L’OPINIONE DI GIUSEPPE CAPASSO SUL “PROGETTO VESUVIO”

Dopo aver ascoltato gli esperti torniamo a parlare con le istituzioni e proseguiamo nel nostro viaggio nella “CittĂ  Vesuviana”. Chi meglio del Presidente della ComunitĂ  del Parco Nazionale del Vesuvio può illustrarci il punto di vista della politica?

Nelle precedenti interviste sono emerse critiche sostanziali verso il piano d’evacuazione della protezione civile e un interesse verso la logica del decongestionamento dell’area vesuviana, qual è la sua opinione?
«I problemi sono molti, c’è quello del piano d’emergenza dell’area vesuviana, la cui gestione è in capo al dipartimento della protezione civile. I poteri locali sono assolutamente residuali. Noi abbiamo chiesto all’epoca e abbiamo ottenuto un confronto rispetto a una prima versione che ci sembrava decisamente insufficiente. Basti immaginare che era previsto che gli alunni delle scuole, una volta che si fosse verificato l’evento, andavano da soli a raggiungere le destinazioni assegnate, poi dopo le mamme si sarebbero ricongiunte a loro.

È chiaro che, quella che sembrava essere una scelta tecnica inoppugnabile, ci è sembrata veramente discutibile. Si è passati così a una seconda versione, poi al Mesimex l’esercitazione, pure molto criticata, ma pur sempre un esercitazione, dove siamo passati dal modello teorico, a una cultura applicata!»

Non le sembra però che questo una tantum sia troppo poco?
«Beh! Certo, poco come il campione che vi ha partecipato ma vorrei dire che il dipartimento della Protezione debba tenersi in strettissimo contatto con le autoritĂ  locali, le prefetture etc. e sviluppare un ragionamento che possa portarci alla definizione di un piano accettato dalla popolazione. La seconda versione del piano ci convince di più, quella dell’ospitalitĂ  presso alcune regioni amiche, con un’ottica quindi di gemellaggio, più credibile perché non è pensabile che circa settecentomila persone possano essere gestite, in un momento d’emergenza dalla sola protezione civile».

San Sebastiano andrĂ  in Molise ma sappiamo dove?
«Non ancora perché il piano si è fermato, bisogna per questo esigere un gesto di responsabilitĂ  da parte delle amministrazioni locali, da chi è predisposto alla critica ed esigere dalla protezione civile che elabori finanche i dettagli di una forma partecipata con gli attori del territorio, dopodiché accettare quel piano. D’altro canto, la parte più pregnante del ragionamento attuale, quella della decompressione come la chiamava, l’allora assessore regionale, Di Lello, c’è tutta una gamma di interventi su cui riflettere. Certamente “Vesuvia” non ha avuto incertezze ma è semplicemente fallita!

Forse una decina di contributi erogati, a fronte di migrazioni virtuali, perché quegli immobili sono stati rioccupati a scopi sempre residenziali, senza mutare la destinazione d’uso di questi. Certo è che se il fine è nobile lo strumento s’è rivelato inefficace. Adesso sento dire che la regione starebbe immaginando meccanismi ancora più contorti, come quello di consentire una sostituzione di volume con una premialitĂ , nel caso in cui, l’attivitĂ  residenziale, per metĂ  diventi di tipo ricettivo o commerciale. Io credo che sia un rimedio peggiore del male!».

Ce lo spiega meglio?
«È la modifica al piano casa, che tanta speranza ha suscitato in quanti hanno a cuore la cultura del mattone, per continuare a costruire nell’area vesuviana. Un errore della regione a cui bisogna porre rimedio anche sul piano formale, perché sul piano sostanziale quella decisione non produce alcun effetto, nel senso che non è possibile edificare alcunché ma passa un messaggio, come quando c’è l’annuncio di un condono edilizio e poi magari non si fa ma finisce in pasto a quei malintenzionati che si danno da fare. Quindi con chiarezza la regione deve dire che non si può fare più nulla! Se non in quelle attivitĂ  di tipo pubblico o sociale, che servono a tener unita una comunitĂ .

Attrezzature di aggregazione sociale come scuole o luoghi adibiti allo sport, attrezzature per garantire una maggiore qualitĂ  della vita. Faccio un esempio, se fosse possibile realizzare un campo da golf dalle nostre parti, con il binomio Vesuvio, discipline sportive, io non vedrei di cattivo occhio un’iniziativa di questo genere. Questo perché? Perché accrescere la qualitĂ  della vita, accrescere paradossalmente il valore immobiliare delle nostre case, consente di rendere l’area vesuviana un’area esclusiva. Così facendo si innesca un circolo virtuoso che spinge i proprietari a un’autotutela del proprio territorio. Un po’ come è accaduto nel Parco del Cilento, dove ci sono stati alcuni comuni che hanno investito sul mattone e hanno visto depauperare il proprio patrimonio immobiliare e chi invece, saggiamente, come il compianto Angelo Vassallo, ha investito nella tutela del territorio, nella riqualificazione, sul piano della qualitĂ  della vita.

Va detto questo, chi ritiene impropriamente che l’edilizia faccia girare l’economia di un luogo è in errore, in buona fede, nel migliore dei casi e in malafede quando poi non è che il rappresentante di una categoria che ormai da tempo ha compreso che insistere sulle aree vincolate del territorio nazionale è un modo per sottrarsi a quella logica di riconversione imprenditoriale e professionale, ormai da tempo in atto in quella categoria. Ciò vuol dire che chi non sa fare altro pensa solo all’edificazione, chi sa fare altro pensa al restauro, pensa alla riqualificazione, al recupero e alla valorizzazione. La risposta tout court è quella quindi di rendere sempre più esclusiva l’area vesuviana».

Vorrei capire bene una cosa, riguardo al piano casa, lei sostiene che sia una sorta di specchietto per le allodole ma in base ad alcune sue affermazioni, pubblicate anche sulla stampa locale, mi è sembrato che comunque lei fosse a favore di una sorta di piano di edilizia …
«Quando io ho avanzato la proposta della realizzazione dei sottotetti, non accatastabili, non abitabili a condizione che si recuperasse la staticitĂ  dei fabbricati, lo facevo perché immaginavo una via concreta».

Nella serie di interviste che abbiamo giĂ  attuato è evidente la carenza del piano d’emergenza e necessario il decongestionamento del vesuviano. C’è chi, come il professor Vajatica, immagina una CittĂ  vesuviana nel Casertano, chi nel Sannio e in Irpinia, come Ugo Leone e chi a un blocco del turn-over, come Giuseppe Luongo. Lei da politico come la vede?
«Io vorrei una CittĂ  Vesuviana sul Vesuvio! Riducendo il carico antropico e dunque il rischio».

E come?
«Con il modello “Vesuvia” che è rimasto incompleto perché si è pensato a mandar via senza occuparsi dell’immobile lasciato libero, che non deve assolutamente essere demolito perché si produrrebbe un abbandono del territorio, deve essere perciò riconvertito. L’immobile che viene liberato viene liberato per fare attivitĂ  ricettiva. Noi abbiamo un disperato bisogno di posti letto. Questo tipo di antropizzazione non viene considerata un rischio perché è un tipo di presenza occasionale. Quindi il turn-over si attua non demolendo l’immobile o impedendone l’uso ma riqualificandolo per funzioni non abitative. Potrebbe essere attuato anche qualche mirato abbattimento ma solo lĂ  dove fosse strettamente necessario».

