CONDIVIDI

Avvocato, commissario di Forza Italia a Somma Vesuviana, sfidante dell’attuale sindaco della città al ballottaggio 2014, consigliere comunale.

Attuale commissario cittadino di Forza Italia, consigliere comunale e – nel 2014 – candidato sindaco. Antonio Granato era lo sfidante che non riuscì ad avere la meglio sull’attuale primo cittadino Pasquale Piccolo in una campagna elettorale accesissima e arrivata dopo un breve commissariamento seguito alla scomparsa del sindaco uscente, Ferdinando Allocca. Avvocato civilista, il suo ingresso in politica risale a ben prima del 2000 ma fu in quell’anno che diventò segretario regionale dei Giovani Socialdemocratici e poco dopo divenne per la prima volta consigliere comunale a Somma Vesuviana. Nel 2004 si candidò al consiglio provinciale, sotto l’egida del Psdi, per il collegio elettorale Somma Vesuviana – Ottaviano – San Giuseppe Vesuviano e l’anno dopo tentò la candidatura alla Camera. Nella prima consiliatura Allocca lui era consigliere di opposizione, aveva infatti sostenuto il candidato sindaco Alberto Angrisani ma poi, soltanto due anni dopo in seguito alle dimissioni del primo cittadino – che si ricandidò e vinse per la seconda volta – sposò proprio il progetto di Allocca e guidò la lista del Pdl approdando in consiglio comunale. Nel 2010 il consiglio provinciale lo elesse difensore civico, una nomina che fece molto discutere e che sollevò varie polemiche tant’è che fu aspramente contestata (in prima linea a chiedere l’annullamento del voto – sostenendo che chi era già rappresentante delle istituzioni in quanto consigliere comunale non potesse essere super partes –  c’era il commissario dei Verdi pro tempore, Francesco Emilio Borrelli, che oggi è consigliere regionale) ma nonostante le polemiche e il ritorno al voto, dalle urne del consiglio provinciale uscì nuovamente il nome di Granato. Nel 2012 fu eletto componente del coordinamento provinciale Pdl e l’anno dopo divenne presidente dell’organismo di vigilanza della Sapna Spa (Sistema Ambiente Provincia di Napoli). Nel 2014, dopo la morte del sindaco Allocca, riuscì ad ottenere la candidatura sotto il simbolo di Forza Italia ed a compattare quasi tutte le liste civiche che nella tornata precedente formavano la coalizione vittoriosa. Quasi tutte, non però la Lista Cuore che preferì sostenere Piccolo. Ma Granato arrivò comunque in ballottaggio, anche se non la spuntò poi contro il collega avvocato, e oggi sindaco di Somma Vesuviana, Pasquale Piccolo. Se fosse andata diversamente, in quella campagna elettorale dove la sua coalizione sporse denuncia per brogli, la sua amministrazione sarebbe stata comunque una «anatra zoppa»: sarebbe stato cioè un sindaco senza maggioranza.

 

Antonio, la tua famiglia è sempre vissuta a Somma Vesuviana?

«La famiglia di mio padre Umberto sì, mia madre Carmela è invece originaria di Saviano».

Cosa fanno i tuoi?

«Papà è un ex dipendente dell’Asl, ora in pensione. Mamma ha insegnato per tanti anni alla scuola materna, proprio come mia moglie Melania che quest’anno, dopo tanta attesa, ha avuto un incarico annuale al I Circolo didattico di Somma Vesuviana».

Da quant’è che sei sposato?

«Cinque anni, dal 27 luglio 2010. Io e Melania abbiamo avuto una bambina, Isabel, nata ad agosto 2014».

Isabel è un nome di famiglia?

«No, mia moglie ha proposto una serie di alternative e Isabel è un nome che mi è piaciuto molto, gli altri non li ricordo».

Sei un avvocato, è quello che sognavi da bambino?

«Sì, avevo deciso già da piccolo, pur non avendo avvocati in famiglia. Avevo una propensione spiccata agli studi umanistici e dopo il liceo scientifico, frequentato a Somma Vesuviana, ho scelto Giurisprudenza perché è una facoltà che offre tanti sbocchi».

Avvocato civilista…

«Ho preferito il diritto civile perché più vicino alla realtà, alle esigenze e alle problematiche che quotidianamente tutti si trovano ad affrontare, ma non ho remore nel riconoscere il fascino del diritto penale: è il penalista che dibatte in udienze pubbliche, che indossa la toga, che spesso ha il dono dell’arte oratoria».

Il tuo studio è a Somma Vesuviana?

«Sì, in via Aldo Moro 12, dove abitavo da ragazzo. Lo condivido con mio fratello Tommaso, avvocato civilista anche lui. Siamo molto legati e abbiamo sempre vissuto vicini, ora c’è stato un piccolo distacco solo in questo, perché si è trasferito a Sant’Anastasia. Ma per il resto, così come mio padre Umberto e suo fratello Giovanni che tutti dicevano fossero come “gemelli”, io e Tommaso siamo unitissimi. Nella vita e in politica, proprio come papà e zio Giovanni».

