AL CAIVANOARTE IL PRIMO DISCO DEGLI R&FUSION

Sabato 12 Marzo all’ Auditorium CaivanoArte gli R&Fusion presenteranno il loro primo disco: “Dalla terra dei fuochi”. I cinque musicisti hanno scelto come tema della serata l”Appartenenza.

In un bar del centro a Somma Vesuviana chiacchiero un po’ con Emanuele Ammendola, contrabbassista e voce del gruppo emergente R&Fusion che sabato prossimo, il 12 marzo, presenterĂ  al CaivanoArte il suo primo disco, prodotto da Gianfranco Portogallo che verrĂ  distribuito nei punti vendita Euronics a marchio Tufano in tutta l’Italia e nel punto vendita Feltrinelli di Afragola.

Chi sono gli R&Fusion?
“La storia de gruppo è una storia fatta di ritorni e coincidenze. L’attuale formazione ha avuto vita meno di due anni fa, nel settembre 2009”. Il racconto di Emanuele inizia 10 anni fa quando insieme a Pietro fonda il suo primo gruppo. Fine anni novanta, un liceo della provincia napoletana. Pietro ha la sala prove e la batteria, Emanuele ha il basso elettrico e tante idee da musicare. Nascono gli R&FusiOn (in napoletano Arrefuscion). Mai nome fu più appropriato, i ragazzi “arrefusero” e non si videro più per anni. Poi in un bar del centro a Napoli con Luca Di Sieno, Emanuele ridĂ  vita agli R&FusiOn iniziando a lavorare al brano “Aveto e Forte”, “Ninno”, “Cantame”, pezzi contenuti nel disco che proprio ora sta uscendo dalla sala di incisione.

Pian piano il progetto prende forma si aggiunge Marco Fiorenzano giovane stella del piano jazz napoletano. Poi il momento cruciale del rincontro. Serve un batterista. Emanuele giĂ  sa che solo Pietro poteva essere il batterista, proprio con lui quei pezzi erano nati. Così dopo 10 anni Pietro ed Emanuele tornano a suonare insieme, il quartetto non solo aveva trovato il suo batterista, ma molto di più. Pietro diventa il collante con gli altri musicisti. Emanuele mi racconta “io e Pietro ci conosciamo da una vita. Scuola insieme, entrambi acquario entrambi mancini! Vedi giĂ  quante cose vissute insieme!” Poi arriva il sassofono, suonato da Paolo Pironti (anche lui acquario) che con la sua contagiosa risata sancisce la definitiva formazione, e gli R&Fusion sono pronti per il disco.

A questo punto Emanuele mi racconta di più “essere bravi non è l’unica cosa, per noi, neanche la più importante, il segreto del gruppo è l’empatia. Ci capiamo subito. I pezzi nascono facilmente, uno di noi porta una suggestione, un’idea, qualche nota, la propone e subito riusciamo a tirarne fuori un pezzo. Siamo tutti musicisti professionisti ma conserviamo lo spirito di gruppo delle band non professioniste, a cui a volte manca la tecnica ma che hanno il trasporto e la passione. La nostra alchimia è questa. Siamo un gruppo. Forse perché per il primo anno abbiamo provato e mangiato, abbiamo condiviso molto non solo la musica e questa condivisione umana emerge nella musica che facciamo. È un incontro di persone che si considerano prima come persone e poi come musicisti. La partenza è questa. Condividere il tempo con le persone ha fatto la differenza.”

Il titolo del disco “Dalla terra dei fuochi”, dĂ  un forte segno del radicamento nel territorio …
“Si. Noi ci sentiamo visceralmente uniti al territorio. Il titolo dell’album rappresenta il famigerato perimetro all’interno del quale siamo nati. Anche il nostro nome R&Fusion non è soltanto ricerca e fusione ma è, in napoletano, la dichiarazione di sapere che si può . È incredibile quante siano le coincidenze che hanno portato a questo disco. Per esempio io me ne volevo andare da Napoli, ho tentato a Ginevra, a Barcellona, mi dicevano che ero bravo ma c’era sempre qualcosa che mancava perché musicalmente io sono un ibrido, ho studiato jazz e classica. Poi, contro ogni scommessa, siamo riusciti a fare un disco in mezzo al deserto! Ti racconto solo questa: dovevamo scegliere un tema che unificasse tutti gli artisti presenti per la serata del dodici marzo, pensiamo un po’ e decidiamo: l’appartenenza. È un tema che ci convince tutti.

“ Dopo poco inizio un corso sulla comunicazione. Il tema trattato è l’appartenenza. Ormai siamo talmente radicati in questo territorio che tante cose tornano. Come dall’inizio. Tutto in un cerchio come con il ritorno di Pietro che ha fatto da volano per il gruppo. E da lì sono iniziati i concerti, le serate, i festival. In 1 anno e mezzo abbiamo girato 2 video, vinto il Tour Music Festival con un pezzo che è nato quasi lì per lì …”

I brani contenuti nel disco sono 9, di cui 2, “Ninno”, dedicata a Mimmo Beneventano e “Cantame” scritte da tuo fratello, Eduardo Ammendola, giovane medico e attore, gli altri testi sono tuoi, eccezione fatta per “150 anni”, scritta da Pietro. A pochi giorni dai 150 anni dell’unitĂ  d’Italia un rap contro l’unitĂ  …
“Si. La canzone canta 150 anni di vessazioni e umiliazioni. Ma come dice il testo non siamo né malinconici né borbonici. Noi ci sentiamo italiani, anzi l’unica cosa che ci salva in Campania è che siamo in Italia. Ma guarda cosa sta succedendo. Proprio ora che si parla della “festa” dell’UnitĂ  esce fuori che c’è chi non la vuole festeggiare. Escono le tante ragioni per cui l’unitĂ  non c’è! Ma la storia che è stata scritta sui libri ha cancellato quello che è stato. L’Italia è stata fatta dalle persone e dalle storie locali, il sud era un sud ricco, non era il simbolo del degrado che viviamo noi oggi. A Torino c’è il museo del Lombroso, che ha sancito che per la fisionomica al Sud ci sono solo criminali. Può l’Italia consentire questo? Anche qui torna il nostro motivo più forte: se non si alimenta l’appartenenza non ci può essere unitĂ ”.

Le nove tracce verranno presentate nello spettacolo tra proiezioni, mostre e sortite teatrali, quali saranno gli altri artisti che vivranno con voi la serata del 12 marzo a CaivanoArte?
“Per il momento abbiamo sicuramente una mostra di quadri, ci saranno Walton Zed, Carla Marciano, Alessandro Saviano, Cesare Panaccione. Poi ci sarĂ  l’esposizione di due fotografe che hanno curato l’immagine per il disco, Annamaria Mura e Serena Marra, ci sarĂ  anche la presenza di altre associazioni con cui condividiamo molto: ZazĂ , negozio di prodotti del circuito equo e solidale e l’associazione culturale MagmamĂ . Ma ti do una notizia, il 12 suoneremo anche un pezzo che non abbiamo inserito nel disco.”
(Fonte Foto: Rete Internet)

QUANDO IL DISAGIO DEI RAGAZZI SFOCIA IN REATO

Un minore che vuole “scaricare” nella societĂ  la sua rabbia o una sua lacerazione interna (come quella causata dalla separazione dei genitori), va punito e non va compreso. Questo è quanto sostiene una recente sentenza della Cassazione.

Talvolta i ragazzini reagiscono a situazioni di disagio con azioni violente che possono sfociare in veri reati. Una recente sentenza della Cassazione ha sostenuto che il “mal comportamentto” degli adolescenti, ancorchè motivato da problemi legati all’etĂ  o a situazioni personali e familiari laceranti, va punito e non compreso.

Tale principio, comunque, non è pacificamente accettato da pedagogisti ed educatori i quali sostengono, invece, che il ragazzino che si macchia di azioni teppistiche va rieducato e non punito.

