CARATTERE DUTTILE E FORTI CON GLI ARROGANTI

Si adeguano ad ogni salsa, forti con gli arroganti, tenaci più del fuoco, poco inclini ad essere umiliati. Saranno pure maccheroni col pangrattato, ma narrano fatti della storia d”Italia. Di Carmine CimminoSono tutti d’accordo, da Massimo Montanari a Gianni Mura a Carlo Petrini. Pellegrino Artusi con il suo libro La scienza in cucina e l’ Arte di mangiar bene, la cui edizione definitiva fu stampata nel 1891, riuscì a fare gli Italiani. Il suo ricettario, scrisse Camporesi, svolse in modo discreto, sotterraneo, impalpabile, il civilissimo compito di unire e di amalgamare, in cucina prima e poi, a livello d’inconscio collettivo, nelle pieghe insondate della coscienza popolare, l’eterogenea accozzaglia delle genti che solo formalmente si dichiaravano italiane.

Per l’Italia dei galantuomini La scienza della cucina fu una bibbia, e in questa bibbia Napoli domina solo con i maccheroni. La ricetta della salsa di pomodoro già fa parte della cultura nazionale, tanto che un prete romagnolo, scrive Artusi, si è beccato il soprannome di Don Pomodoro perché vuole cacciare il naso negli affari privati dei suoi parrocchiani. Artusi descrive anche la preparazione della conserva di pomodoro in bottiglia, ‘e bbotteglie ‘e pummarole. Le cose che dice suscitano in me il piacere di ricordi luminosi e sereni. Era un rito di chiusura dell’estate: vi partecipavano tutti i membri della famiglia e tutti i vicini, e per settimane non si faceva altro, perché bisognava dare una mano a chi ci aveva dato una mano.

C’erano gli specialisti, che non dicevano di no a nessuno, a patto che si concordasse con un certo anticipo il calendario. Uno era maestro nel tagliare i pomodori in pezzi uguali, a pacchetelle, un altro nell’infilare i pezzi dentro la bottiglia e nel comprimerli manovrando ‘ o spruoccolo; delicata era l’opera di chi ‘nzuvarava, infilava i tappi di sughero nel collo della bottiglia, e li stringeva in un cappio di spago annodato con un preciso e netto movimento del polso. Mio padre era un artista nella preparazione della caldaia, il bidone nero, già sperimentato e temprato nella prova del fuoco; nessuno si sarebbe azzardato ad affidare la cottura delle sue bottiglie a un bidone nuovo e inesperto.

Le fiamme partivano fioche, e diventano sempre più vive, ma gradualmente, senza strappi. I primi minuti erano decisivi: il cupo tonfo di una bottiglia che si spaccava nell’acqua e gli schiocchi dei tappi che saltavano avvertivano che qualcosa era andato storto: e incominciavano gli scambi di occhiatacce, di rimproveri e di giustificazioni. Le patate messe a lessarsi servivano prima da spia, poi da cibo. Gli stracci immersi nell’acqua facevano sì che gli strati di bottiglie restassero immobili e compatti sotto l’azione del fuoco.

Nel prologo della ricetta dei maccheroni con il pangrattato Artusi racconta di quando Felice Orsini gli appioppò il titolo di mangiamaccheroni, offendendo, nello stesso tempo, lui, i napoletani e i maccheroni. La vita di Orsini fu una tempesta di omicidi, di amori, di fughe dal carcere: una trama incredibile, che neppure il più fantasioso dei romanzieri sarebbe riuscito a inventare. L’Italia fu fatta anche da questi avventurieri, capaci di credere fino in fondo in qualcosa, e di vivere delle loro passioni, e di morirne. A Parigi, la sera del 14 gennaio 1858, Felice Orsini, Giovanni Andrea Pieri, Carlo di Rudio e il napoletano Antonio Gomez attentarono alla vita di Napoleone III e della moglie Eugenia, che in carrozza si recavano a teatro. La coppia imperiale si salvò, ma le bombe fecero strage della folla assiepata lungo la strada: 12 furono i morti e più di 150 i feriti.

Orsini e Pieri vennero giustiziati: Orsini indirizzò a Napoleone le sue ultime parole esortandolo a non dimenticare l’Italia divisa e umiliata. Carlo di Rudio, inviato alla Caienna a scontare la condanna ai lavori forzati, riuscì a fuggire, e dopo varie vicende raggiunse gli Stati Uniti, si arruolò nell’esercito e partecipò alla battaglia di Little Big Horn, quella in cui gli indiani di Cavallo Pazzo uccisero Custer. Poco si sa di Antonio Gomez, che lasciò la Caienna graziato da Napoleone III.
Dunque Artusi incontrò Felice Orsini nel 1850, alla trattoria dei Tre Re a Bologna: mi par di vederlo ora quel giovane simpatico, di statura mezzana, snello della persona, viso pallido rotondo, lineamenti delicati, occhi nerissimi, capelli crespi, un po’ bleso nella pronunzia.

C’erano molti studenti, i tempi erano agitati, le strutture dello Stato della Chiesa scricchiolavano. Il discorso cadde sulla politica e sulle notizie di sommosse imminenti. Orsini rivelò che le notizie erano fondate: lui stesso stava preparando, con gli amici, l’insurrezione armata mano. Parve ad Artusi che discorsi di tal genere, fatti ad alta voce in un luogo affollato, fossero quanto meno imprudenti: e perciò rimase freddo, e tranquillamente badò a mangiare un piatto di maccheroni che aveva davanti. Ad Orsini non piacque questo plateale disinteresse, e non dimenticò più la puntura che era stata inflitta al suo amor proprio: ogni volta che incontrava gli amici comuni, domandava: Come sta mangiamaccheroni? Considerando il carattere dell’Orsini, dobbiamo dire che Artusi pagò a buon prezzo la sua scortesia.

Gli ingredienti per i maccheroni con il pangrattato sono i maccheroni lunghi napoletani, farina, burro, formaggio groviera, parmigiano, latte, pangrattato.

