Di Ciro Raia
L”11 novembre 1918, data della firma dell”armistizio con la Germania, la guerra si conclude su tutti i fronti. L”Italia può occupare i territori che le erano stati promessi con la firma del patto di Londra del 1915. Il prezzo è altissimo. Per sostenere la guerra, l”Italia ha pagato 160 miliardi di lire ed ha lasciato sui campi di battaglia 680.000 morti!
Il giorno dopo la fine della Grande Guerra è tutto più difficile. Il 1919 diventa l”anno della ricostruzione, della delusione, dell”amarezza. Il Paese è in pieno caos. I reduci dalla guerra non solo non trovano occasioni di lavoro ma sono anche beffeggiati. Gli scioperi nelle industrie paralizzano le attività e rendono ancor più debole un paese ed uno Stato, che è, ormai, allo sfascio.
Il primo governo di pace, presieduto da Francesco Saverio Nitti, ha una difficile eredità. E, come se non bastasse, prendono corpo nuovi pericoli. Gabriele D”Annunzio ed i suoi legionari marciano alla conquista della città di Fiume; Benito Mussolini, alla testa di tutti gli scontenti, fonda a Milano i Fasci di combattimento.
Nel mese di novembre del 1919 ci sono le prime elezioni del dopo guerra. Il Partito Socialista di Giacinto Menotti Serrati risulta il primo partito con 156 deputati. Anche i Popolari di don Luigi Sturzo hanno un buon successo con 100 deputati. A perdere i consensi sono i Liberali di Giolitti, che calano da 310 a 179 deputati. Gli elettori hanno votato per un cambiamento radicale.
Ma è tutto il Paese che vuole cambiare, distrarsi, dimenticare. Un”occasione viene dal ballo: dall”Argentina è importato il tango. Ovunque, nelle sale da ballo, nei tabarin, nei saloni di casa, si balla al ritmo della musica argentina. Tutti si avventurano nei casquè. Le donne vestono in rigoroso color tango, un marrone bruciato; gli uomini, quando possono, si vestono da gaucho. Tutte le canzoni dell”epoca sono ispirate al tango (della gelosia, della capinera). Si differenzia solo Armando Gill -nome d”arte del cantautore napoletano Michele Testa-, che, nei teatri affollatissimi di tutta l”Italia, canta “Come pioveva:C”eravamo tanto amati, per un anno e forse più”, testi poetici per aiutare gli italiani a ricostruire e a ricostruirsi.
Dall”America, invece, si impone la moda del jazz. Quel ritmo, per lo più suonato da musicisti di colore, piace agli Italiani. Anzi, nel nostro paese diventa molto noto il nome di Buddy Bolden, un mitico jazzista.
Sulle spiagge ritornano i bagnanti; i costumi da mare lasciano scoperte le braccia e le ginocchia. I commercianti le tentano tutte, per invogliare ad indossare gli arditi costumi dell”epoca: “In acqua aderiranno al corpo e si vedranno molte cose”. L”abbronzatura, considerata abitudine cui è dedita il popolino, è evitata col ricorso a creme ed all”ombra di coloratissimi ombrellini.
Nei cafè-chantant si celebra la bellezza e l”arte di Anna Fougez, una tarantina il cui vero nome è Maria Annina Laganà, che, nel Trianon di Milano, ammalia cantando: “Vipera! Vipera! Sul braccio di colei ch”ora distrugge tutti i sogni miei”. Solo qualche anno prima un”altra soubrette ammaliatrice d”uomini, Ninì Tirabusciò, nome d”arte della fervente socialista Maria Campi, aveva sedotto con le sue canzoni i pubblici di tutta Italia, coinvolgendoli con l”invenzione della “mossa”.
Gli Italiani che amano leggere sono affascinati dallo scrittore Guido da Verona, il cui romanzo “Mimì Bluette, fiore del mio giardino” è un autentico best-seller, che è stato compagno prezioso per molti soldati impegnati nelle trincee. Ma molto successo riscuotono anche Vincenzo Cardarelli (“Prologhi”), Dino Campana (“Canti Orfici”) Luigi Pirandello (“Così è, se vi pare”) e Federigo Tozzi (“Con gli occhi chiusi”). Ma il vero libro per la formazione morale e patriottica degli italiani è stato pubblicato nel 1912: il titolo è “Il mio Carso” e l”autore è un triestino di nome Scipio Slataper.
C”è una novità anche per i bambini: sul “Corriere dei piccoli”, sin dal 28 ottobre 1917, impazzano le storie del “signor Bonaventura”, l”uomo dalla testa ovale e il naso a spillo, dai pantaloni bianchi e dalla redingote rossa (nella foto). Il suo autore è Sergio Tofano. Le storie del signor Bonaventura sono tutte a lieto fine; si concludono sempre con la conquista di un milione da parte del fortunato protagonista: “Qui comincia l”avventura del signor Bonaventura,/ che cogliendo un gelsomino/ dalla loggia del vicino/ troppo sportosi di fuori/ per raggiungere quel fiore/ capitombola di sotto/ con il fido suo bassotto”.
LA TRAGEDIA DELLA GRANDE GUERRA
PILLOLE DI “900