Il caso
Il minore M.A. con oggetto appuntito incide la carrozzeria di un’autovettura Bmw e rivolge ingiurie e minacce gravi a danno della proprietaria dell’auto per indurla a non denunciarlo.
Il Giudice del Tribunale per i Minorenni di Torino, riteneva di non dover procedere nei confronti del minore perché il fatto era stato commesso in uno stato di incapacitĂ  di intendere e volere, causato dal dolore provato dal ragazzino per il divorzio dei genitori. La questione veniva sottoposta al giudizio della Cassazione, la quale riteneva che la situazione familiare non poteva giustificare la condotta del ragazzo.

Le motivazione della Cassazione, in sintesi, sostengono che giustificare la condotta del minore per il dolore vissuto a causa della separazione dei genitori avrebbe potuto agevolare il processo psicologico di autolegittimazione del crimine. La Suprema Corte ha affermato il principio, secondo il quale, perché un minore di etĂ  sia riconosciuto incapace di intendere e di volere e, quindi non punibile per il reato commesso, è necessario l’accertamento di un’infermitĂ  di natura ed intensitĂ  tale da compromettere, in tutto od in parte, i processi conoscitivi, valutativi del ragazzino: egli non deve saper riconoscere il bene e il male.

Pertanto, specifiche condizioni socio-ambientali e familiari nelle quali il minore sia eventualmente vissuto, particolarmente dolorose e laceranti, seppure possono aver avuto influenza negativa sul ragazzino, inficiando le potenzialitĂ  di valutazione critica della propria condotta e agevolando il processo psicologico di autolegittimazione del crimine, non hanno potuto offuscare la capacitĂ  del minore di valutare il significato e il peso delle proprie azioni. In buona sostanza, l’adolescente del caso, seppur sconvolto e turbato era sicuramente cosciente che stava compiendo una cattiva azione.
(Cass. 31753/2003 Rv. 226281 – Cass. 18084/2010 riv 247141 – Cass. 17661/2010 riv 247335).

LA RUBRICA

STORIE DEL CARNEVALE NAPOLETANO

Storie del Carnevale napoletano: le metamorfosi di sanguinaccio e migliaccio, la lasagna barocca, lo sgarbo a San Gennaro. Di Carmine CimminoIn realtĂ , giĂ  il nome è uno scherzo. Uno dice Carnevale, e pensa alla tavola grassa di carni, al mito dell’abbondanza e della sazietĂ , che con il mito del gioco e del mascheramento, è la radice prima della festa. E invece il nome significa l’esatto contrario, carnem levare, carnem laxare, (e da qui l’elegante toscano carnasciale): togliere di mezzo la carne, prepararsi al digiuno e alla quaresima.

È una vendetta della religione: la sola andata in porto. Per il resto, il Carnevale ha resistito a tutti gli attacchi, ha ceduto qua e lĂ , ha concesso qualcosa, soprattutto in un Paese come il nostro, che vive in maschera ogni sua ora: ma alla fine è rimasto un rito pagano. Per sconfiggere il sanguinaccio, quello vero, fatto di sangue di porco autentico, testimonianza estrema di una economia contadina che non buttava via niente, e non solo del maiale, la Chiesa ha dovuto ricorrere all’aiuto della medicina. La borghesia, educata nelle sagrestie e negli studi dei medici, non poteva tollerare questa cibo da pantomima cannibalesca, poiché chi mangia sangue di porco, a pezzi o insaccato in budella, è capace di mangiare di tutto.

E dunque la parola d’ordine impartita dai pulpiti e dai palazzi del potere fu attenuare: e cioè addolcire e smussare. Non eliminare: al popolino non vanno mai tolte l’illusione della tavola grassa e la magra consolazione di prendere in giro chi comanda, almeno una volta all’anno. Ma se il contadino si maschera da signore, il signore si maschererĂ  da contadino: la seconda maschera annacqua l’aggressiva minaccia dell’ altra. Il sanguinaccio venne prima affogato e snaturato nello zucchero, e poi fu sostituito dalla crema di cioccolato, che è sostanza aristocratica. A Napoli il sangue di porco resistette più a lungo, e non solo nelle campagne.

Matilde Serao descrive nel Paese di Cuccagna il grande lavoro che si faceva in cittĂ  per preparare “la enorme quantitĂ  di sanguinaccio rustico e sanguinaccio dolce, sanguinaccio nel budello bigio e sanguinaccio nel piatto, tutto cosparso di pezzettini gialli di pan di Spagna: il sangue di maiale, cioè, unito al cioccolatte, al pistacchio, alla vainiglia, al cedro, alla cannella e presentato in una forma umile e leggiadra, dove la sua grassa brutalitĂ  era scomparsa”.

Fu uguale il destino del migliaccio. In un documento napoletano dei primi anni dopo il Mille il miliaccium è il pane di miglio, e nei ricettari toscani e emiliani del sec.XVIII il migliaccio è una specie di torta fatta di sangue di maiale con miglio brillato. L’attacco contro questa torta vampiresca partì dalle cucine dei monasteri femminili, in cui la semola prese il posto del sangue, e il tutto fu inzuppato nell’acqua di fior d’arancio, che effonde profumi angelici. Artusi consigliava uva secca e zibibbo: e se non si poteva fare a meno del lardo, che fosse lardo vergine.

Solo la lasagna venne risparmiata. Anzi, il pasticcio di maccheroni, che è un’invenzione delle cucine di corte del Rinascimento padano, divenne, nel tempo, il piatto simbolico del Carnevale di Napoli, tanto che Mario Stefanile si chiedeva perché proprio “a Napoli, cittĂ  da sempre di cucina semplice e stupendamente povera, la lasagna avesse trovato una sua rosseggiante e favolosa patria carnevalizia, e, sciogliendosi dalle nude e antiche origini di impasto di farina e di acqua spianato su un tagliere e ridotto in larghi nastri”, fosse diventata “una fabbrica nobile e composta dove al posto dei nudi laterizi si intrecciano pasta e salsa, mozzarella e salcicce”. Forse perché proprio in questa macchina barocca, in questa mischia di sapori, la pasta, che dovrebbe essere solo l’involucro, infine spadroneggia e dimostra definitivamente che il suo sapore domina in assoluto, in qualsiasi circostanza, e su qualsiasi pasticcio: la pasta sempre trionfante: come il pane nell’amichevole duello con il companatico.

I Napoletani sono riusciti anche a mescolare il sacro più sacro, e cioè il culto di San Gennaro, con il profano del Carnevale. L’empia contaminazione, descritta in un bel libro di Laura Barletta, fu perpetrata durante il Carnevale del 1764, che si svolse all’insegna della carestia, e non della tavola grassa. Dopo le proteste dei primi giorni di marzo, che non avevano tuttavia impedito né lo svolgimento delle tradizionali quadriglie né gli assalti del popolo minuto alle macchine di un’assai povera cuccagna, il 5 marzo il malcontento per la mancanza di pane e di farina accese il tumulto. Centinaia di donne obbligarono l’arcivescovo cardinale Sersale a esporre la statua di San Gennaro, perché il Patrono, commosso dall’ “amaro chianto“ del suo popolo, risolvesse prontamente il problema.

La Chiesa veniva sollecitata – non era la prima volta, e non sarebbe stata l’ultima – a porre rimedio al “flagello“ scatenato dall’inettitudine e dalla corruzione della classe politica. Il giorno dopo i deputati del Tesoro furono costretti a portare la statua in processione attraverso la cittĂ , tra torme piangenti di donne scapigliate vecchi e bambini. I meccanismi religiosi del controllo sociale funzionarono in modo efficace: la carestia venne letta e spiegata come una punizione inflitta da Dio ai napoletani per i loro corrotti costumi, di cui le mascherate e gli eccessi del Carnevale erano una prova colorata e rumorosa. Solo i lazzari non si lasciarono ammansire: uscirono dalla processione e si diedero al saccheggio delle botteghe. Il giorno dopo, martedì grasso, alcuni cortei di uomini e di donne di ogni etĂ  confluirono davanti all’ arcivescovato e ottennero che il cardinale predicasse nella cattedrale e che nella cappella del Tesoro venissero esposti il sangue e la testa di San Gennaro.

