ESASPERATISMO. LOGOS & BIDONE. A NAPOLI LA TERZA TRIENNALE INTERNAZIONALE

Il Castel dell”Ovo ospita fino al 3 marzo 2011 la Terza Triennale Internazionale del Movimento Artistico Culturale “Esasperatismo Logos & Bidone” fondato a Napoli nel 2000 dal Professor Adolfo Giuliani.

Importanti i numeri del Movimento: 110 opere esposte per 110 autori, 140.000 cartoline delle opere esposte, quattro collezioni per un totale di 500.000 cartoline, un libro presentato nel 2009 presso l’Istituto Italiano per gli studi Filosofici “Esasperatismo Logos & Bidone – Eventi – Documenti – Rassegna stampa – Testimonianze 2000-2009”, tre mostre internazionali, due riconoscimenti, il Bidone d’oro, assegnati alla cultura dal Movimento stesso (il primo all’Avv. Marotta, il secondo al Maestro De Simone).

La mostra, che ha avuto un grande richiamo di pubblico, espone le opere in ordine alfabetico, mostrando diverse interpretazioni del concetto del Bidone, che unisce tecniche, stili, sensibilità differenti.
Perché il bidone? Verrebbe subito da associarlo simbolicamente a ciò che va buttato via, in questa era di immondizie, come volersi scrollare da dosso un peso, un eccesso. Ed è proprio il fondatore del movimento, il Professore Adolfo Giuliani, a spiegarmi perché il bidone.

È un concetto successivo alla fondazione e al manifesto dell’Esasperatismo, neologismo che «denuncia i mali del mondo e il bidone, che è simbolo della sofferenza» una metafora nata dalla suggestione di una esperienza vissuta, quando, durante i lavori in Via Salvator Rosa, «un bidone veniva conteso come ferma posto per il parcheggio delle auto dagli automobilisti per non correre il rischio, tornando, di trovare al “proprio” posto un’altra auto. Al termine dei lavori quel bidone non serviva più a nessuno e venne abbandonato essendo diventato inutile, in quel momento il bidone fu metafora sull’uomo: conteso finché utile, abbandonato quando non più sfruttabile».

Simbolo quindi dell’umanità il bidone ma pur partendo da una simbologia così estrema, il movimento si slancia verso un profondo ottimismo, affondando le proprie radici nella consapevolezza del fallimento del concetto di sviluppo, dell’esasperato consumo che ha bruciato le energie umane e la natura, che ha reso la vita una continua ricerca della soddisfazione di bisogni materiali, immergendo l’uomo nella condizione di continua ricerca di beni incapaci di colmare ciò che c’è di più umano, il confronto con sé e con l’altro, con la natura, con la vita come stare al mondo. Il movimento contesta una esistenza che si è affermata come ricerca del progresso, una volontà di andare avanti che cancella il presente.

L’Esasperatismo è “il termine che riassume in sé il male e il malaffare dei nostri giorni e, nello stesso tempo, l’ipotesi, seppur lontana e vacillante, di un possibile ravvedimento”, nella definizione dell’Avvocato Marotta.
Nato nel 2000 da un malessere dello stare al mondo si apre ad una forte volontà di creare, dichiarazione di un volere diverso, di affermare bisogni dimenticati, ricerca radicale sull’uomo e la sua esperienza esistenziale. L’esistere. I tempo. Il sé. L’altro. La volontà di aprire una speranza diventa la forza aggregante del movimento.

In questo è ritrovabile, forse, la capacità di unire, di chiamare artisti diversi che aderiscono al movimento condividendo lo spazio di una mostra.
La cosa che forse più colpisce di questa operazione è la densità. Lo spazio ridotto tra un’opera e l’altra, accostate in ordine alfabetico, è molto ristretto creando nello spettatore una ridondanza del sentire. Quasi un affaticamento. Ma sicuramente un forte senso di energia.

QUANDO L’ALUNNO ARRECA DANNO A SÉ STESSO

La responsabilità della scuola per danni che l”alunno arreca a sè stesso.

Il caso
I genitori di un minore hanno chiamato in giudizio, davanti al tribunale di Napoli, il Ministero della Pubblica Istruzione, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti dal minore, studente presso un Istituto Tecnico Commerciale della città, in conseguenza di un infortunio occorsogli durante lo svolgimento della lezione di educazione fisica.

Sintesi della questione
La Cassazione prende ancora una volta posizione, in modo esaustivo e con rara chiarezza espositiva, sul problema della natura giuridica della responsabilità della scuola in caso di danno che l’alunno arreca a sè stesso.
La responsabilità per i danni che l’alunno arreca a terzi, infatti, è disciplinata dall’articolo 2048. Quando l’alunno arreca danni a sè stesso, invece, la norma applicabile correttamente è l’articolo 2043, o l’articolo 1218, a seconda che la responsabilità in esame la si consideri contrattuale o extracontrattuale.

La sentenza (Cass. civile, sentenza 3 marzo 2010, n. 5067)
La responsabilità dell’istituto scolastico e dell’insegnante non ha natura extracontrattuale, bensì contrattuale.
Fra allievo ed istituto scolastico – con l’accoglimento della domanda di iscrizione e con la conseguente ammissione dello stesso alla scuola – si instaura, infatti, un vincolo negoziale, dal quale sorge, a carico dell’istituto, l’obbligazione di vigilare sulla sua sicurezza ed incolumità nel periodo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, anche al fine di evitare che l’allievo procuri danno a sè stesso.

Quanto al precettore, dipendente dell’istituto scolastico, tra insegnante ed allievo si instaura, per contratto sociale, un rapporto giuridico (che quindi può dare luogo ad una responsabilità di tipo contrattuale e non extracontrattuale), nell’ambito del quale l’insegnante assume, nel quadro del complessivo obbligo di istruire ed educare, anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, al fine di evitare che l’allievo si procuri, da solo, un danno alla persona.