Nel concreto cosa si sta facendo?
«Noi stiamo andando avanti nel nostro piccolo, con un programma di riduzione fisiologica che ci sta dando risultati apprezzabili, con un blocco dell’edilizia …».

Sì, però si farĂ  la chiesa!
«Ma io quando parlavo di attrezzature al servizio del territorio mi riferivo anche a questo e ti sembrerĂ  strano ma dobbiamo fare anche un’altra piscina! C’è una tale domanda da renderla necessaria!».

Mi sembra però strano …
«È una legge di mercato, siccome altrove non le puoi realizzare, perché hanno costruito solo case, le attrezzature per lo svago, per lo sport, per la qualitĂ  di vita, le facciamo noi! Questo dĂ  anche un’identitĂ  al territorio».

Sì, però, a San Sebastiano, il rapporto popolazione/strutture sportive, mi sembra alquanto sproporzionato, ce ne sono tante! Finché sono quelle storiche, quelle di vecchia data, va bene, ma perché farne altre, quando giĂ  sai che dovrai affidarle ai privati?
«Le faccio un esempio, la piscina ci costa 180 milioni di vecchie lire e ne prendiamo 200! Siamo perciò in saldo attivo. Abbiamo inventato una formula innovativa di leasing, noi realizziamo l’opera, la diamo in affidamento, paghi di più di quanto costa al comune il leasing e poi dopo dodici, quattordici anni l’immobile diventa tuo. Mi si dirĂ  che in questo modo si privatizza l’attivitĂ  sul territorio, in questo modo abbiamo però una gestione attenta e oculata, la struttura è ben tenuta, le rette tra le più accettabili del territorio e un’alta domanda. Certo non ne facciamo una regola, abbiamo una gamma di interventi, abbiamo per esempio l’Astronauti Sporting Club che non ci da niente, poi abbiamo altri immobili che condividiamo con la scuola, etc.».

Ma qual è il vantaggio del pubblico di una seconda piscina?
«Il vantaggio è che San Sebastiano diventa una cittĂ  dello svago, attualmente è una cittĂ  dormitorio, il commercio langue, l’edilizia non si può fare, vogliamo darci una vocazione? Diamoci quella di sviluppare nei fine settimana un turismo endogeno, una movida sostenibile».

DELITTI IN FAMIGLIA. NON C’É SOLO LA COPPIA CHE SCOPPIA

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I drammi che si vivono in famiglia non sono solamente quelli legati a dinamiche passionali, o comunque alle complesse vicende dei rapporti di coppia. Avere un tossicodipendente in casa, estorsore. Di Simona Carandente

Nell’immaginario collettivo, fomentato dalla moltitudine di programmi televisivi "a tema" e dall’attenzione dei mass media, la tipologia di reati che avviene in ambito familiare è strettamente legata a dinamiche passionali, spesso omicidiarie, perlopiù ingenerate dalla mancata accettazione della fine di un legame ed afferenti, pertanto, alla complesse vicende dei rapporti di coppia.
Tuttavia, non sono infrequenti i casi in cui gli operatori del diritto siano chiamati a confrontarsi con reati di tipo diverso, pur se maturati in ambito familiare, sovente con effetti devastanti ed il più delle volte incontenibili.

Molti di questi reati sono legati allo stato di tossicodipendenza, specie dei giovani componenti il nucleo, che arrivano a rendere la vita impossibile a genitori, fratelli, compagni, in quanto in costante ricerca di denaro per acquistare lo stupefacente, giungendo a volte a commettere anche gesti estremi pur di riuscire nel loro intento.
I processi penali che nascono da tali dinamiche sembrano quasi un "copia-incolla": sulle prime i familiari, disperati ed esasperati, denunciano i fatti alle forze dell’ordine, sperando che la denuncia penale possa salvare loro stessi ed i loro aguzzini. Qualche tempo dopo, ottenutane la carcerazione ed un’imputazione per estorsione, si lasciano prendere dai sensi di colpa, cercando in tutti i modi di riparare, nell’erronea convinzione di poter evitare il processo sulla scorta di nuove, e più miti, descrizioni dei fatti.

In uno degli ultimi processi per estorsione, del tipo di quella descritta, mi sono trovata innanzi ad un soggetto apparentemente normale, con un lavoro stabile e redditizio, una moglie ed una figlia cui badare. Unico neo, in una vita quasi normale, un prolungato stato di tossicodipendenza, che più volte aveva portato il mio giovane assistito a litigare con la propria madre, chiaramente per motivi di denaro.

Il degenerare di una delle ultime discussioni, avvenute tra madre e figlio, sarebbe stata destinata ad avere conseguenze drammatiche e difficilmente riparabili: la madre, difatti, di fronte all’ennesima richiesta di denaro non ha retto e si è rivolta alle forze dell’ordine. Immediate sono scattate le manette per il giovane, ristretto in carcere da oramai da diversi mesi, nella disperazione della madre stessa, convinta di poter ritirare la denuncia in ogni momento.

Allo stato pende il processo di appello per il giovane, condannato in primo grado ad una pena tutt’altro che esigua; il periodo scontato in carcere gli è servito a comprendere le gravi conseguenze di quanto aveva commesso; il datore di lavoro si è dichiarato disponibile a riassumerlo presso di sé, dandogli incondizionata fiducia; figlia e moglie aspettano di poterlo riabbracciare a casa, nella speranza di trovarsi di fronte ad una persona diversa, matura, finalmente in grado di poter condurre un’esistenza normale lontano dal tunnel della droga. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ALTRI CASI TRATTATI

IL DISASTRO AMBIENTALE: UN MARE DI MERDA

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Ritorna l”emergenza rifiuti, però stavolta il quadro è più fosco a causa della recente inchiesta sul percolato scaricato nel mare di Napoli. Un enorme disastro ambientale. Di Amato Lamberti

La cittĂ  di Napoli è tornata a riempirsi di rifiuti anche nei quartieri del centro, quelli dove si fanno i salti mortali pur di assicurare un minimo di pulizia e di decenza visto che l’afflusso di turisti dalle grandi navi da crociera continua, anche se si fa più rapido e breve. Ma nonostante tutti gli sforzi i rifiuti hanno invaso anche le strade adiacenti al S.Carlo, a piazza Municipio, a piazza Plebiscito. In provincia si è vicino al collasso in molte zone dove alcune strade provinciali non sono praticamente percorribili se non con fuoristrada capaci di arrampicarsi sui cumuli di rifiuti accatastati anche sulla sede stradale.

I giornali tornano a parlare di emergenza, ma questa volta allargano il quadro dai rifiuti al sistema fognario e, in particolare, alla questione depurazione delle acque nere e del percolato delle discariche. Si è scoperto, come sempre in ritardo, che il percolato delle decine di discariche, attivate per far fronte alle emergenze dello smaltimento dei rifiuti urbani, veniva conferito a depuratori non funzionanti o privi delle necessarie autorizzazioni al trattamento dei reflui fognari. In pratica, finiva in mare senza nessun trattamento che ne assicurasse la depurazione, o almeno l’abbattimento del potenziale di inquinamento. Un delitto ambientale consumato in piena coscienza e noncuranza del disastro ambientale che si produceva.