Solo allora le autoritĂ  civili annullarono il programma di mascherate e di quadriglie. Questo Carnevale napoletano ispirò invettive e satire feroci contro il potere politico: Laura Barletta ne ha pubblicato una ricca antologia. Un anonimo epigrammista immagina che un siciliano, tornato da Napoli nella sua isola, incontri un napoletano che gli chiede notizie su quanto accade nell’affamata capitale.

E il siciliano gli fa questo racconto: fami pani farina carestia / calca cavalleria fanti dragoni / serra serra cuccagna Vicaria / curri curri battuglia confusioni / citati elettu capudeci via / casi famiglia nota mutazioni / posti barracchi mbrogli rubbaria / carti dispacci cuvernu cugliuni. È stretto dialetto siculo: ma il senso è chiaro. Specie nella chiusa.
(Foto: Quadro di Antonio Mancini, Ragazzo con maschera)

L’OFFICINA DEI SENSI

IL “PROGETTO VESUVIO” DI ENZO CORONATO

La visione concreta di un imprenditore illuminato ma anche una nuova prospettiva della nostra realtĂ  regionale.

Il bello, in questa nostra avventura giornalistica è che ci si può ancora meravigliare, e lo si fa accrescendo la conoscenza del mondo che ci circonda. Non è questa una dichiarazione di candore ma la speranzosa costatazione che c’è del buono intorno a noi, basta solo la volontĂ  di scovarlo.
Nella nostra analisi della CittĂ  Vesuviana mancava all’appello il mondo dell’imprenditoria, quel tipo di persone, sempre più raro, che ama coltivare i propri sogni e che soprattutto, potendo, sa anche realizzarli. La rubrica si ferma stavolta a Caserta, dove incontriamo Vincenzo Coronato, imprenditore edile, che da anni segue con tenacia e lungimiranza il suo Progetto Vesuvio.

Com’è nata la sua idea di “Progetto Vesuvio”?
«Guardi, il Progetto Vesuvio, che nasce nel 1998, si è posto un iter con obiettivo principale, quello di una convivenza col Vesuvio. Senza evacuazioni o allontanamenti ma convivenza. Il motivo è semplice, il Vesuvio è sempre stato lì, siamo noi che non riusciamo a porci nel modo giusto, nella distanza giusta, non riusciamo a inserirci in quel contesto naturale che caratterizza la nostra civiltĂ  mediterranea.
Io sono un imprenditore delle costruzioni, ho guardato il Vesuvio non dal punto di vista semplicemente umanistico o quale possibile calamitĂ  naturale ma l’ho guardato sotto un profilo strettamente economico. Ho analizzato il tessuto socio-economico che esiste nell’area vesuviana, un tessuto degradato ma non povero!».

«È ricco di capitale umano, è ricco di capitale economico, probabilmente non ben integrato tra esso e tra esso e il mondo esterno ma è un qualcosa di cui la regione Campania ha un estremo bisogno. Ma andiamo un po’ più nel dettaglio. Durante una mia esperienza personale nel Friuli, nel terremoto del ’77 e in Irpinia in quello dell’ottanta, mi trovavo lì come direttore di cantiere dell’ospedale di Bisaccia, ho potuto constatare che, oltre ai danni causati dal terremoto, la cosa peggiore, per tutte le popolazioni colpite, era quella di trovarsi in mezzo alle paludi istituzionali delle competenze, che producevano talvolta più danni dello stesso sisma, creando sconcerto, disorientamento, il totale scoramento delle popolazioni coinvolte. Mi sono reso conto quindi, che al di lĂ  del supporto materiale, bisogna dire alle popolazioni che cosa devono fare, dove devono andare, in modo che si possa conservare quel minimo di dignitĂ ».

«Perché dunque, trovandosi in una situazione dove non si prefigura alcuna emergenza, sprecare questo prezioso tempo, senza dedicarsi a una pianificazione? Senza pensare a una formazione, una informazione, un’infrastrutturazione del territorio? Da qui è nata l’idea di un progetto, apparentemente semplice ma complicato nella sua sostanza. Si parte dal presupposto che la Campania è fortemente squilibrata dal punto di vista demografico, su cinque milioni e settecentomila abitanti, quattro milioni di questi vivono sul tratto di costa che va da Castelvolturno a Salerno. Ne consegue un congestionamento di tutta la zona e la sua ovvia invivibilitĂ . Di contro abbiamo invece le zone dell’Alto Casertano, del Beneventano, dell’Avellinese e del Salernitano, che sono stupende ma soffrono per lo spopolamento, chiudono importanti servizi come ospedali e scuole, e si vive un problema diametralmente opposto a quello della fascia costiera».

Lei quindi vede la doppia possibilitĂ  di decongestionare la costa e di rivitalizzare l’entroterra?
«Infatti, il Progetto Vesuvio da me fatto e condiviso da ConfIndustria Caserta, al punto tale da presentarlo come osservazione al Piano Territoriale Regionale, ha come obiettivo quello di trasformare un’emergenza in un’opportunitĂ ! Non vedendo più il Vesuvio come un problema ma come una risorsa».

… anche un modo per uscir fuori dalla logica dell’emergenza! Dove terremoto e spazzatura ci hanno dimostrato quanto possa essere controproducente la logica emergenziale che ci impone a fare scelte sbagliate, come con la deroga della legge e così via.
«Certo, in questo caso, se l’emergenza non c’è, perché non ragionarci sopra?».

Ma la cosa che mi interessa approfondire è che lei esclude a priori la logica della “deportazione”…
«Certo! E le dico anche il perché. Queste 600.000 persone, non sono un problema, sono una risorsa. Io ho partecipato, come osservatore di ConfIndustria, all’esercitazione della protezione civile MESIMEX (Major Emergency SIMulation Exercise ndr.) 2006, che fu finanziata anche dall’Unione Europea per 250.000 €. Io feci domanda per poter partecipare gratuitamente all’esercitazione come osservatore. E quale dato emerse di profondamente sbagliato da questa logica della “deportazione”? Quella che, dati della protezione civile, l’area vesuviana, non è fatta solo di 600.000 persone ma erano anche 600.000 depositi postali, oltre ai depositi e ai conti correnti bancari, non sono quindi solo un problema ma anche un patrimonio che si sposta. Siamo arrivati al cuore del Progetto Vesuvio! Che ha come obiettivo quello di aumentare il PIL regionale oltre a salvaguardare il tessuto socio-economico, le persone, le loro attivitĂ . Se vanno fuori, tutto questo patrimonio rischia di andare altrove. Così come anche gli eventuali aiuti europei verrebbero sparsi per l’Italia se la popolazione fosse così dispersa».

Il suo Progetto Vesuvio prevede uno spostamento interno, ce ne illustri la dinamica
«La dinamica è in sostanza questa, prendendo come base la rete viaria esistente ci si è posti la domanda di quale direzione scegliere per allontanarsi dalla zona rossa. Noi abbiamo ragionato in base alla vicinanza anche per evitare gli intralci tra paese e paese. In pratica si tratta di un allontanamento non di un’evacuazione, anche perché ci si potrebbe trovare in presenza di un falso allarme, questo allontanamento può essere di breve, medio o lungo termine, a seconda della gravitĂ  dell’evento».

Sì, ma se ben ricordo, la logica delle tre fasi è prevista anche dall’ultimo piano dell’emergenza della protezione civile …
«Tenga presente che si sta attingendo ormai dal Progetto Vesuvio! Visto che è ormai diventato legge nel 2008».

