In tempi di campagna elettorale le parole diventano armi, ma potrebbero essere ponti. L’antica arte oratoria della politica, fatta di pensiero, ritmo e rispetto, sembra lontanissima dai talk show urlati e dagli slogan aggressivi che ci accompagnano oggi. In questo articolo esploriamo come i politici parlano agli e come, invece, dovrebbero farlo: con verità scomode, promesse realistiche, linguaggio inclusivo e responsabilità. Un piccolo vademecum di cosa dovrebbe dire – e soprattutto non dire – il candidato “quasi perfetto” che meriteremmo alle urne.
Essere sempre “sul pezzo” è una mia caratteristica che deriva proprio dalla mia attività – lasciata e ripresa negli anni – di redattrice. Chi si occupa di informazione deve esserlo. Ed è questo il motivo per cui, oggi, in pieno clima elettorale, mi sono posta una domanda relativa alla comunicazione verbale dei candidati ideali. E qui rispondo.
C’è stato un tempo in cui in politica era anche arte oratoria. Nell’agorà greca e nel foro romano si studiavano la parola, il ritmo, la pausa. Un discorso politico era un abito su misura: cucito con logica, visione, rispetto dell’avversario. Parlare in pubblico non significava urlare più forte, ma pensare meglio.
Oggi di quella tradizione ci è rimasto più il mito che la pratica. Durante le campagne elettorali assistiamo spesso a monologhi aggressivi, slogan urlati, frasi spezzate da applausi pilotati e dichiarazioni che sembrano scritte per il titolo di un talk show, non per la vita reale delle persone. Il volume è aumentato, la qualità è diminuita.
Molti politici parlano al pubblico come se fosse un bersaglio, anziché un interlocutore.
Si rivolgono agli elettori:
– per semplificare troppo, fino a diventare banali;
– per spaventare, creando nemici e paure;
– per dividere: loro contro noi, buoni contro cattivi;
– per promettere miracoli irrealizzabili, che durano meno di un ciclo di notizie.
Eppure le donne e gli uomini che ascoltano hanno un’intelligenza emotiva, oltre che logica, finissima: sentono subito quando una parola è vuota, quando un tono è falso, quando un sorriso è solo un esercizio di facciata.
La fiducia – oggi più che mai – non si conquista con il volume della voce, ma con la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si è.
Come dovrebbe parlare, allora, il candidato “quasi perfetto”, quello che meriteremmo tutte e tutti?
Prima di tutto, dovrebbe dire molte più verità scomode e molte meno frasi comode e, qui, chiarisco.
Dovrebbe:
– spiegare la complessità senza trattare il pubblico come uno sprovveduto;
– ammettere cosa non potrà fare, oltre a ciò che promette di fare;
– usare esempi concreti, storie vere, dati chiari;
– parlare alla testa e al cuore, non solo alla pancia.
Le parole giuste sono quelle che includono. Non “la gente”, ma le persone. Non “le categorie”, ma le vite.
Un candidato consapevole usa verbi che aprono: possiamo, costruire, cambiare, prenderci cura. Non solo combattere, distruggere, abbattere.
E poi c’è il capitolo delicatissimo di ciò che un candidato non dovrebbe dire.
Non dovrebbe:
– umiliare, insultare, etichettare chi la pensa diversamente;
– usare la paura come strumento di controllo;
– trasformare ogni domanda scomoda in un attacco personale;
– cavalcare la rabbia senza offrire soluzioni reali.
Un linguaggio così non è solo poco elegante: è tossico. Lascia nell’aria una stanchezza sottile, un cinismo che ci allontana ancora di più dalla partecipazione.
Da coach esperta di comunicazione, so che il modo in cui parliamo crea il nostro mondo. Vale per le relazioni, vale per il lavoro, vale – ancora – per la politica.
In campagna elettorale le parole non sono mai innocue: o generano fiducia, o alimentano sfiducia.
Come sono solita fare vi lascio esempi pratici per allenare il politico che è in noi ad una comunicazione verbale capace di rendere, al meglio, il nostro pensiero.
Invece di dire: Andremo al governo e cambieremo tutto in cento giorni.
Meglio dire: Se ci darete fiducia, nei primi cento giorni ci impegniamo su tre obiettivi realistici e misurabili: questo, questo e questo. Altre riforme richiederanno più tempo e compromessi, e su questo voglio essere onesta con voi.
Invece di dire: La colpa è dei soliti nemici: migranti, Europa, burocrazia.
Meglio dire: I problemi che viviamo hanno molte cause: economiche, sociali, internazionali. Non esistono capri espiatori magici. Possiamo però prendere tre decisioni concrete per migliorare la situazione, insieme, senza cercare un “mostro” a cui dare tutta la colpa.
Invece di dire: Noi siamo i buoni, loro sono il disastro totale.
Meglio dire: Abbiamo visioni diverse da quelle dei nostri avversari su punti chiave: lavoro, scuola, sanità. Vi spiego cosa proponiamo noi, perché pensiamo che funzioni meglio e come potrete verificarlo nei fatti. Non vi chiedo di tifare per me, vi chiedo di valutare con la vostra testa.
Il candidato di cui abbiamo bisogno è quello che sa usare la comunicazione come un ponte. Che sa dire “non lo so, mi informo”, invece di improvvisare. Che sceglie di rassicurare con la competenza, non con la retorica.
La vera modernità, oggi, la vera avanguardia, l’innovazione, potrebbe essere quella – coraggiosa – di parlare meno per farsi notare e di più per farsi capire. Con parole chiare, pulite, responsabili.
Perché il voto passa da una scheda, ma nasce sempre da una voce. E quella voce, se è onesta, si riconosce subito.