«Ai maccheroni date mezza cottura, salateli e versateli sullo staccio a scolare. Mettete al fuoco in una cazzeruola metà del burro e la farina, mescolando continuamente; quando questa comincia a prendere colore, versate il latte a poco per volta e fatelo bollire per una decina di minuti; indi gettate in questa balsamella i maccheroni e il groviera grattato o a pezzettini e ritirate la cazzeruola sull’orlo del fornello onde, bollendo adagino, ritirino il latte. Allora aggiungete il resto del burro e il parmigiano grattato; versateli poi in un vassoio che regga al fuoco e su cui faccian la colma e copriteli tutti di pangrattato. Preparati in questa maniera metteteli nel forno da campagna o sotto un coperchio di ferro col fuoco sopra e quando saranno rosolati serviteli caldi per tramesso, e cioè come piatto leggero, o meglio, accompagnati da un piatto di carne».

Ho trascritto la ricetta perché essa è la prova della duttilità e del carattere dei maccheroni, che si adeguano ad ogni salsa, fino a sopportare groviera e parmigiano: ma restando sempre maccheroni, e cioè protagonisti assoluti della scena, più forti del sapore arrogante e invadente del latte e dei suoi derivati, più forti del fuoco di sotto e del fuoco di sopra, più forti della doppiezza di Artusi, che prima dice che i maccheroni gli sono sempre piaciuti, poi li classifica come un piatto leggero, e infine si illude di umiliarli facendoli accompagnare in tavola da un piatto di carne.
(Foto: Quadro di Felice Casorati, Natura morta)

L’OFFICINA DEI SENSI

“QUESTA CLASSE POLITICA É ETICAMENTE DEBOLE”

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Le parole del Card. Bagnasco, in occasione del Consiglio Episcopale, hanno centrato bene la grave crisi che stiamo vivendo. Questa classe politica ha compiuto uno scempio sociale. Di Don Aniello Tortora

Visto l’attuale momento politico-sociale che stiamo vivendo, la prolusione del Card. Bagnasco, illustrata in occasione del Consiglio Episcopale Permanente tenuto ad Ancona, è stata certamente quella più attesa e seguita.
Il cardinale Presidente della Cei, prima di affrontare il tema della politica, ha parlato della crisi economica, delle tasse e dei giovani.
Riporto qui alcuni stralci del suo discorso.

«La crisi economica e finanziaria che, a partire dal 2009, ha investito in pratica il mondo intero non è finita. Non mancano germi di nuovo, segnali di ripresa e di innovazione, con esperimenti rilevanti nelle relazioni lavorative, ma persistono varie situazioni impaludate. E dentro ciascuna di esse ci sono persone e, di conseguenza, famiglie in grande allarme e in comprensibile sofferenza. Noi siamo anzitutto con loro».

Affrontando, poi, la crisi dei giovani Bagnasco, dopo aver fatto un rapido riferimento alla contestazione studentesca ha detto che «la disoccupazione giovanile è un dramma per l’intera società, e non solo per i giovani direttamente interessati. Stando alle statistiche, ci sono oltre due milioni di giovani tra i 15 e 34 anni che non studiano, non lavorano, né ormai cercano più un impiego. Dicono di saper già di non trovarne uno stabile e sono poco disponibili ad abbracciarne uno qualsiasi. La svalutazione del lavoro manuale, anche specializzato, è evidente. E questo non è un bene. Il mondo degli adulti, secondo le diverse responsabilità, è in debito nei confronti delle nuove generazioni, “in debito di futuro”».

Facendo fronte, in seguito, ad un altro tema sociale molto delicato Bagnasco così ha proseguito: «Adesso più che mai è il momento di pagare tutti nella giusta misura le tasse che la comunità impone, a fronte dei servizi che si ricevono. Bisogna snellire e semplificare, ma nessuno è moralmente autorizzato ad autodecretarsi il livello fiscale. Chi fa il furbo non va ammirato né emulato. Il settimo comandamento, “Non rubare”, resiste con tutta la sua intrinseca perentorietà anche in una prospettiva sociale».

È passato poi a parlare della questione più attesa del suo discorso, l’attualità della politica.
Riporto integralmente questo passaggio.

«Come ho già più volte auspicato, bisogna che il nostro Paese superi, in modo rapido e definitivo, la convulsa fase che vede miscelarsi in modo sempre più minaccioso la debolezza etica con la fibrillazione politica e istituzionale, per la quale i poteri non solo si guardano con diffidenza ma si tendono tranelli, in una logica conflittuale che perdura ormai da troppi anni. Si moltiplicano notizie che riferiscono di comportamenti contrari al pubblico decoro e si esibiscono squarci – veri o presunti – di stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza, mentre qualcuno si chiede a che cosa sia dovuta l’ingente mole di strumenti di indagine. In tale modo, passando da una situazione abnorme all’altra, è l’equilibrio generale che ne risente in maniera progressiva, nonché l’immagine generale del Paese».

«La collettività, infatti, guarda sgomenta gli attori della scena pubblica, e respira un evidente disagio morale. La vita di una democrazia – sappiamo – si compone di delicati e necessari equilibri, poggia sulla capacità da parte di ciascuno di auto-limitarsi, di mantenersi cioè con sapienza entro i confini invalicabili delle proprie prerogative. Come ho già avuto modo di dire, “chiunque accetta di assumere un mandato politico deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che esso comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda (cfr art. 54)”. Dalla situazione presente – comunque si chiariranno le cose – nessuno ricaverà realmente motivo per rallegrarsi, né per ritenersi vincitore».

«Troppi oggi – seppur ciascuno a modo suo – contribuiscono al turbamento generale, a una certa confusione, a un clima di reciproca delegittimazione. E questo − facile a prevedersi − potrebbe lasciare nell’animo collettivo segni anche profondi, se non vere e proprie ferite. La comunità nazionale ha indubbiamente una propria robustezza e non si lascia facilmente incantare né distrarre dai propri compiti quotidiani. Tuttavia, è possibile che taluni sottili veleni si insinuino nelle psicologie come nelle relazioni, e in tal modo – Dio non voglia! – si affermino modelli mentali e di comportamento radicalmente faziosi. Forse che questo non sarebbe un attentato grave alla coesione sociale? E quale futuro comune potrà risultare, se il terreno in cui il Paese vive rimanesse inquinato?».

«È necessario fermarsi − tutti − in tempo, fare chiarezza in modo sollecito e pacato, e nelle sedi appropriate, dando ascolto alla voce del Paese che chiede di essere accompagnato con lungimiranza ed efficacia senza avventurismi, a cominciare dal fronte dell’etica della vita, della famiglia, della solidarietà e del lavoro».