Anche tuo padre e tuo zio sono stati impegnati in politica?

«Zio Giovanni era consigliere comunale già negli anni ’70 ed è stato vice del sindaco D’Ambrosio. Papà era segretario cittadino del Psdi, e fu candidato al Senato nel 1987. Era anche segretario particolare di Quirino Russo, deputato nonché zio di Paolo Russo, oggi onorevole e coordinatore di Forza Italia. Noi abitavamo appunto in via Aldo Moro dove oggi c’è il mio studio, e la sezione dei socialisti era lì vicino, un solo civico di distanza. Il Psdi aveva a Somma, in quell’epoca, sei consiglieri comunali, il secondo partito dopo la Democrazia Cristiana, e io ho vissuto praticamente da bambino con tutti loro. Finivo di studiare e scendevo giù per stare con papà, in quegli anni ho visto passare tanti attuali referenti politici oggi affermati e allora giovanissimi, dai Russo all’ex sindaco di Sant’Anastasia Carmine Pone, all’epoca segretario nazionale giovanile dei socialdemocratici».

Come ricordi Somma Vesuviana ai tempi in cui eri bambino?

«Ricordo soprattutto la piazza, la sua vivacità il suo essere davvero un punto di incontro, un agorà. Lì si tenevano manifestazioni, c’era il mercato, lì andavamo a giocare dopo aver studiato. Ora è come fosse un po’ – come dire – istituzionalizzata. Ma sarebbe un ottimo biglietto da visita per la città».

Un ricordo tuo, più personale, di quei tempi?

«Sono un ragazzo normale, ho sempre studiato, vissuto tra scuola e famiglia facendo poco altro. Un ricordo però mi è rimasto nel cuore, quello del giorno in cui – in occasione di una gita scolastica a Roma – incontrai il presidente della Repubblica, al Quirinale. Era Sandro Pertini, un grande presidente che faceva valere l’importanza della carica che si trovava a ricoprire, una figura storica che mi colpì molto».

Dopo la laurea in Giurisprudenza hai iniziato subito la libera professione?

«Ancor prima della laurea: ho frequentato studi, fatto pratica con il professore di diritto amministrativo Giuseppe Palma, finché con mio fratello, laureatosi due anni dopo di me, abbiamo intrapreso insieme l’attività».

C’è stato un caso, tra quelli che in questi anni hai affrontato nel lavoro, che ti ha particolarmente colpito?

«L’avvocato è anche mediatore familiare in alcune circostanze e noi, soprattutto negli ultimi periodi, ci troviamo ad affrontare tante separazioni e divorzi anche perché con la nuova normativa tutto è più semplice e spesso non c’è nemmeno necessità di arrivare in tribunale, cosa che trovo profondamente sbagliata. Ecco, in questo contesto mi è capitato più di una volta che l’opera di mediazione abbia avuto successo, che marito e moglie si riconciliassero, ma un caso in particolare mi ha colpito, direi che mi ha fatto male vista l’importanza che attribuisco alla famiglia: la separazione di una giovane coppia di ventenni, sposati appena da 40 giorni. Erano entrambi scossi, piangevano, ammettevano i loro errori, però furono molto concreti e scelsero di troncare subito. Forse non erano pronti per il matrimonio perché spesso si dimentica che oltre all’aspetto sentimentale, a quello religioso pur importante, c’è anche quello contrattualistico».

Hai detto di aver sentito prestissimo la passione politica, ma scegliere da quale parte stare è stato naturale per te? Socialista per tradizione?

«Socialdemocratico. Sì, è stato naturale perché mi riconosco in quei valori che fin da piccolo mi sono stati insegnati. Accompagnavo mio padre ovunque, in tutte le manifestazioni pubbliche e spesso anche negli incontri che lo erano meno. Ho fotografie, con me piccolissimo, accanto ad un giovane Paolo Russo, accanto a suo zio Quirino, con i sindaci D’Ambrosio e De Siervo e molti amministratori locali. Ho sempre seguito le vicende politiche cittadine finché poi non sono divenuto io stesso – era il 2000 – segretario regionale dei giovani socialdemocratici. L’anno dopo mi sono candidato al consiglio comunale, era la prima esperienza e andò benissimo: ricompattammo la componente socialista e quella socialdemocratica, fui eletto io e fu eletto soprattutto il sindaco Vincenzo D’Avino. Ricordo il mio primo intervento in pubblico, in piazza, accanto all’avvocato Felice Laudadio che aprì il comizio. L’esperienza in quell’amministrazione fu bellissima e fu anche l’ultima volta in cui alla gestione pubblica partecipavano professionisti di riconosciuta caratura».

Da socialdemocratico e consigliere eletto in una coalizione di centrosinistra hai però più tardi sposato il progetto del Pdl prima e di Forza Italia poi.

«Nel 2006 presentammo ancora la lista dei socialdemocratici, appoggiavamo Alberto Angrisani».

Ma vinse Ferdinando Allocca.

