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PERstradaPERcaso, “Torneremo con nostra figlia”: la solitudine digitale della generazione anni 50

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Social network, informatica, SPID, PIN, password. Il mondo di oggi parla una lingua nuova, che corre veloce verso un futuro sempre più digitalizzato. È il segno del progresso, una spinta vitale che appartiene soprattutto ai giovani e alla loro naturale proiezione verso il domani. Eppure, questa corsa lascia dietro di sé anche una scia di solitudine.
La vedo nella mia generazione, quella nata negli anni Cinquanta, che oggi fatica a tenere il passo e a rinunciare a certezze costruite in una vita intera.
Siamo una parte di popolazione che cerca ancora lo sguardo del cassiere in banca e che accetta volentieri l’attesa in posta pur di parlare con una persona in carne e ossa. Per noi, spiegare un problema al medico di base non dovrebbe dipendere da una piattaforma online, e il cellulare vorremmo continuasse a essere soltanto un ponte per accorciare le distanze con le persone che amiamo.
Invece, spesso si è trasformato in una fonte di ansia continua, tra notifiche, codici, password e la paura costante di cadere in qualche trappola informatica. È un isolamento silenzioso, un’esclusione automatica che fa male.
Qualche giorno fa ho toccato con mano questa realtà nell’ufficio postale di Sant’Anastasia, il mio paese.
Ero in fila, in attesa del mio turno per i soliti pagamenti mensili. Davanti a me, allo sportello, c’era una coppia di coetanei, marito e moglie sulla settantina. Senza volerlo, ho iniziato ad ascoltare il loro dialogo con la consulente finanziaria.
L’operatrice è stata splendida: gentile, paziente, disponibile. Tanto che, alla fine, mi sono sentito in dovere di farle i complimenti. Eppure, tra lei e quei due anziani coniugi si percepiva un muro invisibile. La conversazione era fatta di parole estranee, codici, richieste continue di PIN e password che per loro suonavano come cifrari incomprensibili.
La resa è arrivata negli occhi del marito e poi nelle sue parole:
“Non ci capisco niente… torneremo con nostra figlia, appena avrà tempo”.
Quella frase mi è rimasta dentro, pesante come un macigno. In quel “quando avrà tempo” ho sentito tutta la fragilità di chi si scopre improvvisamente dipendente dagli altri anche per i gesti più semplici e quotidiani. È la fotografia di una realtà amara: nella fretta di digitalizzare ogni cosa, stiamo togliendo autonomia e dignità a un’intera generazione.
E allora mi chiedo: è davvero questo il progresso?
La tecnologia dovrebbe aiutare le persone, non escluderle. Dovrebbe semplificare la vita, non trasformarsi in una barriera per chi non riesce a stare al passo con una società che cambia troppo velocemente.
Forse la vera modernità non sta soltanto nell’innovazione, ma nella capacità di non lasciare indietro nessuno.
Per il progetto #Legatialfilo2026 a favore dell’Ospedale Santobono
Ciro Notaro
autore solidale #PerStradaPerCaso
Il Mediano.it
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