La chiamata in causa dell’insegnante, quindi, è esclusa, non solo nel caso di azione per danni arrecati da un alunno ad altro alunno, ma anche nell’ipotesi di danni arrecati dall’allievo a sè stesso. Resta, comunque, fermo che, in entrambi i casi, qualora l’Amministrazione sia condannata a risarcire il danno al terzo od all’alunno che ha arrecato danni a sè stesso, l’insegnante è successivamente obbligato, in via di rivalsa, soltanto nell’ipotesi in cui sia dimostrata la sussistenza del dolo o della colpa grave; limite, quest’ultimo, che opera verso l’Amministrazione, ma non verso i terzi (S.U. 27.6.2002 n. 9346).

La Corte ha stabilito il risarcimento dei danni sulla base del riconoscimento di una responsabilità solo contrattuale, com’è appunto il caso di specie, in cui l’amministrazione è stata ritenuta responsabile dell’infortunio di cui è causa in conseguenza dell’accertata violazione dell’obbligo contrattuale di vigilare sulla sicurezza e l’incolumità dell’allievo nel tempo in cui fruiva della prestazione scolastica.
In particolare, il riconoscimento della tutela risarcitoria del danno non patrimoniale, in tutte le sue forme, definitivamente affermato dalla Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 26972 del 2008, consente, la risarcibilità del danno non patrimoniale – del quale il danno morale è una componente – anche nell’azione di responsabilità contrattuale, come nella specie.

LA RUBRICA

I CAMALDOLESI DI NOLA. SEGRETI E SAPORI DELLA DISPENSA

I registri della dispensa dei Camaldolesi svelano i segreti di una cucina di confine, aperta ai prodotti della pianura nolana e di quelli delle valli e dei monti di Avellino. Che sarà mai quel liquore tonico annotato tra i medicinali? Di

Il sabato mattina mio zio Pippone attaccava alla carrozzella il cavallo Ercolino e si partiva per Nola a far provviste: a Piazzolla, ‘a palata ‘ e pane del forno di una contadina che, più che vecchia, era antica – ricordo la macchia violenta del rosso suo maccaturo stretto intorno ai capelli- , le carrube, ‘e sciuscelle, da un massaro di Casamarciano che forniva anche saporose costatelle di maiale, e, infine, superata la chiesa della Schiava – spero che la stanca memoria non contamini i ricordi e i nomi dei luoghi -, la pasta fatta a mano.

Poi Ercolino andò in pensione, e venne il tempo di una rumorosa fiat millecento, che come prima il cavallo, pareva che conoscesse l’itinerario, e venisse guidata non dalla mano dell’autista, ma dall’istinto. Spero che qualcuno abbia scritto la storia meravigliosa di quella infinita sequenza di ceste ricolme di gnocchi e di fusilli, esposte davanti alle porte, ad accompagnare la strada che sale verso Avella, verso Baiano, verso Monteforte: la strada antica che portava il grano delle Puglie alle macine di Cimitile e al mercato di Nola, e da qui, deviando verso il Vesuvio, e costeggiandone le prime pendici, ai mulini di Torre Annunziata.

Nessun segno degli gnocchi è rimasto nei ricordi, ma nella suggestione pare che riviva la ruvidezza delicata di quei fusilli, che la mia generazione continuò a gustare, fino agli anni ’70, in alcuni ristoranti ancorati al territorio, dalle parti di Monteforte, a Baiano e alle porte di Avellino.
E, mentre scrivo queste note, penso all’acida osservazione di un belga innamorato di Napoli, Chalon, il quale nel 1886 sospettò che la pasta messa ad asciugarsi a seccarsi all’aperto, a Gragnano, a Torre, a Castellammare, prendesse il suo sapore dalla polvere e dagli odori della strada.

Le pastaie casalinghe vendevano anche salami di Mugnano e olio e castagne di Visciano. Non mi pare che le patate e i broccoli di Cimitile godessero di buona stampa a casa mia: mia madre li trovava acquosi, e sosteneva che le patate, pur saporite, non fossero adatte per gli strangolaprievete. Anche fra Emanuele da Mirabella, che fu cellerario dell’Eremo di Santa Maria Coronata dei Camaldolesi negli ultimi trenta anni del sec.XVIII, nel registrare l’acquisto dei broccoli specificava che erano di Somma: e io credo che intendesse dire del Somma. Non starò qui a parlare di questo ortaggio, che è prezioso e nobile nonostante l’informe acidezza dell’odore che a contatto con l’acqua esso sprigiona. Dico solo che già prima dell’unità d’Italia i gastronomi lo sottrassero al patrimonio delle squisitezze napoletane e lo assegnarono a Roma.

A Napoli ha continuato a indicare lo stupido, si’ ‘no vruoccolo, forse in omaggio, diciamo così, a quell’odore d’acqua solforata, o per commistione con brocco: cavallo e uomo: entrambi buoni a nulla, come certi centravanti che non la mettono dentro nemmeno se i difensori e il portiere vanno a prendere il caffé. Dal vruòccolo, immagine dello stupido vanitoso, nacque vrucculiarsi, muoversi in modo lezioso, o come dice G.B. Basile, ciancioso.

Dunque i Camaldolesi di Nola – ma l’eremo sta su un ciglione della collina di Visciano, e ha il Somma-Vesuvio proprio di fronte, e le terre che lo circondano sono fatte anche di cenere e di lapilli del vulcano – i Camaldolesi permettevano solo ai broccoli di Somma, o del Somma, di entrare nella loro dispensa, i cui registri sono un compendio di una cucina di confine, aperta ai contributi della pianura nolana ricca d’acqua e delle valli e dei monti, asciutti e assolati, di Avellino.