L’ascolto delle intercettazioni telefoniche delle comunicazioni tra i responsabili del Commissariato di Governo e i dirigenti del settore Ambiente della Regione Campania restituisce una situazione allucinante, secondo la definizione del Procuratore generale di Napoli Giandomenico Lepore. Tutti facevano a gara nel dare una soluzione apparente al problema del percolato ben sapendo che gli impianti nel quale veniva conferito erano inadeguati o non funzionanti. L’importante era far sparire dalla vista degli abitanti, come dei comitati antidiscarica, il percolato, quella melma nera e puzzolente che creava allarme e lezzo nauseabondo, buttandolo a mare, senza però darlo a vedere. I depuratori consentivano questa operazione truffaldina e criminale, tanto nessuno aveva messo in evidenza che non funzionavano del tutto.

Da anni si parla del cattivo funzionamento dei depuratori, in particolare di quello di Cuma, deputato alla depurazione dei reflui fognari, alias della merda, della cittĂ  di Napoli e della maggior parte dei Comuni a nord di Napoli, fino a Quarto e Giugliano. Gli operatori balneari del litorale domizio, ogni anno, all’inizio della stagione dei bagni, avevano promosso manifestazioni per denunciare il cattivo funzionamento dei depuratori e la mancata depurazione delle acque fognarie, con conseguenti gravi danni alla balneazione e perfino alla elioterapia. Non solo le acque del mare risultavano impraticabili per il colore e per il fetore; anche le spiagge erano inagibili per la presenza di vermi e per gli insopportabili miasmi.

Ma nessuno, in tutti questi anni, aveva fatto mente locale al fatto che il mancato funzionamento dei depuratori comportava necessariamente lo svernamento a mare, nel golfo di Napoli, direttamente sulla spiaggia o attraverso condotte sottomarine, dei reflui fognari dell’intera provincia di Napoli e di gran parte della provincia di Caserta. In pratica, con parole più semplici e chiare, la merda e le altre deiezioni di circa quattromilioni di abitanti, pari a circa quattromila tonnellate al giorno, sono, da almeno quindici-venti anni, sversate, senza alcuna depurazione, nelle acque del Golfo di Napoli, con danni ambientali probabilmente neppure calcolabili. Probabilmente di questa situazione ne avranno gioito i pesci, i molluschi, i crostacei,compresi quelli degli allevamenti a mare che negli ultimi anni si sono moltiplicati, che allietano le nostre tavole e non solo nei giorni di festa.

Non credo che ne abbia gioito anche lo stato di salute dei quattro milioni di cittadini che vivono sul golfo di Napoli, uno dei più belli del mondo; che si tuffano nelle sue acque; che prendono il sole sulle sue spiagge, cantate da poeti e scrittori. Forse aveva ragione Pino Daniele: Napoli è ‘na carta sporca, e nisciuno se ne importa.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=24

L’ITALIA BLOCCATA TRA LISTINI E PORCATE

Sono decenni, o centinaia di anni, che popolo e Stato italiano suscitano l”impressione di vecchiezza e corruzione. “Brutti, vecchi, laidi e corrotti”, così ci vedono in America. Il nicodemismo degli intellettuali. Di Carmine Cimmino

Non fu facile organizzare, tra il 1976 e il 1977, il primo processo contro le Brigate Rosse, che si tenne in Corte d’ Assise a Torino e in cui vennero giudicati, tra gli altri, Renato Curcio e Alberto Franceschini. Fu necessario, prima di tutto, sbrogliare la matassa di complicate questioni giuridiche, poiché gli imputati ritirarono il mandato ai loro avvocati e minacciarono di morte chiunque avesse accettato il ruolo di difensore d’ufficio. Giuristi di alto profilo cercarono di dimostrare che la difesa di un imputato non è un dovere dello Stato, ma è un diritto dell’imputato stesso, il quale può rinunciarvi.

La Corte non sentì ragioni: il processo non sarebbe iniziato senza un difensore di ufficio. Fulvio Croce, pronipote di Costantino Nigra, accettò l’incarico, e il 28 aprile 1977 un commando di brigatisti lo uccise. Fu un momento terribile: lo spietato assassinio scuoteva un’Italia in piena crisi economica, in cui il sistema che poi sarebbe stato chiamato impropriamente Prima Repubblica incominciava a cedere tra scricchiolii di giorno in giorno più nitidi e sinistri. Atterriti dall’ assassinio di Fulvio Croce, alcuni membri della giuria popolare disertarono (questo verbo usò Domenico Porzio) perché affetti – lo dicevano i certificati medici – da sindrome depressiva. Essendo la giuria incompleta, il processo non poté iniziare.

Il 5 maggio Giulio Nascimbeni pubblicò sul Corriere della Sera alcune dichiarazioni di Eugenio Montale, da lui intervistato telefonicamente.
Il più grande poeta italiano del sec.XX., alla domanda: “Se fosse stato estratto il suo nome, avrebbe accettato di fare il giudice popolare?”, rispose che non avrebbe accettato: sono un uomo come gli altri e avrei avuto paura come gli altri. Una paura giustificata dall’attuale stato delle cose, ma non metafisica né esistenziale. Insomma non si poteva chiedere a nessuno di fare l’eroe, di sacrificare la propria vita per le ragioni di uno Stato che si stava dissolvendo. Le parole di Montale innescarono un importante dibattito sull’ impegno civile dell’intellettuale: l’ultimo importante dibattito, se la memoria non mi inganna: importante per la gravitĂ  della situazione e per l’alto profilo di coloro che intervennero nella discussione.

Italo Calvino (Corriere della Sera, 11 maggio 1977) scrisse che sentiva “come un pericolo il fatto che il nostro massimo poeta (e per di più un uomo che merita rispetto, anche per la linea che ha sempre tenuto nella vita civile) ci esorti a far nostra la morale di Don Abbondio”. E aggiunse, facendo sue alcune riflessioni di Alessandro Galante Garrone (La Stampa, 8 maggio): “Lo Stato siamo noi, proprio perché lo Stato come organizzazione dĂ  sempre più di frequente prova di non esistere. Lo Stato, oggi, consiste soprattutto nei cittadini democratici che non si arrendono, che non lasciano andare tutto alla malora”. Il giorno dopo, sempre sul Corriere della Sera, Leonardo Sciascia portò un micidiale affondo.

Prima spiegò di ritenere superata la figura del giurato popolare, poi concluse: “Così come non capisco che cosa polizia e magistratura difendano, ancor meno capirei che io, proprio io, fossi chiamato a far da cariatide a questo crollo o disfacimento di cui in nessun modo e minimamente mi sento responsabile. Salvare la democrazia, difendere la libertĂ , non cedere, non arrendersi, sono soltanto parole. C’è una classe di potere che non muta e non muterĂ  se non suicidandosi. Non voglio per nulla distoglierla da questo proposito”. Il Partito Comunista aspettava al varco Leonardo Sciascia, giĂ  classificato da tempo come intellettuale scomodo.

Intervistato da Gianni Corbi (L’Espresso, 5 giugno), Giorgio Amendola usò la bombarda: “Le dichiarazioni di Sciascia e Montale mi hanno addolorato, ma per nulla sorpreso. Il coraggio civico non è mai stato una qualitĂ  ampiamente diffusa in larghe sfere della cultura italiana. Non dimentichiamoci che durante il fascismo era diffusa tra molti intellettuali (che pure non erano fascisti e nutrivano anzi sentimenti democratici) la pratica del nicodemismo la quale consisteva nel rendere il dovuto omaggio al regime riservando alla propria coscienza le intime credenze di libertĂ “.