A me pare proprio che il cardinale Bagnasco abbia colpito nel segno, al di là delle strumentalizzazioni politiche di parte. È giunta l’ora del cambiamento. Non ne possiamo più! Così non andiamo da nessuna parte. Una cosa è certa: questa classe politica ha fatto il suo (“cattivo”) tempo e tutti devono andarsene a casa per meditare seriamente a quale scempio sociale hanno portato il Paese.

C’è bisogno di vero rinnovamento e i giovani devono diventarne i protagonisti. Il mondo degli adulti deve avere il coraggio di dare loro ampio “spazio di manovra”. E la chiesa è con loro.
(Fonte foto: Rete Internet)

SI INAUGURA L’ANNO GIUDIZIARIO. LA PROTESTA DEI PENALISTI

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Napoli e tutti i distretti di Corte d”Appello d”Italia, si lamentano di una giustizia senza qualità, in attesa delle riforme. All”ordine del giorno anche la grave situazione delle carceri. Di Simona Carandente

Come ogni anno, oggi si compie il rito della formale inaugurazione dell’anno giudiziario, che chiama a raccolta magistratura, avvocatura ed operatori del diritto, con lo scopo di affrontare vecchi e nuovi problemi della giustizia in Italia.
In particolare, i penalisti napoletani saranno oggi a Napoli, presso la biblioteca di CastelCapuano, per partecipare come consueto alla cerimonia di inaugurazione, attraverso un incontro a tema dal titolo "la giustizia senza qualità". Al centro del dibattito, i temi connessi alla qualità della giurisdizione, ed a tutto quello che ruota intorno al processo penale, con un particolare sguardo a quelli concernenti l’informazione ed il pianeta carcere.

Nel corso della mattinata, verranno raccolti importanti spunti di riflessione, che saranno poi utilizzati in una tavola rotonda pomeridiana, avente ad oggetto la legislazione penale e le prospettive di riforma, attualmente oggetto di singoli provvedimenti in attesa di una profonda, e capillare, riforma della giustizia.
Alla manifestazione verrà altresì affiancata una forma di protesta, che vedrà gli avvocati penalisti astenersi dalle udienze in data odierna, manifestando così il proprio dissenso per la situazione politico- legislativa attuale.

Non solo a Napoli sarà viva la protesta: tutti i distretti di Corte d’Appello d’Italia, difatti, daranno vita ad altrettante celebrazioni, affiancando quella nazionale che si terrà a Roma sabato prossimo, con il compito unitario di far sentire la propria voce, portando le numerosissime problematiche della giustizia all’attenzione del governo, e delle autorità competenti.

Tra le priorità da affrontare a livello nazionale, e conseguentemente locale, la riforma dell’apparato burocratico della giustizia, da attuarsi ricorrendo a modello organizzativi pseudo aziendali, ricorrendo ad uno o più manager negli uffici principali, diffondendo un’adeguata informatizzazione, semplificando al massimo i riti processuali, incrementando al massimo la produttività dei giudici, aumentandone il numero ed introducendo altresì la figura dell’assistente del giudice.

Non verranno sottovalutate, invece, problematiche di più ampio respiro, come l’intollerabile situazione delle carceri italiane e la criticità nell’accesso agli albi professionali, da risolvere attraverso una politica che contenga il numero di iscritti al corso di laurea in giurisprudenza, dando poi vita ad un esame di stato rigoroso e sicuramente più meritocratico. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LO SFASCIUME URBANO HA CREATO PAESAGGI DI PAURA

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Ci si affanna a parlare di turismo come unica possibilità di rilancio e sviluppo del territorio. Ma l”appeal si crea puntando sulla bellezza delle città e delle sue case, se non c”è questo te le scordi le folle di turisti. Di Amato Lamberti

Paesaggi di paura. È il titolo di un libro dedicato alla paura nel Medioevo che mi viene sempre in mente quando di notte mi trovo a percorrere quell’immensa periferia che da dentro Napoli si stende fino a Nola, a Giugliano, a Torre Annunziata. Più che stendersi, in realtà si accatasta in modi e forme che hanno dell’incredibile in quanto si stenta a capire quale logica abbia presieduto a scelte urbanistiche che sembrano pensate per creare difficoltà alla vita di una persona normale e, soprattutto, di una bruttezza che da sola genera paura e insicurezza.

Molti hanno parlato di sfasciume urbano ma l’espressione non rende appieno una situazione nella quale è impossibile rintracciare un ordine anche solo di natura funzionale. A meno di non voler considerare alcune strade, quelle di collegamento tra paesi che sono solo spezzoni di un’unica periferia nella quale neppure gli abitanti sanno sempre bene orientarsi, come punto di riferimento ordinativo delle attività commerciali e artigianali. Una specie di front office dove tutto è lecito pur di farsi vedere e di attrarre l’attenzione anche più distratta, dalle megavetrine che invadono i marciapiedi, alle insegne luminose spropositate e multicolori, alle merci esposte fin sui marciapiedi sia che si tratti di generi alimentari, di oggetti d’arredamento, di capi di abbigliamento, ma anche di biciclette, vasi da balcone per fiori e piante, cesti e canestri di ogni dimensione.

Un’orgia, per così dire presepiale, di ostensione quasi liturgica di ogni sorta di merci e di attività lavorativa. Ma quando la sera si spengono le luci dei negozi, chiudono i battenti le attività produttive e di servizio, la gente per la strada si dirada, alla fioca luce dell’illuminazione stradale, il paesaggio cambia. Le strutture di esposizione, vuote ma lasciate a presidiare gli spazi, assumono l’aspetto di relitti di qualche naufragio abbandonati sul bagnasciuga dei marciapiedi, che servono solo a intralciare il cammino dei rari passanti e a rendere più difficoltoso il parcheggio selvaggio.

Ma la vera apoteosi del coacervo e dell’accatastamento lo si trova alle spalle delle strade principali, in quella specie di back office labirintico, dove il silenzio è rotto solo dalla voce dei televisori che per tutta la notte illuminano di una luce livida i vani delle finestre. In molti di questi paesi consegnati ad un degrado che non riguarda solo i centri storici, generalmente la parte più interessante di questi paesi, anche se oggi quasi sempre ridotti ad enclave multietniche con tutte le conseguenze di superfetazioni e di usi impropri degli edifici e degli spazi, trovi sempre qualcuno che parla di turismo come unica possibilità di rilancio e di sviluppo dell’economia del territorio.