Nel bilancio annuale l’introito più cospicuo, in media 600 ducati, proveniva dalla vendita delle castagne di Visciano – le castagne della selva di Chiaio e della selva di dentro: quantità notevoli di queste castagne venivano acquistate, anno dopo anno, dai tavernieri del Nolano: Luca Spinello che aveva locanda al Bosco di Cimitile, Tommaso Sciarrillo di Marigliano, e ad Antonio Pulicinella – si chiamava proprio così – della Terra di Cicciano. I registri ci dicono che l’arrivo del nuovo priore, Placido da Fragnito, venne festeggiato con dolci di castagne preparati nell’eremo. Agli allevatori di maiali i frati vendevano cumuli enormi di scarti delle mele annurche e delle sorbe a panella, prodotte nei frutteti di Sant’Angelo e della Pietra, che credo siano luoghi di Visciano.

Pare, però, che preferissero le mele di Altavilla e di Savignano, dal momento che ne compravano per 120 ducati ogni anno. Nella cantina dell’eremo riposavano botti di razzese, di greco e di fiano: e questo fiano veniva da due vigneti di Castello di Palma. Nel 1765 i monaci ne vendettero 250 caraffe, circa 200 litri, ai “tagliatori della legna della Montagna per uso dell’Eremo”. Nel maggio del ’67 fornirono vino greco, fronde e il pascolo della Corleta ai pastori che riportavano le greggi da Sant’Anastasia e da Pollena agli stazzi estivi dell’ Avellinese. Ne ebbero in cambio lana, agnelli, pecore vecchie e pelli, che donarono, in parte, all’ospizio di Sant’Angelo. Gli affittuari delle selve di noccioli e dei vasti castagneti che l’Eremo possedeva nel territorio di Altavilla ogni anno riempivano la dispensa dei monaci con caci salati e dolci e con ricottelle: i formaggi, a quanto pare, erano raramente assenti dal menù.

Infatti il dispensiere comprava ogni mese anche 10 chili di quel cacio di Polvica che ho trovato citato anche in altri documenti: poco dopo l’unità d’Italia, i carabinieri tengono d’occhio un certo Sabato Ciardiello, forse di Palma, che nel mercato di Nola gestisce il suo banco di cacio di Polvica e di ricotte di Montella come un personale ufficio di imposta, perché riscuote sistematicamente il pizzo dagli altri venditori. I buoni Camaldolesi non si fanno mancare nulla: baccalà, stocco, alici salate, tarantiello, e, ogni mese, non meno di 60 chili di anguille, che il loro fornitore, Pietro Liguoro, fa venire da Benevento e dal Garigliano. Non si fanno mancare nemmeno il torrone, il cedro e i sosamielli, e mangiano, ovviamente, solo maccaroni di Torre. Ogni anno consumano circa 350 chili di riso, che comprano al mercato di Salerno.

Da una cucina che usa in abbondanza zafferano e altre spezie li proteggono certamente i digiuni, ma anche, e soprattutto, i salutari interventi di Francesco da Montevergine, che di mestiere fa l’insagnatore, il salassatore, e che i monaci prudenti tengono a stipendio fisso. Li proteggono le minestre di cipolle e cocozzelle di Cemmetile, e soprattutto il tabacco. Ce n’è di ogni tipo, nella dispensa dell’Eremo: tabacco trafilato, lavorato a Nola, tabacco a corda, tabacco Brasile, tabacco Avana, tabacco Avanetta, tabacco Rapé. Che sarà mai quel liquore tonico che il segretario annota tra i medicinali?
(Foto: Quadro di Francesco Trombadori, Natura morta)

L’OFFICINA DEI SENSI

LE CONTINUE EMERGENZE

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Giovani senza lavoro in aumento, crisi sociale e tanta, tanta sporcizia in giro per le strade, nel mare:e tra i colletti bianchi. NO a nuove discariche nell”Area Nolana. Di Don Aniello Tortora

Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a dicembre è salito al 29% dal 28,9% di novembre, segnando così un nuovo record. Si tratta, infatti, del livello più alto dall’inizio delle serie storiche mensili, ovvero dal gennaio del 2004. Lo comunica l’Istat in base a dati destagionalizzati e a stime provvisorie. Il tasso di disoccupazione giovanile aumenta così di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 2,4 punti percentuali rispetto a dicembre 2009, spiega sempre l’Istat
Il tasso di disoccupazione a dicembre resta stabile all’8,6%, lo stesso livello già registrato a novembre (rivisto al ribasso dall’8,7%).

Il numero delle persone in cerca di occupazione a dicembre risulta, rispetto a novembre, in diminuzione dello 0,5%, ovvero di 11 mila unità, una discesa dovuta esclusivamente alle donne. Lo rileva l’Istat, in base a stime provvisorie e a dati destagionalizzati. Inoltre, il numero di occupati a livello congiunturale rimane invariato, con un tasso di occupazione stabile al 57% su base mensile. I tecnici dell’Istat spiegano che "a chiusura del 2010 le condizioni del mercato del lavoro appaiono un po’ più serene, da autunno l’occupazione ha smesso di scendere e la disoccupazione nell’ultimo bimestre, novembre e dicembre, ha preso a calare. L’unico elemento che stona – aggiungono – è la disoccupazione giovanile, che ancora una volta torna a scalare posizioni, segnando un nuovo record".

Continua, intanto, anzi si aggrava, il problema rifiuti in Campania. I recenti arresti ne danno una spietata conferma. Colletti bianchi e tanta, tanta sporcizia. Danni ingenti all’ambiente e alla salute. Se saranno confermate le accuse per le quali sono stati arrestati, nei giorni scorsi, quattordici tra funzionari, dirigenti e tecnici pubblici, saremmo di fronte a qualcosa di più e di diverso dall’ennesima e maleodorante, puntata dell’interminabile e criminale telenovela della monnezza campana. Il «se» è d’obbligo, visto che siamo appena alle accuse che dovranno poi passare al vaglio del giudizio. Ma è un fatto che gli elementi raccolti dai magistrati napoletani descrivano uno scenario infernale. Frutto marcio di un sistema che in nome dell’emergenza, della necessità (vera o presunta…) di fare in fretta avrebbe permesso o tollerato anche azioni dannose.