Nicodemo era il fariseo che di giorno faceva il fariseo e di notte andava a parlare con Gesù. Il nicodemismo, e cioè la pratica della dissimulazione, fu uno dei cardini della spiritualitĂ  italiana e europea durante la Controriforma cattolica, ed è il danno più grave che la Controriforma ha inflitto alle strutture della coscienza morale del nostro popolo. Adriano Prosperi ha descritto il processo con cui si forma questa etica della doppiezza in un libro memorabile, Tribunali della coscienza. Recentemente (Democrazia e decadenza, la Repubblica, 3 febbraio) egli ha tratto spunto da un articolo del New York Times, Decadenza e democrazia in Italia, per riflettere sulle ragioni storiche del consenso di cui, nonostante tutto, ancora gode l’on. Berlusconi.

La riflessione di Prosperi si conclude così: Come nel rapporto tra personaggio e ritratto descritto da Oscar Wilde ne Il ritratto di Dorian Gray, oggi il nostro Paese e la qualitĂ  morale della nostra convivenza civile sono diventati il ritratto rivelatore della veritĂ  nascosta del personaggio Berlusconi: brutti vecchi laidi corrotti. Così li giudica l’opinione pubblica democratica dei paesi civili. Dunque, il nostro Paese è vecchio e corrotto. Più o meno uguale era stato il giudizio di Sciascia nel 1977, e definitivamente corrotta avevano giudicato l’Italia gli americani e gli inglesi nel 1944. Nel 1915 i francesi espressero seri dubbi sullo spirito battagliero degli italiani e sulla capacitĂ  dello Stato di affrontare una guerra che si prevedeva lunga, e Antonio Salandra dichiarò che Giolitti era contrario all’entrata in guerra perché non si fidava dell’esercito italiano: in Libia abbiamo vinto solo quando eravamo in dieci contro uno, avrebbe detto, ma Giolitti smentì duramente.

L’Italia – il popolo, lo Stato – suscitò questa impressione di vecchiezza e di corruzione in molti degli intellettuali e dei giornalisti che la visitarono tra il 1870 e il 1914 . È il peso della storia: il piacere di essere veramente giovani, giovani dentro, è negato a chi è erede di troppa gloria. È il peso dei tribunali della coscienza, dei pulpiti, delle sacrestie, della filosofia cattolica del perdono che ti perdona tutto purché tu dica d’essere pentito, e sappia batterti il petto, e cioè te lo batta rumorosamente, perché tutti ti vedano. Se lo Stato italiano è nato giĂ  vecchio e sgangherato, le brutture di oggi non possono dipendere tutte dal solo Presidente del Consiglio. Anche il potere più saldo, più inattaccabile e più tetragono si specchia fatalmente nei suoi oppositori.

E quale sia lo stato del più consistente partito di opposizione sabato sera l’ha spiegato, da Fazio, Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, raccontando che per orientarsi nella sede romana del PD serve una pianta topografica, poiché ad ogni piano sono alloggiate correnti e sottocorrenti. Del resto, i dirigenti nazionali del PD non riescono a esprimere un giudizio univoco nemmeno sulle primarie di Napoli. Penso, infine, che questa classe politica non rappresenti compiutamente il Paese: la legge elettorale che l’ha portata al potere e ve la mantiene venne definita una porcata dal suo stesso redattore. Non mi pare che Casini, Fini, Bersani e D’Alema abbiano protestato contro la porcata: i listini bloccati fanno comodo a tutti.
(Foto: Quadro di Honorè Daumier: Don Chisciotte all’attacco e Sancho Panza che guarda).

LA STORIA MAGRA

LEGALITÁ E DIRITTI UMANI ALLA “POERIO”

Educazione alla LegalitĂ  e riflessione sui Diritti umani alla Scuola Media Carlo Poerio tra creativitĂ  e fantasia. Di Annamaria Franzoni

Tra le sfide educative che la Scuola Media Statale Carlo Poerio di Napoli si pone, la riflessione sui diritti umani e sulla legalitĂ  occupa un posto di rilievo, al fianco di tutte quelle tematiche che rafforzino la consapevolezza di essere cittadini liberi in grado di pensare e scegliere e che supportino la crescita dei giovanissimi, sviluppando capacitĂ  e competenze di carattere espressivo-relazionali.

In particolare il progetto che ha avuto inizio la scorsa settimana si articola in due tematiche distinte attraverso un primo modulo intitolato “Lo sguardo dentro e intorno”, finalizzato prioritariamente ad una riflessione sui diritti umani ed un secondo modulo, “Il processo nella giungla”, orientato al raggiungimento degli obiettivi di educazione alla legalitĂ  ed alla cittadinanza.

Tale progetto si ispira al concetto di istruzione e formazione, raccomandato dalla “Strategia di Lisbona” che insegue il raggiungimento delle competenze chiave tra le quali emergono il saper riflettere ed osservare il mondo in cui si vive, difendere e favorire lo sviluppo e la libertĂ  di abilitĂ  creative, espressive, intellettive ed emozionali, perseguendo il principio della ‘responsabilitĂ  partecipativa’ alla vita della comunitĂ  di appartenenza, attraverso esperienze che educhino al confronto e al rispetto di se stessi e degli altri e che favoriscano l’interiorizzazione delle norme del buon vivere civile.

Partner di tale attivitĂ  è la Fondazione “Alessandro Pavesi” che opera sul territorio partenopeo e che giĂ  negli anni scorsi ha offerto un valido contributo alla realizzazione di attivitĂ  formative nella scuola media Poerio, attraverso un serio ed attento impegno civile e sociale.
La Fondazione Alessandro Pavesi Onlus, infatti, svolge numerose attivitĂ  tra le quali si distinguono: la legalitĂ  nelle strade di Napoli, volta alla promozione di una maggiore attenzione verso il rispetto delle regole; il volontariato rivolto in particolare ai giovani del quartiere della SanitĂ ; i progetti nelle scuole per la conoscenza e il rispetto dei diritti umani e le giornate dello sport.

La dirigente dell’Istituto, dott.ssa Daniela Paparella, quindi, ha avviato, in collaborazione con i docenti e con l’apporto della Fondazione un’attivitĂ  foriera di pratiche innovative, all’interno delle quali gli adulti di riferimento assumeranno il ruolo di facilitatori, piuttosto che di dispensatori di sapere, mentre i veri protagonisti della costruzione della conoscenza dovranno essere gli alunni.

Essi pertanto acquisiranno competenze e apprenderanno conoscenze tramite strategie di problem solving e del learning by doing dando libero sfogo alla creativitĂ  e alla fantasia che caratterizza i giovani adolescenti e realizzeranno come prova d’opera finale, un fumetto, ed un lavoro teatrale che costituiranno la testimonianza tangibile del percorso formativo intrapreso e che a fine percorso sarĂ  rappresentato presso il teatro dell’Istituto Grenoble di via Crispi a Napoli.
(Fonte foto: Rete Internet)

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

“LA VETRINA DEI POTENTI CHE PARLA SOLO CON SÉ STESSA”

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Dialoghi e riflessioni tra i personaggi animati dal prof. Giovanni Ariola, sulla crisi economica e i potenti. “Sapremo riabituarci al poco?”.