«Sì, io fui il consigliere più votato con 900 preferenze, allora sedevo all’opposizione».

Dunque non sei tra quei socialisti democratici che vedono i loro valori interpretabili solo in un contesto di centrosinistra.

«Io mi considero un riformista. C’è stato un periodo in cui stringemmo un patto federativo con i Ds, fui anche candidato con l’Ulivo alla Camera dei Deputati, incontrai Massimo D’Alema, ma poi le cose cambiarono: nella diaspora dei vecchi socialdemocratici ci fu chi scelse i Ds, chi la Margherita, io preferii il centrodestra. Nel 2008 rincontrai l’onorevole Paolo Russo e da lì inizio la collaborazione. Io e l’allora sindaco Allocca fummo gli unici due delegati locali al primo congresso nazionale del Pdl a Roma e quando poi lui decise per le dimissioni, scegliendo di ricandidarsi ancora per liberarsi da coloro che chiamava “I mercanti del tempio”, gli fui accanto, da capolista Pdl e con l’avallo del partito napoletano».

Alla tua prima candidatura, come tu hai stesso ricordato, per te ci furono nelle urne ben 900 preferenze. Come si intercettano tanti voti?

«Non sono certo di famiglia, la mia è piccola. Si intercettano con il lavoro quotidiano, con la disponibilità. Ricevo circa cinquanta persone al giorno ogni pomeriggio, se io non ci sono ci pensano papà o mio fratello. È l’ascolto, il rendersi disponibili che gratifica le persone e fa sì che ti ripaghino al momento di scegliere i propri rappresentanti».

Comprendo che essere ascoltati sia importante, ma cos’è che ti chiedono tutte queste persone?

«Consigli attinenti la mia professione, indicazioni per i ragazzi dal punto di vista universitario o lavorativo, ma ci occupiamo soprattutto degli aspetti associativi, della tutela dei pensionati, dei diversamente abili, delle fasce deboli. Negli anni ci siamo interessati soprattutto del sociale e, quando mio fratello Tommaso era assessore, l’Ambito numero 10 che allora comprendeva Somma Vesuviana e Sant’Anastasia era un’eccellenza proprio per le continue attività, l’assistenza, i servizi erogati. Frutto di un lavoro continuo e costante».

Sembri molto rigoroso, è così?

«Sì, è così. Nella vita occorre essere razionali e prefiggersi degli obiettivi».

Sei stato consigliere con due sindaci, Vincenzo D’Avino e Ferdinando Allocca, prima che si insediasse l’attuale. Me ne parli?

«L’amministrazione D’Avino era composta da persone dalle quali si poteva imparare molto. Il sindaco e tutti gli altri, parlo di Vincenzo Cimmino, Agostino Aliperta, Peppe Raia, Gaetano D’Ambrosio, per fare solo alcuni esempi. Con loro ho – diciamo così – fatto un’ottima palestra, politica e di vita. L’ex sindaco D’Avino è una persona perbene, molto silenziosa, capace, le sue difficoltà con il partito dei Ds, le divisioni, fecero sì che non potesse svolgere un secondo mandato. Quella giunta ha fatto molto, ricordo che tornammo dalle vacanze per un consiglio comunale il 14 di agosto, per votare gli atti relativi alla metanizzazione, una delle poche opere importanti realizzate a Somma Vesuviana negli ultimi decenni. A questo proposito, ne ho recentemente parlato al sindaco Piccolo, l’argomento va ripreso, il progetto integrato: ci sono ancora tante masserie, periferie, rami della città non serviti dal metano. Direi che quella con D’Avino è stata un’ottima esperienza, buona per la città, formativa per me».

Il sindaco Allocca?

«Era persona carismatica, capace, non vincolata a schemi di partito. Ferdinando era un trascinatore e le difficoltà della prima esperienza gli servirono molto per affrontare gli anni successivi con esperienza. Se fosse ancora tra noi la squadra non si sarebbe divisa. Lui mi diceva sempre: “Antonio, tu sei un animale politico, io sono impolitico”».

Ad un certo punto però ci sono stati screzi tra di voi, vi siete allontanati…

«Qualche piccola incomprensione».

«Piccola» è un eufemismo, direi. Tuo fratello Tommaso, che all’epoca era assessore, fu dimesso dalla giunta apprendendolo soltanto dai giornali per – cito a memoria l’allora sindaco – «insanabili fratture dei rapporti interpersonali» …

«Insanabili fratture poi sanate e di certo non personali. La divisione fu brevissima, ci chiarimmo e ci guardammo negli occhi, eliminando qualsiasi incomprensione o screzio. Del resto i rapporti erano ottimi e non va dimenticato che io ero il fidanzato, oggi marito, di sua nipote. Melania è la figlia del fratello del già sindaco Allocca. Eravamo in famiglia e quando è così basta sedersi e parlare. L’ho considerato uno zio, tutto il resto fa parte di chiacchiere inutili. Dopo quell’episodio – peraltro Tommaso fu poi rinominato assessore – sono rimasto al suo fianco, ricandidato non più con il Pdl, giacché il simbolo gli fu scippato, ma con Forza Somma».