È sempre bene ribadire con forza che l’emergenza, pur reale come i rifiuti in Campania, non può in nessun caso essere un alibi per violare leggi e ancor di più per attentare al Creato e alle Creature. Laudato si’, mi’ Signore per sora aqua, la quale è molto utile et humile, et pretiosa et casta. Chissà se a qualcuno, mentre il percolato finiva tra le onde del mare, è tornato alla mente il Cantico delle creature del poverello di Assisi. Pretiosa e casta, non certo ricettacolo di veleni.

Il percolato è un liquido denso, nerastro, prodotto dalla fermentazione dei rifiuti, carico di batteri, un concentrato di sostanze tossiche. Pericoloso, certo, ma non "intrattabile". Ci sono tecniche, ampiamente sperimentate e applicate, per smaltirlo in tutta sicurezza. Lo si fa in tanti impianti in Italia. Anche al Sud. Ma in Campania impianti per trattare rifiuti speciali – e il percolato è speciale e pericoloso – non ce ne sono. È uno dei tanti problemi della nostra regione. E la Campania di percolato ne produce moltissimo perché, facendo pochissima raccolta differenziata, manda gran parte della monnezza in discarica ed è lì che si forma quel liquido infernale.

Dove smaltirlo allora? La brillante idea è stata di portarlo nei depuratori. Impianti industriali, se ben gestiti. Già, «se»… In Campania no, come dimostrano tante inchieste della magistratura, clamorosi sequestri e scandali a ripetizione. Lo si può verificare se si prova a fare il bagno in gran parte del mare della regione. Mare non balneabile, in particolare lungo le coste casertane e napoletane. Un mare-fogna.
Si aggiunge, così, un nuovo capitolo, (e speriamo l’ultimo!), al dramma ambientale che ogni giorno viviamo sulla nostra pelle: monnezza su monnezza. In nome di questa interminabile emergenza, per poter sostenere che è stata risolta, per allontanare la "brutta" immagine delle vie di Napoli traboccanti rifiuti.

A qualcuno vorrei ricordare che la campagna elettorale è finita da tempo. Gravissima la denuncia, in un’intervista, del Procuratore di Napoli, Giovandomenico Lepore, il quale ancora una volta ha detto che non c’è «la volontà politica di risolvere il problema dei rifiuti». Perché tanto c’è il mare, come già ci sono stati campi coltivati, cave, fiumi, pascoli… Il Creato violato e violentato da incapacità e malaffare. E sempre le stesse zone nel mirino, mentre altre, che non fanno la differenziata, non si danno da fare, ormai da sedici anni, per attrezzarsi e cambiare stili di vita.

Ecco perché dobbiamo con tutte le nostre forze dire di NO ad altre discariche nel nolano. Non abbiamo più fiducia nei politici, che a tutto pensano, eccetto che a risolvere i veri problemi della gente e del territorio. E noi con le nostre giuste proteste non-violente rammentiamo insistentemente che loro compito è servire il bene comune.
(Fonte foto: Rete Internet)

ANNUNCIARE, DENUNCIARE, RINUNCIARE

RESTA IN CARCERE IL PRESUNTO ASSASSINO DI CRISTOFER OLIVA

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Il caso del giovane Cristofer è stato al centro della cronaca per molti mesi, anche grazie alla madre che non ha mai smesso di cercare la verità sulla scomparsa del figlio. Di Simona Carandente

Il contatto con la morte non è mai semplice, anche per chi ci ha a che fare per mestiere, e ci si deve confrontarsi quotidianamente. Se poi questa morte è assurda, inspiegabile e colpisce un giovanissimo lo sgomento rischia di divenire estremo, e lascia dietro di sé mille quesiti senza risposta alcuna.

Cristofaro Oliva, detto Cristofer, è un diciannovenne come tanti, di bell’aspetto, di buona famiglia, con una vita apparentemente normale, fatta di tutto quello che sognano i ragazzi di quell’età: una fidanzatina, degli amici, degli svaghi. Forse però quella vita non è così normale: dietro l’apparenza si nasconde l’ombra della droga, un brutto giro che finirà per costargli la vita.
È il 17 novembre del 2009 quando il ragazzo si allontana di casa, lasciando a casa il cellulare, dicendo alla madre che deve incontrarsi, di lì a poco, con l’amico del cuore. Scende di casa frettolosamente dopo aver ricevuto uno strano sms, e da quel momento si perde ogni sua traccia.

Per tanto tempo, nonostante le indagini procedessero a ritmo serrato, di Cristofer non si è più saputo nulla, nella disperazione di quanti l’avevano amato e dei familiari, soprattutto della madre Fiorella (foto), convinta che il figlio non si fosse mai allontanato da casa volontariamente, e che l’invito a scendere di casa era stato il pretesto per attirarlo in una trappola infernale.
Solo pochi giorni fa la svolta nelle indagini: a porre fine alla giovane vita del ragazzo sarebbe stato proprio il migliore amico, tale Fabio Furlan, assieme ad un complice, Karim Sadeh, probabilmente per questioni relative ad un traffico di stupefacenti gestito dai tre, forse in concorso con altre persone. Un traffico di poco valore, probabilmente qualche bustina di marijuana coltivata in casa e venduta a compagni di scuola e conoscenti, senza ingerenze della malavita organizzata, ma non per questo esente da rischi e conseguenze drammatiche, addirittura estreme.

