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Scriveremo dei sistemi di camorra nel Vesuviano, Nolano e nell”agro nocerino-sarnese. Ma anche dei patti con la società civile. Come quello del 1980, in occasione del terremoto in Irpinia. Di Carmine Cimmino

Ciò che scriveremo non potrà non toccare la storia recente, i patti tra camorra e società civile. Tra questi quello stretto dopo il terremoto del 1980, dove fu messo in moto un congegno del malaffare che sta funzionando anche nell’emergenza rifiuti.

Scrisse anni fa Marcella Marmo che aspetti importanti del fenomeno della camorra nel secondo Ottocento, come “la camorra politico-amministrativa, le clientele camorriste, il funzionamento della finanza locale” tra il 1870 e il 1900 e la storia stessa dei termini bassa camorra e alta camorra non erano stati ancora studiati. Mi pare che questo elenco di temi trascurati sia incompleto: occorre stabilire, per esempio, se nell’Ottocento si siano formati, nel Vesuviano, nel Nolano e nell’agro nocerino-sarnese sistemi delinquenziali che potremmo definire in senso lato organizzazioni camorriste, e in quali settori abbiano svolto la loro attività criminosa.

Giornalisti, romanzieri, poeti e studiosi del secondo Ottocento documentano l’ intensità del fascino che la camorra in genere, e alcuni camorristi in particolare, esercitarono su ambienti di ogni livello: ma restano poco chiari i meccanismi della mitizzazione, che fu certamente alimentata da impulsi sociali e psicologici e forse già dall’astuzia della borghesia, che cercava di rovesciare su Salvatore De Crescenzo, su Francesco Cappuccio e su Enrico Alfano tutta la responsabilità degli affari illeciti e dei delitti che ne erano il sanguinoso corollario. La mitizzazione dei padrini è oggi un fenomeno molto più vasto che in passato: e ho il sospetto che quell’astuzia della società civile da causa terza sia diventata la causa prima .

Patti tra mafia e camorra, da una parte, e apparati dello Stato dall’altra, sono stati stretti anche nell’ Ottocento, come vedremo: ma per quanto gravissimi, essi possono essere spiegati con la ragion di Stato, e non bastano certamente a legittimare le organizzazioni criminali. Quando parliamo del problema delle relazioni tra camorra e società civile, ci riferiamo non all’esistenza oggettiva di queste relazioni, che nessuno si sogna di mettere in discussione, ma alla misura di esse. Bisogna capire se la parte, diciamo così, deviata, della società civile si pieghi all’imperio della camorra arrendendosi alle ragioni delle pistole e a quelle del danaro, o se invece non sia proprio questa parte, diciamo così, deviata a dettare le regole del gioco, e a servirsi della camorra per accaparrarsi appalti e commesse.

Sappiamo che intorno all’affare della ricostruzione dopo il terremoto del 1980 si scatenò una sanguinosa guerra di camorra: ma forse sarà utile dedicare qualche articolo alla relazione finale della Commissione Parlamentare d’Inchiesta, presieduta dall’on. Scalfaro, che descrisse quello scandalo smisurato come un’azione scenica in cui non era facile distinguere i protagonisti dalle comparse, gli attori dai suggeritori, e il costumista dal regista. Fu un caos ordinato, in cui dall’emergenza prima, fatta di migliaia di morti e feriti, di paesaggi naturali, urbani e sociali squassati dal sisma, nascevano, in sequenza interminabile, altre emergenze. In Irpinia fu messo a punto un mostruoso congegno del malaffare, che ora sta funzionando a tutto motore nell’emergenza della monnezza.

