L’UORGIO P””A TOSSE E L’ALICE “E MATENATA

Due modi di dire che hanno antiche origini ma ancora oggi fotografano bene situazioni reali. Di Carmine CimminoHa avuto l’uorgio p’’a tosse chi credeva di aver già vinto, ed è stato sconfitto, il presuntuoso sgonfiato, il tirannello buttato giù dal piedistallo su cui era montato e stava seduto come per diritto divino. Davide che abbatte Golia gli dà l’uorgio p’’a tosse. L’espressione non si attaglia a ogni tipo di vittoria, ma solo alla vittoria sorprendente e imprevista, riportata contro chi crede di non avere rivali: con me se mmesurano ‘a palla. La metafora ruota intorno all’immagine della tosse. La tosse è un sintomo fisiologico, di un’affezione al sistema respiratorio, ma è anche un segnale psicologico: avverte che l’equilibrio degli umori si sta alterando, e che prende il sopravvento l’umor nero del fastidio e dell’ira.

Tossisce a colpi secchi chi non ha più voglia di ascoltare gli altri: hanno parlato già troppo, e a vuoto, e bisogna mettere punto. Devo mettere punto. Questa tosse psicosociale può essere diplomatica, urtante, camorrista, scatarrante: c’è anche la tosse ironica, c’è la tosse sarcastica. Ha diritto di tossire colpi di tosse di tale portata solo chi detiene ed esercita un potere vero, reale: ma spesso se li consente, questi colpi, anche qualcuno che non conta niente, che non è nessuno. Talvolta alza la voce anche chi farebbe bene a tacere: uno che non è nessuno e invece crede di essere qualcosa o qualcuno. Pure ‘e pulece teneno ‘a tosse.

Come l’orzo placa la tosse vera, così le bastonate, vere e metaforiche, calmano e riportano alla ragione chi ha perso la testa, chi se n’è gghiuto c’’a capa. Sul significato dell’ espressione non ci sono dubbi. Qualche studioso di lingua napoletana ritiene che il centro della metafora sia non la tosse, ma l’orzo, e che il tutto trovi la sua spiegazione nel fatto che nel repertorio delle punizioni lievi previste per i legionari romani colpevoli di infrazioni lievi c’era l’obbligo di mangiare pane d’orzo invece che di grano. Non mi convince, la tesi, prima di tutto perché non spiega cosa c’entri la tosse, e poi perché l’orzo entrava nel menù dei gladiatori e dei legionari per le sue virtù medicamentose, e non come strumento di punizione.

Dice Plinio che una tisana d’orzo, con l’aggiunta di porro, era un ottimo rimedio contro la tosse i catarri di petto e le infezioni alla trachea e ai polmoni. I legionari romani in tempo di pace mangiavano di tutto: in guerra, e in territorio nemico, la portata più importante del rancio era un terrificante miscuglio di orzo, di vino prossimo a diventare aceto, e di aglio. Anche gli opliti ateniesi e i soldati di Alessandro mangiavano aglio. L’orzo rinfrescava il sangue e l’aglio vi immetteva tutta la sua energia. Ma non possiamo parlare dell’aglio in un articoletto dedicato all’orzo, che ha sapore approssimativo e stracco. L’aglio va nella lista degli argomenti che meritano un trattamento di riguardo: tra l’altro, è un protagonista incisivo, anche se riservato, della cucina napoletana.

L’orzo entrò, e forse ancora entra, nelle pomate che le signore usavano per conservare fresca la pelle del volto, e per spianare le rughe dell’età matura. Ma in ogni sua misura il tempo è nemico feroce della bellezza: non solo il tempo degli anni, ma anche quello delle ore. La freschezza di certi volti femminili, in cui l’opera della natura ha ricevuto il sostegno morbido e invisibile delle creme, è viva e piena nel primo quarto della giornata; poi, sciogliendosi gli unguenti a poco a poco, a poco a poco lo splendore di quei volti si vela, la stanchezza lo appanna, lo offusca, lo spegne. Queste donne sono come alici ‘e matenata: le alici appena pescate, che di primo mattino sfavillano, nel luccichio ancora intenso dell’acqua di mare, sui banchi delle pescherie.

Poi l’acqua si prosciuga, le alici si strapazzano, i colori si abbassano in quel grigio che prima ne esaltava l’intensità, e il grigio da azzurro diventa neutro e smorto, e nulla lo può ravvivare: né le generose spruzzate d’acqua marina che la mano sapiente del pescivendolo distribuisce senza sosta, né i vermigli riflessi delle triglie, dei gamberoni e degli scorfani che quella mano sapiente non a caso ammucchia sui fianchi e sui bordi delle spaselle di pesce azzurro.

L’OFFICINA DEI SENSI

“ERAVAMO SOTTO NATALE”

0
Si avvicina per i napoletani un momento magico dell”anno. La speranza prende il sopravvento sulle angherie della vita e diventa un modo di essere. Una espressione dialettica. Di Luigi Jovino

Nel linguaggio popolare i rafforzativi non vengono mai usati a caso. Nelle povere famiglie dove si è abituati a risparmiare su tutto, anche una frase in più può rappresentare uno spreco. «Una parola è poco e due sono troppe», diceva un contadino che non era mai entrato in chiesa per non essere costretto a togliersi il cappello nemmeno davanti a Gesù Cristo. I racconti popolari che raccolgono l’anima della gente semplice vengono, perciò, sintetizzati al massimo. I concetti sono distillati in sequenze concatenate e logiche. Le parole sono limpide, brevi ed essenziali. Non c’è una costruzione che non abbia senso o ragione di essere.

Quando un racconto popolare inizia con la frase eravamo sotto Natale è come se si fosse fatta una premonizione. Sotto Natale a Napoli significa: case fredde, acqua gelata nelle "cannole", ghiaccio alla finestra che si scioglie con l’alito caldo, strade buie e deserte che riportano alla mente i lati più angusti del presepe. Sotto Natale suggerisce un contesto. Sembra quasi una parola d’ordine da cui si sviluppa un canovaccio dagli esiti scontanti. La frase trova una ragione d’essere anche nel complesso dell’economia del vicolo perché richiama la frenesia del possedere. La necessità, cioè, di avere a disposizione le cose minime che in un periodo magico dell’anno non possono mancare.

E per non farsi mancare il necessario a Natale il senso comune giustifica anche qualche "mala azione" o i piccoli raggiri che hanno reso, famoso nel mondo la fantasia del popolo partenopeo. A Natale insomma la gente non vuole sentirsi povera. Si sente autorizzata a far di tutto pur di sconfiggere la triste condizione. Viene quasi voglia di pensare che la filosofia del «tutti dobbiamo campare» si alimenta proprio dall’atmosfera anarcoide-amnistiale che si respira in una zona franca. Nell’attesa del Natale. Il significato più potente della frase va assegnato, però, alla speranza, unica arma che il popolo umile ha per proteggersi dal fato e dalle ingiustizie della vita. Eravamo sotto Natale offre il senso di una grande attesa, dove tutto può accadere. Anche la più ambita delle aspirazioni.

