I BRIGANTI NAPOLETANI GODEVANO DI “BUONA STAMPA”

I documenti storici testimoniano una percezione doppia da parte delle truppe impegnate nella repressione del brigantaggio post-unitario. I briganti vesuviani erano considerati meno feroci di quelli dell”area nolana. Di Carmine Cimmino

Nel sec. XVIII i diari dei viaggiatori e il romanzo gotico (in particolare, quelli di Ann Radcliffe) costruirono un’immagine degli Italiani che era un tenace impasto di doppiezza, slealtà, malizia, lussuria, violenza, ferocia. E anche se sul finire del secolo l’Italia viene sostituita come palcoscenico di orrori agghiaccianti dalla Transilvania, patria di Dracula, e a Ginevra Mary Shelley fa nascere il dottor Frankenstein, l’Italiano continua a portarsi addosso, nella percezione degli europei e degli americani, – prima ancora che prenda forma, negli Stati Uniti, la fama sinistra di padrini e picciotti – l’odore della congiura e della violenza.

Nella Londra tetra di Sherlock Holmes e in quella di poco più luminosa di Hercules Poirot, un italiano compare talvolta nel ruolo dell’assassino prezzolato, e le sue armi sono il coltello e il veleno. All’interno di questa percezione si dispongono punti di vista diversi. Il Galanti e poi il De Renzi, i funzionari francesi degli anni di Murat e cronisti e viaggiatori inglesi e tedeschi fissano un modello in cui il camorrista e il brigante napoletani hanno tratti di gentilezza e di dignità talvolta anche nobile, mentre l’Irpinia da una parte e le prime balze del Cilento dall’altra sono le porte di un mondo a sé, che non ha nulla in comune con la civiltà della pianura.

È un mondo di nere e interminabili foreste, di dirupi scoscesi, grotte, burroni minacciosi, in cui le donne dei contadini e dei pastori conoscono sortilegi e pratiche magiche, e i loro uomini hanno conformato aspetto e comportamenti a quelli degli animali selvatici. Edward Lear, che visita la Calabria nel 1847, così apre il suo diario: Il nome di Calabria in se stesso ha non poco di romantico…Appena il nome è pronunziato, un nuovo mondo si presenta alla nostra mente: torrenti, fortezze, cave, briganti e cappelli a punta, la signora Radcliffe e Salvator Rosa, costumi e caratteri, orrori e magnificenze senza fine.

La percezione dell’ orrore magnifico di un mondo in cui la natura è intatta e la storia è ferma ai primordi e dunque svela, a chi sa osservare, i suoi principi arcani, ispira nel secondo Ottocento le pagine non solo del lucano Petruccelli della Gattina, ma anche quelle del piemontese Tarchetti e del toscano Fucini, e tra il 1943 e il 1944 detta a Carlo Levi alcuni splendidi passi di Cristo si è fermato ad Eboli.
Testimonianze di questa percezione doppia si trovano anche nei documenti ufficiali delle truppe impegnate nella repressione del brigantaggio post-unitario.

Nelle relazioni la violenza dei briganti vesuviani non è mai descritta nei termini di una ferocia animalesca, e nelle schede degli arrestati si annotano, tutt’ al più, i segni che il vaiolo e le armi hanno lasciato sul loro corpo, e i buchi per gli orecchini. Di Luigi Auricchio, di Terzigno, uno dei più violenti compagni del brigante Pilone, i carabinieri scrivono che è povero, celibe, analfabeta, incensurato, ha capelli e occhi castagni, barba nascente, naso e mento regolari, orecchi bucati. Pilone, il suo luogotenente Ludovico Perugino, detto Piloncino, e Vincenzo Barone conquistano, con il loro fascino, la calda ammirazione delle figlie e delle mogli dei galantuomini.

Ma la musica cambia già quando entrano in ballo i briganti della banda La Gala, che semina il terrore tra Caserta, Nola e il Vallo di Lauro. Al di là dei dati oggettivi e delle diverse origini sociali, i membri di questa comitiva vengono descritti come belve sanguinarie prima dai verbali di carabinieri e soldati, che non escludono nemmeno il truce sospetto di cannibalismo, e poi dalle relazioni scientifiche (o pseudoscientifiche). Biagio Miraglia, antropologo e frenologo, giudica la testa di Domenico Papa, accolito di Della Gala, "più mostruosa di quella del Caraibo", modello di ferocia e di stupidità e anche di quella inclinazione a gustare la carne umana che veniva attribuita ai selvaggi delle foreste caraibiche e amazzoniche: una testa prossima alla forma del ributtante capo di iena e di coccodrillo.

Per Papa non c’era speranza alcuna di redenzione; ma quasi peggio di lui stava Giona La Gala, che a dire dello studioso portava in faccia la ferocia e la vigliaccheria insieme, mentre Cipriano aveva una fisionomia più complessa del fratello: ha qualche cosa tra l’imbecille e il sospettoso. La negra e folta barba del mento in contrasto di una fronte schiacciata gli dà la mostra della stupida superbia del rettile…Un segno di elevazione dell’organo della benevolenza in questo cranio è contraddetto dall’organo della distruzione: gli impeti di quest’ultimo avrebbero potuto essere temperati alquanto dalla benché lieve attività di quello. E invero diceva Domenico Papa che Cipriano allontanavasi in quei momenti in cui Giona con freddo e truce animo mutilava e scannava vittime innocenti.

Tra quegli uomini, commenta con amarezza il Miraglia, anche chi aveva frequentato le scuole, come Giovanni D’Avanzo, diventava un animale feroce. È probabile che alla base di questi truci ritratti ci fossero, oltre che qualche dato oggettivo, anche il disprezzo e il risentimento di soldati e di carabinieri che la banda impegnò a lungo in cacce e scontri sanguinosi. Cipriano aveva iniziato la sua avventura con un’azione clamorosa. Il 16 luglio 1861 i briganti, travestiti da Guardie Nazionali, entrarono nel carcere criminale di Caserta col pretesto di dover consegnare i due malfattori che si trascinavano dietro: erano, ovviamente, due loro compagni, che, carichi di catene, recitavano con naturalezza la parte.

In un lampo, la comitiva si impadronì delle chiavi dei custodi e aprì le celle. Vennero così liberati 99 detenuti, e tra questi Giona e Romano, fratelli di Cipriano, la madre, la sorella, e Giovanni D’ Avanzo l’intellettuale.
Nella repressione del brigantaggio i comandi militari si servirono della fotografia per diffondere tra i galantuomini il rassicurante messaggio che i briganti erano solo dei brutali assassini, non erano in grado di credere in valori e principi, e dunque non meritavano rispetto né da vivi né da morti. I briganti uccisi venivano prima acconciati in posizioni umilianti e dissacranti, e poi esposti al pubblico e fotografati.

In quegli stessi anni, i tecnici delle truppe americane adottarono gli stessi criteri nel fotografare i corpi degli indiani uccisi. L’Esercito Italiano cercò di evitare in ogni modo che i briganti, vivi e morti, venissero ritratti dai disegnatori, e perciò ci fu qualche aspra polemica con i giornali inglesi che preferivano corredare gli articoli con disegni, spesso eseguiti da artisti di notevole livello, piuttosto che con fotografie. I disegnatori tendevano a idealizzare e a ingentilire: lo dimostra il ritratto a matita del brigante Gaetano Manzo, eseguito nel dicembre del 1865 dall’inglese Williams Moens, che da Manzo era stato sequestrato a Battipaglia, mentre tornava da una gita a Paestum.

