Piano casa, sequestri non stop a Pomigliano: sigilli a un condominio spuntato dai cortili

Gli alloggi bloccati dal tribunale salgono a 315 . Il sindaco Del Mastro: “Dobbiamo fare in modo che la magistratura faccia il suo lavoro”       Prosegue senza soste l’inchiesta sugli edifici realizzati o in corso di realizzazione a Pomigliano in base alle concessioni edilizie regolate dalla legge regionale “Piano Casa”. Negli ultimi giorni infatti il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Nola ha dato il via libera a un altro sequestro, l’ennesimo, nel centro vecchio della città. Si tratta di un grosso condominio di quindici appartamenti il cui rustico è spuntato da un angusto cortile di via Carmine Guadagno, a pochi passi dal comando della polizia municipale e dal municipio. L’avviso di sequestro dell’immobile, tutto ancora puntellato dai ponteggi, è visibile dalla strada. Sempre dalla strada si può leggere il cartellone che ne riporta il rendering, cioè il disegno del progetto finale, e i nomi dei tecnici responsabili e dei titolari dell’impresa di costruzioni. E anche in questo caso, come in altri casi analoghi precedenti, ad aver realizzato l’edificio, sulla base di una licenza rilasciata dal Comune nel 2019, è una ditta ancora una volta proveniente dalla vicina Casalnuovo. Proprio qualche settimana fa erano stati sequestrati a Pomigliano, tra i vicoli della parte più labirintica e vecchia del rione Paciano, altri due cantieri, da uno dei quali è sorto un palazzone. Un cantiere è intestato alla madre ottantenne di un noto politico di Casalnuovo. L’altro a un consigliere comunale della stessa città confinante con Pomigliano. Cifre da capogiro. Con l’ultimo immobile sequestrato, quello di via Guadagno, salgono a 315 gli appartamenti, realizzati o in fase di realizzazione, sigillati finora nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte irregolarità compiute attraverso il rilascio delle concessioni edilizie regolate dalla legge sul Piano Casa. Una legge, questa, che consente la costruzione di nuovi immobili abbattendo edifici vetusti. Ma solo grazie a determinate e particolari condizioni. Condizioni che in base a quanto finora contestato dalla magistratura sarebbero state palesemente violate dando vita al sacco edilizio della città, in particolare nel periodo compreso tra il 2015 e il 2020. Un business milionario. Ogni appartamento pubblicizzato dalle imprese di costruzione e dalle agenzie immobiliari è stato messo sul mercato al prezzo medio di circa 300mila euro, tasse e oneri compresi. Nel frattempo però serpeggia una notevole tensione, che si sta per il momento consumando soprattutto sui social ma che alcuni giorni fa è culminata con una minaccia di morte a mezzo posta e un dossier anonimo spediti all’indirizzo del comandante della polizia municipale, Luigi Maiello, il cui intenso lavoro è all’origine dell’inchiesta della procura di Nola. E’ anche spuntato un manifesto di una sedicente associazione di costruttori, un messaggio inquietante tutto puntato contro i giornalisti che stanno doverosamente raccontando questa vicenda. Una storia che ormai ha assunto proporzioni davvero enormi. Su questa situazione il massimo responsabile dell’amministrazione comunale ieri ha rilasciato un suo commento. “L’amministrazione comunale deve fare in modo che la procura della Repubblica faccia il proprio lavoro – spiega il sindaco di Pomigliano, Gianluca Del Mastro – da parte nostra – chiarisce ancora Del Mastro – dobbiamo cercare di tutelare e favorire il lavoro degli imprenditori del settore e quello dei funzionari comunali, che devono operare serenamente”. Trapela dunque il messaggio che nel territorio le attività edilizie coinvolte nell’inchiesta rappresentino solo la parte non maggioritaria di un settore che continua ad operare senza essere incappato nelle maglie della giustizia inquirente.

Gli uomini, quelli veri, sono contro ogni violenza sulle donne

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Riceviamo e pubblichiamo da Ciro Notaro

Gli uomini che picchiano, violentano e ammazzano le donne non sono uomini. Leggere i numeri pubblicati in queste ore, che rendicontano la vastità del fenomeno “abusi e violenze sulle donne”, ha dato il via alla mia più profonda indignazione. 

Il titolo che segue, riguarda solo il nostro territorio : “Crescono le donne vittime di violenza“. Negli ultimi sei anni circa 283 donne all’anno subiscono violenza.