La speranza che rimane sempre una forma di rivalsa, viene perciò usata come un grimaldello per forzare il susseguirsi scontato degli eventi con l’obiettivo di segnare una rivincita prima che le cose accadano realmente. Nella sequenza logica di causa ed effetto una storia che inizia con la frase Eravamo sotto Natale non può finire male. Bisogna esserne sicuri! Quando qualcuno presenta una storia del genere c’è sicuramente il lieto fine. L’articolazione della trama prepara a difficoltà di ogni genere. A momenti in cui il mondo sembra crollare addosso a protagonisti, colpiti da ogni tipo di sfortuna e di angherie. Il freddo, però, è sempre presente. Svilisce ogni aspirazione. Pesa sulla vicenda più di ogni altro accadimento. Le luci, invece, sono fioche e sospese. Poi d’improvviso cambia tutto. Arriva il finale che non è mai a sorpresa.

C’è da preoccuparsi, invece, quando l’ambientazione del racconto richiama spiagge assolate, spighe di grano e il fresco di una serata trascorsa vicino al mare. Non garantiscono esiti ad effetto nemmeno i mesi autunnali che hanno ispirato per secoli i poeti con un pesante carico di atmosfere, foglie, frutti e colori. La gente semplice con questo modo di rappresentare se stessa ha saputo materializzare la fiaba del Cristo fatto uomo. Sulla speranza ha costruito un modello di vita ed uno stile di espressione dialettica. E nell’attesa del Natale si consuma l’essenza stessa dell’essere, sempre sospeso tra ricordi e presentimenti. Quando poi viene Natale si esaurisce la poesia.

La speranza ha esaurito la sua forza propulsiva e si confonde tra le righe dell’evento. Un minuto dopo che è nato Gesù, dopo i canti di gioia, i bengala a stelline e le preghiere, ritorna la tristezza. E l’inverno si fa avanti forte con il suo carico greve. E hai voglia ad aspettare che a settembre il racconto riprenda… Eravamo sotto Natale. (Tratto dal libro “Storie minime”)

LA RUBRICA

IL MONDO DELLE CARCERI IN SUBBUGLIO

0
Il “Piano Carceri”, presentato come innovativo non solo per le strutture ma per i contenuti, si è limitato invece, solo ad imbiancare qualche muro di chissà quale carcere. Forse scioperano i direttori penitenziari. Di Simona Carandente

Vi sono tematiche di ampio respiro, afferenti al contesto giuridico-penitenziario, che rischiano di sembrare ridondanti, talvolta anche ripetitive, monotone. Eppure, nonostante la larghissima diffusione dei mezzi di informazione e comunicazione, nonostante le belle parole profuse a destra e manca, rischiano di rimanere lettera morta, come tante altre promesse non mantenute da chi ne aveva, e tuttora ne ha, ampia facoltà.

In questi giorni, la problematica relativa al fantomatico "Piano Carceri" ha scosso le coscienze dei vertici dell’amministrazione penitenziaria che, attraverso l’organismo sindacale che li rappresenta (Sidipe) hanno proclamato lo stato di agitazione, con possibilità di indire a breve uno sciopero di vastissima portata.
Parole al vento, ancora una volta. Il famoso e famigerato programma, che avrebbe visto il riassetto generale delle carceri italiane, dal punto di vista architettonico ma soprattutto nei contenuti, si è limitato a rimbiancare le mura di qualche sporadico padiglione, in chissà quale istituto, rendendo la situazione a dir poco "tragicomica".

Il problema del sovraffollamento è solo la punta dell’iceberg. Profonde, e di ampio spessore, sono le enormi difficoltà del mondo penitenziario, talmente evidenti da essere certificate dal Governo, lo scorso 13 gennaio, attraverso la dichiarazione dello stato di emergenza.
Gravi appaiono altresì le carenze di risorse finanziarie ed umane, tra cui spiccano le assunzioni di migliaia di nuovi agenti della Polizia penitenziaria, annunciate continuamente ma delle quali, al di là dell’ingresso di poche centinaia di unità, non vi è affatto traccia. Discorso analogo per la costruzione di nuove carceri che, al di là di qualche sporadica dichiarazione di intenti, continua a rimanere lettera morta.

Del resto, non tutti sanno che le assunzioni in ambito penitenziario sono bloccate da anni; che non vi è alcun segnale circa la programmazione di concorsi per diventare direttore penitenziario, figura per cui non si indice un concorso, nel nostro paese, da ben 13 anni, contrariamente a quanto avviene in altri rami del settore giustizia; che, parimenti, è mortificata ogni speranza di riqualificazione del personale già in servizio.

Si legge nella nota del Sidipe che, a fronte dell’ulteriore mancanza di segnale positivo da parte del Ministro della funzione pubblica o di quello della Giustizia, si arriverà all’ipotesi estrema di proclamazione dello sciopero di tutti i direttori penitenziari, che garantiranno altresì ogni più ampia partecipazione a dibattiti, proteste, iniziative pubbliche di sensibilizzazione, nel comune obiettivo di dare alla popolazione, carceraria e non, un segnale di profondo cambiamento. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

É VERO CHE GLI INCENERITORI AUMENTANO LE MALATTIE TUMORALI?

0
I favorevoli agli inceneritori chiedono sempre prove certe del rapporto tra combustione dei rifiuti e aumento di malattie tumorali. Le prove ci sono, a quintali, ma gli sporchi interessi sono troppo più forti. Di Amato Lamberti

Sarà difficile, per napoletani e campani dimenticare questi ultimi mesi, da settembre a novembre, del 2010. L’emergenza rifiuti che si pensava superata, per decreti, per legge, per dichiarazioni roboanti piene di soddisfazione, è tornata di colpo, con una virulenza maggiore di quella precedente, nonostante l’avvio del funzionamento dell’inceneritore di Acerra, ribattezzato termovalorizzatore per mostrarne la faccia buona di produttore di energia. Si era detto che il sistema industriale di smaltimento dei rifiuti non aveva funzionato perché mancava il punto terminale, appunto, l’inceneritore.

Adesso dicono che continua a non funzionare perché un inceneritore è troppo poco; ce ne vogliono almeno altri tre. Vedrete che costruiti anche questi altri scopriranno che non sono sufficienti e ne chiederanno altri, con grande soddisfazione dei sindaci che avendo fiutato il business, naturalmente per le casse comunali, sono da tempo in fila per poter costruire sul proprio territorio lo sterminatore dei rifiuti. La salute dei cittadini non conta. Tutti coloro che sono favorevoli all’impianto si trincerano dietro la richiesta di una prova certa, inoppugnabile, dati alla mano, del rapporto tra combustione dei rifiuti e malattie tumorali. Un copione già visto, a Brescia, a Padova, in tutte le località dove sono stati costruiti inceneritori.