La matita di Moens pulisce il profilo del brigante,– il naso aquilino, lo sguardo diritto, la dignità della barba -, e gli conferisce un’espressione vigorosa e nobile, che richiama sorprendentemente quella di Giuseppe Garibaldi nel ritratto che Eleuterio Pagliano eseguì nel 1866. L’ironia del caso e le follie dell’arte.

(Fonti: La foto con i cadaveri di Gaetano Tancredi detto Tranchella e di suoi due compagni, fucilati a Persano il 23 novembre 1864 è stata attribuita a George Sommer. Fa parte della Civica Raccolta delle Stampe “ Achille Bertarelli “. Questa foto e il disegno di Moens, in xilografia, sono stati più volte pubblicati, e tra gli altri, da Ugo di Pace nel libro Quattro mesi tra i briganti).

LA STORIA MAGRA

LE RADICI DELLA DIFFICOLTÁ DEL RISCATTO DI NAPOLI NEL ROMANZO DI STRIANO

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Incontro con Raffaele Messina, autore della prefazione del libro di Vincenzo Striano: Il resto di niente. Una lettura significativa per i giovani studenti. Di Annamaria Franzoni

L’ 8 Febbraio il suono della campanella delle 9.00, momento d’inizio dell’ora di Italiano nella classe II G del Liceo Mercalli, ha segnato l’inizio di una lezione vivacizzata dalla presenza di aula del prof. Raffaele Messina, che fino al quel momento aveva costituito per i miei alunni soltanto l’autore della prefazione e il curatore delle note dell’ultimo libro “mensile” letto e che tanto li aveva appassionati: “Il resto di niente” di Vincenzo Striano.

Infatti proprio dall’interesse mostrato dai ragazzi e dai numerosi quesiti nati nell’ambito della tavola rotonda sull’affascinante libro letto, mi è venuta l’idea di proporre al prof. Messina una lezione di italiano in codocenza sulle problematiche emerse dalla riflessione sul libro di Striano e dall’inevitabile parallelo con il romanzo manzoniano oggetto di studio di quest’anno.

Dopo una magistrale introduzione sull’argomento, si è immediatamente creata una condizione relazionale positiva tra il docente e i ragazzi la cui prima curiosità è stata quella di sapere come fosse nato l’incontro con l’opera di Striano e se lo avesse conosciuto in vita.

Il prof. Messina ha dato un’ampia ed accurata risposta a questa e a numerose altre curiosità, raccontando di aver ricevuto dall’autore una copia autografa dell’opera e di non averla, in un primo momento, particolarmente apprezzata, così come in fondo era capitato alle case editrici che tra l’82, anno di conclusione dell’opera, e il 1986 non avevano mostrato alcun interesse o si erano limitate a differire una risposta definitiva.

Nel 1986 il capolavoro di Striano esce per l’editore scolastico Loffredo, con cui egli aveva già pubblicato alcune antologie innovative. Finalmente arriva il meritato successo di un libro che, in particolare per i napoletani, costituirà un valido apporto nella ricostruzione di una identità complessa della città partenopea, delle sue contraddizioni, delle sue passioni, del suo modo di non sapersi riscattare da un “dominio” che scende, in ogni epoca, a patto con i “lazzari”, mai debellati dalla nostra città.

Il piacere della lettura nasce quindi principalmente dall’individuazione in esso del nostro presente e gli interventi di Ciro, Gabriele, Vincenzo ed altri sono tutti orientati alla speranza che ci possa essere un cambiamento e che rispetto alla libertà della sopraffazione, alla libertà di violare la legge, possa affermarsi la “Libertà” in nome della quale Eleonora Pimentel de Fonseca, Cuoco, Lomonaco, Cirillo, Pagano, Serra, Caracciolo, Ciaia, De Deo, Fasulo e tanti altri hanno sacrificato le proprie giovani vite.

I loro “eredi mai nati” trovano in questi giovani la speranza di una fattiva risposta alla Napoli che si oppone alla violenza e al trionfo del libertinaggio sulla democrazia, e quindi la concreta possibilità di realizzare la legalità, la giustizia e la democrazia, in modo attivo, consapevole e partecipato.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

LA BOCCA E LA FACCIA DA CAFFÉ

Quanti ricordi, e quanta poesia, sgorgano grazie al ritrovamento di un vecchio arnese, l” abbrustulaturo, per tostare il caffè. Per Domenico Rea esistono “una bocca e una faccia da caffè”. Di Carmine CimminoScavando tra i vecchi arnesi ammassati in cantina – pare che sia una moda-, ho trovato, nascosti dietro una macchina per cucire Singer, un braciere di ottone, il maestoso, intatto asciuttapanni e, nero nell’angolo più buio, l’ abbrustulaturo. Molti anni fa il caffè crudo costava meno di quello già tostato. La tostatura era un esercizio domestico. I chicchi venivano messi nel cilindro che una manovella mossa da mano esperta faceva ruotare sulla griglia cosparsa di viva brace; di tanto in tanto si apriva la finestrella di quello strumento di tortura, e si controllava il colore dei chicchi: ad ogni apertura, l’aroma inebriante irrompeva in dense volute per la cucina, e si diffondeva all’esterno attraverso la finestra.

L’operazione terminava solo quando il colore dei chicchi si faceva manto di monaco, e cioè un misto di bruno Van Dick e di terra di Siena bruciata. A quel punto, gli acini neri e ancora di fuoco venivano sparsi su un cartone, e separati l’uno dall’altro con una bacchetta già impregnata dell’odore di cento altre tostature. Si raffreddavano a poco a poco, e prima che si spegnesse l’ultima traccia di calore, sprigionavano un estremo guizzo di profumo assai intenso: come i cigni, di cui si raccontava che solo in punto di morte riuscissero a cantare con voce melodiosa. Freddi, i chicchi erano pronti per la tortura del macinino, che li stritolava rumorosamente in una polvere densa e varia al tatto, e colma di segreti segni, che l’acqua della fontana e la macchinetta napoletana avrebbero tentato di sciogliere.

C’è chi crede che nei fondi di caffè siano scritte notizie sul futuro. L’ultima volta che vidi celebrare in casa mia il rito dell’abbrustulatura fu intorno al 1965, quando arrivò dall’ Argentina – l’Argentina era allora tra i Paesi più ricchi del mondo – un fratello di mio padre, con un carico di cose buone per noi, che portavamo ancora negli occhi non dico il ricordo della fame, ma certamente l’irrequietezza di chi troppo a lungo si è accontentato del poco. Dalle valigie uscirono molti chili di caffè crudo, una scorta di carne in scatola – sui barattoli galoppava l’immagine di un gaucho – , caramelle, biscotti, e perfino un aggeggio che serviva a succhiare l’infuso della yerba maté. E poi crudeli fotografie dei parenti lontani, tutti intenti non a pensare a noi, ma a contemplare vitelli interi trapassati da spiedi enormi e sospesi su tappeti di braci in bianco e nero.

Non mi permetterò di fare l’elogio del caffé napoletano, su cui è già stato detto e scritto tutto, o quasi: il caffè non si è fatto mancare niente: locali, salotti, giornali, canzoni, racconti, romanzi, film, e anche crimini: buona parte della storia nera d’Italia sta scritta nei fondi dei caffè che furono fatali a Gaspare Pisciotta, l’assassino del bandito Salvatore Giuliano, e a Michele Sindona: sapevano troppo, e un caffè corretto al veleno li ridusse al silenzio eterno.
Parlerò di Domenico Rea, e della sua memorabile tesi, che esistono “una bocca e una faccia da caffè.”.