Le argomentazioni sono sempre le stesse: la bellezza del paesaggio, l’eredità storica, la ricchezza monumentale, i prodotti della terra vulcanica che dà un sapore particolare ad ogni prodotto, dal pomodoro, all’uva e quindi al vino, al basilico, agli ortaggi e ai legumi, la varietà e la qualità dell’enogastronomia, lo spirito di accoglienza della gente, la disponibilità di case da adibire a bad&breakfast, la vicinanza con il capoluogo, con il porto e l’aeroporto, la vicinanza ai grandi siti archeologici. Questi incontri, questi dibattiti mi mettevano sempre a mal partito perché mi rendevo conto della convinzione diffusa che veramente quella potesse essere la strada per promuovere lo sviluppo del territorio, e dell’aspettativa che ormai tutti nutrivano nel turismo per dare un futuro ai propri figli, per frenare la fuga dei migliori cervelli verso lidi più accoglienti.

Avrei voluto dire che se volevano folle di turisti in quel paese, certo ricco di storia e di tradizioni popolari, di vini pregiati, di tradizioni culinarie, ma che praticamente si presentava come un ammasso di case e di palazzi tirati su alla bell’e meglio, senza un’identità, senza un’anima, brutto, scrostato, con poco e striminzito verde, o dovevano sperare in una apparizione permanente della Madonna, come a Medjugorje, o si dovevano attrezzare per far piangere, almeno una volta alla settimana, lacrime di sangue alla statua del santo patrono. Ma non si poteva.

Per cui anch’io dovevo parlare di marketing territoriale, di promozione dell’immagine del paese, di rivalutazione delle sue tradizioni folk loriche ed etnogastronomiche, naturalmente, mi permettevo di aggiungere, tutto in un contesto di forte riqualificazione urbanistica, di recupero e valorizzazione del centro storico, di promozione di iniziative spettacolari ed artistiche capaci di attirare flussi turistici non solo dalle città vicine ma anche dal capoluogo. In pratica, cercavo di far capire soprattutto agli amministratori che per costruirsi un appeal turistico bisognava puntare sulla bellezza della città, delle sue case, delle sue piazze, dei suoi monumenti, prima che sulla storia e sulle tradizioni.

Queste ultime se ce l’hai non te le tocca nessuno, ma le case se sono brutte, accatastate, impresentabili si debbono riqualificare e valorizzare prima di poter mettere la città sul mercato turistico.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

PRIMA DELLE PRIMARIE DEL PD:DOPO LE PRIMARIE DEL PD

Nelle ore scorse ci sono state le primarie del Partito Democratico a Napoli. Molti si meravigliano di come sono andate; è necessario allora, fare un passo indietro e ri-parlare di Bassolino, caste e camorra. Di Carmine Cimmino

Il sabato piovoso e l’asfalto delle strade che deforma i riflessi delle cose nell’insidia delle buche e delle spaccature inducono a percepire, dietro l’apparente fluidità delle forme, l’immobilità sostanziale del mondo.

In una città come Napoli, in cui gli abitanti di Forcella scendono in strada a loro rischio e pericolo, perché il quartiere è il campo aperto di battaglie quotidiane tra bande, e il parroco grida: Basta chiedere atti di eroismo, lo Stato brilla per la sua assenza; in una città in cui gli anziani in fila fin dall’alba per rinnovare l’esenzione ticket comprano a decine di euro, da improvvisati bagarini, il numero di prenotazione (La Repubblica, 20/01); nella disastrata città dell’immondizia dell’illegalità della miseria i candidati a sindaco espressi dal PD si preparano per le primarie rinfacciandosi l’un l’altro quote cospicue di responsabilità del disastro e lanciandosi addosso chiare accuse di correità.

Intanto, i vertici nazionali del PD tacciono. Torna in pubblico Antonio Bassolino, presenta il suo libro Napoli Italia, il libro ha in copertina l’immagine della bandiera italiana sorretta da due mollette, come un panno steso al balcone. I candidati del PD non hanno fatto ancora sapere cosa pensano della camorra napoletana. Antonio Bassolino ha ancorato la prima fase della sua carriera politica all’impegno contro la camorra: lo ricordo sfilare per le vie di Ottaviano, accanto a Don Riboldi, nel primo famoso corteo contro l’ organizzazione di Raffaele Cutolo. Col passare degli anni e col mutare dei ruoli -prima sindaco e poi governatore- egli ha mutato la faccia, il corpo e l’andatura di questo impegno.

Secondo Francesco Barbagallo, il massimo storico della camorra, che fu assessore di Bassolino sindaco, il cambio di passo rispondeva a una precisa scelta politica del PCI e del PDS: i comunisti sono diversi; dove i comunisti stanno al potere, la camorra viene letta come fenomeno di violenza plebea, che non contamina la società civile: in ogni caso, è destinata a scomparire. Nel novembre del 2004 fa il giro del mondo l’immagine dell’uomo ucciso in una pizzeria di via Nazionale, mentre sta consumando una pizza: il corpo è rimasto incastrato tra la sedia e il tavolino, il capo si è piegato sul piatto. Oliviero Toscani commenta: ”Purtroppo Napoli è proprio questa“, e Antonio Bassolino ribatte irritato che Napoli é anche la città delle mostre di Caravaggio, di Schnabel, di Hirst e di Fabro.

Egli ammette che i camorristi ci saranno per un lungo periodo – solo i demagoghi possono dire diversamente, ma esorta tutti a mostrare anche le altre facce di Napoli. Proprio in quei giorni il giornale francese Liberation ha descritto la città non con i tersi e puri colori del Rinascimento, ma con quelli neri e cupi – esiste anche un nero brillante, il nero di Velazquez e di Manet – di un romanzo gotico. Secondo Marco Demarco (L’altra metà della storia, pag. 170-171) Bassolino adotta l’analisi che della camorra napoletana – la camorra di Napoli città – fa Isaia Sales. Il quale ritiene che la camorra di Napoli città sia parassitaria nei suoi modi, vicolocentrica nei suoi spazi, progressivamente acefala nel tempo, mentre quella casertana, per esempio, ha una struttura gerarchica, controlla i grandi appalti dell’edilizia pubblica e le vie della droga.