I favorevoli hanno vinto, gli impianti sono stati costruiti, le malattie tumorali, e anche quelle polmonari, allergiche, linfatiche, respiratorie, sono aumentate e una percentuale sempre più alta di popolazione viene accompagnata anzitempo al cimitero. Naturalmente coloro che, a Brescia, a Padova, a Parigi, a Vienna, a Francoforte, sostengono che gli inceneritori sono la causa prima dell’aumento delle malattie tumorali nella popolazione,sono accusati di fare terrorismo psicologico e di essere disfattisti. Esattamente come avviene a Napoli, ad Acerra, a Terzigno. Rispondono sempre: dov’è la prova del rapporto senza ombra di dubbio del collegamento inscindibile tra combustione dei rifiuti e malattie tumorali?

Sono stati sommersi da studi, ricerche, analisi epidemiologiche, come ben sanno gli studiosi, medici, biologi, ricercatori, realizzati in tutto il mondo. Non gli bastano: a difesa di sporchi interessi hanno schierato i loro giornali, le loro televisioni,i loro cattedratici, i loro opinionisti. Tutti a ripetere: dov’è la prova certa e inconfutabile? Sono state fornite prove a centinaia, se non a migliaia, che riguardano gli effetti sull’organismo umano di tutti i componenti, metallici e non, liberati dalla combustione dei rifiuti. Nessun prova è per loro sufficiente. In Italia, solo a Torino, la Procura della Repubblica ha avuto il coraggio di bloccare la costruzione dell’inceneritore chiedendo ai costruttori la prova che non ci fossero significative ricadute sulla salute dei cittadini. Inversione dell’onere della prova, si dice in gergo.

Naturalmente non sono stati finora in grado di fornire alcuna prova sull’assenza di nocività dell’impianto. Il dato paradossale è che la Impregilo, società della Fiat, non costruirà a Torino quell’inceneritore che ha costruito a Napoli con l’appoggio bipartisan prima della sinistra e poi della destra: business is business. Ma il problema sono oggi le discariche perché senza raccolta differenziata la massa dei rifiuti è troppa anche per un inceneritore capace di ingoiare centinaia di tonnellate di rifiuti al giorno. Pensavano di risolvere tutto aprendo due discariche nel Parco nazionale del Vesuvio, prima cava Sari e poi cava Vitiello.

Non avevano fatto i conti con gli abitanti, o forse pensavano che sul Vesuvio gli abitanti portassero ancora l’anello al naso, per cui con un poco di soldi si poteva tacitare ogni preoccupazione per i miasmi, per gli effetti sulla salute e, soprattutto, per lo sviluppo del territorio. La reazione dei cittadini vesuviani li ha costretti a cambiare strategia: riempire tutte le discariche disponibili, cercarne altre da attrezzare, accelerare la costruzione di nuovi inceneritori. E questo in tutta la regione, per spalmare il problema di Napoli anche negli angoli più tranquilli ed incontaminati. Non si salva niente e nessuno. Guai a dire che Napoli i suoi problemi se li dovrebbe risolvere sul suo territorio, come fanno Parigi, Londra, Tokio, New York, che sono dieci o venti volte più popolate.

Poi ognuno risolve i suoi problemi come meglio crede, ma non chiede una solidarietà che serve solo a nascondere la volontà di non risolvere i propri problemi perché è più comodo scaricarli sugli altri. Naturalmente i napoletani non c’entrano nulla con questo gioco che è portato avanti da amministratori che sulle emergenze hanno costruito le loro fortune politiche, e in qualche caso, anche quelle personali.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÁ AL SETACCIO

GLI ASSISTITI, IL LOTTO: UNA STORIA VERA

I veneti, dopo l”alluvione, urlano il diritto di avere tanti soldi per la ricostruzione; “sono i nostri”, strepitano, e se la prendono con gli assistiti del Sud. L”assistito: una figura nata dalla passione per il Lotto. Di Carmine Cimmino

Spero che la tv mi ispiri, devo scrivere l’articolo. Smanetto sul telecomando, pesco una trasmissione dedicata all’alluvione nel Veneto. Nel salotto del conduttore siedono politici e giornalisti, e da Vicenza è collegato un gruppo di alluvionati. Protestano, ovviamente, fanno la voce grossa, giustamente, chiedono la sospensione del pagamento dell’ irpef, un giornalista ricorda che lì, nell’artigianato e nella piccola e media impresa del Triveneto, c’ è il cuore dell’economia italiana. Un sindaco collegato ricorda a gran voce che essi, i triveneti – uno spicchio d’Italia- producono ricchezza per tutti gli altri italiani, lavorano anche il sabato, e se è necessario anche la domenica, per tutti noi sfaticati scialacquatori, e se si fermano, se incrociano le braccia, per noi, soprattutto per noi dello stipendio fisso, per noi del 27 del mese, per noi assistiti dello Stato è la fine.

È la fame. E chiarisce, un tale, che i soldi che il Presidente del Consiglio ha portato da Roma, non sono soldi dello Stato: sono soldi loro, degli alluvionati, e sono solo una quisquilia, solo una pinzillacchera di quella massa enorme di moneta che essi, gli abitanti dello spicchio, mandano a Roma pagando le tasse. Il Governatore della Lombardia ricorda che la sua Lombardia da sola versa più del 50% della dote di cui dispone il Fondo di solidarietà nazionale. Mi accascio tramortito sul divano. La parte piagnucolosa, chiagnarosa, della mia napoletanità è commossa, già inumidisce gli occhi, si morde le labbra, si sente una cimice succhiasangue. Siamo un popolo di assistiti.

La parte acida e ironica, invece, pur turbata dal dramma degli alluvionati di ogni parte d’Italia, dal Veneto alla piana del Sele, vorrebbe dire e domandare ai triveneti e ai lombardi tante cose sui fondi Fas, sugli appalti assegnati con procedura d’urgenza all’ Aquila e in Sardegna, sulla storia aggrovigliata dell’inceneritore di Acerra. Vorrei domandare a quel sindaco a chi i triveneti i lombardi i piemontesi e i liguri vendono i prodotti della loro fatica: latte, biscotti, pasta, salami e salumi, panettoni a Natale e a Pasqua colombe, e cioccolato, e cucine componibili, e frigoriferi, televisori, asciugacapelli e dopobarba. A chi li venderanno, se a sud del Garigliano la povertà diventa ancora più nera.

