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Questa settimana “Cibi e riti Vesuviani”, la nostra officina dei sensi, ci parla della volgarità del denaro ostentato dal cafone arricchito. E dove dà il “meglio” di sè? Ma in un banchetto, ovviamente.
Di Carmine CimminoPetronio, l”arbitro dell”eleganza, il Lord Brummel della corte di Nerone, conosceva bene Napoli. Mi piace immaginarlo mentre, affacciato al balcone di una villa, là in cima a San Martino, ascolta, come farà mille ottocento anni dopo Ferdinand Gregorovius, le voci che vengono da giù: l”armonia rumorosa, il caos ordinato dell”ultima città greca. A Napoli egli vide il trionfo di un nuovo ceto sociale, i liberti, gli schiavi liberati, che avevano messo le mani sul mercato dell”olio, del vino, della lana, e muovevano navi colme di merci da un porto all”altro del Mediterraneo.

Petronio, che dormiva di giorno e consumava la notte nel lavoro e nei piaceri, notò che da quella varia umanità era nato uno straordinario modello umano: il cafone arricchito, il pidocchio infarinato. E l”aristocratico provò, per il tipo, ripugnanza e attrazione, nello stesso tempo: osservò, notò, raccolse immagini di forme e memorie di parole, e poi disegnò Trimalchione: ed è il disegno perfetto di una figura immortale, come immortale è la volgarità del danaro ostentato. Petronio intuì che il banchetto era il “luogo” in cui l”uomo avrebbe sciorinato tutto sè stesso: e in un banchetto affollato di liberti lo fa esibire, sotto lo sguardo curioso e ironico dei protagonisti del Satyricon.

Trimalchione non entra in scena subito: ma già parlano di lui le “cose”. L”antipasto rivela la stoffa del padrone di casa: ghiri glassati di miele e di papavero, e salsicce che sfrigolano su una graticola: la graticola è d”argento, e il fuoco si alimenta di susine di Siria e di chicchi di melagrana. Poi compare Trimalchione, trasportato a spalla, a suon di musica. È un fagotto di panni, avvolto da un mantello rosso: dal fagotto vengono fuori la testa rasata e il collo, stretto in un tovagliolo listato di porpora e ornato di frange. Ma Petronio cerca il gesto, la nota visiva, che fissi per sempre nella nostra memoria il personaggio: e finalmente lo pesca mentre fa la pulizia dei denti con uno stecchino inevitabilmente d”argento: no, non fa la pulizia dei denti, “dentes perfodit”, i denti, li scava, ne scandaglia a bocca aperta la carie.

E dopo i gesti, le parole. L”ex schiavo Trimalchione fa notare che ogni ospite dispone di un tavolino per le stoviglie: così “la folla dei servi ci tormenterà di meno, con il suo fetore”. Poi fa servire un vino Falerno di cento anni, e dopo aver filosoficamente notato che un vino vive più di un uomo, conferma ai presenti che è Opimiano garantito: il Falerno fu, diciamo così, imbottigliato sotto il consolato di Opimio: e, a rigor di numeri, ha non cento, ma quasi duecento anni. “Sappiate che ieri avevo a cena persone molto più importanti di voi, eppure ho fatto servire un vino inferiore a questo”. Un ospite, il liberto Seleuco, racconta ai suoi vicini che non si lava ogni giorno: “l”acqua ha i denti, e il nostro cuore vi si scioglie giorno dopo giorno. Non potevo lavarmi proprio oggi: vengo da un funerale”.

L”immagine dell”acqua con i canini è di una potenza ineguagliabile. La battuta di Seleuco prepara un assolo spettacolare del padrone di casa: egli autorizza i presenti a scoreggiare come e quando vogliono, senza muoversi dal loro posto: “io non proibisco a nessuno di fare i suoi comodi, poichè anche i medici proibiscono di trattenersi”. A ogni battuta, la cafonaggine dell”uomo si espande, si gonfia come una bolla, si fa epica: Petronio si diverte, ma la sua invenzione, prima ancora che altissima letteratura, è scoperta antropologica: un uomo così, lui l”ha veramente incontrato, da qualche parte, e studiato. Le parole si alternano con le “cose”, e si accordano con luminosa coerenza.

Petronio, che dava alla sua eleganza la forma della naturalezza, trova la nota più alta della cafonaggine del liberto nelle portate. Una gallina di legno cova, in una cesta, uova di pavone rivestite di pasta frolla. Rotto il guscio, i commensali trovano immerso nel tuorlo pepato un beccafico, “ficedulam, “a fucetola”, bello grasso. Poi arriva in tavola la femmina di un cinghiale che porta appesi alle mammelle cinghialetti di pasta dura. Lo scalco immerge il pugnale da caccia nel fianco dell”enorme animale e dal taglio escono in volo dei tordi: ma sono già pronti gli uccellatori che li catturano con le canne. Infine i servi portano, su un”alzata, uno smisurato maiale.

Il cuoco finge di aver dimenticato di sventrarlo: e c”è tutta una pantomima tra Trimalchione e gli ospiti che chiedono il perdono per il finto smemorato. Infine, il cuoco, ottenuto il perdono, afferra il coltello e incide in più punti il ventre del porco: e dai tagli che a poco a poco si allargano vengono fuori salsicce e ventresche. Qui sta il “centro” del ritratto: il cafone è un plateale che non ha senso della misura: esiste per sorprendere e meravigliare: è un niente, e vuole apparire un tutto. Non ha rispetto nè di sè nè degli altri: manipola perfino gli odori e i sapori della natura, non rispetta i nomi delle cose.

“Il mio cuoco di una vulva ti fa un pesce, di un pezzo di lardo un colombo, di uno zampone una gallina”. Chi vive per ostentare il suo danaro si porta appresso una puzza di morte. I cafoni borghesi cercano di occultare il tanfo: con creme, profumi e sorrisi. Il borghese cafone arricchito, che è stato meravigliosamente ritratto da Gogol, da Balzac, da Simenon e da Philip Roth, proprio perchè è uno sterpo arido, crede di essere eterno. Trimalchione chiude il banchetto parlando della sua morte e piangendo. Ubertim: copiosamente. Fecondamente. È un pianto vitale, è uno scongiuro contro l”invidia. Con questa geniale intuizione Petronio evita che il suo personaggio si riduca, infine, a un manichino di legno, e ne fa, grazie a quel pianto, un uomo vivo. Cafone sì, ma ancora ruspante.
(Fonte foto: Rete Internet)

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