Il pensiero di Sales e di Bassolino viene illustrato con parole assai chiare dal prof. Mauro Calise (Il Mattino, 23/01/2004): Bisogna abituarsi all’idea che Napoli non è una sola, C’è una Napoli da cui tenersi alla larga, e un’altra da godersi felice. Proprio come sa ogni turista della Grande Mela, che si guarda bene dal confondere Manhattan con il Bronx. Queste due Napoli diventeranno, con il tempo, sempre più lontane e nemiche. Fino al punto di potersi ignorare a vicenda. Giova dire che l’esempio del turista è un argomento che gli studiosi di retorica definirebbero quasi- logico: poiché a noi interessa non la prospettiva del turista, ma quella di chi vive in città.

Il turista si reca a Posillipo, ne ammira lo splendore e va via; è il cittadino che sperimenta se e come la camorra esercita il suo potere anche sulla Napoli da godersi felice. L’affare drammatico della monnezza – affare per pochi, dramma per tutti – dà una risposta che smonta la geografia del prof. Calise. Sulla monnezza si costruisce un sistema di potere che attraversa Destra, Centro e Sinistra e grazie alla monnezza si realizza, ancora una volta, il sogno italiano e napoletano della concordia degli opposti. La puzza della monnezza è una prova implacabile del fatto che la camorra è strumento dei disegni della politica e che le sue logiche contaminano profondamente la società civile. (Quando mi vince la passione per i paradossi, mi viene di pensare che sia stata la società civile a corrompere la camorra).

La denuncia di Amato Lamberti è inequivocabile (“Se anche la camorra è liquida”, Corriere del Mezzogiorno, 25/6/09): la camorra è un sistema criminale innervato in modo interstiziale nel tessuto socio-politico-economico della società campana…siamo in presenza di connotazioni strutturali che intrecciano criminalità organizzata e organizzazione sociale, politica ed economica di gran parte del territorio regionale.
Il sistema del potere trasversale si serve della camorra per spegnere lo spirito d’impresa, per tenere lontani i capitali esterni, per creare povertà e per regolarne il livello. La povertà regolata produce clienti e voti di scambio; la povertà eccessiva è pericolosa per le caste, perché produce Masaniello.

Le caste che hanno in mano il potere non hanno alcun interesse a alimentare veramente lo sviluppo; lo sviluppo genera cultura, danaro, intelligenza, cittadini liberi, autonomi, disposti a misurarsi nel controllo della cosa pubblica. Lo sviluppo promuove, di fatto, il ricambio dei gruppi dirigenti. Non il ricambio fittizio delle facce e dei cognomi, ma quello reale degli homines novi.
In un libro pubblicato nell’autunno del 2010 e intitolato I Gattopardi Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo hanno dimostrato che, in Sicilia e in altre regioni del Sud, il meglio della società civile, medici architetti ingegneri avvocati commercialisti banchieri funzionari locali e uomini delle istituzioni, viene inglobato nel sistema di potere che ruota intorno alla mafia. Mi meraviglio della meraviglia dei due autori.

Le carte del processo Notarbartolo, le relazioni della commissione d’inchiesta Saredo sull’amministrazione della città di Napoli e gli atti del processo Cuocolo dimostrano che tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento a Palermo e a Napoli il matrimonio tra la società civile, le classi dirigenti e le mafie era già stato celebrato e consumato. Anzi, aveva già prodotto una numerosa figliolanza. E dunque conviene dedicare qualche articolo alla Napoli della belle èpoque, anche perché, nonostante tutto, fu l’ultima Napoli degna di essere ancora considerata una città europea: la Napoli di Scarfoglio, di Scarpetta, della Serao, di Nitti, di Gemito e di Migliaro, di Croce e di Di Giacomo.

P.S. Oggi, lunedì 24 gennaio, leggo su La Repubblica che Andrea Cozzolino ha vinto le primarie con un ultimo colpo di reni. Dice Libero Mancuso: Sono tornati i pacchi di pasta. Cozzolino spieghi perché si è alleato con la destra, cosa c’è dietro ? Dice il consigliere regionale Corrado Gabriele, che fu assessore di Bassolino governatore: Il centrodestra si è scelto il suo candidato. Mi meraviglio della meraviglia di Libero Mancuso, e della meraviglia di Corrado Gabriele. Sono due diverse meraviglie, che stuzzicano una riflessione.
(Foto: immagine del quadro di Thomas Jones, “Un muro a Napoli”)

LA DITTATURA ARGENTINA VISTA CON GLI OCCHI DEI BAMBINI

Hugo Paredero ha dato voce a 150 bambini per raccontare le vicende della dittatura argentina.

Presso la sede di Napoli dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea “Vera Lombardi”di Via Costantino, 25 a Fuorigrotta, il 20 gennaio scorso è stato presentato il libro, edito dalla Minimum Fax “I signori col berretto. La dittatura raccontata dai bambini” di Hugo Paredero.

L’autore, nato a Buenos Aires nel ‘48, scrittore, giornalista e critico, nonostante la complessa situazione politica nel suo Paese tra il ’76 e l’83, ha veicolato, attraverso il canale radiotelevisivo, programmi ad alto impulso culturale e divergenti dal pensiero imperante.
Ed originale è il punto di vista dal quale decide di partire nella narrazione storica della dittatura argentina: quello di 150 bambini tra i 5 e 12 anni da lui intervistati all’indomani della caduta della dittatura militare.

Tutto ha inizio per caso, la notte del 10 Dicembre 1983, mentre il nostro giornalista, al tavolo di un ristorante argentino, festeggia con i suoi connazionali il grande evento: accanto al suo tavolo due bambini con grande serietà, consumando un dolce osservano la folla dei passanti che con gioia manifestano in strada.
Ad un cero punto il giornalista è attratto con buon motivo dal loro dialogo:

«Perché all’improvviso tutti quanti sono diventati contenti?»
«Perché è arrivata la democrazia…»
«E allora se gli piaceva tanto perché non l’hanno fatta venire prima?»
«Perché pare che hanno dovuto discutere per un sacco di tempo con i signori col berretto».
«Ah sì, lo so, quelli cattivi!».

A sentire quelle poche, ma significative battute decide che il modo più veritiero, per raccontare quella tragica pagina di storia appena conclusa, fosse intervistare tanti bambini sull’argomento, impegnando oltre un anno in questa ricerca. Ci son voluti però un paio di decenni per trovare un editore disposto alla pubblicazione e finalmente, grazie alla fedele traduzione di Andreina Lombardi Bom, il testo potrà trovare diffusione in Italia per ricordare in modo commuovente, ma fedele agli avvenimenti accaduti, la brutalità della storia di quegli anni.