Ma se i padani inzuppano il biscotto nel brodo della nostra inefficienza, è solo colpa nostra. Ai padani chiediamo soltanto di non farci anche la predica. Non è gente da sermone e nemmeno da spada, anche se ogni tanto l’ on. Bossi minaccia di marciare su Roma alla testa di un milione di baionette. Il Sele ha sommerso terre e aziende agricole, e ha demolito una struttura importante dell’acquedotto: i rubinetti si riapriranno tra qualche mese, se tutto va bene. Subito si è messa in moto la speculazione sulle bottiglie di acqua minerale e sulle taniche. Nel Veneto non è successo: speculatori così gaglioffi e così stupidi, i vicentini li avrebbero buttati nel Bacchiglione.

La passione napoletana per il gioco del lotto e per i riti, i drammi e i melodrammi che fanno da corteo a questo gioco nasce da un incoercibile amor philosophiae, poiché solo un popolo di filosofi può costruirsi un mondo in cui la forza della fortuna e del caso è sfidata a duello dai principi della ragione matematica e la sostanza dei sogni è costretta a incarnarsi nel rigore algido dei numeri. Solo un popolo di filosofi ha potuto creare la figura dell’assistito, erede delle sibille cumane, segnato dalla natura che lo condannava, e lo condanna – perché gli assistiti esistono ancora nel ventre e nel cuore di Napoli – al privilegio di parlare con le anime dei morti, e di conoscere in anteprima, prima dell’estrazione, i numeri estratti.

Nel Paese di cuccagna la Serao descrive la figura mesmerica di un assistito: ha mani scarne e giallastre, "guance smunte, barbaccia nera, un colore malaticcio, a strie, di sangue guasto, consumato da una febbre" che non guarisce. La folla gli si stringe intorno con un cerchio di facce ansiose, e crede di avvertire il rumore della battaglia che gli spiriti assistenti, gli spiriti buoni e gli spiriti cattivi, combattono senza sosta intorno a lui, intorno all’ uomo signalato. Non era facile costringere l’assistito a dare i numeri. Egli si rifiutava di aprirsi alla presenza e alla voce degli spiriti: come le sibille e le pizie, non voleva essere invasato dai démoni dei morti, perché in ogni invasamento egli perdeva una parte di sé, dell’ energia del corpo e della mente. Si dibatteva, cercava di sfuggire al suo destino scivolando via come un’anguilla tra le mani che lo afferravano. O si chiudeva in un allucinato silenzio.

E allora, per costringerlo ad aprir bocca e a svelare i messaggi dell’aldilà, i giocatori lo picchiavano a sangue. Lo dice la Serao. E lo dicono i verbali di polizia. Nel maggio del 1880 un famoso assistito napoletano, Antonio Trisciuzzi, scomparve nel nulla. La polizia interrogò molti giocatori del lotto, poiché gli informatori avevano riferito che Trisciuzzi era stato ucciso da un patito della giocata: patito è, nella lingua napoletana, uno in cui la passione per qualcosa è diventata una malattia, un morbo. L’ispettore di pubblica sicurezza Aniello Altieri interrogò a lungo uno dei sospettati, tale Sabato Nardi, che al lotto aveva giocato e perso somme cospicue. E nell’interrogarlo l’ispettore si confessò: anche lui giocava al lotto, e anche lui s’era mangiato, nel gioco, il patrimonio. Il Nardi da indagato divenne consigliere: promise al commissario di consegnargli un assistito potentissimo, Luigi Calligari, la cui antiveggenza era sovrumana.

E glielo consegnò. Per un mese il Calligari venne sequestrato in caserma, sollecitato a dare i numeri, pregato, supplicato, infine percosso, bastonato, seviziato. A turno, dall’ispettore e dal vice- brigadiere Teti, anche lui giocatore a perdere. Ma il Calligari sopportò e non parlò. Infine, stanco di sevizie, l’ispettore Altieri comunicò all’ assistito che l’avrebbe consegnato a un fiero giocatore di lotto, Gennaro Amabile, di Pollena, cantoniere, che la Questura aveva già ammonito, nel ’79, come pessimo soggetto, ozioso e ladro. Calligari riuscì a informare i suoi, che si rivolsero ai carabinieri. Liberato dall’Arma e immediatamente interrogato, l’assistito svelò che Trisciuzzi era stato ucciso proprio dall’Amabile, e che i suoi resti erano stati gettati in una grotta, nel territorio di Sant’ Anastasia.

L’Altieri venne sospeso e il brigadiere Francesco Marino dichiarò che il Calligari aveva dormito per un mese in caserma, e l’ispettore l’aveva nutrito sottraendo alle guardie una parte del loro vitto. "Mi sono lamentato per l’abuso", confessò il Marino, "ma l’ispettore mi ha inflitto 5 giorni di consegna assoluta". Aveva protestato, il brigadiere, non per l’abuso del sequestro, ma per quello della sottrazione dei pasti. I verbali di polizia non dicono se la vicenda suggerì ai giocatori terni e quaterne.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA STORIA MAGRA

“IO NACQUI:”. SPAZIO ALLA PAROLA SCRITTA E AL PIACERE DI SCRIVERE

0
Il laboratorio di scrittura creativa in aula assolve ad una funzione comunicativa e partecipativa, oltrechè didattica. È così che gli adolescenti (ri)scoprono anche la penna per comunicare. Di Annamaria Franzoni

Un giorno di settembre in aula, mentre condividevo la programmazione delle attività per l’anno in corso con i miei allievi della II classe del Liceo Mercalli, sezione G, è nata l’idea di dedicare, compatibilmente con gli altri impegni, qualche ora mensile ad un laboratorio di scrittura creativa che consentisse a ciascuno di raccontare la storia della propria vita in un percorso di emozioni ed idee.

Il singolare progetto di scrivere ciascuno “la propria autobiografia” è risultato particolarmente gradito agli studenti ed ha entusiasmato tutti, per cui si è deciso che tale attività si sarebbe sviluppata nel corso dell’intero anno scolastico e sarebbe stata finalizzata alla realizzazione di un testo, corredato e arricchito di foto e documentazioni ufficiali e non, che racconti ventisette singole esistenze.

Il laboratorio di scrittura in aula assolve ad una funzione non solo didattica, ma altresì ad una funzione comunicativa e partecipativa del vissuto emotivo dei singoli allievi e di ricerca del sé: raccontare le proprie emozioni è uno dei bisogni primari dell’uomo e raccontarsi può rappresentare il punto di contatto tra sé e il mondo esterno per esprimersi aprendo il proprio mondo ai tanti altri possibili, comprendo aspetti reconditi del proprio essere.

