Riprende l”appuntamento con i lettori il prof.
Giovanni Ariola, curatore della rubrica
Lingua in laboratorio.
Giancarlo da Napoli scrive: “Ho letto qualche giorno fa su un giornale la parola «marchionnemente» per indicare, credo, un modo di pensare e soprattutto un modo di agire nel settore dell’organizzazione del lavoro simile a quello manifestato dall’AD (Amministratore Delegato) della FIAT. Non le sembra un neologismo decisamente aberrante?”.
Risposta – Si sa che l’avverbio formato con il suffisso –mente ha per lo più come base un aggettivo qualificativo, utilizzato peraltro nel genere femminile per un motivo che è stato ben illustrato dalla maggior parte delle grammatiche e che deve essere fatto risalire alla sua etimologia. Questo tipo di avverbio, infatti, ebbe origine nel Medioevo da espressioni latine composte con la parola mente, ablativo di mens, mentis (= mente, disposizione dell’animo) come ad esempio devota mente (=con disposizione dell’animo devota), serena mente (= con disposizione dell’animo serena). In seguito le due parti dell’espressione si congiunsero e formarono una sola parola che fu considerata ed usata come avverbio di modo e costituì modello di formazione avverbiale con gli altri aggettivi qualificativi sempre al femminile.
Con le stesse modalitĂ si formarono e si formano, in casi specifici, avverbi in –mente anche con aggettivi derivanti da nomi propri di persone. Ad esempio, se si vuole ulteriormente specificare e nello stesso tempo delimitare il campo semantico di una parola, si usa chiamare in causa come termine di confronto, un personaggio famoso che ha utilizzato quella parola con una precisa accezione. Così si dice di un termine: manzonianamente inteso, ossia utilizzato nell’accezione che ad esso ha attribuita il Manzoni o anche, riferendosi ad un intero discorso, “secondo le teorie letterarie o linguistiche di Alessandro Manzoni; secondo lo stile o il modello letterario dell’opera del Manzoni”.
Da ciò si evince che, nel caso proposto dal sig. Giancarlo, per essere coerenti con la linea storica dell’avverbio in -mente, si dovrebbe dire «marchionnianamente» e non «marchionnemente».
Si fa notare che con il nome proprio Marchionne si è creato anche il nome derivato marchionnizzazione per intendere l’estensione del metodo Marchionne ad altre imprese industriali (per adesso, fortunatamente, solo paventata!). Potrebbe d’altra parte attecchire nelle menti fertili dei nostri imprenditori o aspiranti tali il marchionismo (il complesso di idee, teorie e comportamenti pratici di Marchionne). Ma…. Signore mai peggio! GiĂ ci bastano e avanzano gli –ismi che hanno messo radici nella nostra povera Italia e di cui alcuni sono tuttora iperattivi.
Sempre a proposito della formazione di avverbi in –mente, ci sia consentito ricordare la creazione trasgressiva e provocatoria, a fine parodico, ad opera di Antonio Albanese, dell’avverbio qualunquemente, formato irregolarmente sulla base di un aggettivo indefinito, divenuto però nel frattempo il nome proprio del personaggio, inventato dal noto comico, Cetto La Qualunque. L’avverbio in questione è ora il titolo di un film satirico, decisamente esilarante, diretto da Giulio Manfredonia e interpretato dall’Albanese.
Flavia da Milano scrive: “Vorrei approfondire con lei alcune espressioni della parlata del Nord Italia, particolarmente del milanese, e analizzare con lei le differenze rispetto alla parlata dei meridionali. Per fare qualche esempio mi riferisco ad espressioni quali: “ci vediamo settimana prossima”, “ci vediamo pomeriggio” usate al Nord, e “ci vediamo la settimana prossima o nel pomeriggio oppure oggi pomeriggio”, usate al Sud; ancora “andare in posta” al Nord, e “alla posta” al Sud”, mentre si dice “la Valentina” “La Simona” “il Matteo” a Nord, e invece si usano i nomi senza articolo al Sud….”.