In che senso è diventato legge, mi faccia capire.
«Nel senso che, noi di ConfIndustria abbiamo presentato nel 2006 all’interno del Piano Territoriale Regionale (che è ormai diventato legge) delle osservazioni e dove si specifica che si resterĂ  nell’ambito della regione Campania. Il problema è che la regione ha creato un vuoto istituzionale non adoperandosi di informare la protezione civile per la rimodulazione del proprio piano d’evacuazione. Non si è adoperata ad avvisare le quattro province di accoglienza e dire, guardate, nei vostri piani provinciali dovete recepire queste cose. Così come non s’è adoperata nei confronti dei comuni della zona rossa per informarli del fatto che non si andrĂ  in caso di eruzione fuori regione. S’è fatta la legge (la n°13 del 13 ottobre 2008) ma non s’è trasmessa la sua applicazione».

Tornando quindi alle direttrici dell’allontanamento, lei ha immaginato quattro flussi verso le quattro province ospiti …
«Considerando l’anello dell’intera fascia urbanizzata della zona rossa questa si apre in questo modo. Torre del Greco, Ercolano, verso nord; Torre Annunziata, Trecase, Boscotrecase, Boscoreale verso sud; gli altri verso est, sud-est, nord-est».

E quali saranno gli assi viari interessati?
«Con circa 600.000 abitanti abbiamo calcolato una portata massima di 150.000 persone (ipotesi massima!) per ogni provincia di accoglienza. Secondo la logica della limitroficitĂ  questi sarebbero i gemellaggi: Torre del Greco ed Ercolano andrebbero nella provincia di Caserta, nella provincia di Benevento, Portici, San Giorgio a Cremano, Cercola, San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma. Ad Avellino invece, Pollena Trocchia, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano e Terzigno. In questo modo non s’intralciano l’uno con l’altro, questo è il punto. Infine, nel Salernitano andranno Boscoreale, Boscotrecase, Trecase, Pompei e Torre Annunziata».

Queste strade sono giĂ  pronte a sopportare il carico o hanno bisogno di un adeguamento strutturale?
«Sicuramente ci sarebbe bisogno di un adeguamento ma deve considerare che nel nostro piano, nel momento in cui scatta un qualsiasi allarme, anche le strade di afflusso verso la zona rossa devono essere invertite come senso di marcia, nel senso che, se abbiamo l’autostrada, verso torre del Greco, con due corsie che scendono e due che salgono, tutte e quattro dovranno invece condurre verso la zona d’evacuazione. Un esempio pratico, sempre Torre del Greco, A3-A2-A1 e la statale 7 a Capua o a Caserta Nord, 43 minuti e si è giĂ  fuori pericolo, contro i 10 giorni del piano della protezione civile del 1995. Tanto per intenderci».

Avete le idee ben chiare …
«Sono 11 anni che ci lavoriamo ma ovviamente non sono solo io, c’è ConfIndustria Caserta, c’è il sindaco di Torre del Greco, quello di Pompei e i loro collaboratori, L’attuale presidente della provincia di Caserta».

Ma anche il fatto di aver previsto il tutto senza prevedere nuovi investimenti è notevole, rispetto al contesto al quale ci si è ormai abituati …
«Sa perché? Perché non è detto che per fare delle cose buone ci vogliono necessariamente prima i soldi. Ci vuole prima un buon progetto e poi, a livello economico, quel minimo che possa servire. Anche perché, nel Progetto Vesuvio è prevista una cosa che costituisce il momento fondante di tutto, il consenso creato dalla familiaritĂ  tra zona vesuviana e zone interne. Questo si crea attraverso i gemellaggi, non sulla carta ma supportati da esercitazioni annuali, che, in un solo giorno, coinvolgano il 50% della popolazione di ogni comune che, con propri automezzi e secondo percorsi prestabiliti raggiungano la zona di prima accoglienza e per rientrare la sera stessa».

Organizzati dalla protezione civile immagino.
«Sotto la supervisione della protezione civile ma un passo prima ancora da fare è quello buttom up contrariamente al top down, ovvero quello di assecondare gli accordi dal basso e non quelli calati dall’alto e imposti magari anche in tenuta antisommossa! È questo uno degli obiettivi che il Progetto Vesuvio si propone».

È indubbiamente una visione interessante, dove chi si rifugia non è più visto come un occupante come è accaduto nel basso Casertano nel post terremoto dell’80, ma come un’opportunitĂ . Lei prospetta quindi un turismo dell’emergenza, senza però l’emergenza!
«Sì e soprattutto turismo interno! Le faccio un esempio, nel ’58, la mia famiglia, nel mese d’agosto, prendeva il treno a Caserta e andavamo a trascorrere quindici giorni al mare, a San Giovanni a Teduccio».

Un sogno!
«C’erano le cabine, le sdraio, gli ombrelloni e si trascorreva tranquillamente lì le vacanze. In compenso, da Torre Annunziata partiva un treno che andava a Telese per andare a fare i bagni sulfurei. Mi sa dire se oggi esiste più questo turismo? C’è poi un altro fattore da esaminare, se non c’è infatti un’istituzione adeguata a supportare la sorveglianza e che tuteli le bellezze paesaggistiche del nostro territorio, allora c’è bisogno che si istauri un processo economico virtuoso, che motivi il campano ad uscire dalla logica del precario, del provvisorio. È questo quello che vogliamo raggiungere con la nostra fondazione, la fondazione privata Convivenza Vesuvio. Il suo comitato strategico decide inoltre le linee guida da attuare presso le istituzioni, affinché queste svolgano il loro compito. In questo comitato abbiamo nomi come quello del professor di Natale, preside della FacoltĂ  di Ingegneria, che si occupa di come gestire questo processo di equilibrio dinamico, perché ripeto, non deve essere una deportazione ma la gente si deve spostare e ritornare, senza alterare le proprie attivitĂ ».

«Un altro membro è il professor Rocco Giordano, dell’UniversitĂ  di Salerno, che si occupa della mobilitĂ , il professor Marotta, dell’UniversitĂ  del Sannio, esperto di economia orientata all’agricoltura, abbiamo un patrimonio di prodotti tipici che non deve essere disperso, anzi, rilanciato. C’è ancora la professoressa Prezioso, dell’UniversitĂ  Torvergata, unica non campana e punto di riferimento tra noi e l’Europa. Poi ancora il professor Gambardella, preside della FacoltĂ  di Architettura della Seconda UniversitĂ  di Napoli. Tutti, dal Presidente Onorario che sono io, fino all’ultimo dei collaboratori, a titolo puramente gratuito».

«Concludo parafrasando il nostro conterraneo Troisi, bisogna ripartire da tre: uno la terra. Una volta bonificata questa terra può dare i migliori frutti, come sapore e quantitĂ . Due, il sole. Perché qui abbiamo una stagione turistica di tre, quattro mesi più lunga dei nostri competitori e non sfruttiamo questo vantaggio. Tre, la storia. La nostra storia non è fatta solo dagli ultimi 150 anni. Dobbiamo entrare in questa logica, non c’è niente di rivoluzionario …».

… è la forza delle cose semplici.
«La forza delle cose semplici col supporto scientifico!».

LA CITTÀ VESUVIANA

‘CINEMA E PAROLE’ PRESENTA <i>IL GRINTA</i>

Un”incursione dei due geniali fratelli in un classico del genere western. Il risultato? Un racconto appassionante tipicamente “coeniano” nei temi e nei personaggi ma meno irriverente del solito nello stile della narrazione.