Aveva, l’una e l’altra, Edoardo Scarfoglio, il fondatore del Mattino, il volubile marito della Serao: Edoardo Scarfoglio – scrisse Don Mimì Rea – aveva finito per prendere la forma fisica del caffè. Aveva la così detta bocca da caffè: le labbra schifate del prossimo, gli occhi di una intelligenza spogliatrice, una maniera di star seduti come se fosse sempre sul punto di scivolare. E forse per questo, Francesco Cangiullo, geniale intellettuale napoletano, poeta e artista futurista, insaziabile consumatore di caffè, inventò una sedia particolare, contorta e convulsa e come scossa da scariche elettriche, e la chiamò sedia nevrastenica. ( E a questa sedia non si può non dedicare un articolo).

Continua don Mimì: Questa, della faccia da caffè, che sembra un’iperbole non si può credere fino a quale punto sia una realtà. Il prof. Renato Caccioppoli, il grande matematico napoletano compagno di studi di Enrico Fermi, era la quintessenza della forma del caffè. Magro come uno stecco, la giacca inglese gli scivolava dalle spalle; il calzone era sempre sul punto di cadergli; la voce, nativamente aristocratica, gli usciva cupamente dialettale e ironica. Qualunque meraviglia al mondo veniva normalizzata. Rientrava nell’universo razionalizzante del caffé. Del caffè rigorosamente amaro.

Egli, figlio di Sofia Bakunina, figlia del rivoluzionario russo Michele Bakunin, non avrebbe condiviso per intero l’aforisma che Kaminsky attribuì proprio a suo nonno, e che forse era stato forgiato da Talleyrand: Il caffè, per essere buono, deve essere nero come la notte, caldo come l’inferno e dolce come l’amore. Il genio di Caccioppoli, rischiarò con la sua luce intensa l’ultima Napoli, quella dei primi quaranta anni del Novecento: una città ancora vitale, madre inquieta e vanitosa di figli grandissimi. Caccioppoli si uccise l’8 maggio del 1959: ma già da tempo l’alcol aveva offuscato la lucidità portentosa del suo intelletto. Si dichiarava non italiano, ma napoletano; non gli piaceva mangiare: diceva che l’uomo che mangia è un animale intento solo a riempirsi il buco dello stomaco.

Ma gustava assai la pizza, perché gli sembrava di mangiare un quadro, fatto di colori vitali, un’immagine perfetta della natura. Conclude Domenico Rea: Così come gli spaghetti filiformi e sfuggenti riproducono in pieno la mobilità degli scugnizzi e la forma della pizza rassomiglia alla rotondità del golfo di Napoli (con la mozzarella, che simboleggia le vele bianche, il basilico, le alghe, il pomodoro, il rosso degli scafi dei velieri e il cornicione, il rupestre delle scogliere), il caffé allude a quel filo estroso e schizoide che ha sempre distinto i napoletani da tutti gli altri.

Ma l’immagine della faccia da caffé l’ aveva modellata, molto prima di Domenico Rea, un altro protagonista di quel primo trentennio del ‘900: Gaetano Miranda, giornalista, scrittore, traduttore di Zola, segretario, per alcuni anni, di Eduardo Scarpetta. In uno dei molti articoli da lui dedicati alla Napoli notturna dei café chantant e dei locali dove la folla variopinta dei frequentatori di ippodromi e di allibratori, di teatri e di ballerine e di fascinose cantanti, tentava di nascondere e di dimenticare le ansie del giorno, Gaetano Miranda scrisse che gli capitava spesso di sorbire il caffé con tutto il corpo, indirizzando su un punto nero gli occhi e le labbra e perfino il corrugamento della fronte. Faceva, insomma, la faccia da caffé.
(Foto: Particolare del quadro di Amerigo Bartoli (1930), Gli amici al caffè)

L’OFFICINA DEI SENSI

LA “CATTIVA” SALUTE DELL’OSPEDALE DI NOLA

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La Giornata Mondiale del Malato ci dà l”occasione per parlare dell”ospedale di Nola, una struttura in crisi, dove mancano addirittura i ferri del mestiere. Di Don Aniello Tortora

Ogni anno, nella ricorrenza della memoria della Beata Vergine di Lourdes, che si celebra l’11 febbraio, la Chiesa propone la Giornata Mondiale del Malato. Tale circostanza è un’occasione propizia per riflettere sul mistero della sofferenza e, soprattutto, per rendere più sensibili le nostre comunità e la società civile verso i fratelli e le sorelle malati. Se ogni uomo è nostro fratello, tanto più il debole, il sofferente e il bisognoso di cura devono essere al centro della nostra attenzione, perché nessuno di loro si senta dimenticato o emarginato.

Il Papa, nel suo messaggio , ha ribadito che “la misura dell´umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana”.

Benedetto XVI ha invitato, in questa Giornata Mondiale del malato, “anche le Autorità affinché investano sempre più energie in strutture sanitarie che siano di aiuto e di sostegno ai sofferenti, soprattutto i più poveri e bisognosi”.
Voglio cogliere questa occasione per riflettere sullo stato di “salute” della Sanità sul nostro territorio e particolarmente dell’Ospedale di Nola.

In questa crisi economica sono stati fatti dei tagli, che hanno colpito i più deboli. Rischiano di chiudere diversi ospedali e tanti, già mal-funzionanti, sono in continua emergenza.
Tra questi l’ospedale di Nola. Criticità organizzative e strutturali affliggono attualmente il complesso ospedaliero. Dopo la chiusura dell’Ospedale di Pollena, il nosocomio di Nola è diventata l’unica struttura di riferimento zonale. Il piano ospedaliero ha riconosciuto a Nola 186 posti letto ed invece ce ne sono soltanto 131. 500mila sono gli utenti dell’area e settantamila gli accessi annuali al pronto soccorso, dove mancano persino i ferri del mestiere.

Il reparto chirurgia è a rischio chiusura. Ultimamente, per i troppi ricoveri dovuti anche alle malattie invernali, addirittura i pazienti hanno passato qualche notte intera adagiati sulle scrivanie. Assurdo, ma vero. Come chiesa spesso siamo intervenuti sull’argomento negli anni scorsi, ma la situazione oggi sta davvero precipitando.
Agli inizi del prossimo mese di marzo, con la presenza del vescovo, ci sarà un incontro di riflessione con tutte le Istituzioni, per rilanciare l’ospedale e garantire alla popolazione la migliore assistenza possibile, specie ai pazienti in condizioni critiche.

Mi auguro che il dibattito sul federalismo tenga conto delle condizioni del Sud, rispetto a quelle del Nord, e che l’egoismo delle regioni più ricche si “sciolga, a favore di quelle più deboli, nel settore della Sanità, come in altri settori. La salute è un bene e un diritto di tutti e di ciascuno. Non possono esistere, in questo campo, cittadini di serie A o di serie B. In Italia sembra che solo chi ha i soldi o “amici” medici, può permettersi certe cure ed essere curato bene.

La chiesa continuerà a denunciare le “strutture di peccato” che uccidono l’uomo. Anche nella Sanità, come nel mondo del lavoro, la persona umana non può essere ridotta a merce o a numero.
È la cosa più grande della terra, perché creata “ad immagine e somiglianza di Dio”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA SETTIMANALE

L’OPINIONE DI GIUSEPPE CAPASSO SUL “PROGETTO VESUVIO”

Dopo aver ascoltato gli esperti torniamo a parlare con le istituzioni e proseguiamo nel nostro viaggio nella “Città Vesuviana”. Chi meglio del Presidente della Comunità del Parco Nazionale del Vesuvio può illustrarci il punto di vista della politica?

