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Cenni di storia di un mestiere interessante: il carrettiere, il vatecaro.  Lungo le strade vedevano tutto, ma  dalla vita e da quelle strade solitarie e pericolose che percorrevano ogni giorno avevano imparato a dire di non aver visto niente. La patata da “ cibo di streghe” a cibo dei poveri, argine contro gli impulsi della lussuria, ispiratrice di accidiosa distrazione. Forse, mangiando patate, i vatecari veramente non si rendevano conto di quello che vedevano.  Nel ‘700 Vincenzo Corrado mise la patata nella lista dei “cibi pitagorici”: ma restò sempre vivo il detto: è sempre colpa della patata.

 

Ingredienti: gr. 700 patate; gr. 30 parmigiano reggiano;  gr. 30 provolone del Monaco; gr. 30 pangrattato ( non quello in busta, ma prodotto da voi grattugiando pane “cafone”);  un bicchiere di aceto assai leggero di vino bianco; prezzemolo tritato; peperoncini dolci;  1 spicchio d’aglio;  olio, sale, pepe. Fate bollire, per 4 minuti, in una pentola colma d’acqua fredda e salata le patate tagliate in cubetti di medie proporzioni. Scolate le patate, rosolate un filo d’olio con lo spicchio d’aglio in una padella, poi togliete l’olio e “calate” le patate a cubetti. Quando i cubetti saranno opportunamente dorati,  sfumate con l’aceto di vino bianco. Alle patate aggiungete, infine,  il pangrattato tostato, a parte, in una  padella,  il parmigiano, il provolone del Monaco, il prezzemolo e i pezzi di peperoncino. Tolta la padella dal fuoco,  amalgamate i cubetti di patate e la miscela del pangrattato e degli altri ingredienti, e portate in tavola. ( L’immagine è pubblicata dal sito “giallo zafferano”).

Il trainiere trasportava qualsiasi tipo di merce, e di solito lavorava con i mercati delle città. Il vatecaro si muoveva lungo le strade interne e riforniva le comunità montane. I vatecari ottajanesi trasportavano soprattutto tessuti e botti di vino e di spirito, e percorrevano di solito le strade che portavano ad Acerra, a  Sarno e ai paesi del Vallo di Lauro. La “vateca” indicava, nei tempi che furono, sia l’animale attaccato al carro, sia il carico: il nome veniva dal latino medioevale “viaticus”, “che si muove lungo le strade”, e qualche scrittore italiano dell’Ottocento usò il termine “viaticaro”. Lungo le strade interne e le vie montane i vatecari si muovevano a gruppi, per sfuggire ai “grassatori”, i banditi rapinatori che li aspettavano nei tratti solitari. Le cronache dell’Ottocento sono piene di notizie su grassazioni che spesso erano sanguinose: l’ultima banda di “grassatori”, nei primi anni del Novecento,aveva la sua base in una masseria alla Schiava. La particolarità degli usi e dei costumi fece sì che i vatecari diventassero protagonisti di detti, di massime e di “sentenze”: divenne proverbiale la loro capacità di vedere tutto e di dichiarare, candidamente, di non aver visto niente: i vatecari chiacchieroni non avevano vita lunga. Gli ufficiali “piemontesi” che cercavano i briganti di Pilone tra Torre Annunziata, Boscoreale, il Vallo di Scafati e Terzigno si stancarono subito di far domande ai vatecari lungo le strade e nelle taverne dove essi si riposavano, mangiavano e abbeveravano i cavalli: sapevano già la risposta: “non abbiamo incontrato nessuno, non abbiamo visto niente”. “Le patate del vatecaro”, o “del carrettiere” sono un piatto semplice, dal sapore netto e vigoroso: il nome della ricetta alludeva alla semplicità, spesso urtante e ruvida, di chi esercitava quel mestiere: e forse anche al fatto che una porzione abbondante del “piatto” poteva essere portata via e gustata anche durante il viaggio. La patata sporca di terra è “ l’immacolata concezione della botanica ”, secondo  Stewart Lee Allen, perché si riproduce in modo asessuato, non ha semi, e i frutti nascono direttamente dal suo corpo. Inoltre il tubero porta in sé tutta la gloria di aver saziato per secoli popoli di contadini e di proletari, di aver sconfitto le carestie, e di aver rasserenato la coscienza dei teologi cattolici, che nel nome inca “ papa ” leggevano un segno del destino. E credo che ci fosse anche una corrispondenza tra la patata e l’arte della dissimulazione che i vatecari esercitavano con grande maestria. Quando, nel ‘700, divenne “ottimo cibo per i poveri” – e Vincenzo Corrado dimostrò “che le patate si possono servire anche nelle mense dei Facoltosi” – la patata si liberò dalle note “infernali” che ne avevano segnato il debutto in Europa. E sebbene qualche epigrammista si servisse del nome per indicare l’organo sessuale femminile, alla patata alcuni studiosi attribuirono la “virtù” di costituire un argine contro gli impulsi della lussuria, perché, essa, la patata, con il suo sapore e con i suoi umori favorisce l’ accidia, l’apatia e la fiacchezza. Vincenzo Corrado, il grande cuoco- gastronomo del ‘700 napoletano,  rimprovera al Parmentier, il farmacista che dedicò tutta la sua vita alla diffusione del tubero, di aver perso tempo nel tentativo di cavarne anche del pane: perché la sostanza delle patate è “ pregna di un liquore acido, e di un olio densissimo, per cui non si rende suscettibile di quella fermentazione che la porti alla elevazione, necessaria alla bontà del pane.” La patata, dunque, porta a una castità da snervatezza: e perciò si piega agevolmente a ogni altro sapore, e si fa macinare, friggere e bollire, pelare e sbucciare E forse i vatecari, respirando l’accidioso  effluvio che veniva su dal piatto, si ammosciavano  a tal punto da non avere piena consapevolezza di ciò che i loro occhi registravano. Dunque, la colpa era della patata. E’ sempre colpa della patata.

(FONTE FOTO:RETE INTERNET)