«Complice la pandemia, il fenomeno ha subito una notevole recrudescenza». Ma quando finirà questo massacro? I titoli riempiono le pagine dei giornali,​ si scrivono articoli, si fanno dibattiti e fiaccolate  ma il fenomeno non si argina.​

È evidente da questi titoli insopportabili, che l’argomento,  ma è preferibile usare il termine appropriato, LA BRUTALITÀ che intendo evidenziare si riferisce alla violenza delle parole​ – picchiata, stuprata, massacrata”, che si consuma sulla donna -​

Purtroppo i numeri di violenze che questi scarti di società, perpetrano​ ​ sulle donne, sono in aumento e hanno subito un impennata negli ultimi tempi. Se vogliamo ottenere società libere dalla violenza sulle donne, consapevoli della gravità del fenomeno e della necessità di fermarlo con urgenza, necessita partire dalle scuole, per inculcare la consapevolezza fin da piccoli che non ci devono essere differenze di genere. Ma intanto chi legge si turba, si indigna e chiede giustizia per le vittime.

Ed io voglio dar voce a questo accorato sentimento, perché a me non interessa​ solo leggere il fattaccio,​ usato dalla stampa​ per far notizia ; il mio sfogo deve coinvolgere chi non tollera queste ignobili pratiche​ violente sulle donne in generale e più in particolare su Madri, Sorelle, Compagne, Figlie, ma soprattutto, deve essere LIBERATORIO.​ Gli autori di storie violente perciò vanno puniti senza sconti e redarguiti con voce forte. Io voglio affermarlo con parole veraci, intrise di sdegno che​ stigmatizzino la mia disapprovazione.

“Questi soggetti non sono altro che aguzzini, sia esso un marito violento, un fidanzato, un padre o un chicchessia, sono scarti fisiologici, non degni di essere classificati come UOMINI.”

Sant’Anastasia, il benvenuto ai nuovi volontari della Protezione Civile

Ieri pomeriggio, nell’aula consiliare di Palazzo Siano, l’incontro di benvenuto che l’amministrazione comunale ha voluto organizzare per i nuovi volontari di Protezione Civile. Presenti il sindaco Carmine Esposito, il vicesindaco Mario Trimarco, l’assessore alla Salute, Veria Giordano, il responsabile dello staff del sindaco Alfonso Di Fraia e il comandante della Polizia Locale, Pasquale Maione. Un incontro che ha voluto sottolineare l’importante ruolo degli operatori di protezione civile sul territorio comunale, particolarmente nel periodo di emergenza pandemica, quando i volontari hanno effettuato quotidianamente operazioni di soccorso e assistenza alla popolazione anastasiana.   All’incontro è intervenuto il direttore del corso per operatori, Ciro Gifuni, incentrando l’attenzione su un breve excursus del percorso formativo che i neo operatori hanno sostenuto. Un percorso iniziato a marzo e conclusosi a fine maggio, con sessioni teoriche e pratiche, esercitazioni che hanno toccato diversi settori, dalla logistica, al primo soccorso, fino agli incendi boschivi. «Con un unico denominatore – ha precisato Gifuni – ossia la sicurezza e l’autoprotezione dell’operatore, concetti fondamentali per l’efficacia stessa dell’operazione di soccorso o salvataggio». Il sindaco Carmine Esposito ha voluto sottolineare come gli operatori della Protezione Civile siano stati – segnatamente nell’ultimo anno – un punto di riferimento sia per l’amministrazione, sia per la popolazione, impegnati nel fronteggiare le emergenze ma anche nell’assistenza, con la consegna di farmaci, di viveri e disponibili alle numerose richieste di persone in difficoltà.  

