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“La verità delle donne”: un libro, documento e narrazione, che dà voce alle donne vittima di violenza nell’infinito conflitto in Colombia, sbarca in Italia ed è in procinto di pubblicazione.

 

La questione, purtroppo, non è nuova, e tuttavia, non è affatto risolta: la Storia, che dalle donne è vissuta sempre come vittime e spesso come protagoniste di sopravvivenza e riscatto, non è mai dalle donne raccontata. Non stiamo parlando, ovviamente di donne che si occupino di Storia in qualità di studiose, storiche o giornaliste. Stiamo parlando proprio dell’altra metà del cielo, del surplus di violenza che le donne subiscono, dagli stupri cosiddetti di guerra, alle mattanze di famiglie intere nei villaggi, al razzismo che su di loro trova terreno privilegiato di sfogo e di un racconto che generalmente manca: il racconto fatto dalle protagoniste di questa storia. Che è centrale per qualunque Storia con la “s” maiuscola.

Lo scorso giovedì 9 maggio nella Casa delle Donne Bene Comune di Napoli si è svolta una bella iniziativa per appoggiare la pubblicazione in Italia di un volume molto significativo per questo discorso: “La verità delle donne – vittime del conflitto armato in Colombia”. Il libro è stato pubblicato a Bogotà nel 2013 con l’appoggio finanziario del OXFAM  e de l’ AECID, Agenzia Spagnola di Cooperazione Internazionale per lo Sviluppo ed è il frutto del lavoro de La Ruta Pacifica de Las Mujeres, un’organizzazione di donne colombiane, sorta nel 1996 , che raccoglie più di trecento gruppi e associazioni, tutti accomunati dal fine di combattere la violenza e la discriminazione di genere e di raggiungere la pacificazione nel paese. Si tratta di un movimento femminista, pacifista e antimilitarista che mira alla costruzione di un’etica della non violenza. Le Donne in nero sono da anni in contatto con questa organizzazione e sono proprio loro che si stanno occupando della traduzione e che cercano sostegno per la pubblicazione in Italia. L’evento è stato introdotto  da Nadia Nappo e presentato da Maria Rosaria Mariniello, che ha anche mostrato un video e una serie di scatti riguardanti la Ruta, le loro manifestazioni e il loro modo specifico di affrontare la riparazione delle violenze, ridando voce al corpo attraverso la pittura corporale, i colori, la danza. L’incontro è stato sostenuto dalle letture e dai canti di Susanna Poole e si è concluso con un mandala e una cena, veicoli, a diverso livello, di socialità e solidarietà.

Il libro che si intende pubblicare è stato redatto dalla Commissione Verità e Memoria delle Donne Colombiane con un gruppo di più di settanta donne tra documentariste, ricercatrici, collaboratrici, addette all’inserimento dati, codificatrici e coordinatrici generali e regionali, tra cui Kelly Echeverry, già intervistata anni fa su queste colonne. Il Rapporto pone l’accento sull’esperienza delle vittime e sistematizza il processo portato avanti e coordinato dalla Ruta Pacífica de las Mujeres. Nel primo volume si trova un’analisi dell’esperienza delle vittime, che  viene raccontata a partire dalla voce di più di mille donne meticce, afrodiscendenti e indigene, che hanno sofferto sulla propria pelle gli orrori della guerra e conservato, per anni o addirittura per decenni, quei ricordi nel loro corpo e nel loro cuore. Le conseguenze della violenza sulle donne non sono semplici danni collaterali di un conflitto armato, sono ferite che bisogna accogliere e che esigono un riconoscimento. Le mutilazioni, la violenza sessuale, le gravidanze forzate, le conseguenze sulla maternità e l’impatto sui rapporti fra uomini e donne trovano radice nella violenza subita e commessa da uomini. Spesso le tracce di questi orrori restano invisibili, ma sono proprio queste ferite insanabili a mettere in questione un sistema, un’ideologia e una cultura dominante che vede nelle donne dei meri oggetti di controllo, di violenza o di disprezzo. La violenza di genere è infatti un fenomeno radicato nel contesto colombiano, che dalla situazione di guerra viene solo acuito e incrementato. Si tratta di un continuum delle violenze, che dall’ambito domestico si propaga a quello pubblico. Insomma  il controllo dei corpi, già largamente attuato in tempo di pace, assume un ruolo chiave poi nel conflitto armato. Come dice l’antropologa statunitense Nancy Scheper-Hughes, si tratta di un “continuum genocida”: in tempo di pace alcune forme di violenza sono istituzionalizzate e producono modelli di controllo, che vengono poi potenziati in tempo di guerra.

Ma le donne non sono solo le vittime della violenza, sono anche coloro che mettono in atto straordinarie forme di resistenza. Straordinarie perché basate sull’appoggio reciproco e sull’organizzazione, sul silenzio e sull’autoprotezione. Sulla ricerca di sostegno per la propria famiglia, e in modo particolare per i figli e le figlie, che sono nella stesso tempo la loro massima preoccupazione e la più forte motivazione alla sopravvivenza. Il secondo volume  di questo rapporto raccoglie i racconti delle donne relativamente ai fatti di violenza. Le condanne a morte extragiudiziali e i trasferimenti forzati, che hanno rappresentato una violenza generalizzata con al suo interno altre violenze, come quella contro il diritto alla terra, al lavoro, alla cultura. La tortura ha assunto in Colombia una dimensione collettiva in quanto parte di un terrore che doveva fungere da esempio per generare paralisi o fughe di massa, e ha colpito spesso le donne in caso di detenzione o sequestro. Quella che emerge dai racconti è una violenza multiforme, tanto che il 25% delle donne intervistate riferisce di aver subito nel corso della propria vita più di sei diversi tipi di violenza. L’età oscilla tra i 17 e gli 83 anni, con una età media di 45. Sebbene comuni siano la memoria dell’orrore e la condizione di “sopravvissute” in un contesto di conflitto armato, diversi sono i luoghi di provenienza (le interviste sono state condotte in 11 dipartimenti su un totale di 32, anche se molte donne riferiscono di fatti accaduti in altri dipartimenti in cui sono state costrette a fuggire per difendersi dalla violenza) e diverse sono le identità etniche (46,8% meticce, 26,3% afrodiscendenti, 5,7% indigene e 21,2% altra identità etnica) delle intervistate.

Le riflessioni delle donne sulle riparazioni tradiscono la consapevolezza della irreparabilità delle sofferenze subite, delle vite perdute e dei progetti di vita troncati. Ma tale coscienza è al tempo stesso un fattore di mobilitazione, perché afferma l’importanza della verità e del riconoscimento come parte di una cultura dei diritti umani che deve essere alla base della ricostruzione del tessuto sociale.

Il documento è liberamente consultabile e scaricabile sulla pagina web della Ruta Pacífica de la Mujeres, dove è possibile trovare anche una versione ridotta del dossier.