Il prof. Carlo, guardando dalla finestra i tetti di fronte coperti da un leggero strato di neve, sospendendo per un attimo i pensieri, ha come l’impressione che il mondo lĂ  fuori sia immobile e che i tanti cambiamenti che continuamente lo coinvolgono e travolgono siano del tutto illusori. Non è infatti lo stesso paesaggio osservato l’anno scorso? Non è la stessa neve vista, toccata da ragazzo?

Strana sensazione, subito spazzata via dalla coscienza della realtĂ  e del presente così diversi dal passato anche recente. Sì, tutto è diverso e ogni giorno che passa ci si trova di fronte a situazioni nuove. Come diverso questo inizio Duemila dai primi anni del Novecento: allora un’euforia economica, politica e culturale, invece in questo decennio appena trascorso una lenta, graduale inarrestabile depressione e quasi implosione con rischio di precipitare nel buco nero di una realtĂ  decrepita, disgregata e aggredita da azioni insensate degli umani, in preda a pulsioni e imperativi patologici di autodistruzione!

Ha appena finito di leggere un articolo sul forum che si è svolto a fine gennaio, come ogni anno dal 1971, quando fu istituito dal professore tedesco Klaus Schwab, a Davos, splendida localitĂ  turistica sulle Alpi svizzere, il World Economic Forum (WEF), al quale hanno partecipato capi di Stato, presidenti di banche centrali, centinaia di ministri economici, premi Nobel, scienziati e personalitĂ  del mondo accademico, migliaia di imprenditori, molti plurimiliardari del pianeta. Per fare che cosa? Per occuparsi dei problemi del mondo? Per cercare insieme una qualche soluzione e accordarsi alla fine su una linea operativa comune?

– Caro Eligio – dice rivolto al collega che sta anche lui leggendo la stessa notizia su altro giornale – anche quest’anno l’incontro a Davos finisce per essere un’occasione per i singoli partecipanti per lucrare un guadagno personale, in parole povere per concludere vantaggiosi business (affari), o al massimo, da parte di alcuni capi di Stato più vigili (più furbi e responsabili) (Germania, Francia), per fare accordi che tirino acqua al mulino del proprio paese alla faccia del bene comune europeo…anzi, per dirla con un bel neologismo, di Eurolandia (= il paese dell’euro. Termine formatosi sul modello di Finlandia e Groenlandia)…

– Eppure – ribatte il prof. Eligio – secondo i sostenitori del forum, questo persegue il nobile scopo di promuovere un dibattito su come “migliorare il mondo”….
– Ha scritto bene Moisés Naìm, scrittore e giornalista venezuelano, membro dell’IMC (International Media Council), organo del WEF e presidente del Gruppo dei Cinquanta, composto dai direttori generali delle più grandi industrie del Sudamerica: “Le riunioni su povertĂ , ambiente o conflitti militari sono tanto frequenti quanto le discussioni su argomenti legati ad aziende e affari. Tuttavia, la veritĂ  è che la ragione principale per cui professionisti tanto indaffarati si recano in un posto così lontano e scomodo come Davos non sono le tavole rotonde, quanto la possibilitĂ  di sviluppare una rete di contatti e rapporti con gli altri partecipanti…Dubito che a Davos vengano prese decisioni importanti.”(“Il Sole 24 Ore” del 30/1/2011)

– Molto significativo e illuminante il titolo che Francesco Guerrera, caporedattore del Financial Times ha dato al suo articolo del 31 gennaio scorso “Davos una vetrina per un’elite globale che parla solo con se stessa”…
– E alla fine – si chiede il prof. Carlo – che cosa si è concluso? Il mondo continua ad avere i suoi problemi che diventano sempre più drammatici. E a dire che non è che non ne siano consapevoli. “Il WEF 2011? – ha confessato l’AD (Amministratore delegato) della Lehman Brothers, societĂ  finanziaria statunitense attualmente coinvolta in una colossale bancarotta, come riferisce Gianni Riotta (Il Sole 24 Ore del 30/1/2011) – È cominciato nella speranza ed è finito nell’ansia. Ma sa qual è la differenza tra questa edizione e quelle seguite alla crisi finanziaria 2008? Allora era l’economia a far paura, ora è il mondo”.

E in effetti se una delle cause di questa crisi economica che ha investito la maggior parte del pianeta è il processo di globalizzazione non ben governato, non si può ignorare che il mondo stesso presenta una realtĂ  fisica e sociologica di una problematicitĂ  estrema, anzi prossima ad un collasso irreversibile, e qualsiasi tentativo di una efficace governance (=processo attraverso il quale si affrontano e si gestiscono collettivamente i problemi della societĂ  o di una particolare situazione) risulta fallimentare. Non a caso i numerosi scienziati partecipanti alla sesta edizione del Festival delle Scienze, tenutasi a Roma all’Auditorium Parco della Musica, dal 20 al 23 gennaio scorso, hanno scelto come tema da trattare e su cui discutere “La fine del mondo. Istruzioni per l’uso”.

È stato ribadito in quella sede che la fine del pianeta o almeno un danneggiamento irreparabile potrĂ  avvenire non tanto per cause naturali che pure continueranno a pesare, quanto per le conseguenze dei comportamenti umani e delle decisioni politiche e quindi proprio della governance più o meno idonea.

– So che sei stato a Roma proprio in quei giorni. Hai partecipato al Festival?
– No purtroppo! Sono andato perché invitato ad un concerto che si è tenuto nella Basilica di Sant’Anselmo all’Aventino in occasione della giornata della memoria. Un concerto molto toccante. Un quartetto di ottoni, un organo e un coro hanno presentato la Dachauer Messe (o Missa Dachoviensis = Messa di Dachau) del padre Gregor (al secolo Theodor) Schwake.

Di seguito sono stati eseguiti 8 pezzi per il Libro di Fullen per baritono, coro maschile e organo, composti da Pietro Feletti, un notaio di Comacchio (n. nel 1891 e m. a Ferrara nel 1986) donato alla musica, nel campo di prigionia di Fullen. Il concerto è stato organizzato dall’Istituto di Musica Concentrazionaria che ha sede a Barletta e che si occupa dello studio, ricerca e catalogazione dell’intero corpus musicale scritto dal 1933 al 1945 da musicisti prigionieri o deportati nei campi di concentramento del Terzo Reich, del Giappone, della Repubblica di Salò, degli Alleati e dell’Unione Sovietica.

– Per tornare all’evento di Davos, ritengo che dopo la crisi delle ideologie novecentesche e dei sistemi economici relativi, con questo tsunami che si sta abbattendo sul mondo, con l’imporsi delle economie della Cindia o meglio del gruppo BRIC, sia urgente trovare una via alternativa…
– Non è facile …La questione è complessa tanto più che coinvolge diversi ordini di responsabilitĂ : morale, sociale, politica…

– Diciamo anche culturale, in genere, e perfino religiosa…Trovo interessante quanto ha scritto Edmondo Berselli nel suo prezioso saggio composto poco prima di morire: “Come terapia sociale , occorrerĂ  guardare alla nostra storia, per vedere su che cosa si è fondata. Ed è superfluo ripetere che alle nostre spalle c’è un passato di redistribuzione, quel sistema realizzato dalle democrazie cristiane (i due termini significativamente separati nel testo – Nota del sottoscritto) e dalle social democrazie europee…Nel frattempo noi europei proveremo a vivere sotto il segno meno: meno ricchezza, meno prodotti, meno consumi. Più poveri, insomma” (“L’economia giusta”, Einaudi, 2010, p.97)

– Sì la redistribuzione…Potrebbe essere la parola magica…l’idea per ripartire…Purché si adottino moduli operativi non più legati alle ideologie novecentesche. Purtroppo…restano tante difficoltĂ , la prima di tutte quella di coniugare libertĂ  individuale e giustizia sociale. E poi, caro Eligio, chi ha cominciato con il poco sa come si fa a vivere di poco; viceversa chi conosce solo l’abbondanza e lo spreco non potrĂ  mai abituarsi ai sacrifici, se non in una situazione di calamitĂ  e di necessitĂ  estrema che comunque non auguro a nessuno. La nostra fanciullezza, lo sai bene, fu fatta di scarpe risuolate, di vestiti rattoppati, di cappotti rivoltati, di serate buie, illuminate appena da lucette anemiche coadiuvate da candele e lumi a petrolio, da case fredde mal riscaldate dall’ossido di carbonio di un braciere, di pane raffermo e di massime severe e inderogabili: “’o ppane nun se jetta manco quanno è sciuruto”(“il pane non si getta neppure quando è ammuffito”).