Risposta – Una caratteristica della nostra epoca è senza dubbio la dromomania, ossia per esprimerci in termini semplici, la fretta. Abbiamo fretta in tutto e quindi anche nel parlare. Lontana da me l’intenzione di evocare stereotipi come quello che sostiene che a Nord le persone sbrigano le loro faccende con maggiore rapiditĂ e alacritĂ rispetto ai loro connazionali del sud che sono considerati portatori di un handicap atavico, la lentezza appunto, o l’altro secondo cui a Nord ci si muove con una fretta eccessiva e nel lavoro si dimostra una efficienza che sfocia spesso in un efficientismo alienante. Detto ciò, sono del parere che le espressioni “ci vediamo pomeriggio” e “ci vediamo settimana prossima” subiscano l’ellissi dell’articolo per questa esigenza, molto marcata negli abitanti del Nord, di non perdere tempo e, di conseguenza, di velocizzare il linguaggio con il sottintendere quanto si capisce, anche se non espresso.
Questo, s’intende, in situazioni non formali quali possono essere un dialogo tra amici o una chiacchierata in famiglia. Bisogna d’altronde ricordare che proprio in questi contesti si adotta un registro appunto non formale e si tende a ridurre il linguaggio all’essenziale. Spesso ad esempio si sentono due amici congedarsi con un “Notte!” per dire “Buona notte!” oppure con un “Bye!” per dire “Good bye!”(che a sua volta è locuzione sintetica dalla frase God be with you = Dio sia con voi!).
La stessa parola “Ciao!” è un modo rapido per salutarsi tra familiari e amici che sostituisce espressioni più ampie e non consone al contesto di intimitĂ in cui si svolge il dialogo.
Da notare, in conclusione, che è insito nella dinamica funzionale della lingua, nei suoi registri delle relazioni quotidiane, il bisogno di eliminare il superfluo.
Si considerino come prova le stesse espressioni in questione nella loro forma grammaticalmente corretta: in “ci vediamo la settimana prossima” è stato eliminato la preposizione in che di solito esprime il complemento di tempo; in “ci vediamo oggi pomeriggio” è stato omessa la preposizione articolata nel.
A questa interpretazione sembra contraddire l’altro fenomeno segnalato dalla lettrice milanese, quello di aggiungere, a mo’ di protesi, l’articolo ai nomi propri. Qui prevale, secondo me, un’altra esigenza, quella di pronunziare le parole singolarmente o nelle loro combinazioni in modo, quanto più possibile, facile e comodo. Si sta parlando di una esigenza eufonica. Insomma i settentrionali, e non solo, ritengono che possa facilitare la pronunzia dire “la Simona” o “il Matteo” piuttosto che i semplici nomi nudi e crudi. Non si può escludere tuttavia che questo costume linguistico sia una ridondanza sorta casualmente e senza una motivazione precisa.
“Andare in posta” o “Andare alla posta?”
Si sa che il complemento di moto a luogo è retto nella maggior parte dei casi da una delle due preposizioni «in» o «a». I Romani avrebbero detto con la loro abituale precisione «in» quando si vuole indicare ingresso in un luogo, «a» (lat. ad) quando invece si vuole indicare l’avvicinamento ad un luogo. In italiano invece: vado in piazza, vado in cittĂ , ma vado alla posta (tutti i dizionari indicano questa come la forma corretta o almeno quella comunemente usata), vado al ristorante; vado a casa, ma rientro in casa, vado al mare, ma vado in montagna ecc.
Insomma una regola precisa non c’è. L’unica cosa che possiamo dire è che generalmente con «in» si vuole mettere in evidenza l’ingresso in un luogo e invece con «a» si mette l’accento sulla direzione del movimento. Il resto è demandato all’uso.
Due considerazioni conclusive. Andare in posta è più sbrigativo che andare alla posta e questo è in linea con quello che dicevamo sopra.
Inoltre e infine, lo sa la gentile lettrice che in posta significa anche… in fretta? In tale accezione l’espressione è registrata tra le locuzioni avverbiali dal Grande Dizionario della Lingua Italiana del Battaglia (“ – in posta, in poste: frettolosamente, in fretta; precipitosamente.” Da precisare tuttavia che la locuzione si usò fino all’Ottocento).
Allora, per chiudere sorridendo, si può anche, a Nord come a Sud, andare alla posta…in posta (disambiguando = andare alla posta in fretta).
LA RUBRICA “LINGUA IN LABORATORIO”