Cosa ha fatto Allocca per la città, che sindaco è stato?

«Tutte le opere pubbliche completate negli ultimi anni derivano dalla sua amministrazione, dall’avanzamento della rete del metano fino all’isola ecologica e al Castello d’Alagno che spero non diventi un’altra opera inutile come la mancata casa di riposo in via Circumvallazione. Se lo lasciamo così, chiuso, perderemo finanziamenti e l’incuria lo distruggerà. È stato un mio grande cruccio, in tutti questi anni da amministratore, non essere in grado di far nulla per il progetto della casa di riposo: ormai è una struttura fuori mercato e c’è stata addirittura la condanna della Corte dei Conti per alcuni amministratori».

C’è qualcosa, a tuo parere, che Allocca ha sbagliato nel corso dei suoi governi?

«Sono una persona concreta: è l’unico sindaco che sia stato rieletto tre volte negli ultimi anni. Il popolo rivota un sindaco se è capace ed oggi, se la malattia non lo avesse sconfitto, sarebbe ancora sindaco com’è stato fino all’ultimo giorno della sua vita».

Oggi tu sei il commissario cittadino di Forza Italia, i tuoi riferimenti politici?

«Sono un commissario che spera si celebri al più presto un congresso. Quanto ai riferimenti politici, direi che è semplice: gli onorevoli Paolo Russo e Luigi Cesaro e il senatore Domenico De Siano. Apprezzo tantissimo De Siano, come politico e imprenditore, riconosco a Cesaro i pregi di concretezza e praticità che gli consentono di capire le cose prima degli altri, ammiro il pragmatismo di Russo. Forza Italia si regge a Napoli solo grazie a questi tre uomini: nel momento in cui le percentuali in tutta la nazione sono sotto il dieci per cento, alle ultime regionali qui abbiamo superato il venti per cento. A Somma Vesuviana, e ne sono orgoglioso, siamo il primo partito e, nonostante la sconfitta alle amministrative, abbiamo un gruppo folto in consiglio. Il nostro obiettivo ora è ricostruire il centrodestra».

Ecco, la sconfitta alle amministrative 2014. Il candidato sindaco eri tu ma non tutto il gruppo storico ti ha sostenuto…

«Il gruppo storico direi proprio di sì, mancava solo la Lista Cuore».

Mancava anche la famiglia del sindaco Allocca, nonostante la parentela che hai ricordato.

«Succede, non è il primo caso e non sarà l’ultimo. Sono scelte fatte al momento ma ora è passata, guardiamo al futuro. Con me erano in tanti, da Salvatore Di Sarno – persona per bene che apprezzo e ha fatto un passo indietro – agli ex consiglieri che mi hanno concesso fiducia. Il gruppo principale era con me. Ma sono passati diciannove mesi da quel ballottaggio, ora bisogna andare avanti».

Ad un certo punto, se non erro, sembrava che il simbolo di Forza Italia, per cui eravate papabili sia tu che il vicesindaco uscente Di Sarno, dovesse addirittura andare a chi poi le elezioni le ha vinte, l’attuale sindaco.

«Sì, se ne parlò. Ma poi i vertici del partito hanno ritenuto che con l’esperienza maturata nel corso degli anni, con l’essere stato sempre vicino prima al Pdl e poi a Forza Italia, fosse giusta per me quella piccola gratificazione che avevo conquistato sul campo».

 È stata «cattiva» quella campagna elettorale, tu hai denunciato anche presunti brogli…

«Non solo io, tutta la coalizione. L’esposto era firmato da ogni singolo rappresentante di partito».

Come è finita quella storia?

«Lo dirà la magistratura».

Non te ne sei più interessato, non hai «spinto»?

«Sono un avvocato e un operatore del diritto, conosco i tempi della magistratura. Non voglio si dica che strumentalizzo le mie posizioni: sono il candidato sindaco che ha perso, se avessi spinto oltre sarebbe apparso agli occhi dei più come un voler recuperare quel che il popolo non mi ha dato. Non abbiamo fatto altro, all’epoca, che evidenziare alcuni episodi, senza nulla di personale contro alcuno. Episodi tra l’altro che non si verificano certo soltanto a Somma Vesuviana, un mercimonio elettorale legato forse alla crisi del tempo attuale, alle difficoltà economiche delle persone. In più ho un ottimo rapporto con tutti i componenti della maggioranza e anche subito dopo il voto mi è stato naturale congratularmi con il sindaco eletto. Il gruppo di Forza Italia ha votato, in consiglio comunale, ogni singolo provvedimento che ha ritenuto fosse a favore della città. Chi vuole fare politica seriamente deve mettere da parte i personalismi».

Come hai vissuto la sconfitta elettorale?

«Il giorno dopo ero già al lavoro. Dopo un anno abbiamo affrontato le elezioni regionali ed è stata quella la grande sconfitta per il centrodestra, l’aver perso la Regione Campania mi ha deluso più della sconfitta amministrativa. Del resto per noi un recupero c’è stato in ballottaggio, la città ci ha gratificato con l’elezione di sei consiglieri comunali, dandoci la palma di primo partito».