Sapremo riabituarci al poco? O almeno sapremo rinunciare a qualcosa “per migliorare il mondo”? Noi anziani forse sì, ma le nuove generazioni?

LA RUBRICA

ESASPERATISMO. LOGOS & BIDONE. A NAPOLI LA TERZA TRIENNALE INTERNAZIONALE

Il Castel dell”Ovo ospita fino al 3 marzo 2011 la Terza Triennale Internazionale del Movimento Artistico Culturale “Esasperatismo Logos & Bidone” fondato a Napoli nel 2000 dal Professor Adolfo Giuliani.

Importanti i numeri del Movimento: 110 opere esposte per 110 autori, 140.000 cartoline delle opere esposte, quattro collezioni per un totale di 500.000 cartoline, un libro presentato nel 2009 presso l’Istituto Italiano per gli studi Filosofici “Esasperatismo Logos & Bidone – Eventi – Documenti – Rassegna stampa – Testimonianze 2000-2009”, tre mostre internazionali, due riconoscimenti, il Bidone d’oro, assegnati alla cultura dal Movimento stesso (il primo all’Avv. Marotta, il secondo al Maestro De Simone).

La mostra, che ha avuto un grande richiamo di pubblico, espone le opere in ordine alfabetico, mostrando diverse interpretazioni del concetto del Bidone, che unisce tecniche, stili, sensibilitĂ  differenti.
Perché il bidone? Verrebbe subito da associarlo simbolicamente a ciò che va buttato via, in questa era di immondizie, come volersi scrollare da dosso un peso, un eccesso. Ed è proprio il fondatore del movimento, il Professore Adolfo Giuliani, a spiegarmi perché il bidone.

È un concetto successivo alla fondazione e al manifesto dell’Esasperatismo, neologismo che «denuncia i mali del mondo e il bidone, che è simbolo della sofferenza» una metafora nata dalla suggestione di una esperienza vissuta, quando, durante i lavori in Via Salvator Rosa, «un bidone veniva conteso come ferma posto per il parcheggio delle auto dagli automobilisti per non correre il rischio, tornando, di trovare al “proprio” posto un’altra auto. Al termine dei lavori quel bidone non serviva più a nessuno e venne abbandonato essendo diventato inutile, in quel momento il bidone fu metafora sull’uomo: conteso finché utile, abbandonato quando non più sfruttabile».

Simbolo quindi dell’umanitĂ  il bidone ma pur partendo da una simbologia così estrema, il movimento si slancia verso un profondo ottimismo, affondando le proprie radici nella consapevolezza del fallimento del concetto di sviluppo, dell’esasperato consumo che ha bruciato le energie umane e la natura, che ha reso la vita una continua ricerca della soddisfazione di bisogni materiali, immergendo l’uomo nella condizione di continua ricerca di beni incapaci di colmare ciò che c’è di più umano, il confronto con sé e con l’altro, con la natura, con la vita come stare al mondo. Il movimento contesta una esistenza che si è affermata come ricerca del progresso, una volontĂ  di andare avanti che cancella il presente.

L’Esasperatismo è “il termine che riassume in sé il male e il malaffare dei nostri giorni e, nello stesso tempo, l’ipotesi, seppur lontana e vacillante, di un possibile ravvedimento”, nella definizione dell’Avvocato Marotta.
Nato nel 2000 da un malessere dello stare al mondo si apre ad una forte volontĂ  di creare, dichiarazione di un volere diverso, di affermare bisogni dimenticati, ricerca radicale sull’uomo e la sua esperienza esistenziale. L’esistere. I tempo. Il sé. L’altro. La volontĂ  di aprire una speranza diventa la forza aggregante del movimento.

In questo è ritrovabile, forse, la capacitĂ  di unire, di chiamare artisti diversi che aderiscono al movimento condividendo lo spazio di una mostra.
La cosa che forse più colpisce di questa operazione è la densitĂ . Lo spazio ridotto tra un’opera e l’altra, accostate in ordine alfabetico, è molto ristretto creando nello spettatore una ridondanza del sentire. Quasi un affaticamento. Ma sicuramente un forte senso di energia.

QUANDO L’ALUNNO ARRECA DANNO A SÉ STESSO

La responsabilitĂ  della scuola per danni che l”alunno arreca a sè stesso.

Il caso
I genitori di un minore hanno chiamato in giudizio, davanti al tribunale di Napoli, il Ministero della Pubblica Istruzione, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti dal minore, studente presso un Istituto Tecnico Commerciale della cittĂ , in conseguenza di un infortunio occorsogli durante lo svolgimento della lezione di educazione fisica.

Sintesi della questione
La Cassazione prende ancora una volta posizione, in modo esaustivo e con rara chiarezza espositiva, sul problema della natura giuridica della responsabilitĂ  della scuola in caso di danno che l’alunno arreca a sè stesso.
La responsabilitĂ  per i danni che l’alunno arreca a terzi, infatti, è disciplinata dall’articolo 2048. Quando l’alunno arreca danni a sè stesso, invece, la norma applicabile correttamente è l’articolo 2043, o l’articolo 1218, a seconda che la responsabilitĂ  in esame la si consideri contrattuale o extracontrattuale.

La sentenza (Cass. civile, sentenza 3 marzo 2010, n. 5067)
La responsabilitĂ  dell’istituto scolastico e dell’insegnante non ha natura extracontrattuale, bensì contrattuale.
Fra allievo ed istituto scolastico – con l’accoglimento della domanda di iscrizione e con la conseguente ammissione dello stesso alla scuola – si instaura, infatti, un vincolo negoziale, dal quale sorge, a carico dell’istituto, l’obbligazione di vigilare sulla sua sicurezza ed incolumitĂ  nel periodo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, anche al fine di evitare che l’allievo procuri danno a sè stesso.

Quanto al precettore, dipendente dell’istituto scolastico, tra insegnante ed allievo si instaura, per contratto sociale, un rapporto giuridico (che quindi può dare luogo ad una responsabilitĂ  di tipo contrattuale e non extracontrattuale), nell’ambito del quale l’insegnante assume, nel quadro del complessivo obbligo di istruire ed educare, anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, al fine di evitare che l’allievo si procuri, da solo, un danno alla persona.

