Il “diritto alla città” è reale quando chi governa investe su immateriali, cultura e comunicazione, e interviene sulle strutture urbanistiche. Ma una città si rigenera anche se cura la sicurezza e le inciviltà. Di Amato Lamberti
Dopo un lungo periodo di crisi, che aveva fatto parlare di una loro certa morte prossima ventura, le città europee sono tornate a splendere tanto nella pratica quanto nell’immaginario collettivo. Si pensi a Barcellona, Valencia, Lisbona, Bilbao, Dublino, ma anche a Berlino, Dresda, S.Pietroburgo, sempre più frequentemente mete di un turismo colto che vuole vivere le infinite possibilità, culturali, ludiche, spettacolari che una città può offrire.
Riscoperte come esperienza insostituibile, le città europee, hanno ritrovato la voglia di piacere ai propri cittadini, così come ai turisti e ai visitatori. Il desiderio di vivere la città, ha, da un lato, stimolato interventi tanto sulle forme fisiche che su quelle immateriali, come gli eventi o le modalità di uso, e, dall’altro, si è diffuso in tutti gli strati della popolazione rendendo per la prima volta reale quel “diritto alla città” di cui si cominciò a parlare agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso.
Anche Napoli e la Campania sono state interessate dal movimento di riscoperta e valorizzazione delle città. Salerno è sicuramente la città della Campania che ha più investito sulla trasformazione e sulla rigenerazione tanto delle strutture urbanistiche quanto delle forme immateriali, con risultati importanti sia sul piano della vivibilità per i cittadini e sia sul piano dell’attrattività per turisti e visitatori. Il successo straordinario delle “luminarie natalizie”, che hanno portato in città più di un milione di visitatori in due mesi con un incremento esponenziale delle attività di ricezione e ristorazione, dimostra l’importanza dell’immateriale, della cultura e della comunicazione, nello sviluppo dell’economia della città.
Gli altri capoluoghi di provincia della Campania hanno perseguito questa strada di riqualificazione e valorizzazione in modo più timido ed incerto, cogliendo solo le opportunità di accesso a specifici fondi europei, quali i programmi di riqualificazione urbana.
Lo stesso atteggiamento, di gioco al ribasso rispetto alle opportunità, è stato tenuto dalle città della provincia di Napoli e, in particolare, dalla città di Napoli. Risposta paradossale, per quanto riguarda Napoli, perché si tratta di una città che nell’immaginario collettivo europeo e mondiale occupa un posto importante, in ragione di sedimentazioni storiche ma soprattutto culturali. Nel 1993, grazie al G7, sembrò che Napoli potesse ritornare ad essere una città attrattiva per il turismo nazionale e internazionale.
La risistemazione urbanistica del centro della città, Piazza Plebiscito liberata dalle automobili e restituita agli antichi splendori, il Centro antico valorizzato nella sua struttura e nei suoi monumenti, con il “maggio dei monumenti”, le grandi mostre a Capodimonte, gli eventi spettacolari a Piazza Plebiscito, portarono, dopo anni di abbandono, un flusso notevole e continuo di turisti nella città e risvegliarono anche l’attenzione degli organi di informazione nazionali e internazionali.
Ma si trattò di una fiammata che si spense sull’incapacità di comprendere che la rigenerazione di una città e della sua immagine si gioca anche sui problemi della sicurezza e delle inciviltà.
Non si comprese che la criminalità diffusa viene vissuta, da cittadini e turisti, come un ostacolo alla serena vivibilità della città di cui viene richiesta la piena fruibilità senza vincoli spaziali, temporali e di genere. Più in generale, la richiesta di ordine urbano e di controllo della quotidianità, premesse indispensabili per la vivibilità della città, può essere, e spesso lo è, formulata come domanda di sicurezza. La crescente domanda di sicurezza esprime, però, anche la nuova voglia di vivere la città senza vincoli e paure. La stessa scarsa tolleranza nei confronti di molti reati, tra i quali quelli cosiddetti minori ma a forte capacità ansiogena, non è necessariamente da considerare l’indicatore della diffusione di un atteggiamento autoritario.
Essa, invece, esprime spesso una più intensa richiesta di uso e di godimento della città. In questa logica va considerata la questione delle “inciviltà”. Le inciviltà non sono reati veri e propri ma comportamenti e situazioni al limite della legalità che trasmettono al cittadino, di per sé già preoccupato dalla criminalità diffusa, messaggi allarmanti sulla capacità di controllo delle istituzioni, creando o facendo aumentare la paura e attivando comportamenti auto protettivi. La preoccupazione per il crimine, alimentata dall’inquietudine per il disordine complessivo, può facilmente tramutarsi in paura della città, con conseguenti comportamenti di riduzione delle occasioni di vita e di incontro.
Il “rinascimento” di Napoli si è infranto sugli scogli della criminalità e del disordine urbano. La crisi dei rifiuti, con tutti i comportamenti incivili che l’hanno accompagnata, è così diventata il simbolo del fallimento di ogni tentativo malgestito di risollevare la città e la sua immagine, giocando solo su elementi immateriali, senza affrontare i nodi strutturali che ne condizionano la vivibilità e lo sviluppo.
(Foto: rifiuti fuori al Museo “Madre”. Fonte: Kataweb)