In questi ultimi mesi l’amministrazione Piccolo è passata attraverso una crisi politica, sfociata con le dimissioni di assessori seguite da quelle del sindaco e dall’intera giunta. Ora l’esecutivo è di nuovo al completo. Tutto passato?

«No, la crisi c’è ancora. Tant’è che gli ultimi due consigli comunali si sono celebrati perché Forza Italia è rimasta responsabilmente in aula per approvare importanti provvedimenti».

Perché credi che il sindaco Piccolo abbia avuto tante difficoltà?

«Pasquale è una persona per bene, fa il sindaco perché vuole lasciare un segno positivo, ma ha pagato il dazio del noviziato, dell’essere stato per tanti anni lontano dalla politica che nel frattempo è cambiata notevolmente. In caso di mia vittoria la squadra sarebbe stata già rodata, eravamo tutti ex amministratori con contatti sovracomunali ed esperienza sul campo. Credo che il suo errore sia stato non individuare un esecutivo più esperto, professionalmente valido non solo tecnicamente ma anche politicamente: il Comune va visto come un’azienda e oggi i fondi sono al lumicino, a stento si riescono a pagare i dipendenti a fine mese. Un buon sindaco è colui che riesce ad ottenere ogni anno dei finanziamenti sovracomunali, a interfacciarsi con la Regione e la Comunità Europea. Chi riesce a far questo, a seminare, lascerà il segno. In caso contrario è difficile».

Hai detto che vorresti ricostruire il centrodestra. Si può fare?

«Nel consiglio comunale di Somma Vesuviana ventuno consiglieri su ventiquattro sono di centrodestra. Se si vorrà ricostruire la coalizione occorre che ognuno di noi faccia un passo indietro. Noi ci siamo, abbiamo votato per le zone industriali, siamo per dare risposte a quei pochi imprenditori rimasti in città e per attirarne altri».

Però durante la crisi, quando il sindaco ha chiesto sostegno, quando sembrava che un accordo si potesse fare, le cose sono poi andate in modo diverso.

«È vero che nel momento di difficoltà Piccolo si rivolse ai vertici regionali di Forza Italia e che fu convocato il gruppo consiliare. Al partito erano preoccupati, non di un eventuale inciucio ma piuttosto di elezioni anticipate che avrebbero finito per dilaniare ulteriormente il centrodestra. In ogni caso nulla di quanto ipotizzato è andato in porto perché bisogna anche poi rispettare la volontà dei singoli consiglieri, di coloro che non se la sono sentita».

E tu? Te la sentivi?

«Io sono un uomo di partito e delle istituzioni. Se il partito regionale, che non essendo parte in causa ha una visione non interessata, avesse dato indicazioni in merito la crisi si sarebbe risolta definitivamente. Io credo invece che sia ancora in atto».

Se dovessi ipotizzarne i motivi?

«La crisi c’è, nonostante quel che può apparire, perché non ci sono partiti, non c’è un blocco forte che dia stabilità all’intera coalizione. Ci sono invece tante monadi, ognuna di esse ha una rappresentanza in giunta. È inutile nascondere che ci siano personalismi, che alcuni rapporti siano venuti meno».

Per «monadi» intendi ovviamente i singoli consiglieri.

«Sì, ciascuno sembra un partito autonomo, questo è sbagliato. Io prendo molto sul serio il ruolo di consigliere, mi piace capire, studiare, dare il mio contributo. E questo atteggiamento lo devo alla grande esperienza acquisita in precedenza: alle riunioni convocate quasi tutti i giorni, spesso di notte. Dopo la morte di Ferdinando Allocca tutto questo non è più avvenuto».

Chi è stato il miglior sindaco di Somma Vesuviana?

«Colui al quale il popolo ha tributato più volte il consenso elettorale: sicuramente Allocca, negli ultimi sedici anni».

Se invece per ipotesi fosse toccato a te, cosa avresti fatto nell’immediato da sindaco?

«Avrei avuto cura di portare a compimento ciò che insieme ad Allocca avevamo programmato e progettato e che ora Piccolo sta sì perseguendo ma lentamente. E la mia vera e principale preoccupazione è proprio questa: non si sta programmando. Per Castello d’Alagno o per il completamento della scuola di via Trentola – altra opera ripresa e finanziata da Allocca – oggi è tutto fermo. Spero in uno scatto di orgoglio da parte degli amministratori e – lo ripeto – su questo aspetto Forza Italia è disponibile a dare il proprio contributo, senza inciuci né tantomeno richieste di assessori o dirigenti. Se coinvolgimento ci fosse, dovrebbe essere scevro da personalismi e rappresentanze. Perché noi siamo all’opposizione e dobbiamo svolgere il mandato che ci ha dato il popolo, perciò non vorremmo rappresentanze in giunta ma, per l’interesse della città, gradiremmo il confronto. Un confronto che non va fatto solo in momenti di crisi, quando sarebbe strumentale, ma durante il percorso amministrativo».