La scrittura attinge le sue forme e i suoi linguaggi direttamente dal processo creativo, fondendo gli apprendimenti informali e formali e favorendo, così, il raggiungimento di obiettivi cognitivi e affettivo-relazionali.
L’attività ha avuto il suo avvio nella scorsa settimana ed io mi sono sforzata di creare, in aula, un setting idoneo a stimolare lo spazio della parola abbattendo la barriera che separa la cattedra dal banco e dei banchi tra loro: abbiamo così creato un unico grande tavolo intorno al quale ci siamo concentrati e sulla base di un incipit da me scelto “Io nacqui….” si è dato l’avvio a tante narrazioni che, reinventando la realtà, sono partite dall’atto della nascita di ciascuno, dell’ attesa di tale evento e di ciò che si è detto e pensato mentre ognuno di loro emetteva il primo vagito.

L’obiettivo primario di tale attività è quello di sviluppare il pensiero creativo divergente attraverso una “scrittura inedita” e che rende “narratori e romanzieri in erba” giovani adolescenti che usano sempre meno la penna per comunicare e che hanno ben presto scoperto come la propria penna, invece, sapesse scorrere veloce sul foglio e come storie lontane nel tempo o che sembrava impossibile conoscere, prendessero forma generando un gran senso di piacere.
(Fonte foto: Rete Internet)

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

“TESTIMONIARE, FACENDO BENE IL PROPRIO LAVORO”

0
In questo dialogo, i personaggi del prof. Giovanni Ariola lanciano precisi segnali, delle parole d”ordine, per reagire a disastri come i crolli negli scavi di Pompei.

Sono le otto del mattino. Il prof. Carlo siede al suo solito posto nella sala lettura della biblioteca dell’Istituto dove ogni mattina sfoglia i giornali prima di iniziare il suo lavoro. Oggi sarà una giornata alquanto gravosa: ha da terminare il suo contributo mensile da spedire a “Lingua Nostra”, dovrà presiedere una riunione con i coordinatori dei vari dipartimenti e per finire, nel tardo pomeriggio, dovrà tenere una lectura Dantis agli studenti di uno dei due Licei Linguistici cittadini.

Avverte una strana stanchezza sulle spalle, di cui conosce bene sia la natura che l’origine che vanno, l’una e l’altra, ben oltre le “Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero” di George Steiner (Garzanti, 2007) . Lo perseguita da qualche giorno e gli paralizza cervello e mano. Guarda fuori dalla finestra: ad ottobre che è stato per lo più caldo e luminoso è subentrato un novembre uggioso, con quel taglio brusco alle ore di luce per il ritorno all’ora solare, con lo struggimento del cadere delle foglie che mette nell’animo con la tristezza una voglia di fuggire e di sottrarsi alla lucidità della propria coscienza; e stamane lo scirocco, ci voleva lo scirocco con il suo soffio caldo estenuante e quei cambi continui repentini nella volta celeste.

Non si accorge di Annella che è entrata, silenziosa come sempre, a fare il cambio dei giornali nell’apposita scaffalatura. Se la ritrova a lato che gli chiede se vuole prendere quelli, tra i quotidiani, che abitualmente legge.
– Perché tu? – le chiede sorpreso – E Antonio?
– Non si ricorda che Antonio era stato assunto per soli tre mesi, in sostituzione di Raffaele andato in pensione a giugno scorso e in attesa che bandissero un concorso?… non solo non è stato bandito nessun concorso, ma per giunta la nomina ad Antonio non è stata rinnovata e si rischia che il posto rimarrà vacante per sempre…anzi corre voce che qualcun altro di noi con nomina a tempo determinato sarà a breve mandato via…buona giornata …mi scusi professore…

Va via Annella con passo svelto per nascondere le lagrime che non riesce a trattenere.
Il prof. Carlo non ha la forza e neppure la voglia di aprire i giornali e immobile continua a guardare fuori, ma senza vedere niente.
A scuoterlo è il prof. Eligio che, senza neppure dire buon giorno:

– Hai visto che disastro? – dice mettendogli sotto gli occhi il giornale con la foto a colori della Schola Armaturarum (dove la gioventù pompeiana si addestrava alle armi) di Pompei, ossia delle macerie che ne restano dopo il crollo avvenuto il giorno prima – Che vergogna! Quanto disonore per l’Italia in tutto il mondo! E in contemporanea l’alluvione nel Veneto …e nel Salernitano…e in Calabria. Da una parte la furia degli elementi naturali e dall’altra l’incuria, l’incultura, l’insipienza e l’irresponsabilità degli uomini stanno distruggendo un patrimonio artistico e ambientale che costituisce la nostra maggiore ricchezza, il nostro ineguagliabile tesoro, che, non ci stancheremo mai di ripetere, tutto il mondo ci ha sempre invidiato e ci invidia…

– Continuate, continuate pure a indignarvi a disastro avvenuto – interviene il prof. Piermario che, entrato subito dopo il collega, ha fatto in tempo ad udire la sua tirata polemica – continuate a riempirvi la bocca con i soliti luoghi comuni, le vostre frasi roboanti, quante volte le abbiamo udite e lette… fino alla nausea… ne abbiamo la pancia piena da scoppiare…ma, per favore, facciamo silenzio e, se proprio ci sta a cuore questo patrimonio artistico e ambientale, cerchiamo e troviamo il modo per dare un nostro contributo di idee, di azioni, di lotta e di lavoro per salvare il salvabile… ma prima che sia troppo tardi

– Che possiamo fare noi – ribatte il prof. Eligio – quale potere abbiamo per intervenire e cambiare anche minimamente certe situazioni che si sono incancrenite e alla fine continuano ad essere gestite da chi ha il mano il potere e non lo molla?
Testimoniare, ecco che cosa bisogna fare e soprattutto partecipare – quasi grida l’altro ed ha gli occhi di fuori – aggregarsi, anche a costo di “sporcarsi nella politica”, partecipare alle battaglie che le forze più consapevoli, più responsabili, più oneste stanno combattendo…Ci sono mille modi per poter dare il proprio contributo. Ho visto giovani e anche anziani prestare la loro opera volontariamente e gratuitamente nelle chiese, nei musei, nei siti archeologici, nei mille e mille palazzi considerati per se stessi opere d’arte e in più luoghi di conservazione di oggetti d’arte, per vigilare, custodire, accogliere i visitatori italiani e stranieri e fare loro da guida…

– Io dico – continua il prof. Eligio – che ognuno deve testimoniare facendo bene il suo lavoro… È questione di competenza…come si può pretendere, anzi, chiediamoci, è opportuno che io che mi intendo e mi occupo di letteratura, metta bocca sul sistema di difesa ambientale, ad esempio su come rafforzare gli argini di un fiume o su come salvaguardare i monumenti, le varie abitazioni nella Pompei antica o le torri di Bologna o la Domus Aurea a Roma? Insomma, voglio dire, non è meglio che i letterati facciano i letterati e i politici facciano i politici e i tecnici ciò che è di loro competenza?