Nelle precedenti interviste sono emerse critiche sostanziali verso il piano d’evacuazione della protezione civile e un interesse verso la logica del decongestionamento dell’area vesuviana, qual è la sua opinione?
«I problemi sono molti, c’è quello del piano d’emergenza dell’area vesuviana, la cui gestione è in capo al dipartimento della protezione civile. I poteri locali sono assolutamente residuali. Noi abbiamo chiesto all’epoca e abbiamo ottenuto un confronto rispetto a una prima versione che ci sembrava decisamente insufficiente. Basti immaginare che era previsto che gli alunni delle scuole, una volta che si fosse verificato l’evento, andavano da soli a raggiungere le destinazioni assegnate, poi dopo le mamme si sarebbero ricongiunte a loro.

È chiaro che, quella che sembrava essere una scelta tecnica inoppugnabile, ci è sembrata veramente discutibile. Si è passati così a una seconda versione, poi al Mesimex l’esercitazione, pure molto criticata, ma pur sempre un esercitazione, dove siamo passati dal modello teorico, a una cultura applicata!»

Non le sembra però che questo una tantum sia troppo poco?
«Beh! Certo, poco come il campione che vi ha partecipato ma vorrei dire che il dipartimento della Protezione debba tenersi in strettissimo contatto con le autorità locali, le prefetture etc. e sviluppare un ragionamento che possa portarci alla definizione di un piano accettato dalla popolazione. La seconda versione del piano ci convince di più, quella dell’ospitalità presso alcune regioni amiche, con un’ottica quindi di gemellaggio, più credibile perché non è pensabile che circa settecentomila persone possano essere gestite, in un momento d’emergenza dalla sola protezione civile».

San Sebastiano andrà in Molise ma sappiamo dove?
«Non ancora perché il piano si è fermato, bisogna per questo esigere un gesto di responsabilità da parte delle amministrazioni locali, da chi è predisposto alla critica ed esigere dalla protezione civile che elabori finanche i dettagli di una forma partecipata con gli attori del territorio, dopodiché accettare quel piano. D’altro canto, la parte più pregnante del ragionamento attuale, quella della decompressione come la chiamava, l’allora assessore regionale, Di Lello, c’è tutta una gamma di interventi su cui riflettere. Certamente “Vesuvia” non ha avuto incertezze ma è semplicemente fallita!

Forse una decina di contributi erogati, a fronte di migrazioni virtuali, perché quegli immobili sono stati rioccupati a scopi sempre residenziali, senza mutare la destinazione d’uso di questi. Certo è che se il fine è nobile lo strumento s’è rivelato inefficace. Adesso sento dire che la regione starebbe immaginando meccanismi ancora più contorti, come quello di consentire una sostituzione di volume con una premialità, nel caso in cui, l’attività residenziale, per metà diventi di tipo ricettivo o commerciale. Io credo che sia un rimedio peggiore del male!».

Ce lo spiega meglio?
«È la modifica al piano casa, che tanta speranza ha suscitato in quanti hanno a cuore la cultura del mattone, per continuare a costruire nell’area vesuviana. Un errore della regione a cui bisogna porre rimedio anche sul piano formale, perché sul piano sostanziale quella decisione non produce alcun effetto, nel senso che non è possibile edificare alcunché ma passa un messaggio, come quando c’è l’annuncio di un condono edilizio e poi magari non si fa ma finisce in pasto a quei malintenzionati che si danno da fare. Quindi con chiarezza la regione deve dire che non si può fare più nulla! Se non in quelle attività di tipo pubblico o sociale, che servono a tener unita una comunità.

Attrezzature di aggregazione sociale come scuole o luoghi adibiti allo sport, attrezzature per garantire una maggiore qualità della vita. Faccio un esempio, se fosse possibile realizzare un campo da golf dalle nostre parti, con il binomio Vesuvio, discipline sportive, io non vedrei di cattivo occhio un’iniziativa di questo genere. Questo perché? Perché accrescere la qualità della vita, accrescere paradossalmente il valore immobiliare delle nostre case, consente di rendere l’area vesuviana un’area esclusiva. Così facendo si innesca un circolo virtuoso che spinge i proprietari a un’autotutela del proprio territorio. Un po’ come è accaduto nel Parco del Cilento, dove ci sono stati alcuni comuni che hanno investito sul mattone e hanno visto depauperare il proprio patrimonio immobiliare e chi invece, saggiamente, come il compianto Angelo Vassallo, ha investito nella tutela del territorio, nella riqualificazione, sul piano della qualità della vita.

Va detto questo, chi ritiene impropriamente che l’edilizia faccia girare l’economia di un luogo è in errore, in buona fede, nel migliore dei casi e in malafede quando poi non è che il rappresentante di una categoria che ormai da tempo ha compreso che insistere sulle aree vincolate del territorio nazionale è un modo per sottrarsi a quella logica di riconversione imprenditoriale e professionale, ormai da tempo in atto in quella categoria. Ciò vuol dire che chi non sa fare altro pensa solo all’edificazione, chi sa fare altro pensa al restauro, pensa alla riqualificazione, al recupero e alla valorizzazione. La risposta tout court è quella quindi di rendere sempre più esclusiva l’area vesuviana».

Vorrei capire bene una cosa, riguardo al piano casa, lei sostiene che sia una sorta di specchietto per le allodole ma in base ad alcune sue affermazioni, pubblicate anche sulla stampa locale, mi è sembrato che comunque lei fosse a favore di una sorta di piano di edilizia …
«Quando io ho avanzato la proposta della realizzazione dei sottotetti, non accatastabili, non abitabili a condizione che si recuperasse la staticità dei fabbricati, lo facevo perché immaginavo una via concreta».

Nella serie di interviste che abbiamo già attuato è evidente la carenza del piano d’emergenza e necessario il decongestionamento del vesuviano. C’è chi, come il professor Vajatica, immagina una Città vesuviana nel Casertano, chi nel Sannio e in Irpinia, come Ugo Leone e chi a un blocco del turn-over, come Giuseppe Luongo. Lei da politico come la vede?
«Io vorrei una Città Vesuviana sul Vesuvio! Riducendo il carico antropico e dunque il rischio».

E come?
«Con il modello “Vesuvia” che è rimasto incompleto perché si è pensato a mandar via senza occuparsi dell’immobile lasciato libero, che non deve assolutamente essere demolito perché si produrrebbe un abbandono del territorio, deve essere perciò riconvertito. L’immobile che viene liberato viene liberato per fare attività ricettiva. Noi abbiamo un disperato bisogno di posti letto. Questo tipo di antropizzazione non viene considerata un rischio perché è un tipo di presenza occasionale. Quindi il turn-over si attua non demolendo l’immobile o impedendone l’uso ma riqualificandolo per funzioni non abitative. Potrebbe essere attuato anche qualche mirato abbattimento ma solo là dove fosse strettamente necessario».

Nel concreto cosa si sta facendo?
«Noi stiamo andando avanti nel nostro piccolo, con un programma di riduzione fisiologica che ci sta dando risultati apprezzabili, con un blocco dell’edilizia …».