VinGustandoItalia, un viaggio tra il chianti e le osterie fiorentine

  Per mezza Toscana si spazia un fiumicel che nasce in Falterona, e cento miglia di corso nol sazia     Finalmente si riparte! Dopo questa maledetta pandemia si ritorna pian piano alla normalità. Ho approfittato subito per ricominciare le mie scorribande alla ricerca di luoghi che fanno ricordare la tradizione, i sapori dimenticati, i colori ed i profumi di un tempo. Sono ritornato nella splendida Toscana, per ripercorrere le vie del Chianti. Ammirare la perfezione dei casolari toscani, costeggiare i vigneti che producono uno dei vini più buoni del mondo e rendersi conto che l’Italia è davvero un Paese bellissimo. Questo è quello che vi attende sulle Vie del Chianti e questo quello che vivrete se percorrerete a piedi i suoi itinerari. Il mio scopo principale è stato quello di esplorare e meglio conoscere in primis il Chianti, meraviglioso angolo di Toscana, con la consapevolezza che camminare è sinonimo di benessere fisico e mentale. Camminare lentamente è vedere i poggi da un’altra angolazione, al di là della solita strada asfaltata che si percorre distrattamente ogni giorno. Mi sono recato alle mistiche sorgenti dell’Arno tra il Falterona e il Lago degli Idoli, nel Parco delle Foreste Casentinesi alla scoperta di luoghi suggestivi legati ad antiche leggende. Il Sommo Poeta scriveva “Per mezza Toscana si spazia un fiumicel che nasce in Falterona, e cento miglia di corso nol sazia. Di sovr’esso rech’io questa persona: dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno, ché ’l nome mio ancor molto non suona”. Le sorgenti dell’Arno, sono note anche come Capo d’Arno, che Dante Alighieri cita nella sua “Commedia Divina” e alla vicina conca delle Ciliegeta, dal 1838 più nota come Lago degli Idoli per i tantissimi reperti etruschi che vi sono stati ritrovati. Questi luoghi, oltre alle bellezze naturalistiche e panoramiche offrono il fascino di alti interessi storici, archeologici e letterari. Si, ma dopo tanto camminare, la fame ha iniziato a prendere il sopravvento ed allora ci siamo fermati in una tipica osteria toscana, molto intima, caratteristica e suggestiva. Sembrava di essere a casa propria, tanto che appena arrivati, abbiamo trovato la tavola imbandita di stuzzichini e leccornie. Crostini, un’insalata di porro, grana e aceto balsamico: ottima! Pinzimonio, formaggi, ciccioli secchi, poi il titolare ci ha portato della pancetta appena cotta sulla brace: squisita! Noi abbiamo preso anche un tagliere di salumi. Abbiamo saltato i primi per passare direttamente alla “regina del locale” la mitica fiorentina!!! Credo non esistano aggettivi per descrivere una simile prelibatezza: morbida e saporita! Prima di servirla, ci cosparge il piatto con sale grosso, olio e pepe. Noi ne abbiamo prese 2 saranno state alte circa 6 cm, sembrava di mangiare del burro, tanto erano tenere! Ci siamo fatti portare anche i 2 ossi e ce li siamo spolpati come dei veri carnivori. Il tutto accompagnato da un ottimo Chianti classico riserva. Un abbinamento sublime! Siamo stati divinamente. Il proprietario era una persona molto cordiale, simpatica e affabile, il classico toscano con la battuta e la barzelletta pronta. Poi mi ha incuriosito una foto appesa al muro che riprendeva un carro trainato da buoi pieno di fiaschi di vino. Allora chiedo al proprietario cosa raffigurasse e lui mi racconta la storia del Carro Matto. Un vero e proprio carro trainato da due mucche chianine caricato con centinaia di fiaschi di vino Chianti della Rufina. Infatti, fin dai tempi antichi i contadini solevano venire a Firenze per celebrare la vendemmia ed offrire il loro vino ai signori della città. Il vino poi veniva benedetto dalle autorità religiose e poi offerto anche alla gente comune. Ogni anno alla fine di settembre, i turisti che si trovano in città hanno la possibilità di assistere all’arrivo del Carro Matto in centro a Firenze dalla limitrofa area di produzione del Chianti denominata Chianti Rufina. Il Carro Matto giunge trainato da una coppia di buoi bianchi ed accompagnato da una sfilata in costumi storici con tanto di tamburi, sbandieratori ed addirittura un cannone! Questa manifestazione ha lo scopo di celebrare la centenaria tradizione toscana della produzione di vino ma, allo stesso tempo, è volta a ricreare l’arrivo del vino in città. Sin dal XIV secolo, il vino veniva imbottigliato e conservato in bottiglie di vetro dette fiasco per la loro particolare linea rotonda a forma di pera ed il collo allungato. Sono proprio quei famosi fiaschi tondeggianti che sono divenuti, nel tempo, l’emblema del vino toscano nel mondo. Contengono esattamente 3/4 di litro di vino ed erano prodotti nel cuore di Firenze: l’angolo tra via Condotta e via dei Calzaiuoli era conosciuto come “Canto dei Fiascai” proprio perchè lì si trovavano molti laboratori e magazzini degli artigiani fiorentini. Il “fiascaio” – o colui che produceva i fiaschi, appunto – realizzava sia la bottiglia di vetro che lo strato di paglia intrecciato intorno alla metà bassa e volto sia a proteggere la bottiglia da eventuali rotture, sia a fungere da isolamento termico per mantenere intatte le qualità del vino. Mentre le bottiglie di vetro venivano realizzate a Firenze città, il vino veniva prodotto fuori, nella campagna circostante ed il Carro Matto mostra come le bottiglie un tempo venissero magistralmente impilate in una piramide per esser trasportate in sicurezza laddove venivano riempite. Sul Carro ci sono oltre 2000 bottiglie ed oggi, come allora, solo poche persone sono in grado di creare questo capolavoro di architettura artigianale! Ecco che il Carro Matto ricrea il momento dell’arrivo in città dalla campagna del carro con le bottiglie piene del vino della nuova annata, accolto con lo stesso entusiasmo ed allegria di allora. Una bellissima storia quella del Carro Matto, che ci fa comprendere come la nostra Italia sia pregna di cultura, storia e tradizione. Mi sento proprio fortunato ad essere nato nella nazione più bella del mondo, l’Italia.  