Il cinema dei Coen è, in primo luogo, un viaggio attraverso le contraddizioni dell’America. Che il racconto riguardi la provincia profonda e disturbante di Fargo o Non è un paese per vecchi oppure le grottesche visioni della Hollywood di Barton Fink, i due fratelli di Minneapolis graffiano in modo lento e ironico la superficie degli eventi, mostrandoci con un linguaggio colmo di paradossi ed eccessi dei frammenti del loro Paese. E non è un caso che abbiano attraversato generi diversi, dal thriller alla commedia fino al western: non è la trama in sé che qualifica un film dei Coen, quanto la capacitĂ  del loro stile tagliente e sarcastico di raccontare vicende solo all’apparenza surreali, ma profondamente radicate, attraverso i personaggi e i luoghi, nella realtĂ .

Così, ecco i due fratelli terribili alle prese con un genere appena esplorato in passato, il western. E non con un film qualsiasi, ma con il remake del vecchio omonimo capolavoro di Hathaway che portò finalmente all’Oscar il mito John Wayne. Sebbene presenti alcune importanti variazioni, la struttura della storia rimane la stessa: una ragazzina arriva in una classica cittĂ  di frontiera per recuperare il cadavere del padre – assassinato da una banda di malviventi – e progettare allo stesso tempo la propria vendetta. A questo scopo non esita ad ingaggiare un celebre cacciatore di uomini e sceriffo, il Grinta del titolo, con il quale instaurerĂ  da subito un rapporto conflittuale.

Forse più che in altri film dei Coen, la trama fornisce semplicemente il quadro all’interno del quale si muovono i personaggi. Il rapporto tra la piccola Mattie e lo sgangherato Grinta assume i contorni del classico racconto di formazione, monopolizzando la scena. Difficile trovare due caratteri più lontani: la ragazzina, dall’alto dei suoi 14 anni, ci viene da subito mostrata furba e determinata, con un senso della giustizia e del potere della logica ben radicati. Il Grinta, al contrario, è portatore di una visione del mondo decisamente meno integralista: gli uomini e gli eventi non possono essere letti in modo rigido e, sebbene il personaggio sia posto sotto una luce ampiamente positiva, si percepisce – grazie anche alla straordinaria interpretazione di Jeff Bridges – il peso degli anni passati alla frontiera, un luogo che per definizione rappresenta un confine fluido, una fascia di transizione dove le cose assumono contorni assai sfumati.

E così il viaggio dei due assume sempre meno senso nell’ottica della caccia all’assassino del padre di Mattie. Attraverso i racconti del Grinta, tra la leggenda e la veritĂ , osservando le spalle di quel vecchio ubriacone che la precede a cavallo e la conduce alla scoperta di un mondo violento di cui conosceva l’esistenza ma nei confronti del quale non ha ancora imparato come comportarsi, confrontando la sua sbruffoneria con il senso del dovere di un integerrimo ranger texano che li accompagna nella caccia ai banditi, Mattie comprenderĂ  quanto sia complessa e articolata la realtĂ .

“Doveva morire con un clima meno freddo” dirĂ  il Grinta a Mattie per rifiutarsi di scavare una fossa per il cadavere di uomo al quale aveva promesso una degna sepoltura: la vita è dei pragmatici, non degli idealisti.
È un capolavoro? Ogni film dei Coen rende legittima questa domanda. La scelta di rispondere in un modo o nell’altro è legata alle sensazioni personali. Il dato certo è che, per una volta, i due registi hanno scelto un registro meno esasperato. È un film estremamente “coeniano” nei temi e nei personaggi, ma più equilibrato nella narrazione: tralasciando un paio di sequenze (la compravendita dei cavalli, lo scontro nella capanna nel bosco) il ritmo è placido e maestoso, come lo scorrere tranquillo di un grande fiume americano. Mancano le situazioni paradossali, le trovate ad effetto che abbondano in altri film dei due fratelli.

Una scelta condivisibile, forse, considerata la natura quasi epica della materia trattata. Ma chi dei Coen ama soprattutto gli squarci di follia che rompono la quiete del reale continuerĂ  a preferire altre opere della loro straordinaria filmografia. E, in effetti, capolavori come Barton Fink, Fargo, Il Grande Lebowski, Non è un paese per vecchi, A serious man rimangono probabilmente di un altro livello.

Candidato a 10 oscar (tra cui migliore film, migliore regia, migliore attore protagonista – Jeff Bridges – e migliore attrice non protagonista – Hailee Steinfeld), non ne ha portato a casa nessuno, pur essendo di gran lunga il film più interessante del lotto.
Bizzarrie da Oscar, ma questa è un’altra storia.
(Fonte foto: Rete Internet)


Regia di Ethan Coen e Joel Coen, con Jeff Bridges, Matt Damon, Josh Brolin, Hailee Steinfeld
Titolo originale: True Grit
Paese: Stati Uniti
Durata: 110 minuti
Uscita nelle sale: 18 febbraio 2011
Voto 7/10

IL DRAMMA DELLA LIBIA, IL RUOLO DELLA SCUOLA:LE MISERIE DELLA POLITICA ATTUALE

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L”enormitĂ  dei fatti della Libia chiama a raccolta il mondo cattolico che, come sempre, saprĂ  offrire risposte e cuore. È triste vedere, però, che la scena politica sia rovinata dai propugnatori del bunga bunga. Di Don Aniello Tortora

Tutti i mass-media riportano ogni giorno in prima pagina quanto sta accadendo in Libia. Migliaia i morti. Tantissimi i feriti. Guerra civile in quella nazione, amica dell’Italia.
Braccato dalla comunitĂ  internazionale, dopo l’approvazione unanime di una durissima risoluzione delle Nazioni Unite che ne prospetta anche il deferimento alla corte dell’Aja, il dittatore libico Muammar Gheddafi è finito in un vicolo cieco dal quale sarĂ  virtualmente impossibile uscire.

Oltre a rischiare il carcere per possibili crimini di guerra e contro l’umanitĂ  il clan di Gheddafi – che ha definito la risoluzione "nulla" e senza alcun valore – vede congelati i beni piazzati all’estero, che secondo alcune fonti potrebbero toccare i 500 miliardi di dollari, e non può neppure più viaggiare fuori dal paese. Questa volta la comunitĂ  internazionale ha voluto fare in fretta e dare un chiarissimo segnale sia a Gheddafi sia agli altri dittatori che in futuro colpiranno le popolazioni civili per rimanere disperatamente al potere.
Ma Gheddafi, almeno fino ad oggi, resiste e minaccia una guerra sanguinosa se gli Stati Uniti o la Nato reagiranno con la forza. Intanto migliaia di profughi dalla Libia si accalcano ai confini della Tunisia, dell’Egitto e dell’Italia (Lampedusa).

È l’umanitĂ  che sbuca dal confine della Libia e che sta gonfiando la giĂ  grave crisi umanitaria di questi giorni. Dimensioni sconcertanti, se si riflette che in Libia ci lavoravano quasi due milioni di lavoratori stranieri africani e della fascia araba, prima della rivolta anti-Gheddafi del 17 febbraio.
Una moltitudine di uomini tra i 20 e i 50 anni, una massa di egiziani, e sfumature di asiatici e africani, sfiniti da quella spossatezza del corpo e della mente che solo la paura di avere perso un turno decisivo nel gioco della vita – con l’esistenza da salvare e poi un lavoro da ritrovare – può provocare. È notizia dell’ultim’ora di un’operazione umanitaria in Tunisia da parte del governo italiano che darĂ  assistenza a 70-80mila profughi, tra i quali molti bambini. È encomiabile quanto stanno facendo i volontari tunisini, la gente semplice, pur di porgere una mano di aiuto verso questa gente.

L’appello dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) è chiaro e impossibile da non considerare nella sua drammaticitĂ , nella sua dimensione d’emergenza: ogni giorno 15.000 persone abbandonano la Libia verso i Paesi confinanti, appunto la Tunisia per lo più, l’Egitto e, in parte, anche l’Italia.
Tutto quanto sta accadendo non può non interpellare anche la Chiesa. La rivolta, iniziata in Tunisia, le inquietudini che si sono manifestate praticamente in tutti i Paesi musulmani, dal piccolo Gibuti nel corno d’Africa fino allo sconosciuto Yemen e perfino all’Arabia Saudita e all’Egitto non si spiegano solo con la povertĂ , la disoccupazione, la corruzione o la crisi culturale del mondo islamico, elementi pure presenti in varia misura.

