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PAROLE E PASSIONI AL SERVIZIO DEL VINO

Chi descrive i vini è condannato alla caccia della parola capace di esprimerne il mistero, la natura una e molteplice, e volubile di odori, sapori, vigori, forme e voci. Di Carmine CimminoÈ una battaglia affascinante. Ogni momento il mondo cerca di sommergerci in un’alluvione di immagini e di pensieri, e noi tentiamo di restare a galla aggrappandoci al linguaggio, cercando la parola che illimpidisca nella chiarezza dei concetti il mobile colore delle percezioni, l’impeto delle passioni, il flusso dei sentimenti: che domini le onde.

Se sbagliamo parola, le onde ci ingoieranno. Vittorio Agamben ha ricordato, nel libro “Il sacramento del linguaggio“, che la maledizione è, letteralmente, l’atto espressivo in cui la parola e la cosa restano due mondi estranei e antitetici. Il vino ha un’anima, ed è un’anima che canta, dice Baudelaire, e sfida tutti i nostri sensi. Chi descrive i vini è condannato alla caccia della parola capace di esprimerne, nella sintesi vertiginosa dell’immagine netta e definitiva, il mistero, la natura una e molteplice, e volubile di odori, sapori, vigori, forme e voci.

Sante Lancerio, il bottigliere di Paolo III, sperimentò per primo l’ossessiva necessità di catturare nella parola l’anima del vino, di ritornare al momento archetipo in cui, grazie alla potenza simbolica del linguaggio, le cose “esistono“, exsistunt, vengono fuori, letteralmente, già formate e significanti, dall’indistinta confusione del caos. È il 1536. Nel viaggio di ritorno dalla Provenza, “dove gli uomini, non buoni, fanno li vini meno buoni di loro“, Paolo III passa anche per Fano, “città bella ma piccola, che fa buon vino et ha belle donne. Qui vicino è Fossombrone che fa ottimo vino, et qui Sua Santità venne a Sinigallia, che ha grandi boccali e tristo vino.”.

In tre righe c’è tutta la storia di un territorio. C’è la sua disarmonia, nel confronto tra la “grandezza“ dei boccali, che il vino tristo rende, forse, ridicola, certo inutile; c’è il dramma di questo vino dall’anima ab aeterno corrotta e malvagia, predestinato alla dannazione, refrattario al pentimento e alla purificazione. Fano, invece, la vediamo come città armoniosa, effervescente: la bontà del vino e la bellezza delle donne, combinandosi, si moltiplicano, per gli effetti dell’analogia, in una corona di pregi e di virtù, in una esplosione di luce. A rovescio, Lancerio ci costringe a immaginare le donne di Senigallia come brutte, dentro e fuori.

“La malvagìa buona viene a Roma di Candia. Di Schiavonia ne viene la dolce, tonda e garba”. Questa malvasia esotica, che viene da Cipro e da Pola, ha un’anima triforme. Paolo III, che ovviamente sa come trattare le anime e cavare il meglio da ciascuna, con la dolce si prepara una zuppa, quando c’è tramontana: la natura buona del dolce dà calore e conforta gli spiriti vitali, mentre gli eccessi della sua natura cattiva vengono assorbiti e neutralizzati dalla sostanza miracolosa del pane e del biscotto. Con la malvasia garba il Papa usava gargarizzarsi per rosicare la flemma et collera. La immaginiamo, questa malvasia garba, come una signora di gradevole compostezza, che aborre dall’intemperanza scostumata, e va fiera della sua bellezza temperata, ispiratrice di sereni piaceri, avversa alle passioni violente.

Non sa, o forse non vuole. Ma un vero vino non può servire da brodo e per i gargarismi: deve essere nodrimento del corpo. Paolo III nutre il suo corpo con la malvasia tonda. Nulla esprime meglio dell’immagine geometrica la bellezza di questo vino che, come la sfera, è perfetto in ogni suo punto e soddisfa nella stessa misura i sensi tutti e tutte le categorie dell’intelletto. L’antitesi di un vino tondo è un vino lapposo, fumoso, matroso: insomma, un vino grasso. Un vino grasso è un vino che non è più vino: è una sostanza molle e ferma, senza colore, che non fluisce, è uno stagno feccioso, e cioè matroso, che esala non gioia, non entusiasmo, ma una nebbia che offusca e stordisce, e perciò è fumoso, che non elettrizza i nervi, ma lega attacca incolla invischia denti lingua e bocca in un impasto tenace, e dunque è lapposo.

Al grado più basso della degenerazione il vino grasso diventa opilativo. È il più fantastico tra gli aggettivi di Lancerio. Occlusivo non rende la stessa idea. Occlusivo è un aggettivo netto e feroce, è una porta che si chiude di scatto, in un attimo e per sempre. Opilativo è un bolo di unto mollume che ostruisce a poco a poco varchi e orifizi, e lascia fino all’ultimo la speranza di un lume, di una via d’uscita: ma infine appila tutto: e cala la tenebra. Il vino Greco di Nola non piace a Lancerio, che gli scarica addosso tutte le sue frecce, matroso, verdesco, agrestino, grasso, opilativo. Verdesco è un nero in cui la nobiltà dell’azzurro si inacidisce nel verde delle coliche: un verde bilioso di umori giallastri, come il colore della cute dei rospi.

Verdesco è il vino delle paludi, un vino da febbre. Il Greco di Somma è un vino nobile, possente: perciò, anche se talvolta è fumoso, anche se è in grado di offendere il celabro, il cervello, può, se vuole, mettersi al servizio del corpo, trasmettergli la sua forza e il suo tono. Come una passione “buona“, odorifera, questo Greco è pronto a obbedire alla ragione, e a rinsanguarne le pallide guance. Il Greco di Somma, in questa sua capacità di congiungere saldamente logos e pathos, è un vino filosofico: è luce e fuoco, è un titano figlio di un vulcano. Questo spiega perché il saggio e colto Paolo III ogni mattina col Greco di Somma si bagnava gli occhi “ et anco le parti virili.”.

Per la capacità di incarnare, consapevolmente, gli splendori e le miserie della Chiesa del Rinascimento, Paolo III fu un grande Papa: fu grande anche perché permise al pennello di Tiziano di ritrarre con spietata fedeltà il suo volto scavato dalla vecchiezza e dal lungo, doloroso confronto con la corruzione della natura umana e con il peccato.

Quando si stancava di misurarsi con le vette e con gli abissi, con i giganti e con i miserabili, Sua Santità trovava la quiete dell’oblio momentaneo nel Greco di Posileco, che è vino più piccolo assai del Greco di Somma, et è un dilicato bere. Posillipo, la dolcezza virgiliana del golfo, un mare da canzone, le sirene: in questa trama di corrispondenze pare naturale che questo vino piccolo e delicato non sopporti le onde vere del mare vero, e venga guastato dalle vampe della calura estiva. È un vino che non sopporta gli eccessi. E’ un vino bello, ma non grande.
(Foto: Natura morta, di Camille Pissarro, 1872-74)

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