Ricette di Biagio: patate del vatecaro. Il vatecaro competente vede tutto e giura di non aver visto niente

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Cenni di storia di un mestiere interessante: il carrettiere, il vatecaro.  Lungo le strade vedevano tutto, ma  dalla vita e da quelle strade solitarie e pericolose che percorrevano ogni giorno avevano imparato a dire di non aver visto niente. La patata da “ cibo di streghe” a cibo dei poveri, argine contro gli impulsi della lussuria, ispiratrice di accidiosa distrazione. Forse, mangiando patate, i vatecari veramente non si rendevano conto di quello che vedevano.  Nel ‘700 Vincenzo Corrado mise la patata nella lista dei “cibi pitagorici”: ma restò sempre vivo il detto: è sempre colpa della patata.   Ingredienti: gr. 700 patate; gr. 30 parmigiano reggiano;  gr. 30 provolone del Monaco; gr. 30 pangrattato ( non quello in busta, ma prodotto da voi grattugiando pane “cafone”);  un bicchiere di aceto assai leggero di vino bianco; prezzemolo tritato; peperoncini dolci;  1 spicchio d’aglio;  olio, sale, pepe. Fate bollire, per 4 minuti, in una pentola colma d’acqua fredda e salata le patate tagliate in cubetti di medie proporzioni. Scolate le patate, rosolate un filo d’olio con lo spicchio d’aglio in una padella, poi togliete l’olio e “calate” le patate a cubetti. Quando i cubetti saranno opportunamente dorati,  sfumate con l’aceto di vino bianco. Alle patate aggiungete, infine,  il pangrattato tostato, a parte, in una  padella,  il parmigiano, il provolone del Monaco, il prezzemolo e i pezzi di peperoncino. Tolta la padella dal fuoco,  amalgamate i cubetti di patate e la miscela del pangrattato e degli altri ingredienti, e portate in tavola. ( L’immagine è pubblicata dal sito “giallo zafferano”). Il trainiere trasportava qualsiasi tipo di merce, e di solito lavorava con i mercati delle città. Il vatecaro si muoveva lungo le strade interne e riforniva le comunità montane. I vatecari ottajanesi trasportavano soprattutto tessuti e botti di vino e di spirito, e percorrevano di solito le strade che portavano ad Acerra, a  Sarno e ai paesi del Vallo di Lauro. La “vateca” indicava, nei tempi che furono, sia l’animale attaccato al carro, sia il carico: il nome veniva dal latino medioevale “viaticus”, “che si muove lungo le strade”, e qualche scrittore italiano dell’Ottocento usò il termine “viaticaro”. Lungo le strade interne e le vie montane i vatecari si muovevano a gruppi, per sfuggire ai “grassatori”, i banditi rapinatori che li aspettavano nei tratti solitari. Le cronache dell’Ottocento sono piene di notizie su grassazioni che spesso erano sanguinose: l’ultima banda di “grassatori”, nei primi anni del Novecento,aveva la sua base in una masseria alla Schiava. La particolarità degli usi e dei costumi fece sì che i vatecari diventassero protagonisti di detti, di massime e di “sentenze”: divenne proverbiale la loro capacità di vedere tutto e di dichiarare, candidamente, di non aver visto niente: i vatecari chiacchieroni non avevano vita lunga. Gli ufficiali “piemontesi” che cercavano i briganti di Pilone tra Torre Annunziata, Boscoreale, il Vallo di Scafati e Terzigno si stancarono subito di far domande ai vatecari lungo le strade e nelle taverne dove essi si riposavano, mangiavano e abbeveravano i cavalli: sapevano già la risposta: “non abbiamo incontrato nessuno, non abbiamo visto niente”. “Le patate del vatecaro”, o “del carrettiere” sono un piatto semplice, dal sapore netto e vigoroso: il nome della ricetta alludeva alla semplicità, spesso urtante e ruvida, di chi esercitava quel mestiere: e forse anche al fatto che una porzione abbondante del “piatto” poteva essere portata via e gustata anche durante il viaggio. La patata sporca di terra è “ l’immacolata concezione della botanica ”, secondo  Stewart Lee Allen, perché si riproduce in modo asessuato, non ha semi, e i frutti nascono direttamente dal suo corpo. Inoltre il tubero porta in sé tutta la gloria di aver saziato per secoli popoli di contadini e di proletari, di aver sconfitto le carestie, e di aver rasserenato la coscienza dei teologi cattolici, che nel nome inca “ papa ” leggevano un segno del destino. E credo che ci fosse anche una corrispondenza tra la patata e l’arte della dissimulazione che i vatecari esercitavano con grande maestria. Quando, nel ‘700, divenne “ottimo cibo per i poveri” – e Vincenzo Corrado dimostrò “che le patate si possono servire anche nelle mense dei Facoltosi” – la patata si liberò dalle note “infernali” che ne avevano segnato il debutto in Europa. E sebbene qualche epigrammista si servisse del nome per indicare l’organo sessuale femminile, alla patata alcuni studiosi attribuirono la “virtù” di costituire un argine contro gli impulsi della lussuria, perché, essa, la patata, con il suo sapore e con i suoi umori favorisce l’ accidia, l’apatia e la fiacchezza. Vincenzo Corrado, il grande cuoco- gastronomo del ‘700 napoletano,  rimprovera al Parmentier, il farmacista che dedicò tutta la sua vita alla diffusione del tubero, di aver perso tempo nel tentativo di cavarne anche del pane: perché la sostanza delle patate è “ pregna di un liquore acido, e di un olio densissimo, per cui non si rende suscettibile di quella fermentazione che la porti alla elevazione, necessaria alla bontà del pane.” La patata, dunque, porta a una castità da snervatezza: e perciò si piega agevolmente a ogni altro sapore, e si fa macinare, friggere e bollire, pelare e sbucciare E forse i vatecari, respirando l’accidioso  effluvio che veniva su dal piatto, si ammosciavano  a tal punto da non avere piena consapevolezza di ciò che i loro occhi registravano. Dunque, la colpa era della patata. E’ sempre colpa della patata. (FONTE FOTO:RETE INTERNET)  