Mi associo alle parole pronunciate dal presidente della Cei Cardinal Bagnasco, il quale ha detto che: «Quando un popolo viene oppresso per troppo tempo da un regime che non rispetta i diritti umani, prima o poi scoppia». Si fa dunque concreto il rischio di una catastrofe umanitaria con migliaia di sfollati interni, rifugiati e richiedenti asilo che si potrebbero riversare in tutto il Nord Africa e nella sponda nord del Mediterraneo.
A detta degli esperti dobbiamo prepararci al peggio ed essere pronti ad accogliere migliaia di profughi, in attesa di tempi migliori in quelle nazioni. La Chiesa, come sempre, farĂ  ancora una volta la sua parte e giĂ  si sta preparando, con le sue strutture capillari sul territorio, a questa ennesima emergenza

Un’altra polemica ha tenuto desta l’attenzione della pubblica opinione in questi giorni, e provocata dalle ormai famose ed infelici esternazioni del presidente del Consiglio sulla scuola statale.
È intervenuto, a tal proposito, addirittura il Cardinale Bagnasco il quale si è espresso lunedì 28 febbraio a margine dell’incontro, svoltosi a Genova, La formazione della coscienza nel Beato John Henry Newman, ricordando che “ci sono tantissimi insegnanti e operatori che sappiamo che si dedicano al proprio lavoro con grande generositĂ , impegno e competenza, sia nella scuola statale che non statale. Quindi il merito va a loro”.

“La Chiesa ha molta stima e fiducia nella scuola – ha spiegato – perché è un luogo privilegiato dell’educazione, tanto più che siamo nell’ambito del decennio sulla sfida educativa, che la Conferenza Episcopale Italiana ha scelto come prioritĂ . Quindi ci sta a cuore l’educazione integrale anche attraverso la scuola e in qualunque sede, statale o non statale, l’importante è che ci sia questa istruzione, ma anche questa formazione della persona che è scopo della scuola a tutti i livelli”.
“Tutti quanti – ha aggiunto – ci auguriamo che anche la libertĂ  di scelta dei genitori nell’educazione dei figli possa essere concretizzata sempre più e meglio, ma questo riguarda un altro aspetto della scuola non statale”. “In generale – ha concluso il Cardinale – sicuramente tutti auspichiamo che la scuola, a tutti i livelli e in tutte le sedi, possa veramente rispondere ai desideri dei genitori per i loro figli”.

Ormai il presidente del Consiglio, probabilmente ancora “ubriacato” dal bunga bunga serale, davvero non “sa più quello che dice”. Può darsi che abbia giĂ  aperto la campagna elettorale, con la speranza recondita di accattivarsi il mondo cattolico attraverso frasi ad effetto. Mai come in questo momento storico vale, per i cattolici, a mio modesto avviso, il detto: ”Humanum (est) errare, diabolicum perseverare”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DI DON ANIELLO TORTORA

GLI “UOMINI OMBRA” DELL’ERGASTOLO OSTATIVO

L”ergastolo ostativo è nato negli anni “90 quale risposta dura dello Stato alla rapida diffusione dei reati di mafia. Di Simona Carandente

Da diverso tempo, sulla mia casella di posta elettronica, ricevo l’accorato appello di un gruppo di ergastolani, desiderosi di far sentire la propria voce attraverso le pagine di un giornale, non potendo dare spazio in altro modo ai loro sogni e desideri più nascosti.
Uno di essi, Carmelo Musumeci, ergastolano ristretto nel carcere di Spoleto, ha pubblicato da poco un libro di racconti, dal titolo evocativo " Gli uomini ombra", con lo scopo di far sentire la sua voce e quella dei suoi compagni, che il destino ha voluto unire tramite un filo sottile.

La storia di Carmelo è affascinante, rapisce l’animo di chi la legge: nel periodo in cui era detenuto all’Asinara, in regime di carcere duro (cosiddetto 41 bis), ha ripreso gli studi, riuscendo persino a laurearsi in giurisprudenza con una tesi in sociologia del diritto, proprio sull’argomento dell’ergastolo.
L’attuale condizione di Carmelo e di molti suoi compagni è quella del cosiddetto ergastolo ostativo, regolato dalla legge 356/92, per la quale l’aver commesso alcuni delitti esclude i reclusi dal trattamento beneficiario extramurario, salvo che non collaborino con la giustizia. Tale regime carcerario si rivolge solo ai condannati per reati di associazione a delinquere, e non a soggetti responsabili di altri reati, anche se in astratto più gravi.

Permessi premio, semilibertĂ  e quant’altro non esistono per gli "uomini ombra": solo se si sceglie di fare il nome di altri si può sperare di cambiare la propria situazione, e sperare in qualche beneficio penitenziario. Tuttavia, come è facile intuire, si tratta di una scelta complessa, dolorosa, che coinvolge le famiglie al di fuori e la vita di altre persone: non è infrequente il caso di chi, come Carmelo, decida di non collaborare, portando sulle proprie spalle tutto il peso di una detenzione che, in ogni caso, non avrĂ  mai fine.

Chiaramente, a prescindere da ogni forma di pregiudizio di natura morale, è importante che l’opinione pubblica sappia che esistono due forme di ergastoli; il primo che lascia una speranza di vita, il secondo, quello ostativo, che invece chiude per sempre una porta in faccia alla vita fuori.
Nel 1973 don Oreste Benzi ha dato vita all’Associazione "ComunitĂ  Papa Giovanni XXIII", che attraverso un blog ed un gruppo su facebook si propone di far conoscere le dinamiche dell’ergastolo ostativo, nato nei lontani anni ‘90 quale risposta dura dello Stato alla rapida diffusione dei reati di mafia.

Oggi gli ergastolani in Italia sono circa 1400: la problematica dell’ergastolo ostativo viene fuori solo oggi perché, dopo 20 anni di detenzione, un ergastolano "normale"potrebbe chiedere di essere ammesso alla semilibertĂ . Per tutti gli altri, gli "uomini ombra", ciò può avvenire ad un’unica condizione: rovinando la vita ad un altro, facendolo entrare in carcere al posto proprio. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL NOSTRO VIOLENTO CONTESTO SOCIALE

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Il contesto nel quale viviamo orienta e produce i comportamenti. Le ultime vicende di cronaca sono allarmanti, perchè indicano insofferenza e nevrosi collettiva. Forse ci sono troppe incertezze. Di Amato Lamberti

Parafrasando il titolo di un famoso film potremmo dire che Napoli è una cittĂ  in profonda crisi di nervi. Anche l’ultimo episodio, accaduto al Vomero alto, dove un gruppo di ragazzi aggredisce, in modo isterico, un automobilista colpevole di strombazzare per farsi largo tra la folla di ragazzi che intasava la strada, provocando una reazione ancora più isterica dell’automobilista che ingrana la retromarcia e travolge e uccide uno dei ragazzi, dimostra che la civile convivenza è seriamente messa in discussione da livelli troppo alti di insofferenza generalizzata, capaci di travolgere ogni regola ma anche ogni remora rispetto alle possibili e pesanti conseguenze.

Se qualunque persona può arrivare ad uccidere solo perché non riesce a controllare le sue reazioni nervose ed emotive, come testimoniano gli ormai numerosi delitti per motivi di viabilitĂ , dobbiamo tutti cominciare a preoccuparci di capire cosa stia succedendo nella cittĂ  e nella testa della gente. Le due cose sono strettamente connesse. Il contesto sociale e territoriale nel quale viviamo, che è il nostro “mondo vitale”, non solo orienta ma produce i nostri comportamenti, che sono sempre reazioni agli stimoli che riceviamo dall’esterno. Un contesto sociale e territoriale caratterizzato da alti tassi di violenza nelle relazioni interpersonali produce comportamenti violenti da parte di tutti, nessuno escluso.