Sì, però si farà la chiesa!
«Ma io quando parlavo di attrezzature al servizio del territorio mi riferivo anche a questo e ti sembrerà strano ma dobbiamo fare anche un’altra piscina! C’è una tale domanda da renderla necessaria!».

Mi sembra però strano …
«È una legge di mercato, siccome altrove non le puoi realizzare, perché hanno costruito solo case, le attrezzature per lo svago, per lo sport, per la qualità di vita, le facciamo noi! Questo dà anche un’identità al territorio».

Sì, però, a San Sebastiano, il rapporto popolazione/strutture sportive, mi sembra alquanto sproporzionato, ce ne sono tante! Finché sono quelle storiche, quelle di vecchia data, va bene, ma perché farne altre, quando già sai che dovrai affidarle ai privati?
«Le faccio un esempio, la piscina ci costa 180 milioni di vecchie lire e ne prendiamo 200! Siamo perciò in saldo attivo. Abbiamo inventato una formula innovativa di leasing, noi realizziamo l’opera, la diamo in affidamento, paghi di più di quanto costa al comune il leasing e poi dopo dodici, quattordici anni l’immobile diventa tuo. Mi si dirà che in questo modo si privatizza l’attività sul territorio, in questo modo abbiamo però una gestione attenta e oculata, la struttura è ben tenuta, le rette tra le più accettabili del territorio e un’alta domanda. Certo non ne facciamo una regola, abbiamo una gamma di interventi, abbiamo per esempio l’Astronauti Sporting Club che non ci da niente, poi abbiamo altri immobili che condividiamo con la scuola, etc.».

Ma qual è il vantaggio del pubblico di una seconda piscina?
«Il vantaggio è che San Sebastiano diventa una città dello svago, attualmente è una città dormitorio, il commercio langue, l’edilizia non si può fare, vogliamo darci una vocazione? Diamoci quella di sviluppare nei fine settimana un turismo endogeno, una movida sostenibile».

DELITTI IN FAMIGLIA. NON C’É SOLO LA COPPIA CHE SCOPPIA

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I drammi che si vivono in famiglia non sono solamente quelli legati a dinamiche passionali, o comunque alle complesse vicende dei rapporti di coppia. Avere un tossicodipendente in casa, estorsore. Di Simona Carandente

Nell’immaginario collettivo, fomentato dalla moltitudine di programmi televisivi "a tema" e dall’attenzione dei mass media, la tipologia di reati che avviene in ambito familiare è strettamente legata a dinamiche passionali, spesso omicidiarie, perlopiù ingenerate dalla mancata accettazione della fine di un legame ed afferenti, pertanto, alla complesse vicende dei rapporti di coppia.
Tuttavia, non sono infrequenti i casi in cui gli operatori del diritto siano chiamati a confrontarsi con reati di tipo diverso, pur se maturati in ambito familiare, sovente con effetti devastanti ed il più delle volte incontenibili.

Molti di questi reati sono legati allo stato di tossicodipendenza, specie dei giovani componenti il nucleo, che arrivano a rendere la vita impossibile a genitori, fratelli, compagni, in quanto in costante ricerca di denaro per acquistare lo stupefacente, giungendo a volte a commettere anche gesti estremi pur di riuscire nel loro intento.
I processi penali che nascono da tali dinamiche sembrano quasi un "copia-incolla": sulle prime i familiari, disperati ed esasperati, denunciano i fatti alle forze dell’ordine, sperando che la denuncia penale possa salvare loro stessi ed i loro aguzzini. Qualche tempo dopo, ottenutane la carcerazione ed un’imputazione per estorsione, si lasciano prendere dai sensi di colpa, cercando in tutti i modi di riparare, nell’erronea convinzione di poter evitare il processo sulla scorta di nuove, e più miti, descrizioni dei fatti.

In uno degli ultimi processi per estorsione, del tipo di quella descritta, mi sono trovata innanzi ad un soggetto apparentemente normale, con un lavoro stabile e redditizio, una moglie ed una figlia cui badare. Unico neo, in una vita quasi normale, un prolungato stato di tossicodipendenza, che più volte aveva portato il mio giovane assistito a litigare con la propria madre, chiaramente per motivi di denaro.

Il degenerare di una delle ultime discussioni, avvenute tra madre e figlio, sarebbe stata destinata ad avere conseguenze drammatiche e difficilmente riparabili: la madre, difatti, di fronte all’ennesima richiesta di denaro non ha retto e si è rivolta alle forze dell’ordine. Immediate sono scattate le manette per il giovane, ristretto in carcere da oramai da diversi mesi, nella disperazione della madre stessa, convinta di poter ritirare la denuncia in ogni momento.

Allo stato pende il processo di appello per il giovane, condannato in primo grado ad una pena tutt’altro che esigua; il periodo scontato in carcere gli è servito a comprendere le gravi conseguenze di quanto aveva commesso; il datore di lavoro si è dichiarato disponibile a riassumerlo presso di sé, dandogli incondizionata fiducia; figlia e moglie aspettano di poterlo riabbracciare a casa, nella speranza di trovarsi di fronte ad una persona diversa, matura, finalmente in grado di poter condurre un’esistenza normale lontano dal tunnel della droga. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ALTRI CASI TRATTATI

IL DISASTRO AMBIENTALE: UN MARE DI MERDA

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Ritorna l”emergenza rifiuti, però stavolta il quadro è più fosco a causa della recente inchiesta sul percolato scaricato nel mare di Napoli. Un enorme disastro ambientale. Di Amato Lamberti

La città di Napoli è tornata a riempirsi di rifiuti anche nei quartieri del centro, quelli dove si fanno i salti mortali pur di assicurare un minimo di pulizia e di decenza visto che l’afflusso di turisti dalle grandi navi da crociera continua, anche se si fa più rapido e breve. Ma nonostante tutti gli sforzi i rifiuti hanno invaso anche le strade adiacenti al S.Carlo, a piazza Municipio, a piazza Plebiscito. In provincia si è vicino al collasso in molte zone dove alcune strade provinciali non sono praticamente percorribili se non con fuoristrada capaci di arrampicarsi sui cumuli di rifiuti accatastati anche sulla sede stradale.

I giornali tornano a parlare di emergenza, ma questa volta allargano il quadro dai rifiuti al sistema fognario e, in particolare, alla questione depurazione delle acque nere e del percolato delle discariche. Si è scoperto, come sempre in ritardo, che il percolato delle decine di discariche, attivate per far fronte alle emergenze dello smaltimento dei rifiuti urbani, veniva conferito a depuratori non funzionanti o privi delle necessarie autorizzazioni al trattamento dei reflui fognari. In pratica, finiva in mare senza nessun trattamento che ne assicurasse la depurazione, o almeno l’abbattimento del potenziale di inquinamento. Un delitto ambientale consumato in piena coscienza e noncuranza del disastro ambientale che si produceva.

L’ascolto delle intercettazioni telefoniche delle comunicazioni tra i responsabili del Commissariato di Governo e i dirigenti del settore Ambiente della Regione Campania restituisce una situazione allucinante, secondo la definizione del Procuratore generale di Napoli Giandomenico Lepore. Tutti facevano a gara nel dare una soluzione apparente al problema del percolato ben sapendo che gli impianti nel quale veniva conferito erano inadeguati o non funzionanti. L’importante era far sparire dalla vista degli abitanti, come dei comitati antidiscarica, il percolato, quella melma nera e puzzolente che creava allarme e lezzo nauseabondo, buttandolo a mare, senza però darlo a vedere. I depuratori consentivano questa operazione truffaldina e criminale, tanto nessuno aveva messo in evidenza che non funzionavano del tutto.

