Anna Perrotta ci racconta in un’intervista il suo pluriennale lavoro nel laboratorio di teatrodanza.
Una ragazza con una piccola valigia vaga sulla scena alla ricerca di un posto tranquillo in cui sistemarsi, ma strani personaggi vestiti di scuro, tetri e inquietanti, le impediscono di trovare pace. La scacciano e la infastidiscono ripetendo ossessivamente notizie allarmanti. Altre persone cominciano a vagare sulla scena sperando di trovare un angolino per sé, chi per leggere, chi per dormire, chi per aggiustarsi i capelli e il trucco. Ma i cupi signori in nero inesorabilmente urlano le loro notizie, sovrapponendosi, producendo un frastuono confuso, in cui le notizie perdono il loro valore, diventano solo rumori fastidiosi e inquietanti, ritagli di giornale svolazzanti e disordinati che vengono triturati, in una sarabanda di voci, musiche e rumori. Le persone che cercavano tranquillità, ormai disorientate, completamente stravolte dallo stress della sovraesposizione all’informazione, si fermano frastornate, affrante. Definitivamente spaesate. “Spaesamenti” è appunto il titolo dell’ultimo lavoro del laboratorio di teatrodanza condotto da Anna Perrotta a Porto Petraio, Napoli. E quella appena descritta è la prima scena. Ma che cos’è il teatrodanza? E quale delle sue tante declinazioni prende vita in questo laboratorio?
Il teatrodanza è una forma di azione scenica che compare negli anni settanta del novecento, e che si è sviluppato per la prima volta in Germania, il Tanz Theater appunto, ad opera di cinque grandi artisti tra cui Pina Bausch è sicuramente la più nota. Non è un genere di balletto, né una tecnica, ma la fusione di più cose: danza moderna, danza libera, mimo, cabaret, recitazione, canto. In Italia i primissimi passi li muovono negli anno settanta Elsa Piperno e Joseph Fontano, ma è con Carolyn Carlson, Lindasay Kemp e la formazione dei Sosta Palmizi negli anni ottanta che il teatrodanza si diffonde. Tutti questi artisti sono molto diversi tra loro e molto diverse sono le loro realizzazioni, ma tutti sono accomunati dalla ricerca di un nuovo rapporto tra movimento e azione, tra il movimento e il suo senso. E’ così che lo spettatore si trova di fronte a stili e “racconti scenici” che non si assomigliano e che tuttavia sempre lo mettono di fronte a un linguaggio artistico innovativo, che abbandona le forme note e propone una comunicazione più diretta, da “capire” istintivamente e intuitivamente, racconto di emozioni prima che di situazioni o personaggi.
Nel panorama napoletano il laboratorio di Anna Perrotta è una delle realtà più attive. Coinvolge persone di tutte le età e di diverse provenienze. Qui l’unica “bravura” richiesta è la disponibilità a mettersi in gioco. E giocare seriamente.
“Il mio percorso è stato ricco, formato da esperienze e studi anche molto diversi tra loro”, dice Anna Perrotta, “ e uno degli elementi più importanti è stata la musica e soprattutto il canto. Con il canto è il corpo intero che si fa voce, musica. E questo è anche quello che accade con la danza: la musica si fa corpo, il nostro movimento dà corpo alla musica”.
Anna, appassionata da sempre di danza, per anni ha fatto ricerche, studiato e tenuto corsi sulle danze popolari, da quelle greche a quelle bretoni, a quelle del vesuviano.
“Quello che mi colpiva era che la danza, per così dire, “usciva da dentro”. Donne anziane e corpulente, rallentate nei movimenti, danzando si trasformavano, diventavano leggere, in un movimento naturale e spontaneo”, continua.
E il “movimento naturale e spontaneo”, come sa chiunque abbia danzato anche solo un po’ nella sua vita, è esattamente la semplicità che è difficile a farsi. Il lavoro fatto con Silvia Vladimivsky, danzatrice e coreografa argentina, docente e regista di teatrodanza, spiega Anna, è stato fondamentale per affinare le capacità di conduzione dei gruppi, di guidare le persone al lavoro sul sé.
“L’emozione viene dal fatto che le persone in scena danzano se stesse”, conclude Anna Perrotta, le cui artiste di riferimento sono Isadora Duncan e, soprattutto, Pina Bausch. Quello che accade in scena non è la rappresentazione di qualcos’altro, ma, appunto, “accade in scena”.
In questo lavoro l’improvvisazione fa sempre la parte del leone. Nel laboratorio si costruisce un canovaccio, una struttura, all’interno della quale ciascun danzatore è autore di se stesso, proprio grazie al grande spazio lasciato all’improvvisazione. Che non è il contrario di studio, piuttosto è il suo sinonimo. La tecnica, in questa attività, lungi dall’essere assente, è fondamentale, ma ha un ruolo completamente diverso da qualsiasi tecnica di danza, classica, moderna o contemporanea. Non è il corpo che si deve adeguare alla tecnica, ma esattamente l’opposto: è la tecnica che si deve adeguare al corpo.
Il nuovo laboratorio del 2018 partirà, sempre a Porto Petraio, il 12 gennaio.