Di cosa pensi abbia bisogno Somma Vesuviana?

«Di uno scatto economico, di agevolazioni per la classe imprenditoriale, di mitigare i limiti urbanistici e normativi, di riprendere il Puc fermo da oltre trent’anni. Apprezzo molto le amministrazioni limitrofe che stanno procedendo per risolvere la questione dei condoni edilizi, che hanno ripreso le tematiche. La politica è mediazione, punto di convergenza e nel rispetto della legalità il condono è un’altra delle tante fonti che può aiutare l’economia».

Dunque non si stanno esaminando le pratiche di condono?

«No, è tutto fermo. A Somma Vesuviana la sentenza della Corte Costituzionale non è stata ritenuta applicabile o magari si pensa che per i vincoli di inedificabilità cui è sottoposto il territorio non potrebbe comunque esserlo».

Stai parlando della sentenza 117 del 25 giugno scorso della Corte Costituzionale e riguardante le pratiche relative ai condoni del 1985 e del 1994 e che in teoria permetterà, in Campania, di regolarizzare almeno 300mila abusi. Una sentenza che stabilisce di fatto che le amministrazioni possano dire sì a tutti gli abusi realizzati al di fuori dalle aree sottoposte a vincoli di assoluta inedificabilità. Poniamo che ai Comuni oggi attivi in questo senso vada bene, parlo per esempio di Ottaviano, Sant’Anastasia, Terzigno, stai dicendo che Somma avrebbe “perso il treno”?

«Esattamente. Si sarebbe procurato un grave danno ai proprietari di questi immobili. Rimarrebbero edifici fantasma, “invisibili”. Ritengo che fermando l’edilizia si tagli metà dell’economia di un paese, facendo danno ad artigiani, operai, ditte, a quello che potrebbe essere un volano di sviluppo».

Ma Somma Vesuviana è nel Parco del Vesuvio oltre che parte dell’area nota come Zona Rossa per il rischio Vesuvio. Pietre non se ne possono mettere più…

«La zona rossa andrebbe rivista e anche subito, è una linea tracciata con un compasso, va razionalizzata».

Al sogno di diventare sindaco hai rinunciato?

«Ad elezioni finite non ho fatto un passo indietro, bensì due. Poi si vedrà, la prossima volta, come sarà messo il centrodestra e quale sarà il contesto storico».

Se nel 2014 il candidato sindaco non fossi stato tu ma l’altro «papabile», parlo di Salvatore Di Sarno, lo avresti sostenuto?

«Lo avrei appoggiato con lo stesso entusiasmo che lui ha profuso nel sostenere me. Ho già detto pubblicamente di avere un debito nei suoi confronti che spero di poter saldare in altre circostanze. Gli sarò riconoscente, sempre, in primis perché è una persona perbene».

Quali sono le caratteristiche che ritieni importanti per un aspirante sindaco?

«La candidatura a sindaco deve essere la fine di un percorso. Bisogna aver espletato il cursus honorum, non può fare il sindaco una persona che non si è mai candidata, che non ha mai fatto il consigliere, l’assessore o il segretario di partito. In ogni caso la mia esperienza insegna che è importante la coalizione, soprattutto in un momento storico come questo dove il centrodestra è minoritario rispetto alle sinistre e soprattutto al Pd».

Cos’è che a tuo parere non funziona nella macchina comunale di Somma Vesuviana?

«Il Comune ha meno della metà dei dipendenti che occorrerebbero, ogni anno festeggiamo qualche pensionato che non potremo sostituire giacché il governo centrale non ci offre la possibilità di fare nuove assunzioni. Allocca ebbe l’intelligenza e la capacità di bandire concorsi ma ora Piccolo deve affrontare e risolvere al più presto la nota dolente del settore lavori pubblici e far dimenticare le ultime esperienze: dopo aver scelto una persona che non aveva titoli è toccato ad una seconda con problemi giudiziari. Ma ci sono anche risorse ineguagliabili come Mena Iovine, vincitrice di concorso, e Nicola Anaclerio, uno dei tecnici più capaci per le politiche sociali, un vanto per la nostra città».

Se ti chiedessi quale assessore della giunta Piccolo sta lavorando meglio?

«Luigi Coppola, giovane molto concreto. Per il resto sono tutti ottimi ragazzi ai quali manca forse l’esperienza. Un amministratore deve accompagnare le istituzioni, non esserne accompagnato, si deve essere in grado di muoversi in Regione come in Città Metropolitana».

C’è un luogo di Somma Vesuviana che ami di più?

«Sì, la zona di Santa Maria a Castello, dove tanti anni fa andavamo sempre di domenica, io e mio padre, per una passeggiata. La riqualificazione non andata a buon fine, fatta dal Parco Vesuvio, ha fatto venir meno la bellezza naturale di quel luogo, i vandali hanno fatto il resto. Mi piaceva andare lì, per il panorama ma anche per la chiesa, per motivi religiosi».

Sei cattolico?