– Questo è un altro luogo comune che ha fatto il suo tempo…Ognuno deve fare prima di tutto il cittadino e poi esercitare la sua professione o il suo mestiere…
– Ha ragione Vargas Llosa – dice convinto il prof. Eligio – quando scrive: “Una letteratura non può dipendere dall’inevitabile carattere pratico della politica; al contrario, in molti casi, serve a tirarci fuori dalla prassi che ci imprigiona…” (Mario Vargas Llosa, “Letteratura e politica”, Passigli Editore, 2005, p.12).

– Ma dice anche – puntualizza il giovane e focoso collega – “Credere che la letteratura non abbia niente a che vedere con la politica…equivale a considerare la letteratura come gioco, distrazione, semplice intrattenimento…se la letteratura si limita solo a questo e non si pone altri obiettivi, è condannata a impoverirsi e addirittura a scomparire.” (ivi, pp. 22-23).
– Noto – osserva il prof. Eligio – che il collega Carlo è stranamente silenzioso…non vuoi dirci come la pensi in proposito?

– Troppe sono già le opinioni e le parole in giro perché debba aggiungervi anche le mie – risponde con voce stanca l’interpellato – Vorrei solo, a proposito del grande narratore peruviano, meritatamente insignito quest’anno del Nobel, invitarvi a leggere le parole conclusive del suo scritto che sottolineano come “è importante che letteratura e politica, senza rinunciare alla loro identità, con una consapevolezza precisa di quelli che sono i rispettivi limiti, si avvicinino e mantengano un’intensa dialettica…Uno scambio dinamico e critico che le arricchisca entrambe e le difenda dalla barbarie.” (ivi, p.47)

Ha parlato a fatica il prof. Carlo, segno evidente di uno stato di saturazione che rischia di diventare patologico. Si alza e se ne va al suo lavoro, mormorando tra sé e sé, come se fosse solo:
Occorrono soluzioni alternative…ma chi saprà adottarle?… “Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo/…C’è un tempo per demolire e un tempo per costruire/ un tempo per tacere e un tempo per parlare/ un tempo per pensare e un tempo per agire…” (La Bibbia, Ecclesiaste, 3).

LA RUBRICA

IL DESTINO DELLA CITTÁ VESUVIANA

Iniziamo un nuovo viaggio intorno al Vesuvio. Stavolta però non saremo soli, la nostra guida sarà il prof. Girolamo Vajatica, che ci introdurrà in un affascinante quanto audace percorso verso la normalizzazione e il riscatto del Vesuviano.

L’ultima “emergenza” dei rifiuti a Napoli ci ha riportato nella realtà estremamente variegata del Vesuviano e le sue problematiche dalla difficile risoluzione. L’alta densità abitativa alle falde del Vulcano è da record per cui tutto quello che altrove è risolvibile qui sembra, quanto meno, irrealizzabile; inoltre l’area in questione non è certo agevolata dalla sua posizione, all’ombra di un vulcano attivo che, nonostante la sua quiescente invisibilità, sovrasta un’area di almeno 200 km² e di circa 600.000 abitanti.

Da sempre l’uomo ha voluto vivere assieme ai suoi simili, forse per esorcizzare le sue paure ma, animale sociale per eccellenza, lo ha fatto anche e soprattutto per collettivizzare talune attività altrimenti irrealizzabili. Talvolta la necessità associativa è stata, più che per scopi economici, auspicata per mettere in comunione le idee e questo ha permesso che si creassero, soprattutto nel Nuovo Mondo realtà urbanistiche figlie delle utopie filosofiche che volevano vedere oltreoceano il luogo vergine e più adatto ai nuovi insediamenti umani con il loro carico di idee innovative, libero dalle pregiudiziali morali e religiose che all’epoca imperversavano in Europa.

Già Platone nella sua Repubblica immaginava un mondo migliore così come il suo epigono Tommaso Campanella, che, come Thomas More teorizzò un governo retto dalla filosofia. Le Reducciones gesuitiche nel Paraguay , i kibbutz israeliani hanno provato, forse invano, a mettere in pratica un equo governo che si riflettesse anche in una struttura urbanistica ben ordinata; altri esempi si perdono nella vastità della nostra ignoranza, ma tutti hanno cercato in qualche modo di sradicare il vivere quotidiano da quei preconcetti che ne frenavano lo sviluppo morale e culturale.

Oggi non sono in verità assenti nel panorama mondiale realtà simili a quelle che videro i nostri progenitori impegnarsi per un mondo migliore. Già Brasilia la nuova capitale del Brasile moderno volle essere negli anni sessanta un qualcosa di innovativo, in base ai canoni della nuova architettura ma anche in questo caso, come in realtà più piccole ma altrettanto emblematiche, questi esperimenti hanno rischiato di essere nient’altro che cattedrali nel deserto, e il nostro centro direzionale, fatte le dovute proporzioni potrebbe essere un utile esempio in tal senso.

Altre tipologie abitative scaturiscono poi dalla necessità di sfuggire ai ritmi frenetici delle città e dal loro forte inquinamento ed ecco le nuove città in stile ecologista come Dongtan nella Cina odierna, dove si seguono tutti i crismi dell’ecocompatibilità. Esistono comunque progetti che vanno invece nel senso opposto, cavalcando l’onda speculativa e alle proverbiali cattedrali si sostituiscono i grattacieli nel deserto o le isole artificiali, come quella di Dubai.

In questa tendenza all’elevazione degli stili di vita, rientriamo alle nostre latitudini per applicarlo proprio all’anello che circonda senza soluzione di continuità il complesso vulcanico Somma-Vesuvio. Lo scopo di quest’articolo e soprattutto di quelli che lo seguiranno sarà quello di esaminare una soluzione concreta del rischio vulcanico in questa zona, rappresentato in particolar modo dall’alta densità abitativa e dalla carenza di un piano d’evacuazione realmente applicabile e che soprattutto tenga conto di una realtà tanto complessa quanto mutevole.

I prossimi articoli saranno un dialogo tra noi e il professor GirolamoVajatica promotore del "Progetto Vesuvio". Tale progetto che ha ottenuto nel 2006 l’avallo dell’Unione Europea, vuole, nel lungo periodo a disposizione, che si spera ci conceda Sterminator Vesevo, trasferire la “Città Vesuviana” altrove, in modo da scongiurare oltre che una prevedibile e immane catastrofe, anche favorire un logico e fisiologico fluire delle genti vesuviane altrove, in un luogo più sicuro e certo più vicino delle attuali mete previste dal piano d’evacuazione.

Gli argomenti dei prossimi articoli:
• Strategie e piani di fuga
• Il progetto Vesuvio
• Conclusioni

Post Scriptum
Alla rubrica riserveremo uno spazio Forum dedicato ed esclusivo, per avviare ed alimentare un dibattito che sembra troppo sopito – quello sul (rischio) Vesuvio appunto – ma che merita la massima attenzione. Non per esorcizzare il rischio, né per fomentare le preoccupazioni ma per individuare una terza via che rappresenti la soluzione del problema, che sia seria, concreta, fattibile, possibile: la Città Vesuviana.
L.P.