Certo, la violenza può limitarsi a restare verbale; può ridursi a dar luogo solo ad atteggiamenti aggressivi, di difesa rispetto a possibili offese; ma può anche sfociare in azioni delittuose sempre sproporzionate rispetto all’offesa ricevuta. Il ragazzo che accoltella un coetaneo per dimostrare a tutti che è il padrone assoluto della ragazza che lo accompagna, può ferire ma anche uccidere, come, purtroppo, è più volte successo. Forse non voleva uccidere, ma il gesto compiuto intreccia comunque personalitĂ  individuale e “mondo vitale”. Se il contesto nel quale è cresciuto e nel quale vive, lavora o va a scuola, non prevedesse, addirittura come normale, la violenza, anche armata, per difendere anche solo la propria immagine, quel gesto delittuoso non sarebbe mai stato compiuto.

Lo stesso discorso vale per l’insofferenza di ciascuno verso tutti gli altri che, non solo cresce in modo continuo e, per ora, inarrestabile, ma assume sempre più il carattere di una sorta di nevrosi collettiva. Sembra quasi che non riusciamo più a sopportarci, qualunque sia l’attivitĂ  che svolgiamo. Il litigio per motivi di viabilitĂ , che è una costante sulle strade cittadine e che, per fortuna, non sfocia spesso in aggressioni fisiche e ferimenti e quasi mai in gesti dalle conseguenze tragiche, ma si limita a spesso violentissime aggressioni verbali, è comunque la spia più vistosa e frequente dell’insofferenza reciproca che sembra ormai caratterizzare i rapporti tra le persone. Una insofferenza che non può non avere una ragione, visto che coinvolge tutti.

Personalmente, ritengo che l’insofferenza per gli altri, sia a livello individuale che a livello sociale, riposa sempre su elevati livelli di incertezza. Quando si ha un lavoro e non si sa se durerĂ ; quando si esce di casa e si teme di poter essere aggrediti; quando si studia e non si sa se si troverĂ  mai un lavoro; quando si lavora e non si sa se un blocco stradale bloccherĂ  tutti gli impegni; quando si partecipa a un concorso e non si sa se sarĂ  il merito a prevalere; potremmo continuare a lungo, anche coinvolgendo sfere personali ed affettive, ma mi sembra evidente che i livelli dell’incertezza stanno diventando per tutti insopportabili e, per questo, si traducono sempre più spesso in reazioni di insofferenza, quando non di ostilitĂ .

Sappiamo bene che, per molti studiosi, le societĂ  post-moderne sono strutturalmente caratterizzate da elevati livelli di incertezza, ma questo non vieta, anzi impone, alle Istituzioni di farsi carico del problema della riduzione dei livelli di incertezza. Non si tratta di un problema secondario, come qualcuno chiuso in un ottuso pragmatismo, potrebbe credere. Una societĂ  funziona come un organismo, dove tutto è coordinamento e reciprocitĂ . Livelli troppo alti di incertezza, anche a livello di decisioni politiche, possono mandare in tilt una societĂ , a tutti i livelli, da quello sociale a quello economico. Al contrario, anche pochi punti di riferimento, certi e condivisi, possono mobilitare un’intera societĂ  nel raggiungimento di obiettivi importanti per tutti.

Napoli ha conosciuto una stagione, densa ma purtroppo breve, di certezze condivise e di grandi risultati, nella quale anche l’insofferenza e l’ostilitĂ  si erano ridotte a livelli sopportabili. Oggi, c’è sicuramente bisogno di più ordine e maggiore sicurezza, ma c’è bisogno di nuove certezze e sicure prospettive per riaggregare e mobilitare tutti i cittadini, intellettuali e non, attorno ad un progetto di cittĂ  nel quale tutti possano riconoscersi.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=24

A GAETA L’ULTIMO CAPITOLO DELLA STORIA DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

14 Marzo 1861: comincia la storia ufficiale dell”Italia unita. Di Carmine Cimmino

Il 7 settembre 1860, mentre Garibaldi entrava in Napoli, Francesco II arrivò nel porto di Gaeta. Erano le sei del mattino. Francesco II e Maria Sofia erano partiti dalla capitale dodici ore prima, a bordo del Messaggero, un piccolo vascello della marina militare, comandato da Vincenzo Criscuolo. Due navi da guerra piemontesi avevano bloccato l’uscita del porto militare, per impedire che la flotta seguisse il re: ma era stata una manovra superflua, perché gli ufficiali della marina giĂ  avevano deciso di cambiare divisa. A Francesco era stato suggerito, anche da Liborio Romano, di andar via con una nave di bandiera estera, ma secondo Raffaele De Cesare, che ebbe notizie dirette su questi fatti, proprio Vincenzo Criscuolo esortò il suo re a partire su una nave napoletana e a bandiera spiegata. E il re seguì il suo consiglio.

Nel porto di Gaeta il Messaggero arrivò scortato dalla nave spagnola Colon, su cui erano imbarcati l’ambasciatore di Spagna Bermudez de Castro e tutti i membri della legazione spagnola. Dopo la resa di Gaeta, il re donò all’ambasciatore una tavola di Raffaello, L’apparizione della Beata Vergine col bambino, che egli aveva portato con sé, insieme con altre opere d’arte, e porcellane, cristalli, preziosi servizi da tavola, mobili, e 66 reliquari. In realtĂ , non c’è un elenco certo. Francesco lasciò nelle casse del Banco di Napoli somme enormi di danaro, poiché era sicuro di tornare. Perciò è difficile credere che abbia portato via tutti i servizi da tavola. È molto probabile che successivamente siano stati inseriti nella lista del suo bagaglio quadri, ori e argenti saccheggiati da altri, soprattutto nelle residenze di Portici e di Caserta. Il De Cesare non ha dubbi: alcuni oggetti furono veduti più tardi in case private.

Dopo la caduta di Capua, l’esercito napoletano combatté l’ultima battaglia in campo aperto della sua lunga storia a Mola di Gaeta. Era il 4 novembre 1860. Le brigate dei soldati abruzzesi e campani – molti nolani e avellinesi facevano parte della divisione Colonna – e i fucilieri svizzeri e bavaresi, dopo tre ore di scontri furiosi, dovettero cedere ai bersaglieri e ai granatieri di Sardegna e di Lombardia. L’ultimo capitolo della Storia del Regno delle Due Sicilie venne scritta a Gaeta, nei giorni di un assedio memorabile, iniziato il giorno 5 novembre. Francesco II ha con sé circa 10000 uomini e almeno 400 cannoni; Cialdini dispone di un numero doppio di soldati e di almeno 150 cannoni rigati: saranno proprio questi cannoni, capaci di lunghe gittate e di tiri curvi, a determinare la vittoria dell’esercito piemontese.

Dal punto di vista militare, l’assedio di Gaeta rappresenta qualcosa di nuovo, almeno in Italia, poiché non vi sono scontri di truppe, né vere e proprie sortite degli assediati, né tentativi degli assedianti di aprire brecce e di irrompere nella cittĂ ; c’è solo un’interminabile spaventosa sequenza di colpi di artiglieria: in 102 giorni i napoletani lanciano 35000 proiettili e i piemontesi 60.000.