L’incontro coordinato dalla Dott.ssa Aurora Delmonaco, in una cornice di grande interesse, stimolato dai magistrali interventi del Prof. Francesco Soverina e dalla Dott.ssa Clelia Modesti, nonché dalla proiezione del documentario “Argentina 1976-1983. Lo sterminio di una generazione” di Francesco Iannello e Francesca Silvestre (RAI Educational- Medita), si è concluso con le interessanti riflessioni del pubblico presente in sala.
(Fonte foto: Rete Internet)

RISPOSTE AI LETTORI

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Riprende l”appuntamento con i lettori il prof. Giovanni Ariola, curatore della rubrica Lingua in laboratorio.

Giancarlo da Napoli scrive: “Ho letto qualche giorno fa su un giornale la parola «marchionnemente» per indicare, credo, un modo di pensare e soprattutto un modo di agire nel settore dell’organizzazione del lavoro simile a quello manifestato dall’AD (Amministratore Delegato) della FIAT. Non le sembra un neologismo decisamente aberrante?”.

Risposta – Si sa che l’avverbio formato con il suffisso –mente ha per lo più come base un aggettivo qualificativo, utilizzato peraltro nel genere femminile per un motivo che è stato ben illustrato dalla maggior parte delle grammatiche e che deve essere fatto risalire alla sua etimologia. Questo tipo di avverbio, infatti, ebbe origine nel Medioevo da espressioni latine composte con la parola mente, ablativo di mens, mentis (= mente, disposizione dell’animo) come ad esempio devota mente (=con disposizione dell’animo devota), serena mente (= con disposizione dell’animo serena). In seguito le due parti dell’espressione si congiunsero e formarono una sola parola che fu considerata ed usata come avverbio di modo e costituì modello di formazione avverbiale con gli altri aggettivi qualificativi sempre al femminile.

Con le stesse modalità si formarono e si formano, in casi specifici, avverbi in –mente anche con aggettivi derivanti da nomi propri di persone. Ad esempio, se si vuole ulteriormente specificare e nello stesso tempo delimitare il campo semantico di una parola, si usa chiamare in causa come termine di confronto, un personaggio famoso che ha utilizzato quella parola con una precisa accezione. Così si dice di un termine: manzonianamente inteso, ossia utilizzato nell’accezione che ad esso ha attribuita il Manzoni o anche, riferendosi ad un intero discorso, “secondo le teorie letterarie o linguistiche di Alessandro Manzoni; secondo lo stile o il modello letterario dell’opera del Manzoni”.

Da ciò si evince che, nel caso proposto dal sig. Giancarlo, per essere coerenti con la linea storica dell’avverbio in -mente, si dovrebbe dire «marchionnianamente» e non «marchionnemente».
Si fa notare che con il nome proprio Marchionne si è creato anche il nome derivato marchionnizzazione per intendere l’estensione del metodo Marchionne ad altre imprese industriali (per adesso, fortunatamente, solo paventata!). Potrebbe d’altra parte attecchire nelle menti fertili dei nostri imprenditori o aspiranti tali il marchionismo (il complesso di idee, teorie e comportamenti pratici di Marchionne). Ma…. Signore mai peggio! Già ci bastano e avanzano gli –ismi che hanno messo radici nella nostra povera Italia e di cui alcuni sono tuttora iperattivi.

Sempre a proposito della formazione di avverbi in –mente, ci sia consentito ricordare la creazione trasgressiva e provocatoria, a fine parodico, ad opera di Antonio Albanese, dell’avverbio qualunquemente, formato irregolarmente sulla base di un aggettivo indefinito, divenuto però nel frattempo il nome proprio del personaggio, inventato dal noto comico, Cetto La Qualunque. L’avverbio in questione è ora il titolo di un film satirico, decisamente esilarante, diretto da Giulio Manfredonia e interpretato dall’Albanese.

Flavia da Milano scrive: “Vorrei approfondire con lei alcune espressioni della parlata del Nord Italia, particolarmente del milanese, e analizzare con lei le differenze rispetto alla parlata dei meridionali. Per fare qualche esempio mi riferisco ad espressioni quali: “ci vediamo settimana prossima”, “ci vediamo pomeriggio” usate al Nord, e “ci vediamo la settimana prossima o nel pomeriggio oppure oggi pomeriggio”, usate al Sud; ancora “andare in posta” al Nord, e “alla posta” al Sud”, mentre si dice “la Valentina” “La Simona” “il Matteo” a Nord, e invece si usano i nomi senza articolo al Sud….”.

Risposta – Una caratteristica della nostra epoca è senza dubbio la dromomania, ossia per esprimerci in termini semplici, la fretta. Abbiamo fretta in tutto e quindi anche nel parlare. Lontana da me l’intenzione di evocare stereotipi come quello che sostiene che a Nord le persone sbrigano le loro faccende con maggiore rapidità e alacrità rispetto ai loro connazionali del sud che sono considerati portatori di un handicap atavico, la lentezza appunto, o l’altro secondo cui a Nord ci si muove con una fretta eccessiva e nel lavoro si dimostra una efficienza che sfocia spesso in un efficientismo alienante. Detto ciò, sono del parere che le espressioni “ci vediamo pomeriggio” e “ci vediamo settimana prossima” subiscano l’ellissi dell’articolo per questa esigenza, molto marcata negli abitanti del Nord, di non perdere tempo e, di conseguenza, di velocizzare il linguaggio con il sottintendere quanto si capisce, anche se non espresso.

Questo, s’intende, in situazioni non formali quali possono essere un dialogo tra amici o una chiacchierata in famiglia. Bisogna d’altronde ricordare che proprio in questi contesti si adotta un registro appunto non formale e si tende a ridurre il linguaggio all’essenziale. Spesso ad esempio si sentono due amici congedarsi con un “Notte!” per dire “Buona notte!” oppure con un “Bye!” per dire “Good bye!”(che a sua volta è locuzione sintetica dalla frase God be with you = Dio sia con voi!).