IL FALLIMENO EDUCATIVO DEI GENITORI

La Corte di Cassazione ha riconosciuto colpevoli di Culpa in educando i genitori di un giovane, autore di un omicidio.

Con questo articolo inauguriamo sul nostro giornale una nuova rubrica il cui scopo è quello di fare il punto giuridico nel rapporto tra Scuola e Famiglia. Perché questa esigenza? Per la significativa rilevanza che hanno Scuola e Famiglia, per l’appunto. Termini che di solito scriviamo con l’iniziale maiuscola non certo per un refuso, ma per l’importanza che ricoprono in ogni tipo di società civile, da qualsiasi longitudine e latitudine si guardi il mondo.

In teoria, i due pilastri sociali non potrebbero non andare d’accordo, anzi, non potrebbero non declinarsi in una sorta di complicità silente e non occasionale. D’altra parte, il loro fine principale è la crescita, la formazione, l’educazione e la preparazione alla vita della progenie che i primi (le Famiglie) affidano ai secondi (la Scuola), che a loro volta alimentano la Società.
Eppure, se dalla teoria passiamo alla pratica di vita quotidiana, ci accorgiamo che le due istituzioni convivono come abitanti rissosi di un condominio chiassoso.

L’Avv. Alfredo G. Rosmarino, nel curare la rubrica, tratterà di casi specifici e realmente accaduti, sui quali c’è stato il parere sovrano della Corte di Cassazione, le cui sentenze sono destinate a condizionare il corso dei rapporti tra cittadini.
Oggetto di analisi e divulgazione saranno argomenti che intersecano la relazione tra Scuola e Famiglia ma anche questioni che riguardano una sola delle due istituzioni, com’è il caso dell’argomento che trattiamo quest’oggi, e sul quale il pronunciamento della Cassazione ha provveduto a formare una giurisprudenza assolutamente nuova, adeguata ai tempi che viviamo ed alle esigenze che ne conseguono.
L.P.

La Corte Suprema nella sua vasta attività si occupa anche dei problemi della scuola e della famiglia; in particolare essa interviene e statuisce in materia di culpa in educando e culpa in vigilando; tali ambiti sono di grande interesse per tutti i soggetti che operano nella scuola o che con la scuola hanno contatto, perché le pronunce in questione sono, comunque, destinate a condizionare i comportamenti degli operatori scolastici, dei genitori e della famiglia.

L’esigenza di trattare della culpa in educando e della culpa in vigilando, nasce dalla constatazione dei principi didattici ed educativi che la Cassazione mette in evidenza con le sue sentenze quando purtroppo si verificano degli incidenti di percorso.
Fatte queste dovute premesse passiamo a trattare della Sentenza 19 maggio – 28 agosto 2009, n. 18804: Culpa in educando con riferimento alla famiglia

Il caso
Tizio, omosessuale, da tempo importunava Caio, minorenne (anni 17), con profferte amorose, minacciando in caso di rifiuto, di diffondere la voce che era anch’egli omosessuale, di dirlo alla ragazza di lui ed, in ultimo, alludendo anche ad una passata relazione avuta con il padre di Caio. All’ennesima provocazione Caio reagiva e, in uno scatto d’ira, uccideva Tizio.

Con atto di citazione i genitori e le sorelle di Tizio convenivano in giudizio i genitori di Caio, esercenti la potestà sul minore, chiedendo che venisse accertata la loro responsabilità per culpa in educando e chiedendone, quindi, la condanna in solido al risarcimento del danno per la morte del rispettivo figlio e fratello. Il tribunale, riconosciuta la responsabilità, condannava i genitori di Caio a pagare 250 milioni di lire ciascuno ai genitori di Tizio e 50 milioni di lire a ciascuna delle tre sorelle; soluzione accolta dalla Suprema Corte.

La responsabilità dei genitori di Caio non è da imputare ad un difetto di vigilanza, visto che lo stesso era vicino alla maggiore età, ma questa deve essere individuata nell’inadempimento dei doveri di educazione e di formazione della personalità del minore. La Corte rileva, infatti, come le reazioni violente di Caio paiono peraltro aver tratto origine proprio da comportamenti dei genitori, ed in particolare del padre che, di fronte alle dicerie sulle sue frequentazioni omosessuali con la vittima, mai ha chiarito la propria situazione con il figlio lasciandolo in balia delle maldicenze, solo e indifeso davanti alle provocazioni della vittima e dell’ambiente, situazione da cui è poi scaturita la reazione di ribellione e di violenza.

In conclusione si può affermare che se il comportamento illecito del minore vicino alla maggiore età dimostra il fallimento educativo dei genitori, gli stessi sono civilmente responsabili dei danni cagionati dal figlio e si può sottolineare ancora una volta l’importanza dell’educazione dei genitori verso i propri figli, in particolare, l’obbligo di impartite al figlio un’educazione normalmente sufficiente ad impostare una corretta vita di relazione in rapporto al suo ambiente, alle sue abitudini, alla sua personalità.  

POMPEI CROLLA. NON AGITARSI PREGO…

Di fronte agli scempi di questi giorni, ci sia di conforto la saggezza dei filosofi. E dunque, convinciamoci che se una casa crolla, pare che crolli, ma in realtà non si muove. O forse era già crollata:Di Carmine CimminoVedo in tv le briciole della pompeiana Casa delle armature, che si è sfarinata nella pioggia, e resto impassibile: non mi muovo, non mi sbatto, non mi agito. La mente mi dice che un insegnante di latino e di greco, anche se in pensione, dovrebbe dir qualcosa, lamentarsi, possibilmente in greco o in latino. Ma il sentimento è freddo e muto. Una decina di anni fa, proprio davanti alla casa delle armature, feci fatica a convincere un giovane e valente collega che il piatto forte della dieta dei gladiatori era la zuppa d’orzo.

La zuppa d’orzo? Ma che dici? Il valente collega immaginava tavole imbandite con arrosti di pavone e cinghiali interi: così si vede nei film in costume e nei cartoni di Asterix. E invece, zuppa d’orzo: tanto che i gladiatori erano chiamati, da chi li disprezzava, hordeari, mangiatori d’orzo. L’orzo purificava lo stomaco e il sangue, nutriva senza ingrassare. E i gladiatori, anche quelli pesantemente armati, dovevano essere lucidi e vigili: la carne e il vino intorpidivano, afflosciavano l’energia, smussavano e ottundevano il filo di quella ferocia che è necessaria per chi deve uccidere per non essere ucciso. Poiché il nostro tempo si è specializzato nello scoprire l’acqua calda, alcuni studiosi hanno scoperto, dopo analisi studi rilievi e prelievi, che i gladiatori erano vegetariani. Non so se fossero vegetariani nel senso che noi diamo alla parola: ma pare ovvio che seguissero la dieta degli atleti, fondata sulle verdure.