Berti, Fedez, Lauro e il loro pensiero stupendo

Sui loro rispettivi profili social da pochi giorni hanno annunciato l’insolita collaborazione musicale. L’idea era balenata nel corso della passata edizione del Festival di Sanremo che ha visto Fedez classificarsi al secondo posto in coppia con Francesca Michielin, Achille Lauro ospite fisso con le sue provocanti performance e la decana Orietta Berti vincitrice morale che a più riprese ha dimostrato di sapersi confrontare con curiosità e il suo inconfondibile garbo con i gusti delle nuove generazioni di musicisti e cantanti. Il brano si chiama Mille, uscirà venerdì 11 giugno e grazie al suo accattivante refrain promette già da subito di essere eletto a tormentone dell’estate della ripartenza. In molti si stanno chiedendo cosa abbiano in comune Orietta Berti, Fedez e Achille Lauro, la risposta è molto più semplice di quanto si possa pensare: autoironia, amore per la provocazione e predisposizione al confronto. Il pensiero stupendo dell’insolito trio già ci piace e in attesa che tutti possano ascoltare Mille auspichiamo che la nuova famiglia allargata in musica apra presto le porte di casa anche ai trionfatori dell’ultimo Eurofestival, per completare questo audace quadro palesatosi nella mente di una giovane e avanguardista settantottenne.

Somma Vesuviana, Di Sarno: “Il Plesso scolastico Ex Bertona porterà il nome di Mario Cerciello Rega”