È di oggi la notizia che il Tribunale per il Riesame di Napoli, chiamato a pronunciarsi sulla libertà di Fabio Furlan, ne abbia decretato la permanenza in carcere, rigettando così la richiesta difensiva finalizzata alla scarcerazione del presunto assassino. Rimane in carcere anche il Sadek, ed indagato a piede libero un terzo ragazzo, accusato di concorso nell’omicidio del giovane diciannovenne.
Una morte che fa male, perché probabilmente premeditata, perché cagionata dall’amico più stretto di Cristofer, proprio quello che a casa dell’amico aveva trovato ospitalità per ben due mesi, accolto dall’intera famiglia come un figlio.

Ed emergono particolari inquietanti, come il silenzio durato più di un anno degli amici che sapevano, in accordo gli uni con gli altri, attenti a non rivelare la verità dei fatti e a non cadere in contraddizione. L’ordine di batteria, al grido di "silenzio ci intercettano", ha consentito di tener nascosta per tanto tempo la verità, ma non per sempre. Ed ora, l’ultima parola spetta alla giustizia, quella terrena. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

SE UN 16ENNE MUORE SPARATO LA COLPA É TUTTA DELLA FAMIGLIA

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Il caso del 16enne ucciso durante una rapina fa capire che non si può essere permissivi in un territorio marcio come il nostro. È guasta la famiglia, ma anche la politica, che non si fa carico dei problemi. Di Amato Lamberti

Un ragazzo di sedici anni è morto ammazzato, a Qualiano, uno dei tanti paesoni “scarrupati” dell’hinterland napoletano, mentre tentava di portare a termine, in compagnia di un giovane di ventiquattro anni, un tentativo maldestro di rapina ad un supermercato. Al di là di ogni altra considerazione, vorrei fare qualche riflessione sui seguenti fatti: si trattava di un ragazzo di sedici anni che: aveva lasciato la scuola, frequentata senza profitto; non aveva ancora cominciato a lavorare; frequentava, da poco, brutte compagnie, come dicono genitori e amici.

Quante volte è già accaduta una simile tragedia? Il quotidiano “Il Mattino”, del 31 gennaio 2011, fa un elenco, purtroppo lungo, degli episodi più clamorosi negli ultimi anni. Hanno tutti le stesse caratteristiche: non hanno terminato il percorso scolastico; non lavorano e bivaccano per la strada; frequentano le cattive compagnie della street corner society, come direbbe Cohen. Mi chiedo, ma di chi è la colpa se non andavano più a scuola? Di chi è la colpa se frequentavano cattive compagnie? Di chi è la colpa se in assenza di una scuola si trovano buttati per la strada senza che qualcuno gli offra una opportunità di lavoro, di apprendistato, di formazione professionale?

Certo, la scuola ha tante colpe perché non sa motivare e neppure trattenere nella scuola i ragazzi difficili. Riesce ad ottenere qualche risultato solo con ragazzi che arrivano a scuola già scolarizzati e a casa sono seguiti e sostenuti dalle famiglie Certo, la famiglia ha colpe perché troppo spesso non è più in grado di orientare, seguire, prendersi cura dei figli. Mi ha molto colpito il fatto che la madre del ragazzo ucciso gli aveva trovato in tasca, nei giorni precedenti, 400 euro e si era accontentata della spiegazione incredibile fornita dal ragazzo –sono di un mio amico che li ha vinti giocando a videopoker-, invece di farsi afferrare per pazza facendo accorrere tutto il vicinato; invece di massacrarlo di botte, come sbagliando magari si sarebbe fatto in altri tempi; invece di chiedere aiuto a qualcuno, magari al parroco, per cercare di salvare il ragazzo dalla strada criminale intrapresa.

Indifferenza o complicità? Non saprei cosa rispondere, ma la madre è sicuramente colpevole della morte del figlio, e lo stesso vale per il padre e gli altri membri della famiglia. Tutti colpevoli. Il disinteresse, la noncuranza, la mancata assunzione di responsabilità da parte della famiglia, hanno ucciso il ragazzo. Non si può essere buonisti, permissivi, in un territorio marcio come quello di Napoli se si amano veramente i figli. Ma è innanzitutto la società che deve prendersi cura dei suoi ragazzi. Offrirgli luoghi di ricovero sicuri, farsi carico delle loro debolezze, dargli opportunità di crescita, di vita, di pratiche sane.

Questi sono i figli malati di una società malata, dove non sono neppure più ben chiari i confini tra ciò che è bene e ciò che è male. In una società che si occupa dei suoi figli, in particolare di quelli più disgraziati, la politica deve farsi carico dei problemi di inserimento dei soggetti più deboli, quelli che hanno bisogno di aiuto, di formazione professionale, di inserimento produttivo, ma anche di assistenza e di accompagnamento.

In tutta Europa si provvede a queste necessità con il reddito minimo vitale, con i lavori socialmente utili, con gli alloggi sociali. Solo in Italia questi meccanismi sono utilizzati in maniera distorta, non producono risultati e generano solo sacche di assistenza parassitaria. In Francia, in Belgio, in Olanda, in Norvegia, i lavori socialmente utili sono utilizzati per venire incontro alla esigenza di poter contare su un reddito minimo quando non si ha un lavoro e lo si sta cercando, come avviene per i giovani che hanno terminato gli studi, per l’immigrato che è appena arrivato in terra straniera, per la donna in cerca di autonomia economica. Sono perciò temporanei: tre mesi, massimo sei mesi, il tempo di trovare un lavoro stabile o part time. Anche gli alloggi sociali servono a risolvere problemi di difficoltà momentanea.