La chiamata in causa dell’insegnante, quindi, è esclusa, non solo nel caso di azione per danni arrecati da un alunno ad altro alunno, ma anche nell’ipotesi di danni arrecati dall’allievo a sè stesso. Resta, comunque, fermo che, in entrambi i casi, qualora l’Amministrazione sia condannata a risarcire il danno al terzo od all’alunno che ha arrecato danni a sè stesso, l’insegnante è successivamente obbligato, in via di rivalsa, soltanto nell’ipotesi in cui sia dimostrata la sussistenza del dolo o della colpa grave; limite, quest’ultimo, che opera verso l’Amministrazione, ma non verso i terzi (S.U. 27.6.2002 n. 9346).

La Corte ha stabilito il risarcimento dei danni sulla base del riconoscimento di una responsabilitĂ  solo contrattuale, com’è appunto il caso di specie, in cui l’amministrazione è stata ritenuta responsabile dell’infortunio di cui è causa in conseguenza dell’accertata violazione dell’obbligo contrattuale di vigilare sulla sicurezza e l’incolumitĂ  dell’allievo nel tempo in cui fruiva della prestazione scolastica.
In particolare, il riconoscimento della tutela risarcitoria del danno non patrimoniale, in tutte le sue forme, definitivamente affermato dalla Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 26972 del 2008, consente, la risarcibilitĂ  del danno non patrimoniale – del quale il danno morale è una componente – anche nell’azione di responsabilitĂ  contrattuale, come nella specie.

LA RUBRICA

I CAMALDOLESI DI NOLA. SEGRETI E SAPORI DELLA DISPENSA

I registri della dispensa dei Camaldolesi svelano i segreti di una cucina di confine, aperta ai prodotti della pianura nolana e di quelli delle valli e dei monti di Avellino. Che sarĂ  mai quel liquore tonico annotato tra i medicinali? Di

Il sabato mattina mio zio Pippone attaccava alla carrozzella il cavallo Ercolino e si partiva per Nola a far provviste: a Piazzolla, ‘a palata ‘ e pane del forno di una contadina che, più che vecchia, era antica – ricordo la macchia violenta del rosso suo maccaturo stretto intorno ai capelli- , le carrube, ‘e sciuscelle, da un massaro di Casamarciano che forniva anche saporose costatelle di maiale, e, infine, superata la chiesa della Schiava – spero che la stanca memoria non contamini i ricordi e i nomi dei luoghi -, la pasta fatta a mano.

Poi Ercolino andò in pensione, e venne il tempo di una rumorosa fiat millecento, che come prima il cavallo, pareva che conoscesse l’itinerario, e venisse guidata non dalla mano dell’autista, ma dall’istinto. Spero che qualcuno abbia scritto la storia meravigliosa di quella infinita sequenza di ceste ricolme di gnocchi e di fusilli, esposte davanti alle porte, ad accompagnare la strada che sale verso Avella, verso Baiano, verso Monteforte: la strada antica che portava il grano delle Puglie alle macine di Cimitile e al mercato di Nola, e da qui, deviando verso il Vesuvio, e costeggiandone le prime pendici, ai mulini di Torre Annunziata.

Nessun segno degli gnocchi è rimasto nei ricordi, ma nella suggestione pare che riviva la ruvidezza delicata di quei fusilli, che la mia generazione continuò a gustare, fino agli anni ’70, in alcuni ristoranti ancorati al territorio, dalle parti di Monteforte, a Baiano e alle porte di Avellino.
E, mentre scrivo queste note, penso all’acida osservazione di un belga innamorato di Napoli, Chalon, il quale nel 1886 sospettò che la pasta messa ad asciugarsi a seccarsi all’aperto, a Gragnano, a Torre, a Castellammare, prendesse il suo sapore dalla polvere e dagli odori della strada.

Le pastaie casalinghe vendevano anche salami di Mugnano e olio e castagne di Visciano. Non mi pare che le patate e i broccoli di Cimitile godessero di buona stampa a casa mia: mia madre li trovava acquosi, e sosteneva che le patate, pur saporite, non fossero adatte per gli strangolaprievete. Anche fra Emanuele da Mirabella, che fu cellerario dell’Eremo di Santa Maria Coronata dei Camaldolesi negli ultimi trenta anni del sec.XVIII, nel registrare l’acquisto dei broccoli specificava che erano di Somma: e io credo che intendesse dire del Somma. Non starò qui a parlare di questo ortaggio, che è prezioso e nobile nonostante l’informe acidezza dell’odore che a contatto con l’acqua esso sprigiona. Dico solo che giĂ  prima dell’unitĂ  d’Italia i gastronomi lo sottrassero al patrimonio delle squisitezze napoletane e lo assegnarono a Roma.

A Napoli ha continuato a indicare lo stupido, si’ ‘no vruoccolo, forse in omaggio, diciamo così, a quell’odore d’acqua solforata, o per commistione con brocco: cavallo e uomo: entrambi buoni a nulla, come certi centravanti che non la mettono dentro nemmeno se i difensori e il portiere vanno a prendere il caffé. Dal vruòccolo, immagine dello stupido vanitoso, nacque vrucculiarsi, muoversi in modo lezioso, o come dice G.B. Basile, ciancioso.

Dunque i Camaldolesi di Nola – ma l’eremo sta su un ciglione della collina di Visciano, e ha il Somma-Vesuvio proprio di fronte, e le terre che lo circondano sono fatte anche di cenere e di lapilli del vulcano – i Camaldolesi permettevano solo ai broccoli di Somma, o del Somma, di entrare nella loro dispensa, i cui registri sono un compendio di una cucina di confine, aperta ai contributi della pianura nolana ricca d’acqua e delle valli e dei monti, asciutti e assolati, di Avellino.

Nel bilancio annuale l’introito più cospicuo, in media 600 ducati, proveniva dalla vendita delle castagne di Visciano – le castagne della selva di Chiaio e della selva di dentro: quantitĂ  notevoli di queste castagne venivano acquistate, anno dopo anno, dai tavernieri del Nolano: Luca Spinello che aveva locanda al Bosco di Cimitile, Tommaso Sciarrillo di Marigliano, e ad Antonio Pulicinella – si chiamava proprio così – della Terra di Cicciano. I registri ci dicono che l’arrivo del nuovo priore, Placido da Fragnito, venne festeggiato con dolci di castagne preparati nell’eremo. Agli allevatori di maiali i frati vendevano cumuli enormi di scarti delle mele annurche e delle sorbe a panella, prodotte nei frutteti di Sant’Angelo e della Pietra, che credo siano luoghi di Visciano.

Pare, però, che preferissero le mele di Altavilla e di Savignano, dal momento che ne compravano per 120 ducati ogni anno. Nella cantina dell’eremo riposavano botti di razzese, di greco e di fiano: e questo fiano veniva da due vigneti di Castello di Palma. Nel 1765 i monaci ne vendettero 250 caraffe, circa 200 litri, ai “tagliatori della legna della Montagna per uso dell’Eremo”. Nel maggio del ’67 fornirono vino greco, fronde e il pascolo della Corleta ai pastori che riportavano le greggi da Sant’Anastasia e da Pollena agli stazzi estivi dell’ Avellinese. Ne ebbero in cambio lana, agnelli, pecore vecchie e pelli, che donarono, in parte, all’ospizio di Sant’Angelo. Gli affittuari delle selve di noccioli e dei vasti castagneti che l’Eremo possedeva nel territorio di Altavilla ogni anno riempivano la dispensa dei monaci con caci salati e dolci e con ricottelle: i formaggi, a quanto pare, erano raramente assenti dal menù.