«Cattolico e praticante. Sono fortunato, giacché il mio matrimonio è stato celebrato da Monsignor Beniamino Depalma, il Vescovo di Nola. Con lui ho un rapporto diretto, sta facendo tanto per la Diocesi ed ha la fermezza di farsi ascoltare. È un vero pastore. Quanto a me, ho fatto parte del consiglio pastorale della Chiesa Collegiata e di una Confraternita cittadina che manifesta la sua rappresentanza durante la processione del Cristo Morto».

Sei un «incappucciato»?

«Lo sono stato. Ora no ma preferisco essere un “fratello” che essere in prima fila con le istituzioni. La fede fa parte di me ed essere praticante è fondamentale. Sono stato felice del libro che don Peppino Giuliano ha regalato a tutti i consiglieri prima di Natale. È la biografia di Giorgio La Pira».

Il «sindaco Santo» di Firenze. Ti è piaciuto?

«Molto. Mi ha colpito la sua convinzione che Chiesa e politica potessero collaborare e non essere su fronti opposti. C’è un’altra cosa che mi ha fatto riflettere e che poi ho commentato, con un sorriso, insieme a mia moglie: La Pira era fiero di non avere mai avuto alcuna tessera di partito. Diceva: “la mia tessera è il Battesimo».

Tu hai quella di Forza Italia, in più. Qual è la più importante?

«Sicuramente il Battesimo. Ma la politica è la mia passione, anche se viene dopo la famiglia. Ho la fortuna di avere mia figlia Isabel, sedici mesi, e mia moglie accanto. Lei, così come è accaduto per mia madre, sa di avere vicino un uomo delle istituzioni. Un politico che non dedica alla famiglia tutto il tempo che vorrebbe, che torna a casa magari nervoso».

A tua moglie interessa la politica?

«Lei mi diceva sempre di sentirsi tra due fuochi. Io da una parte, lo zio Ferdinando dall’altra. Ma non ne parla spesso. Fa l’insegnante e la mamma. Una bimba piccola ha esigenze enormi e fare la mamma, portare avanti una casa, è il lavoro più difficile che esista».

Immagino tu voglia far crescere Isabel a Somma Vesuviana. Dove va nella tua città un bambino che voglia giocare?

«Non c’è un luogo dove possa farlo. L’ho detto in consiglio comunale proprio qualche settimana fa. Dobbiamo realizzare un parco pubblico, organizzare una cittadella sportiva. Non c’è una piscina, non esistono attrezzature adeguate. Si è costretti a spostarsi a Pomigliano d’Arco».

Cos’è che, invece, vorresti insegnarle?

«L’educazione, il rispetto. Mi piacerebbe si realizzasse professionalmente, che fosse contenta e che, magari, potesse anche lei dedicarsi alla politica».

Stai progettando di allevare la terza generazione Granato?

«La politica è qualcosa di buono, che ti forma, ti fa crescere. Ricordo che un giorno, Nino Daniele, attuale assessore alla Cultura di Napoli, mi disse: “la politica non è sporca, è che ci sono persone sporche in politica”. È così, ed è diverso».

Nino Daniele l’hai frequentato durante la tua esperienza nel centrosinistra?

«L’ho conosciuto quando era capogruppo dei Ds in Regione Campania. Ci siamo frequentati, sono stato a casa sua, ho seguito con dolore la tragica vicenda familiare che l’ha colpito di recente. Lui è un’ottima persona, capace e perbene, che in un certo periodo è stato anche messo da parte perché si era schierato contro i poteri forti. In più è attualmente il presidente onorario di un’associazione politico culturale che mio padre ha fondato a Somma Vesuviana nel 1995, si chiama “Da Turati a Saragat”, si organizzano eventi culturali, presentazioni di libri, un premio annuale a chi si sia distinto nel mondo dell’imprenditoria».

La tua esperienza da Difensore Civico della Provincia com’è stata?

«Una grande gratificazione, soprattutto perché ho lavorato a tutela dei cittadini».

Professione, politica, famiglia. Ci sono altre passioni nella tua vita?

«Il calcio. Fino ai diciotto anni ho militato in squadre locali, sono stato capitano per i Giochi della Gioventù al liceo. Poi con gli studi universitari e altri impegni non è stato più possibile, ma ancora oggi, se posso, mi piace una partita di calcetto. La vera passione è quella da tifoso del Napoli, viva fin dall’adolescenza. Ricordo che a dieci anni aiutai mio padre ad organizzare la festa per lo Scudetto a Somma Vesuviana: la città era tinta di azzurro, via Aldo Moro fu chiusa e c’era una tavolata di 150 metri. Quando gioca il Napoli si ferma tutto e, se capita in settimana, ovviamente non fisso riunioni e vado via prima dallo studio».

Mi dici qual è il difetto dei sommesi?

«In provincia è comune il pettegolezzo, il “chiacchiericcio” come lo chiamava il sindaco Allocca, spesso si sparla degli altri, c’è un po’ di invidia per chi riesce a distinguersi. Ma è una mentalità paesana che di sicuro non appartiene solo a Somma».