Riceviamo e pubblichiamo dal Comune di Somma Vesuviana “La Scuola Elementare Ex Bertona del Terzo Circolo Didattico di Somma Vesuviana avrà il nome di Mario Cerciello Rega, il brigadiere barbaramente assassinato a Roma. Mario da piccolo frequentava proprio questo plesso che a breve porterà il suo nome. Dedicare questa scuola a Mario sarà davvero importante per le nuove generazioni. Ogni ragazzo che entrerà in questa scuola vedrà il nome di Mario e tramite la sua storia potrà comprendere l’importanza della legalità”. Lo ha annunciato Salvatore Di Sarno, sindaco di Somma Vesuviana nel giorno del 207esimo anniversario dell’Arma dei Carabinieri. “Abbiamo iniziato l’iter per dedicare a Mario Cerciello Rega questo plesso scolastico – ha annunciato Angela De Falco, Dirigente del Terzo Circolo Didattico delle Scuole Elementari di Somma Vesuviana – e siamo già in contatto con la moglie di Mario che ringraziamo di tutto cuore, poi ovviamente la parola passerà alla Giunta”. E nella scuola che sarà dedicata a Mario Cerciello Rega è nato il laboratorio della creatività.  “A Febbraio – ha proseguito De Falco – mentre le attività didattiche erano a distanza, abbiamo dato vita ad un team di collaboratori scolastici che io ho definito il Team della creatività. Al piano interrato abbiamo trasformato il deposito in Sala della Creatività. Il Team ha trasformato il deposito in laboratorio della creatività e l’artista Tina Sepe ha realizzato bellissimi murali artistici nel laboratorio della creatività. Abbiamo voluto che i bambini fossero attorniati da bellezza, da colore, dalla fantasia. Anche se siamo in presenza degli ultimi giorni di scuola anche se sappiamo che questa scuola verrà abbattuta per realizzarne una ancora più bella, con maggiori misure di sicurezza, senza barriere architettoniche e a misura di tutti, il team di docenti ha voluto trasformare quel deposito in laboratorio della creatività. I bambini devono avere l’opportunità di sprigionare la loro creatività. Sappiamo che questi bambini stanno attraversando momenti molto ma molto difficili, costretti a stare fermi per ore. Il nostro desiderio è che loro possano invece respirare la speranza e la gioia di vivere. Anche per questo dedicare proprio questo plesso a Mario Cerciello Rega è segno di resilienza, speranza, rinascenza! C’è la grande sensibilità del sindaco Salvatore Di Sarno, dell’Amministrazione, una sensibilità e disponibilità che sono davvero uniche nel nostro panorama territoriale”. Scuole nuove, moderne . “Valorizzazione delle scuole monumentali e su questo abbiamo già messo in campo la più imponente campagna di ristrutturazione che sia stata mai realizzata in questo paese. Somma Vesuviana ha la fortuna di avere anche scuole che sono monumenti storici come quella del plesso centrale del Primo Circolo Didattico delle Elementari, solo per citarne una.  E proprio le scuole dovranno portare una ventata di novità a Somma Vesuviana. Non possiamo avere solo scuole di 30 – 40 anni fa. Dobbiamo e vogliamo dare alla città scuole belle, colorate, vive, senza barriere architettoniche, a misura di tutti. Per questo il plesso elementare Ex Bertona di Santa Maria del Pozzo risorgerà nuovo, completamente nuovo – ha concluso Salvatore Di Sarno, sindaco di Somma Vesuviana – grazie ad un progetto classificatosi tra i primi 5 in Campania per qualità nell’Edilizia Scolastica. Ma non ci fermiamo perché a giorni partiranno lavori in tutte le scuole di Somma Vesuviana. Ad esempio il plesso capoluogo del Primo Circolo Didattico sarà oggetto di una grande ristrutturazione. Ma tutti i plessi scolastici di Somma Vesuviana saranno oggetto di manutenzione e ristrutturazione. Stiamo lavorando anche sulla scuola di San Giovanni De Matha, aprendoci ad un confronto con ingegneri e architetti e sulla quarantennale situazione del plesso di Via Trentola. Però dobbiamo puntare ad avere scuole moderne anche sulla sismica, sull’ efficientamento  energetico. La scuola è legalità!”.