La città di Parigi dispone di circa 50.000 logement sociaux. Il meccanismo è semplice. Chi vuole costruire deve dare alla municipalità un appartamento di 50 metri quadri ogni dieci appartamenti costruiti. Sono utilizzati per anziani soli e abbandonati, per giovani coppie, per immigrati, per donne sole, per persone a vario titolo in condizioni di difficoltà permanente o momentanea. Un’altra civiltà. Tanto per fare un esempio: un giovane che non vuole più vivere in famiglia, si rivolge alla municipalità, viene aiutato a trovarsi un lavoro e nel frattempo gli si dà un alloggio sociale e un lavoro socialmente utile. Se ha bisogno di formazione professionale gli viene data l’opportunità di seguire dei corsi professionalizzanti.

Non è buttato per la strada e costretto ad arrangiarsi, ma viene aiutato e sostenuto fino all’inserimento lavorativo che in tre mesi o sei mesi si realizza. Lo stesso vale per l’extracomunitario altrimenti condannato alla clandestinità. Un’altra civiltà, dove la politica è al servizio della collettività.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

L’OPINIONE DEL VULCANOLOGO GIUSEPPE LUONGO SUL “PROGETTO VESUVIO”

Abbiamo ascoltato il punto di vista del prof. Luongo, Direttore del Dipartimento di Geofisica e Vulcanologia dell’Università di Napoli Federico II e Componente del Consiglio Direttivo del Parco Nazionale del Vesuvio.

Professor Luongo (foto), nella nostra analisi della questione Vesuviana, abbiamo individuato e talvolta incontrato i fautori di diversi progetti che teorizzano e promuovono l’evacuazione più o meno completa dell’area vesuviana. Dai nostri incontri è emerso che il piano d’evacuazione, così com’è, non è sufficiente a garantire la messa in salvo della popolazione o comunque non sembra essere l’unica soluzione di una problematica ormai matura e che va affrontata con una certa serietà. Cosa vuol dirci a riguardo?
«Devo dire la verità, mi meravigliano tutti questi progetti, soprattutto alla luce del fatto che, all’indomani della pubblicazione del primo piano d’evacuazione, nel settembre del 1995, io mi trovai ad essere il primo e unico a criticarlo, mentre tutti lo osannavano».

Lei è dunque contrario al piano d’evacuazione?
«Io sono totalmente contrario al piano realizzato in quel modo. Può darsi che un’evacuazione si debba fare ma in caso di emergenza. Dobbiamo però risolvere alcuni problemi.
Il primo problema è il seguente: su quale base facciamo un’evacuazione? Siamo in grado di prevedere un’eruzione?

Si è detto che l’evacuazione la si poteva prevedere anche un mese prima! Questo non è vero. La comunità scientifica ha prima sostenuto questo per poi rimangiarsi gradualmente tutto. Anche in questo io ero contrario, sono infatti dell’avviso, che in caso di emergenza, va fatta l’evacuazione ma tenendo conto, e dicendolo alla gente, che ci sono delle effettive difficoltà per la previsione dell’evento. Possiamo dire che, sulla base dell’esperienza, si possono fare previsioni solo da qualche ora a qualche giorno prima! È una finestra molto stretta. Per allontanare centinaia di migliaia di persone, con un arco di tempo così stretto, lei può capire, che nessuno è in grado di realizzare un tale obiettivo.

C’è da dire che l’attività endogena del vulcano non sempre produce effetti avvertibili dalla popolazione, talvolta però questo avviene e la mette in allarme, spetta dunque agli esperti interpretare uno scenario che non conduce necessariamente a un’eruzione. Bisogna stare molto attenti poiché questi segnali sono ambigui. E se tu evacui senza eruzione, il danno è comunque enorme, da un punto di vista economico e sociale. È questo un punto molto delicato».

C’è il rischio di creare un falso allarme, un al lupo, al lupo!
«Certo! Se vogliamo invece immaginare uno scenario realistico, secondo me, una volta che istituzioni di ricerca e protezione civile rilevano elementi tali da paventare un’eruzione, si potrebbe incominciare a evacuare soltanto una parte della popolazione. Va allontanata quella parte di popolazione che non rientra nel ciclo produttivo quotidiano. Il che significa che riduciamo sensibilmente le presenze nell’area senza mettere in crisi il sistema.
Un terzo fattore da considerare è poi quello del non allontanare eccessivamente la gente dalla propria area d’origine. Prima di questo però, prima di chiarire dove spostare queste persone si potrebbe vedere chi ha una doppia casa, dove potrebbe trasferirsi con mezzi propri, e questo è anche riscontrabile controllando la TARSU».

Questo in caso di emergenza ma facendo un passo indietro, in questa fase di quiescenza del Vulcano, sarebbe giusto spostare una buona parte della città Vesuviana altrove? Ad esempio nelle province di Avellino e Benevento, come prospettava il Presidente del Parco Nazionale Ugo Leone o nel Casertano come invece hanno pensato il prof. Vajatica e i fautori del Progetto Vesuvio.
«Bisogna passare dalla possibilità alla concretizzazione di questi progetti. In prima istanza non puoi mandare via nessuno. Perché nessuno lo farà!».

Bisogna infatti incentivare, non imporre!
«Ah! Certo! Bisogna incentivare, ma non come ha fatto la Regione col progetto “Vesuvia” che è stato una cavolata! Obiettivo corretto ma strumento sbagliato! Non puoi dare a una persona dei soldi (pochi! ndr.) per mandarla in un contesto ignoto, bisogna pianificare!
La classe dirigente, la Regione deve infatti essere in grado di pianificare, magari nell’arco di trent’anni, non di mandar via, ma di ridurre il turn over della popolazione nell’area vesuviana. Se, dico a caso, a Capua si riesce a creare servizi, vie di comunicazione, incentivare gli attrattori, case a basso costo, ottimi servizi …».