Ma ancora la settimana scorsa Rai 3 corredava un suo servizio su quel terremoto con l’ immagine di Raffaele Cutolo, accampata sullo schermo a trasmettere un messaggio – il disastro fu un affare per la camorra – certamente vero, ma vero solo in parte. Poiché resta ancora da stabilire quale fu la misura di questa parte, e quale la misura della parte che toccò alle industrie del Sud e del Nord, ai politici di tutte le taglie, alle banche, ai tecnici, ai funzionari dello Stato: e resta da stabilire se la camorra aveva, tra l’80 e l’83, la sapienza giuridica, tecnica e finanziaria per montare da sola una macchina così complicata e così raffinata, e per farla funzionare.

Nel 1863 lo Stato unitario decise di estirpare la camorra da Napoli con la stessa mano militare che stava spazzando via il brigantaggio. Tra il 1864 e il 1868 camorristi veri o presunti, oziosi, vagabondi, e poi ladri qualificati e contrabbandieri vennero tutti inviati al domicilio coatto. Il loro ritorno, le elezioni del 1874 e la grave crisi economica degli anni ’70 scatenarono, a Napoli e nella provincia, quell’ “infezione“ della cosa pubblica, della legalità, dell’etica, dei principi primi dell’ordine sociale, che portò all’inchiesta Saredo e al processo Cuocolo. A queste vicende, in cui si trovano tutte le radici del nostro nero presente, dedicheremo una serie di articoli. Partiamo dal 1874.

In quell’anno il prefetto Mordini inviò un questionario sullo stato della camorra agli ispettori dei quartieri di Napoli, e a quelli di Barra e di Portici. L’ispettore del quartiere Chiaia, nella sua lunga risposta, osservò che la camorra non era stata combattuta “alle radici: dopo i primi colpi si è soprasseduto, tanto che questa ha ripreso lena e ha mutato d’indirizzo, per modo che le è riuscito agevole di rinvigorire e nascondersi, in guisa da lasciare financo dubitare della sua esistenza. Il rimpatrio dal domicilio coatto è stato letto come debolezza del Governo…La camorra ha saputo distendere i suoi rami fin nel campo delle elezioni politiche, da dove ha tratto nuova vita sicurezza e garanzia”.

Mentre sotto i Borbone era organizzata come una setta, oggi, continua l’ispettore, “la camorra ha preso un altro indirizzo e, invadendo le diverse branche di commercio e industrie”, costringe gli imprenditori e i commercianti a “mettersi frastornati nella imprescindibile necessità di farla compartecipe degli utili”. L’altra “modificazione della camorra consiste nel decentramento (l’ispettore scrive discentramento), poiché non si ha nessuno elemento che faccia ritenere che esista fra componenti di essa un ordinamento riconosciuto e accettato, con direzioni e dipendenze”, e se i camorristi in pubblico ostentano reciproca assistenza, “lo fanno per dare di sé un’immagine, per imporsi e per generare quel panico che è tanto utile alle loro delittuose imprese”.

L’ispettore reggente di Portici disse con chiarezza la sua amara verità: “a partire dal 1870 lo Stato ha mostrato condiscendenza verso i capi della camorra nella lusinga che per opera di costoro si scoprissero i delinquenti comuni”. I capi organizzavano furti, ne affidavano l’esecuzione a ladri infidi, e al momento opportuno avvertivano la polizia, che sorprendeva i mariuoli in flagranza di reato. La camorra otteneva così due risultati: rafforzava il proprio prestigio e si liberava di personaggi scomodi. “Si è arrivati al punto di vedere un funzionario di P.S., il delegato Vacca, gozzovigliare pubblicamente assieme al noto Cappuccio e ad altri”: così scrive il reggente di Portici, con nervosa grafia.

Egli proponeva che il domicilio coatto fosse perpetuo, e si permetteva di far notare al Prefetto che era una follia pura mandare i coatti in quelle province, Salerno, Avellino, Benevento, Caserta e Foggia, in cui la camorra aveva già messo radici: lì i camorristi che arrivano da Napoli trovano sostegno nei correligionari del luogo. Correligionari: è una parola che da sola vale quanto un libro. Napoli è la città in cui il tempo si è fermato. È una pacchia per chi scrive di storia.
(Fonte foto: C.C.)

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