Napoli, Carabinieri: celebrato il 207° annuale della Fondazione dell’Arma

Riceviamo e pubblichiamo dall’ufficio stampa del Comando Provinciale dei Carabinieri di Napoli. Questa mattina, anche a Napoli, presso la caserma Salvo D’Acquisto, sede del Comando Legione Carabinieri per celebrare il 207° annuale di fondazione dell’Arma dei Carabinieri, il Comandante della Legione Carabinieri “Campania” Generale di Divisione Maurizio Stefanizzi, accompagnato dal Comandante Provinciale Carabinieri di Napoli Generale di Brigata Canio Giuseppe La Gala, ha accolto il Prefetto di Napoli Marco Valentini e con lui ha deposto una corona di alloro al Sacrario ai Caduti. La cerimonia – officiata rispettando le prescrizioni imposte dalla normativa anti-contagio – è proseguita con la lettura del rituale messaggio del Presidente della Repubblica. Il Generale Stefanizzi ha poi esaltato l’importanza della ricorrenza e premiato i militari che si sono particolarmente distinti in operazioni di servizio. Sono stati diversi i militari del Comando Provinciale di Napoli, alla presenza del Generale La Gala, a ricevere attestazioni di merito, testimonianza dell’intenso impegno profuso su ogni fronte, grazie alla capillarità territoriale delle 100 Stazioni e Tenenze Carabinieri, le 16 Compagnie con i Nuclei Radiomobili e i Reparti Investigativi di tutto il Comando Provinciale. Nell’ambito del contrasto alla criminalità organizzata, i militari del Comando Provinciale di Napoli hanno colpito duramente – sotto il coordinamento della DDA partenopea – i clan operanti in città e provincia. Intenso l’impegno dei Carabinieri del Comando Provinciale di Napoli, da sempre impegnati su più fronti, grazie alla capillarità sul territorio ove è presente con 16 compagnie e 100 tra Stazioni e Tenenze Carabinieri. Tra le operazioni più importanti e recenti quella dell’aprile scorso che ha consentito di colpire duramente gli appartenenti del clan Sibillo (sodalizio denominato, in gergo cinematografico, “Paranza dei Bambini”) operante nel centro storico di Napoli. 21 le persone arrestate dai Carabinieri della Compagnia Napoli Centro in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP del Tribunale di Napoli su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia per associazione di tipo mafioso, “estorsione”, “ricettazione”, “spaccio di sostanze stupefacenti”, “detenzione e porto abusivo di armi da fuoco” e “sfruttamento della prostituzione”, aggravati dalle “finalità mafiose”. In quella stessa circostanza il Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Napoli ha eseguito un decreto di sequestro, emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia partenopea, con contestuale rimozione di un “altarino celebrativo” abusivamente edificato in onore del promotore del sodalizio Emanuele SIBILLO, deceduto in un agguato di stampo camorristico nel 2015. 51 le persone arrestate invece a maggio nelle province di Napoli, Avellino, Benevento, Bergamo, Caserta, Cosenza, Forlì, Imperia e Isernia nel corso di un operazione condotta dal Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna coordinati dalla DDA di Napoli: gli indagati, chiamati a rispondere, a vario titolo, dei reati di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti, tutti aggravati dalle finalità mafiose, sono ritenuti appartenenti a un’organizzazione dedita all’approvvigionamento ed alla commercializzazione su scala regionale e nazionale di sostanze stupefacenti con base logistica nel Parco Verde di Caivano. Non solo, in quest’ultimo anno che ha visto i Carabinieri impegnati a fronteggiare un nemico invisibile ma quanto mai pericoloso come il Covid-19, i militari del Comando Provinciale di Napoli si sono distinti – oltre che nelle operazioni di polizia giudiziaria – anche nel sociale e nell’assistenza al cittadino. D’intesa con Poste Italiane S.p.A. i Carabinieri hanno consegnato 330 pensioni a tutti quegli anziani di Napoli e provincia che durante il lockdown non potevano uscire ed avevano i propri cari lontano. I militari delle 100 Stazioni e Tenenze Carabinieri sparse in tutta la provincia hanno fatto sentire la propria vicinanza al cittadino anche solo per una visita, per consegnare loro la spesa o per acquistare dei farmaci. I Carabinieri della centrale operativa hanno fornito consigli o anche solo una parola di conforto in quella obbligata solitudine. In sintonia con gli istituti scolastici sono stati consegnati i tablet agli studenti per le lezioni in DAD. In questo anno così difficile per tutti bisogna ricordare anche i singoli episodi dove i Carabinieri – in attività di istituto o liberi dal servizio – si sono distinti. Basti pensare al Maresciallo addetto alla Stazione Scampia che durante il primo lockdown, come tanti altri militari, ha consegnato dei farmaci ad una famiglia colpita dall’epidemia. In quell’occasione non sapevano a chi rivolgersi e pensarono bene di contattare i Carabinieri. A rispondere il sottufficiale che si prodigò nel consegnare loro i medicinali di cui necessitavano ed incarnando così la missione dell’altruismo che tutti i Carabinieri debbono sentire propria. Oppure il Comandante della Stazione di Napoli Capodimonte che aiutò una famiglia che – positiva al covid – era rimasta senza denaro per poter acquistare la spesa a domicilio. Fu il Maresciallo, contattato in Caserma – a mettersi a disposizione della famiglia bisognosa sì di un semplice gesto di solidarietà ma anche di una persona di fiducia alla quale consegnare una carta bancomat come fosse un padre o un amico.