Da anni si parla del cattivo funzionamento dei depuratori, in particolare di quello di Cuma, deputato alla depurazione dei reflui fognari, alias della merda, della città di Napoli e della maggior parte dei Comuni a nord di Napoli, fino a Quarto e Giugliano. Gli operatori balneari del litorale domizio, ogni anno, all’inizio della stagione dei bagni, avevano promosso manifestazioni per denunciare il cattivo funzionamento dei depuratori e la mancata depurazione delle acque fognarie, con conseguenti gravi danni alla balneazione e perfino alla elioterapia. Non solo le acque del mare risultavano impraticabili per il colore e per il fetore; anche le spiagge erano inagibili per la presenza di vermi e per gli insopportabili miasmi.

Ma nessuno, in tutti questi anni, aveva fatto mente locale al fatto che il mancato funzionamento dei depuratori comportava necessariamente lo svernamento a mare, nel golfo di Napoli, direttamente sulla spiaggia o attraverso condotte sottomarine, dei reflui fognari dell’intera provincia di Napoli e di gran parte della provincia di Caserta. In pratica, con parole più semplici e chiare, la merda e le altre deiezioni di circa quattromilioni di abitanti, pari a circa quattromila tonnellate al giorno, sono, da almeno quindici-venti anni, sversate, senza alcuna depurazione, nelle acque del Golfo di Napoli, con danni ambientali probabilmente neppure calcolabili. Probabilmente di questa situazione ne avranno gioito i pesci, i molluschi, i crostacei,compresi quelli degli allevamenti a mare che negli ultimi anni si sono moltiplicati, che allietano le nostre tavole e non solo nei giorni di festa.

Non credo che ne abbia gioito anche lo stato di salute dei quattro milioni di cittadini che vivono sul golfo di Napoli, uno dei più belli del mondo; che si tuffano nelle sue acque; che prendono il sole sulle sue spiagge, cantate da poeti e scrittori. Forse aveva ragione Pino Daniele: Napoli è ‘na carta sporca, e nisciuno se ne importa.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=24

L’ITALIA BLOCCATA TRA LISTINI E PORCATE

Sono decenni, o centinaia di anni, che popolo e Stato italiano suscitano l”impressione di vecchiezza e corruzione. “Brutti, vecchi, laidi e corrotti”, così ci vedono in America. Il nicodemismo degli intellettuali. Di Carmine Cimmino

Non fu facile organizzare, tra il 1976 e il 1977, il primo processo contro le Brigate Rosse, che si tenne in Corte d’ Assise a Torino e in cui vennero giudicati, tra gli altri, Renato Curcio e Alberto Franceschini. Fu necessario, prima di tutto, sbrogliare la matassa di complicate questioni giuridiche, poiché gli imputati ritirarono il mandato ai loro avvocati e minacciarono di morte chiunque avesse accettato il ruolo di difensore d’ufficio. Giuristi di alto profilo cercarono di dimostrare che la difesa di un imputato non è un dovere dello Stato, ma è un diritto dell’imputato stesso, il quale può rinunciarvi.

La Corte non sentì ragioni: il processo non sarebbe iniziato senza un difensore di ufficio. Fulvio Croce, pronipote di Costantino Nigra, accettò l’incarico, e il 28 aprile 1977 un commando di brigatisti lo uccise. Fu un momento terribile: lo spietato assassinio scuoteva un’Italia in piena crisi economica, in cui il sistema che poi sarebbe stato chiamato impropriamente Prima Repubblica incominciava a cedere tra scricchiolii di giorno in giorno più nitidi e sinistri. Atterriti dall’ assassinio di Fulvio Croce, alcuni membri della giuria popolare disertarono (questo verbo usò Domenico Porzio) perché affetti – lo dicevano i certificati medici – da sindrome depressiva. Essendo la giuria incompleta, il processo non poté iniziare.

Il 5 maggio Giulio Nascimbeni pubblicò sul Corriere della Sera alcune dichiarazioni di Eugenio Montale, da lui intervistato telefonicamente.
Il più grande poeta italiano del sec.XX., alla domanda: “Se fosse stato estratto il suo nome, avrebbe accettato di fare il giudice popolare?”, rispose che non avrebbe accettato: sono un uomo come gli altri e avrei avuto paura come gli altri. Una paura giustificata dall’attuale stato delle cose, ma non metafisica né esistenziale. Insomma non si poteva chiedere a nessuno di fare l’eroe, di sacrificare la propria vita per le ragioni di uno Stato che si stava dissolvendo. Le parole di Montale innescarono un importante dibattito sull’ impegno civile dell’intellettuale: l’ultimo importante dibattito, se la memoria non mi inganna: importante per la gravità della situazione e per l’alto profilo di coloro che intervennero nella discussione.

Italo Calvino (Corriere della Sera, 11 maggio 1977) scrisse che sentiva “come un pericolo il fatto che il nostro massimo poeta (e per di più un uomo che merita rispetto, anche per la linea che ha sempre tenuto nella vita civile) ci esorti a far nostra la morale di Don Abbondio”. E aggiunse, facendo sue alcune riflessioni di Alessandro Galante Garrone (La Stampa, 8 maggio): “Lo Stato siamo noi, proprio perché lo Stato come organizzazione dà sempre più di frequente prova di non esistere. Lo Stato, oggi, consiste soprattutto nei cittadini democratici che non si arrendono, che non lasciano andare tutto alla malora”. Il giorno dopo, sempre sul Corriere della Sera, Leonardo Sciascia portò un micidiale affondo.

Prima spiegò di ritenere superata la figura del giurato popolare, poi concluse: “Così come non capisco che cosa polizia e magistratura difendano, ancor meno capirei che io, proprio io, fossi chiamato a far da cariatide a questo crollo o disfacimento di cui in nessun modo e minimamente mi sento responsabile. Salvare la democrazia, difendere la libertà, non cedere, non arrendersi, sono soltanto parole. C’è una classe di potere che non muta e non muterà se non suicidandosi. Non voglio per nulla distoglierla da questo proposito”. Il Partito Comunista aspettava al varco Leonardo Sciascia, già classificato da tempo come intellettuale scomodo.

Intervistato da Gianni Corbi (L’Espresso, 5 giugno), Giorgio Amendola usò la bombarda: “Le dichiarazioni di Sciascia e Montale mi hanno addolorato, ma per nulla sorpreso. Il coraggio civico non è mai stato una qualità ampiamente diffusa in larghe sfere della cultura italiana. Non dimentichiamoci che durante il fascismo era diffusa tra molti intellettuali (che pure non erano fascisti e nutrivano anzi sentimenti democratici) la pratica del nicodemismo la quale consisteva nel rendere il dovuto omaggio al regime riservando alla propria coscienza le intime credenze di libertà“.

Nicodemo era il fariseo che di giorno faceva il fariseo e di notte andava a parlare con Gesù. Il nicodemismo, e cioè la pratica della dissimulazione, fu uno dei cardini della spiritualità italiana e europea durante la Controriforma cattolica, ed è il danno più grave che la Controriforma ha inflitto alle strutture della coscienza morale del nostro popolo. Adriano Prosperi ha descritto il processo con cui si forma questa etica della doppiezza in un libro memorabile, Tribunali della coscienza. Recentemente (Democrazia e decadenza, la Repubblica, 3 febbraio) egli ha tratto spunto da un articolo del New York Times, Decadenza e democrazia in Italia, per riflettere sulle ragioni storiche del consenso di cui, nonostante tutto, ancora gode l’on. Berlusconi.

