizi pubblici, l’assistenza ai disabili. Tutti protestano ma nessuno coglie il rapporto tra il festino pantagruelico e camorristico organizzato per pochi e i tagli delle risorse destinate ai più bisognosi.

Anzi, la politica non litiga mai sui tagli ai poveri, mentre è pronta anche a crisi di governo, regionale e nazionale, se qualcuno si sente minacciato di esclusione dal banchetto che si consuma attorno ai rifiuti. Finirà mai questa storia? All’orizzonte non si vedono segnali di cambiamento. Anche sul rinnovo dell’amministrazione comunale di Napoli si assiste al solito rituale dei “capibastone” che organizzano la raccolta del consenso per il proprio candidato a Sindaco, senza lo straccio non dico di un programma ma della consapevolezza dei problemi da affrontare e delle risposte da dare ai cittadini.

I “poteri forti” non si espongono, stanno a guardare, sceglieranno il loro candidato e lo porteranno alla vittoria, ma solo per continuare a fare i loro affari, con buona pace dei cittadini che ancora una volta porteranno in trionfo un vincitore che dei loro problemi, anche volendo, non potrà occuparsene.
(Fonte foto: Rete Internet)
 

Alcuni argomenti già trattati da Amato Lamberti:

SOLDI, AFFARI E POTERE
 

LA CRISI E LE TROPPE TASSE DA PAGARE
 

VITE PRECARIE
 

I COMUNI SANNO COME SI FA LA SICUREZZA URBANA?
 

ALLA POLITICA MANCA LA TRASPARENZA
 

I COMUNI CORROTTI
 

ABUSI EDILIZI E TRAGEDIE ANNUNCIATE