Il rispetto delle istituzione è uno stile di vita laico…

Guardati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro“.     È la raccomandazione che Gesù fa ad un lebbroso che chiede di essere guarito. Spesso noi vogliamo contrapporre il profeta di Nazaret alle istituzioni politico-religiose del suo tempo, come se Gesù fosse un ideologo rivoluzionario che chiedeva il sovvertimento della legge di Mosè. In realtà, come si evince da questo breve versetto del vangelo di Matteo, Gesù invita il lebbroso ad attenersi alle regole previste dalla Torah, non volendo in questo modo scavalcare ciò che era conveniente fare. Il rispetto delle istituzioni non è solo un messaggio evangelico, ma anche uno stile di vita laico, per cui ogni buon cittadino deve essere ossequioso a quelle che sono le figure che governano, custodiscono e garantiscono le nostre libertà. Nel contempo, le istituzioni (di qualsiasi natura esse siano: religiose o politiche) devono mostrare quel garbo e quello stile che ci si aspetta da uomini e donne che rappresentano qualcosa di più grande e che va preservato da qualsiasi gaffe o mancanza di garbo. In questi ultimi anni, nella nostra società si è instillato un veleno silenzioso ma letale verso qualsiasi forma di istituzione, definita comunemente casta che preserva esclusivamente i propri privilegi a discapito della collettività. Se questa impostazione di accusa generica lascia il tempo che trova, è pur vero che le istituzioni non hanno sempre saputo essere all’altezza del loro ruolo. Gli uomini e le donne che le rappresentano non sempre dimostrano di possedere lo stile adatto per rivestire un determinato servizio per la collettività e, spesso, alimentano il sentimento di anti-casta con la spocchia e la boriosità di chi si sente su un gradino superiore rispetto a tutti e crede, rivestito di una carica, di poter dire o fare qualsiasi cosa ritenga opportuno. Il mondo social è il più grande megafono per le istituzioni e, spesso, viene abitato con frasi ad effetto senza nessun contenuto e, ancora più grave, si semplifica un processo di complessità, preferendo lo spot dell’idea piuttosto che la dimostrazione fattibile di quell’idea stessa. Nel rincorrere l’apparenza, le istituzioni stanno indebolendo la loro forza, nel lasciare spazio alla mancanza di stile stanno svuotando di senso la loro essenza. Un credente, un uomo o una donna che si ispira al vangelo, non può dimenticare l’insegnamento di Gesù, che non vuole distruggere, ma dare nuovo senso alle istituzioni. Gesù non accusa la classe sacerdotale del suo tempo perché non la condivide, ma perché non approva lo stile incoerente di chi dovrebbe essere un punto di riferimento e invece risulta essere una pietra di scandalo, soprattutto con uno stile che non rispecchia la testimonianza concreta della vita. L’istituzione non è un potere, ma un servizio per il bene di tutti. Esige pertanto uno stile, una capacità di essere riconosciuta da tutti, non solo perché previsto dalla legge, ma perché tutti possano riconoscersi in uomini e donne che, seppur nella debolezza e nella fragilità, si impegnano a mantenere integra l’istituzione che rappresentano. Oggi, in un tempo di pandemia, dove è fondamentale sentirsi uniti intorno alle nostre istituzioni, abbiamo il bisogno di uomini e donne credibili, capaci di risvegliare in noi la sensibilità e il rispetto delle istituzioni e, nel contempo, noi non dobbiamo sempre essere lamentatori seriali, ma impariamo ad essere corresponsabili della nostra società perché non ci si salva da soli, ma solo insieme. (fonte foto: rete internet)

Sant’Anastasia, impiegati rinviati a giudizio, dopo quattro anni il giudice li assolve: «Il fatto non sussiste»

 Quattro furono i dipendenti del comune rinviati a giudizio ad ottobre 2017. In carica c’era l’ex sindaco Lello Abete e i fatti oggetto del procedimento penale risalgono a febbraio dello stesso anno. Antonio Abete e Angela Nappa (difesi dall’avvocato Fernando Quaranta), Anna Calce (difesa dall’avvocato Antonio De Simone), Giuseppe Piscopo (difeso dall’avvocato Giovanni Bianco). Tutti accusati dello stesso reato: aver attestato falsamente la propria presenza in servizio, timbrando il badge e allontanandosi poi dal posto di lavoro.   Insomma, a tutti loro – i più ora in pensione – fu appiccicata l’etichetta di «furbetti del cartellino». Quasi quattro anni di processo e un’accusa crollata come un castello di sabbia per tutti gli imputati per i quali il giudice Alessandra Zingales ha pronunciato sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste. Stando a quanto emerso in dibattimento, l’idea di controllare i dipendenti nacque da un colloquio tra l’allora responsabile della polizia locale e alcuni assessori. Si formulavano teorie riguardo l’eventualità che anche a Sant’Anastasia potessero esserci «furbetti» (era un periodo in cui i media riportavano molti casi simili, in comuni della provincia di Napoli) e si addivenne all’idea di «verificare» attraverso l’impianto di videosorveglianza del Comune. Il controllo, è stato detto in aula, riguardava tutti gli impiegati, a cadere nella rete furono però quattro dipendenti. La notizia di reato fu trasmessa alla Procura, sulla base – unicamente – di alcuni frammenti video proiettati anche in aula. Ora, l’assoluzione.