La stessa parola “Ciao!” è un modo rapido per salutarsi tra familiari e amici che sostituisce espressioni più ampie e non consone al contesto di intimità in cui si svolge il dialogo.
Da notare, in conclusione, che è insito nella dinamica funzionale della lingua, nei suoi registri delle relazioni quotidiane, il bisogno di eliminare il superfluo.
Si considerino come prova le stesse espressioni in questione nella loro forma grammaticalmente corretta: in “ci vediamo la settimana prossima” è stato eliminato la preposizione in che di solito esprime il complemento di tempo; in “ci vediamo oggi pomeriggio” è stato omessa la preposizione articolata nel.

A questa interpretazione sembra contraddire l’altro fenomeno segnalato dalla lettrice milanese, quello di aggiungere, a mo’ di protesi, l’articolo ai nomi propri. Qui prevale, secondo me, un’altra esigenza, quella di pronunziare le parole singolarmente o nelle loro combinazioni in modo, quanto più possibile, facile e comodo. Si sta parlando di una esigenza eufonica. Insomma i settentrionali, e non solo, ritengono che possa facilitare la pronunzia dire “la Simona” o “il Matteo” piuttosto che i semplici nomi nudi e crudi. Non si può escludere tuttavia che questo costume linguistico sia una ridondanza sorta casualmente e senza una motivazione precisa.

Andare in posta” o “Andare alla posta?
Si sa che il complemento di moto a luogo è retto nella maggior parte dei casi da una delle due preposizioni «in» o «a». I Romani avrebbero detto con la loro abituale precisione «in» quando si vuole indicare ingresso in un luogo, «a» (lat. ad) quando invece si vuole indicare l’avvicinamento ad un luogo. In italiano invece: vado in piazza, vado in città, ma vado alla posta (tutti i dizionari indicano questa come la forma corretta o almeno quella comunemente usata), vado al ristorante; vado a casa, ma rientro in casa, vado al mare, ma vado in montagna ecc.

Insomma una regola precisa non c’è. L’unica cosa che possiamo dire è che generalmente con «in» si vuole mettere in evidenza l’ingresso in un luogo e invece con «a» si mette l’accento sulla direzione del movimento. Il resto è demandato all’uso.
Due considerazioni conclusive. Andare in posta è più sbrigativo che andare alla posta e questo è in linea con quello che dicevamo sopra.

Inoltre e infine, lo sa la gentile lettrice che in posta significa anche… in fretta? In tale accezione l’espressione è registrata tra le locuzioni avverbiali dal Grande Dizionario della Lingua Italiana del Battaglia (“ – in posta, in poste: frettolosamente, in fretta; precipitosamente.” Da precisare tuttavia che la locuzione si usò fino all’Ottocento).
Allora, per chiudere sorridendo, si può anche, a Nord come a Sud, andare alla posta…in posta (disambiguando = andare alla posta in fretta).

LA RUBRICA “LINGUA IN LABORATORIO”

“COSÃŒ É NATO PASSIONE”. VACALEBRE RACCONTA IL FILM AL PIERROT DI PONTICELLI

Napoli e New York si incrociano con Passione. Mentre il cardinale Sepe a New York consegna il premio Dire Napoli a Turturro, Vacalebre a Ponticelli racconta il film al cineforum dell”Arcimovie.

Il Cineforum dell’arcimovie di Ponticelli riprende al Pierrot dopo la pausa natalizia con il film Passione di John Turturro. La manifestazione, ormai alla sua XXI edizione, è un evento importante per tutta la periferia orientale di Napoli, l’affetto del pubblico si misura con le presenze, la sala gremita e l’atmosfera famigliare. La serata presentata da Antonella Di Nocera ha avuto ospiti Federico Vacalebre, autore del film, e alcuni tra gli interpreti Pietra Montecorvino, M’Barka Ben Talbe, Daniela Fiorentino e Lorena Tamaggio. La presentazione del film è stata accompagnata da aneddoti e ricordi. Federico Vacalebre, autore del film, noto critico musicale per Il Mattino, annuncia la consegna a New York del premio Dire Napoli che quasi in contemporanea viene conferito dal Cardinale Sepe al regista Turturro, da subito proietta la sala in una dimensione suggestiva, superando un oceano e riallacciando una vicinanza tra le due città, incarnata dal regista italo americano.

Proprio il 20 gennaio alla Casa Italiana Zerilli-Marimò, sede del Dipartimento di Studi Italiani presso la New York University, il Cardinale di Napoli ha preso parte alla Tavola rotonda sul tema “La rappresentazione e la realtà di Napoli nel cinema americano e internazionale”, con la partecipazione del regista John Turturro, al quale è stato consegnato il Premio DireNapoli.
Per Vacalebre, che ha raccontato la nascita del film con voce che lasciava trasparire una forte emozione, Passione è innanzitutto una “scommessa vinta”, resa possibile dall’incontro con Turturro, spronato dallo slogan yes we can indossata dall’attore e regista italo americano, una scommessa non solo sulla canzone napoletana oggi, ma soprattutto una scommessa su Napoli, la scommessa di raccontare la città, di presentarla in modo diverso, di far vedere una “Napoli che esiste”, la volontà di far cantare un’armonia perduta, che dia la possibilità di superare la perdita dell’armonia.

L’intervento di Pietra Montecorvino, che nel film canta comme facette mammeta eta, dove sta zazà, nun te scurda’, racconta i giorni delle riprese, l’esperienza dell’incontro con una lingua diversa, l’impressione di essere improvvisamente catapultati tra Napoli e l’America, ma soprattutto sapere che nel film “Napoli è raccontata con molta forza e molta eleganza”. Toccante e intensa la presenza in sala di M’Barka Ben Talbe, artista italo tunisina, che racconta di sentirsi italiana per metà “stasera sono con voi perché sento Napoli nel mio cuore” ma subito si rivolge a tutti gli uomini politici “che non guardano ai propri popoli che arrivano alla fame, a combattere.” Il suo intervento è un invocazione di forza, l’invito a tenere salda la cultura della città, con la consapevolezza che un popolo è nella sua cultura.

Anche Daniela Fiorentino e Lorena Tamaggio raccontano la loro esperienza con Turturro, di scene girate, di “incidenti di percorso”, di un giorno di riprese con il generatore guasto, quando il panico prese tutti tranne lo stesso Turturro. L’iniziativa dell’Arcimovie ha ormai conquistato diversi artisti, una voce importante per una periferia difficile. I prossimi appuntamenti: giovedì 27 gennaio ore 21.00 con Antonio Capuano (L’amore buio), giovedì 3 febbraio ore 21.00 con Pupi Avati (Una sconfinata giovinezza), giovedì 10 febbraio, con Toni Servillo (Gorbaciof). Cinema Pierrot, via De Meis 58 Napoli.
 (Fonte Foto: ufficio stampa arcimovie di Ponticelli)

CHE FINE HANNO FATTO GLI INTELLETTUALI?

