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Un antico protagonista delle feste patronali: il venditore di franfellicchi, che non erano chiacchiere, ma dolcetti

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Il franfellicco era un impasto di zucchero e miele che originariamente veniva venduto caldo e a pezzetti piccoli nelle sagre e durante le feste patronali. I franfelliccari usavano uno stampo nel quale versavano uno sciroppo colorato, zucchero e miele: il dolce veniva piegato a uncino e tagliato a pezzettini, che i clienti mangiavano ancora caldi, mentre passeggiavano per strada. Qualche venditore ambulante metteva i pezzettini su una stecca e li ricopriva di sciroppo alla frutta. Anche il termine “franfellicco” venne usato dai Napoletani per i loro giochi metaforici. Correda l’articolo il disegno del “franfelliccaro” che Saverio Altamura fece per l’opera di Francesco de Bourcard: “Usi e costumi di Napoli e contorni”.

 

 

I protagonisti delle sagre e delle feste patronali erano, con il venditore di franfellicchi, la “spigaiola”, che vendeva spighe cotte, il “maruzzaro”, che vendeva “lumache e cozze lessate” (F. D’Ascoli) e il “pizzaiuolo”. L’attività del “franfelliccaro” fu “cantata”, in una poesia del 1928, da Alfredo Gargiulo: “Doje paparelle ‘e zucchero/ tre o quatto sigarette ‘e ciucculata; /nu perettiello chino d’acqua e ccèvoza/cu dint’ ‘a ficusecca sceruppata/ Po’ ‘e franfellicche: al massimo /nu trenta franfellicche ‘e ogni culore;/cierte so’ chine ‘e povere, / cierte se so’ squagliate p’ ‘o calore. Certamente queste figure sono scomparse: tuttavia nei banchi, nei modi e nelle voci dei venditori di torrone, di zeppole e di “pizzette” nelle sagre e nelle feste patronali di oggi rimane qualche traccia del colore del passato: e ricordo che negli anni ’70, a Ottaviano, durante la festa di San Michele, montava il suo banco di fronte al Circolo “A.Diaz” un “torronaro” che vendeva anche dolcetti simili ai franfellicchi.

 

Ma secondo Emanuele Rocco, che per l’antologia di de Bourcard scrisse uno splendido articolo sul venditore di franfellicchi, già a metà dell’Ottocento la figura del “franfelliccaro” era stata modificata dall’ “invasione di dolciumi siciliani, che vennero come stormo di uccelli rapaci a calarsi sulle allettatrici spiagge della città della Sirena”. Negli anni di Murat Napoli fu “invasa” anche dai pasticcieri di scuola francese: ma giustamente Emanuele Rocco non li cita, perché i loro dolci erano destinati alle tavole dei ricchi.  E racconta lo scrittore che non si sente più per le strade l’antico grido in lingua napoletana, che traduciamo in italiano:” i nostri franfellicchi sono di zucchero bianco, di miele e costano ognuno tre “cavalli””: era, il “cavallo”, una moneta borbonica su cui era incisa l’immagine di un cavallo. Ora, continua Emanuele Rocco, i “franfelliccari” girano per le vie della città reggendo non più “la spasa”, ma un “leggier tavolino portatile”, come quello disegnato da Altamura, e vendono “alcune pasticche che hanno la forma delle pedine che servono al giuoco della dama e che hanno tra noi conservato il nome spagnolo di caramelle”, e poi pezzi di materia zuccherosa che imitano la forma dei sigari, “di secchie microscopiche”, di uccelli più piccoli del colibrì.

 

Gli “scugnizzi” hanno inventato un gioco: “due fanciulli scelgono due caramelle, una per ciascheduno,e attenti aspettano che una mosca venga a posarsi su una di esse e renda vincitore” chi scelse quella caramella: se hanno letto le novelle di Franco Sacchetti, sanno come vincere la gara: basta ungere la caramella “con una pera fracida e la mosca subito vi si posa”. Su questi tavolini “portatili” non mancano i “franfellicchi”, ma sono totalmente diversi da quelli del tempo che fu: sono “sbiaditi, scoloriti, sbianchiti, scialbi, non sai più se siano di miele o di zucchero”: solo nella forma conservano qualcosa del passato. Ma non conservano il prezzo, che ora è triplicato: “na caramella costa tre “cavalli”” Emanuele Rocco non sopporta nemmeno la sostituzione della “spasa” con il tavolino, che è “di inciampo” al venditore, “gli tarpa le ali che come a Mercurio gli davano agilità ai piedi, lo impedica, l’impastoia, lo tartarughizza, lo intestugina”. Ma lo scrittore si dichiara certo del ritorno dei “franfellicchi” “che ebbero l’onore di essere ricordati da Goethe: i franfellicchi non periranno… Già sui deschetti la merce più abbondante sono i franfellicchi; già il loro candore si va oscurando ed inchinando verso la giallezza”.

 

I Napoletani non potevano sottrarre il termine “franfellicchi” al loro gioco di associazione metaforica. Spiega il prof. Francesco D’Ascoli nel suo prezioso “Dizionario etimologico Napoletano” che “franfellicco” deriva dal francese “fanfreluche, alterazione dell’antico fanfeluc= bagattella, dal tardo latino famfaluca, deformazione del greco pompholux= bolla, termine espressivo”. Fanfaluche, bolle d’aria, menzogne scoppiettanti: in bocca ai Napoletani maliziosi il venditore di “franfellicchi” diventa anche uno spacciatore di “chiacchiere, menzogne e palle”. E fermiamoci qui, per ora.

 

 

 

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