Home Terza pagina L'Officina dei sensi A CAPERA. DAI CAPELLI ALLO NCIUCIO

A CAPERA. DAI CAPELLI ALLO NCIUCIO

106
0
CONDIVIDI

Fin dall”800 le donne napoletane hanno sempre dato grande importanza alla forma della chioma. Nasce così la capera, che per difendersi dalle clienti bizzose raccontava i fatti degli altri. Di Carmine CimminoLe donne sanno da sempre che una parte consistente del loro fascino sta nella forma della chioma, e sanno anche che chi sa leggere questa forma vi coglie gli indizi del loro temperamento, e dello stato d’animo. E dunque da sempre le donne hanno dedicato attenzione puntigliosa ai capelli, a tal punto che la storia della pettinatura è un capitolo importante della storia sociale della femminilità. Le napoletane dell’Ottocento, quelle dei bassi e quelle dei palazzi, portavano i capelli lunghi: li scioglievano in morbida onda sulle spalle, li arricciavano, li stringevano in corpose e lunghe trecce, li avvolgevano nei tupé eretti sul capo.

Il tupé costruito in testa alle donne napoletane era una torre di avvistamento, un periscopio, un ammonimento: chi lo portava – ci voleva un’arte particolare per portare degnamente ‘ o tuppo, ci voleva un certo modo di camminare, altero ma non superbo, autorevole ma non sprezzante -, chi portava ‘o tuppo, era ‘na maesta: intraducibile parola napoletana, che pare corrispondere all’italiano maestra, ma in realtà ne è lontano mille miglia. ‘A maesta era l’ultima variante della matrona romana.

Queste complicazioni capillari fecero sì che signore e popolane benestanti ricorressero ogni giorno all’intervento della capera, che girava per le case a mettere a posto la testa delle clienti. Dopo aver messo a posto la propria. Perché la chioma della capera era la prova oggettiva della sua arte: e dunque testa a posto, modi aggraziati, e pazienza: queste erano le qualità indispensabili per una pettinatrice. Se il culto dell’intimità à stato, secondo gli storici, uno dei segni distintivi della società dell’Ottocento, farebbero bene gli storici a ricordare che Napoli anche in questo fu un’ eccezione: i propri sentimenti i napoletani non solo non li nascondevano, e non li nascondono, ma li cantavano, a tutta voce.

Scrisse Gregorovius di non aver mai visto gente così pronta a piangere in pubblico, come le donne e gli uomini di Napoli: piangere a ogni ora del giorno, e per qualsiasi cosa. Ora, immaginate quale duello si svolgesse, ogni mattina, tra la capera e la cliente, che sentiva le mani dell’altra muoversi tra i suoi capelli, e scioglierli o annodarli, sformarli e acconciarli: li voglio più alti, no, più bassi, no, più stretti. La capera paziente ascoltava, obbediva, eseguiva: la cliente si irritava, si lamentava, si alterava. In fondo, non sopportava che una donna immettesse le dita nella sua chioma: si sentiva violata, smascherata, messa a nudo. E non per sua scelta, ma costretta: e per di più, da un’altra donna.

Oi Rosa, statte attenta a sta capera / ca te pettina ‘ a capa a fantasia,
scrisse Salvatore Di Giacomo. La donna napoletana sotto le mani della capera diventava così gelosa della propria intimità da costringerci a pensare che quella sua facilità ad aprirsi fosse solo finzione e dissimulazione, fosse una leggenda. La capera si difendeva distraendo le bizzose clienti: e per distrarle, incominciava a raccontare i fatti del quartiere, i fatti delle altre: ed erano quasi sempre notizie inedite di innamoramenti, di tradimenti, di debiti. La cliente ascoltava, e si illudeva: si illudeva che la capera, di lei, non avrebbe parlato a quelle altre i cui segreti stava raccontando a lei.

Era un gioco strano e complicato, che le capere esperte conducevano con straordinaria malizia: nel disegno che correda questo articolo, Palizzi ha espresso la malizia della pettinatrice con alcuni dettagli: il taglio della bocca, lo scarpino che esce di sotto la gonna, l’inclinazione del capo, e, nota indiretta, le lunghe fasce di capelli che nascondono la testa della cliente. La cliente riavrà la sua testa quando la capera avrà finito di modellarla. Queste pettinatrici acquisivano a poco a poco una profonda capacità di analisi psicologica: non ne potevano fare a meno: senza quella capacità, si sarebbero impigliate da sole nella vasta rete delle trame che esse tessevano intorno alle clienti, in un mondo in cui non c’era segreto che restasse segreto e non c’era verità che non dovesse sopportare le aggiunte della fantasia maldicente.

E dunque Raffaele Viviani fa dire alla sua capera:
D’’e capere d’’o Mercato songo ‘ a masta / e nisciuno dint’’o stritto me ‘ncatasta.
Sono la prima tra le capere di piazza Mercato, e nessuno riesce a mettermi spalle al muro, a incastrarmi.

C’era anche un mercato dei capelli. Spesso nei vicoli risuonava il grido capillòoo: era il compratore di capelli di donna, il capillò, ingaggiato dai fabbricanti di parrucche. Intorno a questa figura Salvatore Di Giacomo costruì, in una sua poesia, la melodrammatica storia di una prostituta che vende i suoi capelli per mandare qualche soldo al suo uomo che sta in carcere:
s’ha tagliate ‘e ttrezze d’oro fino/ pe ne mannà denaro a ‘o carcerato.

Il mercante la sente piangere, ma non si commuove:
L’aggio sentita chiagnere scennenno/ ma ‘nteneruto no, no, nun me so’/
Sti trezze d’oro mm’’e voglio i’ vennenno.
Come si vede, le lacrime napoletane spesso inquinarono anche la vena di poeti valenti.

Per un facile passaggio analogico ‘a capera divenne sinonimo di pettegola, e di pettegolo, al maschile, e il suo campo semantico si intrecciò con quello di un altro cardine della linguistica psicologica napoletana, ‘o nciucio, l’inciucio. Nel prossimo articolo parleremo delle varianti contemporanee della capera. Femminile. E maschile: il mostruoso ‘o capero.
(Fonte foto: C.C.)

LA RUBRICA