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LE LECITE DOMANDE DI CHI VIVE ALL’OMBRA DEL VESUVIO

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Siamo al secondo appuntamento quindicinale sulla Città Vesuviana, sagacemente stimolati dal professor Girolamo Vajatica. Tema centrale: l”esistenza e la fattibilità del piano d”evacuazione connesso al rischio Vesuvio. Il Forum

In genere, quando dalle nostre parti si propone un qualcosa che va ben oltre la punta del nostro naso, qualcosa che sconvolga le nostra certezze, va a finire che ci si ritrova di fronte a un secolare e ormai innato senso comune, pronto a sguainare, con le affilate armi di una dialettica saccente, un ammiccante dissenso, che non contempla nulla di tutto ciò che è nuovo e inusitato.
È molto facile cascare in questo facile tranello della nostra presunzione; i mezzi di comunicazione di massa poi ci sussurrano lenonicamente le nostre qualità di uomini moderni, emancipati a suon di informatica e dintorni.

Accantonato il buon senso, ci sentiamo quindi in diritto, e, peggio ancora, in grado di commentare tutto e tutti, senza quella sostanziosa nozione di causa che ci eviterebbe, quanto meno, brutte e indegne figure.
Mezzi plagiati da un contesto per niente elevato e drogato da un oblio condizionato solo dalle scadenze commerciali, dimentichiamo, anche noi, uomini e donne del vesuviano, la peculiare realtà che ci circonda. Mettiamo da parte un qualcosa per la quale non siamo capaci di dare risposta e che tentiamo di esorcizzare nei modi più disparati possibile.
Sarà capitato di accorgervi, magari stimolati da una cronaca affine, di vivere sotto un vulcano e di commentare a riguardo, e imbattervi magari in nolani, napoletani, anastasiani e addirittura sommesi, che minimizzano il reale rischio vulcanico.

– Ma nuje tenimmo o Somma ca ce prutegge –
– Accà a lava nun c’è maje arrivata –
– Jo tengo a n’amico all’osservatorio, chillo m’avverte –
– E quanno vene ‘o mumento c’amma fa –

Novelli vulcanologi, forti di qualche documentario, forgiamo l’impalcatura politica di un problema che stenta a essere affrontato in maniera fattiva, quello appunto del rischio Vesuvio.
Molti obietteranno, con la summenzionata presunzione, che esiste un piano d’evacuazione, e che, al momento dovuto, questo ci metterà tutti in salvo e, tra una grattata e l’altra, indicheremo, con la pedanteria che ci contraddistingue, dove andremo a sostare allo scoccare dell’eventuale ira vesuviana.
La leggerezza con la quale affrontiamo l’argomento è seconda solo a quella di chi gestisce un piano d’evacuazione che lascia molti dubbi in sospeso, tra questi, ad esempio, quelli relativi alle voci contrastanti sui tempi di preavviso per l’evacuazione.

Secondo il professor Benedetto De Vivo, Ordinario di Geochimica alla Federico II, il piano d’evacuazione dovrebbe tener conto di uno «scenario più pessimistico», che preveda non solo tempi di preavviso lunghi, come quelli ipotizzati dalla protezione civile ma anche quelli assai più brevi di Montserrat nel 1995 o di Saint Vincent nel 1979, quando, con sole 24 ore di preavviso, furono evacuate le popolazioni di quelle isole caraibiche, di gran lunga meno popolate dell’area vesuviana.
Altra cosa eclatante è quella che concerne poi l’identificazione di una “zona rossa” che segue i confini amministrativi e non quelli fisici, con l’assurdo di enclaves comunali che, nella mente degli ideatori delle tre zone, dovrebbero essere risparmiate dalla furia del Vulcano.

Assai opinabile risulta poi l’identificazione di un’eruzione di tipo sub-pliniana, come quella disastrosa del 1631, che interesserebbe, tra l’altro, un’area orientale rispetto al vulcano e che, stranamente, così come per i venti dominanti, escluderebbero Napoli e tutte quelle zone poste a est del capoluogo, cosa questa tutt’altro che sicura.
Autorevoli studiosi come Giuseppe Mastrolorenzo e Michael Sheridan, consigliano di non sottovalutare «gli scenari estremi delle catastrofi naturali», ritenendo possibili scenari anche peggiori di quelli verificatisi circa 400 anni orsono.

Risulta evidente quindi il fatto che la politica abbia messo il suo zampino in un contesto così tanto delicato e che una parte del mondo accademico abbia ceduto purtroppo alle sue lusinghe. Cosicché veniamo a trovarci in una zona in piena espansione urbanistica, con l’ospedale più grande del meridione ormai prossimo ad essere ultimato, una centrale termoelettrica a gas e un costruendo inceneritore, il tutto in una pseudo zona gialla, ma che dista a soli sette chilometri dal cratere (Pompei ne dista dodici!).

Il tutto poi cadrebbe qualora si prestasse minimamente attenzione anche alle infrastrutture, ridicole come la SS 268, costruita ad hoc per un eventuale evacuazione in caso d’emergenza, ma, di questo passo, vista l’alta pericolosità della strada e la quiescenza del vulcano ci chiederemmo quale possa essere il male minore tra i due in questione. Da escludere ovviamente treni e navi per l’alto rischio sismico e i maremoti consequenziali a un evento eruttivo.
Ma tornando al piano d’evacuazione, ammettendo che questo fosse realmente fattibile, come ci si porrebbe davanti a un mancato allarme? E soprattutto chi si prenderebbe una tale responsabilità dalle così evidenti e gravi ripercussioni politiche?

Risulta chiaro quindi che davanti a una tale possibilità e a una scienza, che quando non è partigiana, stenta a dare risposte deterministiche ci si affidi a quanto di più verosimile si ha a portata di mano.
«Autorità e scienza sarebbero altri San Gennaro ai quali offrire ceri senza passare per fessi e senza darsi la pena di organizzare, addestrare, pianificare e razionalizzare il territorio. Purtroppo, in Italia, e solo in Italia, essere criminali è più onorevole che essere presi per fessi». Questo scriveva nel novembre 2007 il generale Fabio Mini, ex direttore dell’istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze, delineando prospettive che ci conducono a ciò che la moderna sociologia descrive come cry wolf syndrome, ovvero una sindrome di “al lupo al lupo” che mina una fiducia nelle istituzioni, di per sé già scarsa e non lascia scampo per niente e per nessuno.

Altre domande scaturiscono dall’effettiva costatazione di un problema esistente solo sulla carta; quando e dove si svolgono con periodicità le prove d’evacuazione, in quali edifici pubblici si svolgono queste importanti simulazioni che potrebbero salvarci la vita? Vorremmo coinvolgere i nostri lettori con questi interrogativi, come vorremmo sapere se le regioni predisposte ad ospitare i 18 comuni della cosiddetta zona rossa siano già pronte per accoglierci. Si stanno organizzando? Ne sanno qualcosa? E poi? Quando l’eruzione terminerà che farà il Popolo Vesuviano?

In questo annullamento generale del senso critico e del sano scetticismo, ci si chiede dunque se sia tanto peregrina l’ipotesi proposta (già da qualche anno) dal professore Vajatica e del suo progetto di delocalizzare la Città Vesuviana verso sponde più tranquille.
Il prossimo appuntamento affronterà il Progetto Vesuvio nella sua interezza e si arricchirà degli interventi che i lettori vorranno proporre nel forum (CLICCA) per rendere stimolante e costruttiva la discussione.
(Fonte foto: rivistahydepark.org)

IL PIANO DI EVACUAZIONE

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