Il nuovo romanzo di Umberto Eco, Il cimitero di Praga, sono riuscito a leggerlo fino a pag. 44, fino al secondo corridoio di una trama che vorrebbe essere il Labirinto Perfetto. I labirinti di carta mi sono venuti a noia: mi bastano quelli della vita quotidiana. A pag. 17 il protagonista del romanzo dice d’essersi fatto francese perché non poteva sopportare d’essere italiano: e poi aggiunge che Dumas piaceva a napoletani e a siciliani perché essi sono mulatti come Dumas: "mulatti non per errore di una madre baldracca ma per storia di generazioni", avendo preso il peggio di ciascuno degli antenati, "dai saraceni l’indolenza, dagli svevi la ferocia, dai greci l’inconcludenza e il gusto di perdersi in chiacchiere sino a spaccare un capello in quattro".

Questo dice il protagonista del romanzo, e non credo che Eco sia d’accordo con il suo personaggio, soprattutto sull’inconcludenza dei greci. Non dovrebbe essere d’accordo nemmeno sulla ferocia degli svevi. La radice della ferocia stava dentro i napoletani da molto prima che arrivassero gli svevi. La figura del gladiatore e i combattimenti nell’arena vennero inventati dai Sanniti e da quegli Osci che abitavano nella pianura nolana: un popolo di simpaticoni che amavano frizzi lazzi e battute di spirito, e anche lo spettacolo crudele di un combattimento all’ultimo sangue. E forse queste passioni, che pure sembrano così contraddittorie, per le battute di spirito e per i colpi di grazia, sono le varianti della stessa passione. Dunque i gladiatori mangiavano zuppa d’orzo, zuppa di cavoli, e rafano: nel rafano e nei cavoli i medici antichi vedevano miracolose virtù.

Poiché Eros e Morte spesso vanno a braccetto, i gladiatori accendevano nelle donne gli impulsi di un ardente interesse. Questo interesse femminile ha una storia che si allunga fino ai nostri giorni, fino alle arene dei toreri, ai ring dei pugili, alle celle dei padrini di mafia e di camorra, e dei criminali più spietati: è un tema che letteratura e cinema hanno cotto in tutte le salse, ma forse senza mai trovare la salsa che fosse capace di rendere, nemmeno alla lontana, il sapore della cruda realtà. I gladiatori di Pompei hanno registrato in alcune iscrizioni la loro vanità di amanti. Celadus, che combatteva da trace, dice di essere il sospiro delle fanciulle; il magistrato Decimo Lucrezio Valente trasmette alla moglie la sua passione per i combattimenti e per i combattenti, tanto che è lei che compra "Onusto, maestro nel combattimento a cavallo, e Sagato, un mirmillone".

Perfino il reziario Crescente si dichiara signore delle ragazze, medico delle bambole notturne, e forse anche di quelle mattutine. Dico perfino, perché i reziari non godevano di buona stampa: combattevano quasi nudi, armati solo di una rete da pesca in cui cercavano di imbrigliare l’avversario, e di un tridente: e perciò la loro tattica di combattimento era fatta di mosse agili e di schivate, e di movimenti in cui gli spettatori percepivano una nota di effeminatezza. Penso alla ricca simbologia dei gesti che costituivano il linguaggio dell’arena, penso alla figura del lanista, il padrone procuratore della scuderia dei gladiatori, un venditore di carne da macello, un magnaccia; penso alle scuderie famose di Capua.

Nel 59 d.C. Livineo Regolo diede a Pompei uno spettacolo di gladiatori: è probabile che scendessero nell’arena anche gladiatori della scuderia di Nocera, perché sugli spalti c’erano molti Nocerini. Questi provinciali, dice Tacito, questi cafoni, prima incominciarono a insultarsi, poi a lanciar pietre; infine estrassero i pugnali, ed ebbe la meglio la plebe di Pompei, che giocava in casa. Tra i Nocerini ci furono molti morti e molti feriti. Il senato romano squalificò l’anfiteatro di Pompei per dieci anni, e mandò in esilio i responsabili della battaglia. Ma non i molti bettolieri che intorno all’ anfiteatro vendevano vino adulterato. Forse Curzio Malaparte aveva ragione: Napoli è la sola città antica sopravvissuta tutta intera, con tutti i suoi abitanti, fino ad oggi.

Non ha senso agitarsi. Il ministro dice che c’è il rischio che altri edifici pompeiani si sfarinino. Vedo in tv una strada che il Sarno, ad ogni pioggia, allaga: sempre nello stesso punto: da sempre, da quando c’è il Sarno. E nessuno fa niente. La storia è storia: non si tocca. Sento dalla tv che le discariche sono piene, e mi pare che si potesse già prevedere, nel giorno in cui vennero aperte, in quale giorno si sarebbero colmate. Leggo che gli scavi di Elea Velia sono coperti di melma, che nessuno ha ancora tirato fuori dal pozzo sacro i resti di un gatto che vi è annegato tempo fa, e leggo che un masso blocca l’accesso alla Porta Rosa.

Tra quelle mura un giorno un filosofo concluse che il movimento non esiste, che è un inganno dei sensi: e dunque una casa che crolla pare che crolli, ma in realtà non si muove. Forse era già crollata, quando noi la vedevamo in piedi. Un allievo di quel filosofo aggiunse, di suo, che una freccia scoccata contro un bersaglio non lo raggiungerà mai, nemmeno se il bersaglio è grande come un palazzo, anche se la freccia è stata scoccata da un centimetro. Un giorno di alcuni decenni fa il nostro professore di greco e di latino ci spiegò, limpidamente, cosa avessero voluto dire Parmenide e Zenone, quale profonda verità ci fosse in quei concetti che ci sembravano assurdi. In tre ore ci fece capire molte cose, forse troppe, e forse bruciò troppo presto qualche illusione, di cui avremmo avuto ancora bisogno.

In Campania scoppiò la prima rivolta degli schiavi, e la guidò un gladiatore. I Romani furono spietati contro i ribelli. Ma i condottieri vincitori di Spartaco morirono, anni dopo, di una morte ingloriosa. Il demone della storia è un demone paziente, ironico, e crudele. E se uno merita l’uorgio p’’a tosse, glielo dà. Viene sempre il giorno che glielo dà. L’uorgio p’’a tosse. L’orzo per la tosse. Ma che significa questa sarcastica espressione napoletana? Alla prossima.
(Fonte foto: Rete Internet)

L’OFFICINA DEI SENSI