La riflessione di Prosperi si conclude così: Come nel rapporto tra personaggio e ritratto descritto da Oscar Wilde ne Il ritratto di Dorian Gray, oggi il nostro Paese e la qualità morale della nostra convivenza civile sono diventati il ritratto rivelatore della verità nascosta del personaggio Berlusconi: brutti vecchi laidi corrotti. Così li giudica l’opinione pubblica democratica dei paesi civili. Dunque, il nostro Paese è vecchio e corrotto. Più o meno uguale era stato il giudizio di Sciascia nel 1977, e definitivamente corrotta avevano giudicato l’Italia gli americani e gli inglesi nel 1944. Nel 1915 i francesi espressero seri dubbi sullo spirito battagliero degli italiani e sulla capacità dello Stato di affrontare una guerra che si prevedeva lunga, e Antonio Salandra dichiarò che Giolitti era contrario all’entrata in guerra perché non si fidava dell’esercito italiano: in Libia abbiamo vinto solo quando eravamo in dieci contro uno, avrebbe detto, ma Giolitti smentì duramente.

L’Italia – il popolo, lo Stato – suscitò questa impressione di vecchiezza e di corruzione in molti degli intellettuali e dei giornalisti che la visitarono tra il 1870 e il 1914 . È il peso della storia: il piacere di essere veramente giovani, giovani dentro, è negato a chi è erede di troppa gloria. È il peso dei tribunali della coscienza, dei pulpiti, delle sacrestie, della filosofia cattolica del perdono che ti perdona tutto purché tu dica d’essere pentito, e sappia batterti il petto, e cioè te lo batta rumorosamente, perché tutti ti vedano. Se lo Stato italiano è nato già vecchio e sgangherato, le brutture di oggi non possono dipendere tutte dal solo Presidente del Consiglio. Anche il potere più saldo, più inattaccabile e più tetragono si specchia fatalmente nei suoi oppositori.

E quale sia lo stato del più consistente partito di opposizione sabato sera l’ha spiegato, da Fazio, Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, raccontando che per orientarsi nella sede romana del PD serve una pianta topografica, poiché ad ogni piano sono alloggiate correnti e sottocorrenti. Del resto, i dirigenti nazionali del PD non riescono a esprimere un giudizio univoco nemmeno sulle primarie di Napoli. Penso, infine, che questa classe politica non rappresenti compiutamente il Paese: la legge elettorale che l’ha portata al potere e ve la mantiene venne definita una porcata dal suo stesso redattore. Non mi pare che Casini, Fini, Bersani e D’Alema abbiano protestato contro la porcata: i listini bloccati fanno comodo a tutti.
(Foto: Quadro di Honorè Daumier: Don Chisciotte all’attacco e Sancho Panza che guarda).

LA STORIA MAGRA

LEGALITÁ E DIRITTI UMANI ALLA “POERIO”

Educazione alla Legalità e riflessione sui Diritti umani alla Scuola Media Carlo Poerio tra creatività e fantasia. Di Annamaria Franzoni

Tra le sfide educative che la Scuola Media Statale Carlo Poerio di Napoli si pone, la riflessione sui diritti umani e sulla legalità occupa un posto di rilievo, al fianco di tutte quelle tematiche che rafforzino la consapevolezza di essere cittadini liberi in grado di pensare e scegliere e che supportino la crescita dei giovanissimi, sviluppando capacità e competenze di carattere espressivo-relazionali.

In particolare il progetto che ha avuto inizio la scorsa settimana si articola in due tematiche distinte attraverso un primo modulo intitolato “Lo sguardo dentro e intorno”, finalizzato prioritariamente ad una riflessione sui diritti umani ed un secondo modulo, “Il processo nella giungla”, orientato al raggiungimento degli obiettivi di educazione alla legalità ed alla cittadinanza.

Tale progetto si ispira al concetto di istruzione e formazione, raccomandato dalla “Strategia di Lisbona” che insegue il raggiungimento delle competenze chiave tra le quali emergono il saper riflettere ed osservare il mondo in cui si vive, difendere e favorire lo sviluppo e la libertà di abilità creative, espressive, intellettive ed emozionali, perseguendo il principio della ‘responsabilità partecipativa’ alla vita della comunità di appartenenza, attraverso esperienze che educhino al confronto e al rispetto di se stessi e degli altri e che favoriscano l’interiorizzazione delle norme del buon vivere civile.

Partner di tale attività è la Fondazione “Alessandro Pavesi” che opera sul territorio partenopeo e che già negli anni scorsi ha offerto un valido contributo alla realizzazione di attività formative nella scuola media Poerio, attraverso un serio ed attento impegno civile e sociale.
La Fondazione Alessandro Pavesi Onlus, infatti, svolge numerose attività tra le quali si distinguono: la legalità nelle strade di Napoli, volta alla promozione di una maggiore attenzione verso il rispetto delle regole; il volontariato rivolto in particolare ai giovani del quartiere della Sanità; i progetti nelle scuole per la conoscenza e il rispetto dei diritti umani e le giornate dello sport.

La dirigente dell’Istituto, dott.ssa Daniela Paparella, quindi, ha avviato, in collaborazione con i docenti e con l’apporto della Fondazione un’attività foriera di pratiche innovative, all’interno delle quali gli adulti di riferimento assumeranno il ruolo di facilitatori, piuttosto che di dispensatori di sapere, mentre i veri protagonisti della costruzione della conoscenza dovranno essere gli alunni.

Essi pertanto acquisiranno competenze e apprenderanno conoscenze tramite strategie di problem solving e del learning by doing dando libero sfogo alla creatività e alla fantasia che caratterizza i giovani adolescenti e realizzeranno come prova d’opera finale, un fumetto, ed un lavoro teatrale che costituiranno la testimonianza tangibile del percorso formativo intrapreso e che a fine percorso sarà rappresentato presso il teatro dell’Istituto Grenoble di via Crispi a Napoli.
(Fonte foto: Rete Internet)

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

“LA VETRINA DEI POTENTI CHE PARLA SOLO CON SÉ STESSA”

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Dialoghi e riflessioni tra i personaggi animati dal prof. Giovanni Ariola, sulla crisi economica e i potenti. “Sapremo riabituarci al poco?”.

Il prof. Carlo, guardando dalla finestra i tetti di fronte coperti da un leggero strato di neve, sospendendo per un attimo i pensieri, ha come l’impressione che il mondo là fuori sia immobile e che i tanti cambiamenti che continuamente lo coinvolgono e travolgono siano del tutto illusori. Non è infatti lo stesso paesaggio osservato l’anno scorso? Non è la stessa neve vista, toccata da ragazzo?

Strana sensazione, subito spazzata via dalla coscienza della realtà e del presente così diversi dal passato anche recente. Sì, tutto è diverso e ogni giorno che passa ci si trova di fronte a situazioni nuove. Come diverso questo inizio Duemila dai primi anni del Novecento: allora un’euforia economica, politica e culturale, invece in questo decennio appena trascorso una lenta, graduale inarrestabile depressione e quasi implosione con rischio di precipitare nel buco nero di una realtà decrepita, disgregata e aggredita da azioni insensate degli umani, in preda a pulsioni e imperativi patologici di autodistruzione!

