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Rapporto choc Eurispes Coldiretti 2013 sulle agromafie

Le mani della camorra sulle nostre tavole: un fenomeno sempre più crescente.

Agromafie, crimini agroalimentari in Italia: il secondo rapporto Eurispes Coldiretti 2013 è raggelante perché ci fa ben comprendere come le mafie siano ormai infiltrate nella nostra vita quotidiana. Sono sulla nostra tavola, nelle nostre sporte al supermercato. Basta leggere appena l’introduzione del presidente Eurispes Gian Maria Fara, per avere coscienza piena dell’appetito delle mafie.

Cibo, alimentazione, agricoltura, alimentazione sono per i politici impegni, come dire, «accessori», eppure – come ben sottolinea Fara, «la gestione delle questioni inerenti l’agricoltura si riverbera sul territorio, sul turismo, sulla salute, sull’ecologia e sull’economia in generale». Ma rimane una «Cenerentola». E non si pensa nemmeno a una politica interdisciplinare, anzi: ministeri diversi intervengono su aspetti parziali ancorché connessi, spesso con decisioni e provvedimenti a dir poco inconciliabili.

«Da anni – scrive il presidente Eurispes – viene proposta da più parti l’istituzione di un Ministero dell’Alimentazione con competenze agricole e forestali, energetiche, ambientali, ma anche economiche, commerciali, educative, senza che questo appello trovi reale ascolto. Così come occorrerebbe comprendere l’importanza della formazione degli stessi magistrati, spesso impegnati nella lotta alle attività di penetrazione delle organizzazioni criminali nel settore agroalimentare senza una specifica e approfondita esperienza. Tanto è confusa e contraddittoria l’azione dello Stato tanto è viva e mirata quella delle organizzazioni criminali».

Sì, dal momento che le mafie al contrario dello Stato, il settore alimentare non l’hanno mai trascurato ma «scalato» con approccio imprenditoriale, da holding finanziaria. «In questa opera di infiltrazione – continua Fara – le mafie stanno approfittando della crisi per penetrare nell’imprenditoria legale, visto che quello dell’agroalimentare rimane un comparto vivo perché del cibo, anche in tempi di difficoltà, nessuno potrà fare a meno, indipendentemente dalle congiunture economiche. Controllano in molti territori la distribuzione e talvolta anche la produzione di latte, carne, mozzarella, caffè, zucchero, acqua minerale, farina, pane clandestino burro e, soprattutto, di frutta e verdura». Perché le mafie i capitali li hanno. Disponibili, cache.

Estorsioni e intimidazioni sono poi strumenti sicuri per imporre la vendita di determinate marche e prodotti agli esercizi commerciali, quando non li rilevano. Sono infatti almeno cinquemila in Italia i locali di ristorazione direttamente in mano alla criminalità organizzata (bar, ristoranti, pizzerie), nella maggioranza dei casi intestati a prestanome. Questi esercizi sono utilizzati anche come centrali sul territorio per il riciclaggio del denaro sporco. In alcuni casi, affiliati dei clan rappresentano specifici marchi alimentari la cui commercializzazione impongono nella loro zona di influenza. L’attività mafiosa esprime una vasta gamma di reati: usura, racket estorsivo, furti di attrezzature e mezzi agricoli, abigeato, macellazioni clandestine, danneggiamento delle colture, contraffazione e agropirateria, abusivismo edilizio, saccheggio del patrimonio boschivo, caporalato, truffe ai danni dell’Unione europea.

Si stima che il volume d’affari complessivo dell’agromafia sia quantificabile in circa 14 miliardi di euro. A ciò si aggiunge il fatto che ogni anno l’Unione europea eroga all’Italia 7 miliardi di euro per il sostegno all’agricoltura, una cifra che non può non sollecitare l’appetito mafioso. I vantaggi sono evidenti, più che lapalissiani: guadagni diffusi nel tempo, scarsi rischi, sanzioni penali insufficienti e non adeguate, controllo del territorio. Distruggendo al contempo il mercato legale e libero, strozzando l’imprenditoria onesta, compromettendo la qualità del made in Italy. Pezzi interi dell’economia italiana sono oggi usati per «lavare» il denaro sporco.

Dietro i marchi legati alla nostra tradizione si celano, si spiega nel rapporto Eurispes, « contenuti raccattati in giro per il mondo, conservati e trattati in spregio alle più elementari norme di sicurezza, rettificati, aggiustati, corretti, insomma sofisticati sino a raggiungere una minima somiglianza con quelli che un tempo erano stati i prodotti originali. Ciò vale in particolar modo per l’olio, i pomodori inscatolati, le produzioni lattiero-casearie e per tanti altri alimenti il cui elenco si allunga ogni giorno di più. Per non parlare del business che si è sviluppato nella produzione di mangimi per gli animali nella cui preparazione vengono utilizzati ogni sorta di rifiuti, di scarti di lavorazione attraverso processi di trasformazione chimica.

Stessa sorte tocca spesso, come indagini della magistratura confermano, ai cibi destinati al consumo quotidiano sulle nostre tavole: scaduti da anni, adulterati e immessi nei principali circuiti di vendita senza nessuno scrupolo». Poi c’è l’opera di costante falsificazione: basti pensare all’olio extravergine di oliva messo in vendita sugli scaffali dei supermercati a prezzi irrisori, se veramente il prodotto corrispondesse alla sua rappresentazione. Osservando i prezzi offerti al pubblico, si potrebbe pensare che le aziende produttrici abbiano deciso di trasformarsi in enti di beneficenza. Naturalmente così non è, ma al consumatore viene data l’illusione di non aver modificato gli standard qualitativi ai quali era abituato.

Possiamo così consumare mozzarelle di bufala campana prodotte con latte congelato polacco o rumeno e pomodori pelati coltivati in Cina ma confezionati in Italia. O così come regolarmente accade per un famoso pastificio, che fa dell’italianità una vera e propria bandiera e poi utilizza principalmente grano ucraino lavorato e confezionato in Turchia o in Grecia. E le mafie – salta agli occhi nel rapporto –in agricoltura non si fanno la guerra, non si mettono in concorrenza, ma spartiscono i proventi illeciti mettendo da parte le faide tra clan. Fanno «cartello» e alterano il mercato causando una sorta di monopolio all’insaputa di migliaia di attori coinvolti, a partire dai produttori.

Le forze dell’ordine combattono ogni giorno questi fenomeni e si evince dai numeri, altissimi, di sequestri, confische, operazioni ad hoc. Ma è nel tessuto a maglie larghe dello stato italiano, il problema vero. Ed in quello, a trama ancor più smagliata, delle normative europee.
(Fonte foto: Rete Internet)

 

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