… e lavoro!
«… certo, il lavoro è un problema generale ma l’idea è quella che, se in una famiglia del Vesuviano, uno dei figli riesce a trasferirsi altrove, ad esempio a Capua, avrò una riduzione dell’incremento demografico nella zona. Per quel che riguarda poi le province di Avellino e Benevento, le vedo troppo lontane per considerarle un valido attrattore.
Ci vorrebbero dei progetti modulari, dove, la politica, magari ogni cinque anni possa dimostrare di aver raggiunto taluni risultati. In questo modo il politico potrà presentare a fine mandato il resoconto del suo agire per quel che concerne l’area vesuviana. Riducendo così, nell’arco dei trent’anni, del 50% la popolazione dell’area vesuviana».

Tornando però al piano d’evacuazione, se non erro lei ha partecipato alla sua ultima stesura, che tipo d’eruzione si prevede?
«Io prevedo uno scenario più ottimistico, è difficile prevedere ma è più probabile un’eruzione a bassa energia che una di alta».

Per bassa energia intende del tipo di quella del 1944?
«Di quel tipo, sì, con un indice di esplosività 3, che è il più basso, in un contesto che prevede un tipo basso come appunto quella del “44, un tipo di eruzione intermedia, come quella del 1631(sub-pliniana) e una come quella pliniana del 79. La probabilità più bassa è che avvenga un’eruzione del tipo 79 dopo Cristo, con l’1% di possibilità (sia ben chiaro, siamo nel campo delle probabilità e non delle certezze!), un 25% di probabilità va invece a quella del 1631 e con maggior possibilità quella del 1944. In genere più passa il tempo e più aumenta la possibilità di eruzioni a bassa energia, non è vero, come generalmente si sostiene, il contrario, ma è un sistema molto complesso».

Ancora una domanda, lei come spiega talune incongruenze della “zona rossa”? Le porto ad esempio l’enclave “gialla” di Pomigliano nel comune di Sant’Anastasia e l’Ospedale del Mare a soli 7km dal Cratere.
«La politica non tiene conto degli aspetti tecnici ma tiene conto degli aspetti amministrativi».

Chiamiamoli così!
«In questo non c’entriamo noi, questo riguarda la magistratura. Come pure l’abusivismo, questo non può entrare nella discussione tecnica, è la magistratura che deve intervenire per ripristinare le regole. Ma il grave sa qual è, che nella zona vesuviana c’è tanta roba abusiva dal punto di vista del rischio che è perfettamente regolato dalle scelte dei comuni. Questo è il grosso dramma!».

A San Sebastiano costruiranno una nuova chiesa, in “zona rossa” e in pieno Parco Nazionale. Al di là della necessità di quest’edificio, si getterà ancora altro cemento nella zona rossa …
«Una volta si costruivano gli ospedali per valorizzare certe zone dal punto di vista urbanistico, ora ci si affida alla chiesa!».
(Fonte foto: Rete Internet)

IDEE E INTERVISTE SUL "PROGETTO VESUVIO"

“LA MEMORIA COME DIRITTO-I DIRITTI DELLA MEMORIA”

Gli studenti del “Mercalli” di Napoli e gli “studenti del “Pitagora” di Pozzuoli hanno partecipato all”incontro per ricordare la Shoa all”Istituto Campano per la storia della resistenza.

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario,
perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze
possono essere nuovamente sedotte ed oscurate: anche le nostre
”.
Primo Levi

Il giorno che ha preceduto la manifestazione del 27 Gennaio, “Parole e musica per la Memoria”, presso il Maschio Angioino, ho sottoposto all’attenzione dei ragazzi di alcune classi del biennio del Liceo Mercalli di Napoli, l’Istituto presso il quale insegno, questa frase di Primo Levi che ha costituito lo spunto di riflessioni profonde ed attente da parte dei giovani adolescenti:

molti hanno trascritto questa frase sul proprio diario, altri hanno sostenuto che la tragedia della Shoah sia irripetibile, altri hanno ricordato a questi ultimi il contenuto del film “L’onda” di Dennis Gansel tratto da una storia vera, il noto film pedagogico, sull’ombra di un totalitarismo che può sempre tornare, altri hanno partecipato all’incontro “La Memoria come diritto – I diritti della Memoria”, dove erano presenti altri giovani adolescenti tra cui le allieve del Liceo “Pitagora “di Pozzuoli, accompagnate dalla Prof.ssa Francesca de Simone.

Il Presidente dell’I.S.C.R. Prof. Guido D’Agostino, ha ricordato al folto pubblico presente in sala, l’orientamento dell’Istituto che, nel ricordare la Shoah, ricorda tutte le vittime del nazismo e del fascismo, tutti i discriminati “perché rappresentavano qualcosa di discorde”: omosessuali, testimoni di Geova, omosessuali, coloro che presentavano imperfezioni fisiche, zingari… e tutti quegli uomini “giusti” che diedero una mano a quanti vivevano tale dramma.

Il Prof. Francesco Soverina, nel collegarsi agli argomenti trattati dal prof. D’Agostino, ha presentato il nuovo numero della rivista dell’Istituto “Resistenza/resistoria” 2009/10 che dedica questo numero in particolare all’Olocausto sotto il profilo storico per un verso, e visto nell’arte, nella letteratura e nella filosofia, per l’altro. In modo molto chiaro e coinvolgente ha presentato sinteticamente gli aspetti di un “genocidio plurale” per le molteplici modalità di sterminio realizzate, evidenziando come la comparazione e la storicizzazione siano due operazioni fondamentali che si intrecciano distinguendo e si distinguono intrecciando.