Ha appena finito di leggere un articolo sul forum che si è svolto a fine gennaio, come ogni anno dal 1971, quando fu istituito dal professore tedesco Klaus Schwab, a Davos, splendida località turistica sulle Alpi svizzere, il World Economic Forum (WEF), al quale hanno partecipato capi di Stato, presidenti di banche centrali, centinaia di ministri economici, premi Nobel, scienziati e personalità del mondo accademico, migliaia di imprenditori, molti plurimiliardari del pianeta. Per fare che cosa? Per occuparsi dei problemi del mondo? Per cercare insieme una qualche soluzione e accordarsi alla fine su una linea operativa comune?

– Caro Eligio – dice rivolto al collega che sta anche lui leggendo la stessa notizia su altro giornale – anche quest’anno l’incontro a Davos finisce per essere un’occasione per i singoli partecipanti per lucrare un guadagno personale, in parole povere per concludere vantaggiosi business (affari), o al massimo, da parte di alcuni capi di Stato più vigili (più furbi e responsabili) (Germania, Francia), per fare accordi che tirino acqua al mulino del proprio paese alla faccia del bene comune europeo…anzi, per dirla con un bel neologismo, di Eurolandia (= il paese dell’euro. Termine formatosi sul modello di Finlandia e Groenlandia)…

– Eppure – ribatte il prof. Eligio – secondo i sostenitori del forum, questo persegue il nobile scopo di promuovere un dibattito su come “migliorare il mondo”….
– Ha scritto bene Moisés Naìm, scrittore e giornalista venezuelano, membro dell’IMC (International Media Council), organo del WEF e presidente del Gruppo dei Cinquanta, composto dai direttori generali delle più grandi industrie del Sudamerica: “Le riunioni su povertà, ambiente o conflitti militari sono tanto frequenti quanto le discussioni su argomenti legati ad aziende e affari. Tuttavia, la verità è che la ragione principale per cui professionisti tanto indaffarati si recano in un posto così lontano e scomodo come Davos non sono le tavole rotonde, quanto la possibilità di sviluppare una rete di contatti e rapporti con gli altri partecipanti…Dubito che a Davos vengano prese decisioni importanti.”(“Il Sole 24 Ore” del 30/1/2011)

– Molto significativo e illuminante il titolo che Francesco Guerrera, caporedattore del Financial Times ha dato al suo articolo del 31 gennaio scorso “Davos una vetrina per un’elite globale che parla solo con se stessa”…
– E alla fine – si chiede il prof. Carlo – che cosa si è concluso? Il mondo continua ad avere i suoi problemi che diventano sempre più drammatici. E a dire che non è che non ne siano consapevoli. “Il WEF 2011? – ha confessato l’AD (Amministratore delegato) della Lehman Brothers, società finanziaria statunitense attualmente coinvolta in una colossale bancarotta, come riferisce Gianni Riotta (Il Sole 24 Ore del 30/1/2011) – È cominciato nella speranza ed è finito nell’ansia. Ma sa qual è la differenza tra questa edizione e quelle seguite alla crisi finanziaria 2008? Allora era l’economia a far paura, ora è il mondo”.

E in effetti se una delle cause di questa crisi economica che ha investito la maggior parte del pianeta è il processo di globalizzazione non ben governato, non si può ignorare che il mondo stesso presenta una realtà fisica e sociologica di una problematicità estrema, anzi prossima ad un collasso irreversibile, e qualsiasi tentativo di una efficace governance (=processo attraverso il quale si affrontano e si gestiscono collettivamente i problemi della società o di una particolare situazione) risulta fallimentare. Non a caso i numerosi scienziati partecipanti alla sesta edizione del Festival delle Scienze, tenutasi a Roma all’Auditorium Parco della Musica, dal 20 al 23 gennaio scorso, hanno scelto come tema da trattare e su cui discutere “La fine del mondo. Istruzioni per l’uso”.

È stato ribadito in quella sede che la fine del pianeta o almeno un danneggiamento irreparabile potrà avvenire non tanto per cause naturali che pure continueranno a pesare, quanto per le conseguenze dei comportamenti umani e delle decisioni politiche e quindi proprio della governance più o meno idonea.

– So che sei stato a Roma proprio in quei giorni. Hai partecipato al Festival?
– No purtroppo! Sono andato perché invitato ad un concerto che si è tenuto nella Basilica di Sant’Anselmo all’Aventino in occasione della giornata della memoria. Un concerto molto toccante. Un quartetto di ottoni, un organo e un coro hanno presentato la Dachauer Messe (o Missa Dachoviensis = Messa di Dachau) del padre Gregor (al secolo Theodor) Schwake.

Di seguito sono stati eseguiti 8 pezzi per il Libro di Fullen per baritono, coro maschile e organo, composti da Pietro Feletti, un notaio di Comacchio (n. nel 1891 e m. a Ferrara nel 1986) donato alla musica, nel campo di prigionia di Fullen. Il concerto è stato organizzato dall’Istituto di Musica Concentrazionaria che ha sede a Barletta e che si occupa dello studio, ricerca e catalogazione dell’intero corpus musicale scritto dal 1933 al 1945 da musicisti prigionieri o deportati nei campi di concentramento del Terzo Reich, del Giappone, della Repubblica di Salò, degli Alleati e dell’Unione Sovietica.

– Per tornare all’evento di Davos, ritengo che dopo la crisi delle ideologie novecentesche e dei sistemi economici relativi, con questo tsunami che si sta abbattendo sul mondo, con l’imporsi delle economie della Cindia o meglio del gruppo BRIC, sia urgente trovare una via alternativa…
– Non è facile …La questione è complessa tanto più che coinvolge diversi ordini di responsabilità: morale, sociale, politica…

– Diciamo anche culturale, in genere, e perfino religiosa…Trovo interessante quanto ha scritto Edmondo Berselli nel suo prezioso saggio composto poco prima di morire: “Come terapia sociale , occorrerà guardare alla nostra storia, per vedere su che cosa si è fondata. Ed è superfluo ripetere che alle nostre spalle c’è un passato di redistribuzione, quel sistema realizzato dalle democrazie cristiane (i due termini significativamente separati nel testo – Nota del sottoscritto) e dalle social democrazie europee…Nel frattempo noi europei proveremo a vivere sotto il segno meno: meno ricchezza, meno prodotti, meno consumi. Più poveri, insomma” (“L’economia giusta”, Einaudi, 2010, p.97)

– Sì la redistribuzione…Potrebbe essere la parola magica…l’idea per ripartire…Purché si adottino moduli operativi non più legati alle ideologie novecentesche. Purtroppo…restano tante difficoltà, la prima di tutte quella di coniugare libertà individuale e giustizia sociale. E poi, caro Eligio, chi ha cominciato con il poco sa come si fa a vivere di poco; viceversa chi conosce solo l’abbondanza e lo spreco non potrà mai abituarsi ai sacrifici, se non in una situazione di calamità e di necessità estrema che comunque non auguro a nessuno. La nostra fanciullezza, lo sai bene, fu fatta di scarpe risuolate, di vestiti rattoppati, di cappotti rivoltati, di serate buie, illuminate appena da lucette anemiche coadiuvate da candele e lumi a petrolio, da case fredde mal riscaldate dall’ossido di carbonio di un braciere, di pane raffermo e di massime severe e inderogabili: “’o ppane nun se jetta manco quanno è sciuruto”(“il pane non si getta neppure quando è ammuffito”).

Sapremo riabituarci al poco? O almeno sapremo rinunciare a qualcosa “per migliorare il mondo”? Noi anziani forse sì, ma le nuove generazioni?

LA RUBRICA