I tempi sono grigi e gli intellettuali, che dovrebbero dire cose coraggiose, preferiscono tacere. Anche le alte gerarchie della Chiesa, però, sono piuttosto afone. Di Michele Montella

La città degli intellettuali è una città deserta; per le strade e nelle case non si scorge anima viva; solo qualche piccolo brusio, di tanto in tanto, può ascoltare chi tiene desta la mente e allenato l’orecchio.
Secoli fa, millenni fa era tutta un’altra cosa: queste piazze semicircolari che chiamavano agorà, si riempivano ad ogni notizia che trapelava dai portoni del potere politico; le strade erano pulite per dare la possibilità ai cittadini di andare ad ascoltare e magari discutere, ipotizzare, scambiare opinioni. Intorno ai fori, seppur non sempre destinati alle scelte politiche, si costruivano portici per offrire ombra alle conversazioni e aumentare così il piacere di parlare.

Nella città di oggi gli intellettuali non parlano nemmeno più: chi glielo fa fare? C’è chi produce slogan e glieli passa o chi, per distrarre i cittadini, costruisce scandali pruriginosi, fa trapelare peccati da trivio o meglio ancora diffonde ad arte sconcezze di luridi vecchi, padroni della stampa e magari di uomini politici di primo piano.
Una volta, poniamo durante l’epoca dei Lumi, gli intellettuali sentivano il dovere di spiegare alle comunità civili, quali fossero i cambiamenti in atto e cercavano di leggere con lucida preveggenza i segni dei tempi.

Nella città degli intellettuali oggi anche il clima è cambiato; non piove mai; il paesaggio è un’immensa steppa di cemento, desolata e grigia, perciò il povero intellettuale non può più nemmeno scorgere i segni dei tempi, vecchio modo di dire evangelico che anche i preti ormai non usano più. Ecco, i preti: anche costoro sono stati in tempi passati fior di intellettuali, hanno orientato con forza e passione religiosa le masse di fedeli; forse qualche volta esageravano, ma avevano chiaro il sistema culturale di riferimento.

Oggi i sacerdoti, non tutti certo, soprattutto chi li deve guidare, tacciono la maggior parte delle volte; si contentano di tristi riti domenicali durante i quali scimmiottano a loro volta conduttori e giovanilisti vari. Mai una voce forte, che, arrampicandosi sui fatidici tetti, riesca a farsi sentire da tutti rischiando un sano ludibrio. Tutt’al più si limitano a dire che “è auspicabile …” un comportamento più coerente con le scelte di vita maturate. “È auspicabile” mi spiegate cosa vuol dire? È come se ad un peccatore incallito, che confessasse apertamente di essere pluridivorziato, di avere una relazione stabile e di andar per minorenni, il confessore dicesse “Vai in pace, figliolo, è auspicabile un miglioramento di vita”.

Gli intellettuali sono sempre stati la forza principale di un Paese che vuole svilupparsi, sono gli addetti alla logica, al ragionamento; sono quelli che hanno il coraggio di dire che le cose potrebbero andare meglio di come vanno, ma credo ormai che non convenga più dire nulla, tutto troppo faticoso e poi non si può sempre disturbare chi è intento a godersi un bel po’ di spazzatura televisiva che è sempre meglio di quella reale.

SCHIAFFO AL FIGLIO: ABUSO DEI MEZZI DI CORREZIONE

Mazza e panelli fanno i figli belli, si diceva una volta. Sarà, ma se lo schiaffone è forte e provoca danni è reato. Meglio non abusare.

Il rapporto disciplinare tra genitore e figlio deve essere inteso in senso molto ampio, tale da ricomprendere non solo i figli soggetti alla potestà genitoriale, ma anche i discepoli e qualsiasi persona affidata, per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza, custodia o per l’esercizio di una professione o un’arte.

Il caso
T. poneva in essere uno schiaffo ai danni della figlia TN.
Per tale motivo, il Gup presso il Tribunale di Ravenna, riteneva sussistere la responsabilità penale del genitore in relazione al delitto di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina (art. 571 c.p.).

La soluzione accolta dalla Suprema Corte penale, sez. V, sentenza 18.01.2010 n° 2100.
L’elemento materiale del reato, ex art. 571 c.p., consiste nell’abuso dei mezzi di correzione o di disciplina il quale presuppone il c.d. jus corrigendi da parte del soggetto che ha il potere disciplinare nei confronti dell’altro.

La dottrina ritiene che debbono essere considerati leciti solo quei mezzi di coercizione e di disciplina che, nell’assoluto rispetto dell’incolumità fisica e della personalità psichica e morale, siano necessari per il raggiungimento dello scopo che il rapporto disciplinare si propone. Tale linea di pensiero, ovviamente, bandisce dallo jus corrigendi il ricorso alla violenza fisica, come l’uso dei pugni, degli schiaffi, fino ad arrivare alle percosse con la cintura.

Il delitto in esame si consuma quando l’uso diventa abuso, sempre che da ciò derivi il pericolo, inteso come probabilità e non mera possibilità, di una malattia nel corpo o nella mente. Con il termine malattia, secondo quello che è l’orientamento dominante in dottrina, dobbiamo intendere un processo patologico (acuto o cronico, localizzato o diffuso) che determini un’apprezzabile menomazione funzionale dell’organismo.

Secondo l’opinione dei giudici di legittimità, dalla lettera della legge non risulta che il reato di abuso dei mezzi di correzione debba presentarsi come reato necessariamente abituale. È indubbio che la reiterazione del gesto punitivo possa essere una delle modalità di manifestazione dell’abuso del mezzo di correzione. L’abuso può essere commesso quando si esagera nell’impiego di un mezzo lecito, come potrebbe essere un gesto punitivo esercitato con forza fisica (uno schiaffo).

Di conseguenza, anche un singolo schiaffo, se vibrato con tale violenza da cagionare pericolo di malattia, può essere sufficiente a far avverare l’ipotesi criminosa prevista dall’art. 571, primo comma, del codice penale.

I CASI GIÀ TRATTATI