La serata è proseguita con il Concerto per voce e chitarra del duo “minimoEnseble”, composto da Daniela del Monaco , contralto, e Antonio Grande, alla chitarra, introdotto da Gianluca D’Agostino.
La manifestazione, che si è conclusa tra gli applausi di un pubblico variegato e attento, costituisce soltanto una delle numerosissime e prestigiose attività culturali che collocano l’Istituto Campano per la Storia della resistenza “Vera Lombardi” tra i più autorevoli punti di riferimento nel panorama della cultura democratica del territorio cittadino, regionale e nazionale.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

EMMA DANTE RIPARTE DAL SAN FERDINANDO DI NAPOLI. C’É UNA MUSICA TUTTA NUOVA

In scena fino al 6 febbraio al Teatro San Ferdinando (Napoli) La trilogia degli occhiali di Emma Dante. Il nuovo spettacolo della regista palermitana parte da Napoli. Musica e occhiali i grandi protagonisti.

La trilogia degli occhiali, il nuovo spettacolo di Emma Dante è a Napoli, debuttato in prima assoluta martedì 25 febbraio al teatro San Ferdinando (alle 21). La regista palermitana conferma il rapporto con Napoli e il Mercadante. Dopo Medea nel 2004 e Le pulle nel 2009, infatti, il Teatro Stabile di Napoli consolida con La trilogia degli occhiali la collaborazione con Emma Dante producendo lo spettacolo insieme alla Compagnia Sud Costa Occidentale di Palermo, il Crt di Milano (Centro di Ricerca per il Teatro) e il sostegno del Théâtre du Rond Point di Parigi.

La trilogia degli occhiali è un trittico che dipinge con la leggerezza e la freschezza dei colori pastello i temi cupi della povertà, la malattia, vecchiaia. Il profondo sentire un disagio dell’esistere, raccontato con poesia. Tre ore per raccontare tre aspetti del malessere, tre condizioni che si preferirebbe non vivere e non vedere, che hanno bisogno di filtri per esser guardate e di arte per essere raccontate. I tre momenti di cui si costituisce lo spettacolo hanno il filo rosso degli occhiali, schermi per guardare un mondo difficile da vivere, per proteggersi, forse per cercare di interpretarlo. Ma ancora più forte è la presenza del suono e della musica che pervadono lo spettacolo.

Il ritmo è scandito dal suono dei passi degli attori, i rumori dei movimenti, il suono delle voci che spesso si trasforma in mormorio, in litania, in vorticoso dire. Un impatto emotivo allo stesso tempo profondo e leggero, capace di divertire e di riportare il pensiero alla profonda malinconia dell’esistenza. ACQUASANTA è il primo dei tre atti unici. Lo spettatore entra in teatro accolto da ‘O Spicchiato, con Carmine Maringola, mozzo che rivela il suo amore per il mare in una vera dichiarazione di solitudine, povertà e bisogno di infinito. IL CASTELLO DELLA ZISA è il posto delle fantasie dell’infanzia di Nicola, che porta in scena con delicatezza la solitudine del disagio mentale, della malattia. In scena Claudia Benassi, Stéphanie Taillandier, Onofrio Zummo.

BALLARINI è il terzo capitolo, che porta in scena un amore struggente che parte da un ballo di una anziana coppia per ripercorrere i ricordi e ricostruire un amore che prende vita tra due bauli, una costellazione di lampadine, balli e musiche che vanno dal rock and roll e tip tap. In scena Elena Borgogni e Sabino Civilleri. Le scene sono della stessa Emma Dante (che firma anche i costumi) e Carmine Maringola; le luci di Cristina Fresia.

Emma Dante e la compagnia saranno in città con una serie di incontri: martedì 1 febbraio alle 17, al San Ferdinando, presentazione del libro edito da Liguori, «Anticorpi» a cura di Luisa Cavaliere; venerdì 4 febbraio, alle 18, alla Fnac di via Luca Giordano, presentazione del volume (Rizzoli) de La trilogia degli occhiali, sabato 5 febbraio alle 17.30 alla Libreria Evaluna in piazza Bellini, presentazione del libro-intervista a Emma Dante di Titti De Simone, Navarra Editore. Fino al 6 febbraio lo spettacolo resterà al teatro San Ferdinando, il teatro di Eduardo, da qui parte la la tournée internazionale: il Festival di Liège in Francia, poi Milano (dal 15 febbraio al 5 marzo al Teatro dell’Arte) e Roma (dal 9 al 27 marzo al Palladium), tra le atre tappe Vicenza, Cagliari, Genova, Venezia, Buti, Taranto, Torino, Asti, Noto, Rouen.

Info www.teatrostabilenapoli.it. tel. 081.5524214. Biglietteria: 081.441532 e Orario spettacoli: feriali alle 21; mercoledì e domenica alle 18.00; lunedì riposo.
(Fonte foto: Rete Internet)

ALL’USCITA DI SCUOLA, STATE BUONI, SE POTETE:

Questa domenica portiamo il caso di un alunno caduto e infortunatosi all”uscita da scuola, nella ressa che di solito si forma al suono della campanella.

Il caso
In un pomeriggio scolastico, al termine delle lezioni, l’alunno T***, nella ressa formatasi all’uscita nel cortile dell’Istituto della sua scuola, cade picchiando con la testa contro un gradino. Come conseguenza della caduta, il minore riporta lesioni con postumi, addebitabili, secondo i genitori, al personale scolastico che era rimasto assente al momento del fatto.

Decisione della Suprema Corte
Si dava atto che gli alunni erano stati accompagnati “fuori della classe” e che all’atto della caduta il ragazzo si trovava nei pressi della madre che lo aveva subito soccorso.

La Corte di Cassazione, Sez. III, 22 luglio 2010, n. 17215, esclude ogni ipotesi di colpa a carico delle insegnanti che stavano accompagnando il ragazzo all’uscita, essendo stato assolto l’obbligo di vigilanza che incombeva alle stesse. Al contrario, l’infortunio si era verificato a causa di comportamenti del tutto imprevedibili dello stesso ragazzo e quindi nessuna ipotesi di inadempimento risulta configurabile nella specie e nessuna responsabilità si può configurare a carico delle insegnanti.

I CASI GIÀ TRATTATI