Infatti il dispensiere comprava ogni mese anche 10 chili di quel cacio di Polvica che ho trovato citato anche in altri documenti: poco dopo l’unitĂ  d’Italia, i carabinieri tengono d’occhio un certo Sabato Ciardiello, forse di Palma, che nel mercato di Nola gestisce il suo banco di cacio di Polvica e di ricotte di Montella come un personale ufficio di imposta, perché riscuote sistematicamente il pizzo dagli altri venditori. I buoni Camaldolesi non si fanno mancare nulla: baccalĂ , stocco, alici salate, tarantiello, e, ogni mese, non meno di 60 chili di anguille, che il loro fornitore, Pietro Liguoro, fa venire da Benevento e dal Garigliano. Non si fanno mancare nemmeno il torrone, il cedro e i sosamielli, e mangiano, ovviamente, solo maccaroni di Torre. Ogni anno consumano circa 350 chili di riso, che comprano al mercato di Salerno.

Da una cucina che usa in abbondanza zafferano e altre spezie li proteggono certamente i digiuni, ma anche, e soprattutto, i salutari interventi di Francesco da Montevergine, che di mestiere fa l’insagnatore, il salassatore, e che i monaci prudenti tengono a stipendio fisso. Li proteggono le minestre di cipolle e cocozzelle di Cemmetile, e soprattutto il tabacco. Ce n’è di ogni tipo, nella dispensa dell’Eremo: tabacco trafilato, lavorato a Nola, tabacco a corda, tabacco Brasile, tabacco Avana, tabacco Avanetta, tabacco Rapé. Che sarĂ  mai quel liquore tonico che il segretario annota tra i medicinali?
(Foto: Quadro di Francesco Trombadori, Natura morta)

L’OFFICINA DEI SENSI

LE CONTINUE EMERGENZE

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Giovani senza lavoro in aumento, crisi sociale e tanta, tanta sporcizia in giro per le strade, nel mare:e tra i colletti bianchi. NO a nuove discariche nell”Area Nolana. Di Don Aniello Tortora

Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a dicembre è salito al 29% dal 28,9% di novembre, segnando così un nuovo record. Si tratta, infatti, del livello più alto dall’inizio delle serie storiche mensili, ovvero dal gennaio del 2004. Lo comunica l’Istat in base a dati destagionalizzati e a stime provvisorie. Il tasso di disoccupazione giovanile aumenta così di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 2,4 punti percentuali rispetto a dicembre 2009, spiega sempre l’Istat
Il tasso di disoccupazione a dicembre resta stabile all’8,6%, lo stesso livello giĂ  registrato a novembre (rivisto al ribasso dall’8,7%).

Il numero delle persone in cerca di occupazione a dicembre risulta, rispetto a novembre, in diminuzione dello 0,5%, ovvero di 11 mila unitĂ , una discesa dovuta esclusivamente alle donne. Lo rileva l’Istat, in base a stime provvisorie e a dati destagionalizzati. Inoltre, il numero di occupati a livello congiunturale rimane invariato, con un tasso di occupazione stabile al 57% su base mensile. I tecnici dell’Istat spiegano che "a chiusura del 2010 le condizioni del mercato del lavoro appaiono un po’ più serene, da autunno l’occupazione ha smesso di scendere e la disoccupazione nell’ultimo bimestre, novembre e dicembre, ha preso a calare. L’unico elemento che stona – aggiungono – è la disoccupazione giovanile, che ancora una volta torna a scalare posizioni, segnando un nuovo record".

Continua, intanto, anzi si aggrava, il problema rifiuti in Campania. I recenti arresti ne danno una spietata conferma. Colletti bianchi e tanta, tanta sporcizia. Danni ingenti all’ambiente e alla salute. Se saranno confermate le accuse per le quali sono stati arrestati, nei giorni scorsi, quattordici tra funzionari, dirigenti e tecnici pubblici, saremmo di fronte a qualcosa di più e di diverso dall’ennesima e maleodorante, puntata dell’interminabile e criminale telenovela della monnezza campana. Il «se» è d’obbligo, visto che siamo appena alle accuse che dovranno poi passare al vaglio del giudizio. Ma è un fatto che gli elementi raccolti dai magistrati napoletani descrivano uno scenario infernale. Frutto marcio di un sistema che in nome dell’emergenza, della necessitĂ  (vera o presunta…) di fare in fretta avrebbe permesso o tollerato anche azioni dannose.

È sempre bene ribadire con forza che l’emergenza, pur reale come i rifiuti in Campania, non può in nessun caso essere un alibi per violare leggi e ancor di più per attentare al Creato e alle Creature. Laudato si’, mi’ Signore per sora aqua, la quale è molto utile et humile, et pretiosa et casta. ChissĂ  se a qualcuno, mentre il percolato finiva tra le onde del mare, è tornato alla mente il Cantico delle creature del poverello di Assisi. Pretiosa e casta, non certo ricettacolo di veleni.

Il percolato è un liquido denso, nerastro, prodotto dalla fermentazione dei rifiuti, carico di batteri, un concentrato di sostanze tossiche. Pericoloso, certo, ma non "intrattabile". Ci sono tecniche, ampiamente sperimentate e applicate, per smaltirlo in tutta sicurezza. Lo si fa in tanti impianti in Italia. Anche al Sud. Ma in Campania impianti per trattare rifiuti speciali – e il percolato è speciale e pericoloso – non ce ne sono. È uno dei tanti problemi della nostra regione. E la Campania di percolato ne produce moltissimo perché, facendo pochissima raccolta differenziata, manda gran parte della monnezza in discarica ed è lì che si forma quel liquido infernale.

Dove smaltirlo allora? La brillante idea è stata di portarlo nei depuratori. Impianti industriali, se ben gestiti. GiĂ , «se»… In Campania no, come dimostrano tante inchieste della magistratura, clamorosi sequestri e scandali a ripetizione. Lo si può verificare se si prova a fare il bagno in gran parte del mare della regione. Mare non balneabile, in particolare lungo le coste casertane e napoletane. Un mare-fogna.
Si aggiunge, così, un nuovo capitolo, (e speriamo l’ultimo!), al dramma ambientale che ogni giorno viviamo sulla nostra pelle: monnezza su monnezza. In nome di questa interminabile emergenza, per poter sostenere che è stata risolta, per allontanare la "brutta" immagine delle vie di Napoli traboccanti rifiuti.

A qualcuno vorrei ricordare che la campagna elettorale è finita da tempo. Gravissima la denuncia, in un’intervista, del Procuratore di Napoli, Giovandomenico Lepore, il quale ancora una volta ha detto che non c’è «la volontĂ  politica di risolvere il problema dei rifiuti». Perché tanto c’è il mare, come giĂ  ci sono stati campi coltivati, cave, fiumi, pascoli… Il Creato violato e violentato da incapacitĂ  e malaffare. E sempre le stesse zone nel mirino, mentre altre, che non fanno la differenziata, non si danno da fare, ormai da sedici anni, per attrezzarsi e cambiare stili di vita.

Ecco perché dobbiamo con tutte le nostre forze dire di NO ad altre discariche nel nolano. Non abbiamo più fiducia nei politici, che a tutto pensano, eccetto che a risolvere i veri problemi della gente e del territorio. E noi con le nostre giuste proteste non-violente rammentiamo insistentemente che loro compito è servire il bene comune.
(Fonte foto: Rete Internet)

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