Il libro più bello che hai letto?

«La rabbia e l’orgoglio, di Oriana Fallaci. Me lo suggerì mia moglie qualche mese fa e devo dire che anticipa con lucidità avvenimenti, evidenziando il pericolo del fondamentalismo islamico per l’Occidente».

Il film che rivedresti mille volte?

«Il Gladiatore con Russell Crowe, mi è piaciuto davvero tanto. Amo i film d’azione, quelli divertenti, come il teatro che io e mia moglie frequentavamo spesso, per commedie leggere, nel periodo del fidanzamento. Ora tutto è in funzione di Isabel, ma i film li guardiamo in tv».

Il viaggio che ti è piaciuto di più?

«Ero diciottenne, a Palma de Mallorca. Ci sono poi tornato in viaggio di nozze, in crociera, con Melania».

Il luogo dove vorresti andare e che non hai ancora visitato?

«Gerusalemme. Mia suocera, che ci è stata alcune volte, me ne ha parlato in modo entusiasta».

Da cattolico, qual è stato il Papa che hai sentito più vicino?

«Giovanni Paolo II. Sono riuscito a vederlo due volte, da piccolo papà mi accompagnò a Nola quando atterrò al Cis con un elicottero, poi ho partecipato al Giubileo insieme alla famiglia.  Ho pianto quando è mancato e non riuscivo a staccarmi dalla diretta per i suoi funerali, da Ratzinger che officiava il rito».

Preghi?

«Prego, faccio il segno della croce ogni sera prima di dormire e ringrazio. È difficile che i frutti cadano lontano dall’albero e mi hanno allevato con questi valori fin da bambino, quando andavo con i miei ad ascoltare la Messa dai Cappuccini a Nola».

Il politico che hai ammirato di più?

«I padri fondatori del socialismo. Matteotti, Turati, Saragat. Da bambino ascoltavo papà parlarne e in seguito ne ho approfondito le figure».

Tuo padre ti dà ancora dei consigli?

«Certo».

Li ascolti?

«Sicuramente».

C’è una caratteristica che, a tuo parere, dovrebbe avere un politico e che a te manca?

«Credo mi manchi un po’ di cinismo. Sono buono d’animo e rispetto gli avversari, non tento di eliminarli».

Hai citato i padri fondatori del socialismo, ma se ti chiedessi il nome di un politico italiano, attuale, che consideri capace?

«Noi di Forza Italia viviamo una grande difficoltà perché non abbiamo avuto il ricambio generazionale, non abbiamo eredi giovani e capaci per il dopo Berlusconi. Con tutta onestà, credo che un politico partito dal basso, che è stato sindaco e presidente della Provincia, possa capire le esigenze dei cittadini ed abbia esperienza e scaltrezza».

Sindaco, presidente della provincia, politico attuale…parli di Matteo Renzi?

«È il politico italiano più capace in questo momento, ha forza e razionalità, per la scuola ha portato avanti una manovra equiparabile al colpo di mano di Berlusconi quando eliminò l’Ici. Fa pesare le cose che fa ed ha compiuto una missione stratosferica portando il Pd oltre il 40 per cento».

Scegli un proverbio o un motto che ti rappresenti?

«Gutta cavat lapidem».

La goccia perfora la pietra.

«Sì, bisogna andare avanti con determinazione e perseguire gli obiettivi».

Il tuo qual è?

«Fare qualcosa per la mia città, vorrei una svolta. Somma Vesuviana si è appiattita. Dall’opposizione cerchiamo di evidenziare le lacune, come la procedura per l’affidamento dei servizi al cimitero che sarà anche legittima ma non così trasparente come dovrebbe essere, come la necessità del riscatto dovuto al Casamale che sta divenendo un quartiere ghetto e che invece ha risorse incredibili, come l’esigenza di un rilancio economico e imprenditoriale».

Come ti vedi tra vent’anni?

«Nonno».

Avrai sessant’anni, vuoi una Isabel precocissima…

«Ecco, magari qualche anno in più prima che possa rendermi nonno. In realtà mi vedo sereno con la mia famiglia e sempre impegnato in politica, magari avendo rifondato un partito giacché non so se Forza Italia esisterà ancora».

Berlusconi sarebbe centenario a quel punto…

«Quel che vorrei davvero è creare un luogo fisico, una sezione come ne esistevano un tempo, sede di formazione politica. Con il coinvolgimento di tecnici, politici, deputati, esperti, che insegnino ai giovani, che li formino».

Se dovessi, infine, da ex avversario, dare un consiglio spassionato al sindaco della tua città cos’è che gli diresti?

«Gli consiglierei di annunciare i suoi buoni intendimenti, di scegliere i punti essenziali in materia urbanistica, economica, sociale. E di evidenziarli pubblicamente aprendo a tutte le forze politiche sane presenti sul territorio. Quando in ballo c’è l’interesse del popolo non c’è colore politico che tenga. Direi a Pasquale Piccolo di porsi degli obiettivi per la città e vedere chi è disposto a condividerli senza alcun altro interesse».