Fin dal 5 novembre alcune navi da guerra francesi, al comando dell’ammiraglio Le Barbier de Tinan, che è un innamorato di Napoli, si fermano all’ancora nel golfo di Gaeta e di fatto impediscono a Cialdini di scatenare il fuoco dei suoi cannoni su tutte le fortificazioni della cittĂ ; tra l’altro, nei primi giorni d’assedio i piemontesi sono preoccupati anche per la presenza in Gaeta dei plenipotenziari di Russia e Austria, principe Wolkonsky e conte Széchényi, che hanno seguito Francesco II su mandato dei loro governi. Ma il 18 gennaio 1861 la squadra francese lascia le acque di Gaeta. È l’inizio della fine.

Il 19 Cialdini offre “un’ampia capitolazione“, che il generale Ritucci, governatore della cittĂ , non accetta, dopo aver chiesto una tregua per discuterne, o come sospettò poi Cialdini, per informarsi sui movimenti delle bande dei filoborbonici casertani e abruzzesi alle spalle dei piemontesi. Il 25 gennaio nella cittĂ  scoppia il tifo. Il 4 e il 5 febbraio i proiettili dei cannoni piemontesi fanno saltare in aria depositi di polvere da sparo e il magazzino di munizioni dei bastioni Sant’Antonio: è una strage, circa centro civili restano uccisi. Il 12 Ritucci chiede un armistizio per trattare la capitolazione. Cialdini gli risponde con una lettera durissima, rinfacciandogli il netto rifiuto del 19 gennaio:

è assai strano che V.E. si sia ricordato così tardi dell’inutile spargimento di sangue e dell’offesa all’umanitĂ , mentre io il 19 gennaio e in nome della stessa umanitĂ  ed onde evitare un’inutile effusione di sangue, Le offrivo un’ampia capitolazione, di cui V.E. non degnossi voler nemmeno conoscere le onorevoli condizioni. La. E.V. dica pure a suo senno ai contemporanei e alla Storia, che non volle e non consentì a uno spargimento di sangue senza scopo e che mia soltanto fu la colpa. Io aggiungerò che il Governatore di Gaeta avea anzi tutto mancato alla sua parola.

Dopo che Francesco II lo ha sostituito, su sua richiesta, con il gen. Francesco Milon, Ritucci risponde a Cialdini con una lettera che è il testamento dell’onore dell’esercito napoletano: egli difende la “inalterata rettitudine“ della sua carriera “e la massima lealtĂ “ delle sue “cure, tendenti come sempre sono state a rendere meno crudele una guerra tra italiani, i quali comunque guidati da opposti doveri“ dovrebbero rispettarsi e stimarsi a vicenda. Il giorno 13, mentre i delegati discutono della capitolazione, i cannoni di Cialdini continuano a bersagliare Gaeta: alle tre del pomeriggio salta in aria il magazzino della batteria Transilvania, in cui erano ammassate almeno 18 tonnellate di polvere da sparo. Tre ore dopo nella villa di Caposele, al Castellone di Gaeta, i delegati firmano la capitolazione.

La mattina del 14 Francesco II si imbarca con la moglie sulla corvetta francese La Mouette, dopo aver firmato l’ultimo Ordine, in cui ringrazia i soldati napoletani, “miei prodi compagni d’arme“, che hanno sfidato “per tre mesi dentro a queste mura gli sforzi di un nemico che disponeva di tutte le risorse d’ Italia.“. I soldati lo salutano gridando, tra le lacrime, Viva il re. Cialdini riconosce a tutti i soldati di Gaeta, compresi gli impiegati militari, l’onore delle armi.

La cittadella di Messina si arrese un mese dopo. Il 14 marzo 1861 la Camera dei deputati esaminò un disegno di legge composto da un solo articolo: il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e per i successori il titolo di Re d’Italia. Dopo molte ore di aspro dibattito, il deputato napoletano Ricciardi ritirò la sua proposta di modificare l’articolo e di votare su un nuovo testo, in cui Vittorio Emanuele veniva designato primo re d’ Italia per volontĂ  nazionale. “Lo ritiro dietro gli unanimi conforti dei miei amici politici e per non parere testardo“: così disse, suscitando l’ilaritĂ  dei cavouriani. Subito dopo, il Presidente della Camera lesse il dispaccio telegrafico che Cialdini aveva inviato da Messina il giorno prima:

La cittadella si è resa a discrezione. La nostra artiglieria fu efficacissima. Noi abbiamo fatto scoppiare vari depositi di granate cariche e prodotto un vasto incendio. Alle ore 5 la cittadella inalberò bandiera bianca. Alle ore 6 rifiutai ogni capitolazione, concedendo tre ore a riflettere. Alle 9 di sera tutta la guarnigione si è resa a discrezione. Così incominciò la storia ufficiale dell’Italia unita.
(Foto: Giacinto Gigante, La batteria dell’Addolorata a Gaeta. Acquerello del 1857)

LA STORIA MAGRA

L’ELENCO DI PAROLE SULLA LEGALITA”: LE SPERANZE DEGLI ADOLESCENTI DELL’ISTITUTO “G.MAZZINI”

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Apprendere la legalitĂ  dalla pratica dei servizi. Questo l”obiettivo del percorso educativo scelto per gli studenti dell”Istituto “G.Mazzini”. Da un circle time, un lungo ed interessante elenco di parole sulla legalitĂ . Di Annamaria Franzoni

In linea con l’articolo della scorsa settimana che raccontava una delle molteplici esperienze legate alle attivitĂ  del Progetto“LE(g)ALI AL SUD”promosso dal Ministro dell’Istruzione nell’ambito della manifestazione "Un Patto per la LegalitĂ " del 23 maggio 2010, entriamo in un altro Istituto napoletano, questa volta in una scuola superiore di II grado, l’Istituto Magistrale “G. Mazzini” di Napoli, il cui Dirigente, prof. Pasquale Malva, è particolarmente sensibile alle iniziative che offrano ai giovani la giusta combinazione di conoscenze, abilitĂ  ed attitudini per la realizzazione di una cittadinanza attiva e consapevole, secondo le dimensioni della costruzione del sé e della giusta interazione con l’attuale complessa societĂ  contemporanea.

Nell’ambito del “Percorso di Educazione alla LegalitĂ ” promosso dal MIUR e dalla Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, in tutte le scuole d’Italia, per sensibilizzare i giovani al rispetto dei valori in cui i magistrati Falcone e Borsellino hanno creduto (il valore delle regole, il rispetto delle leggi, l’importanza della giustizia, il senso della cittadinanza e l’amore verso la Costituzione) il prof. Gianfranco Tiscione, docente di Diritto presso l’Ist. Mazzini e presso il Caracciolo di Napoli, ha posto l’attenzione su un aspetto fortemente pragmatico del rapporto cittadino – istituzione proponendo ai giovani adolescenti un percorso che possa portarli ad “Apprendere la legalitĂ  dalla pratica dei servizi”.

Questo infatti è il nome del progetto biennale del Mazzini, la cui prima annualitĂ  si rivolge alle dinamiche sociali e familiari e la seconda ai temi del lavoro, occupazione e immigrazione. Sono previsti incontri, presso le strutture del Comune per attivitĂ  di apprendimento in situazione, presso il Polo di mediazione familiare, di prevenzione abusi sull’infanzia, presso il Centro contro la violenza sulle donne, il Centro antiracket, presso edifici confiscati alla criminalitĂ  e con i rifugiati e gli extracomunitari. I momenti di lavoro , presso la sede dell’Istituto, prevedono la realizzazione di un “prontuario” dei servizi, rivolto ai giovani che costituirĂ  la prova d’opera del percorso effettuato .

Il mio compito è consistito, giovedì 24 febbraio, nel dare l’avvio ai lavori e l’ho fatto entrando in medias res coinvolgendo il folto gruppo di studenti partecipe e numeroso, e i docenti, il prof. Gianfranco Tiscione e la Prof.ssa Marialuisa Nolli, in un circle time che ha consentito ben presto l’instaurarsi di un clima favorevole e di una fitta rete di relazioni all’interno del cerchio, che si è andato intensificando con l’introduzione della tecnica del brainstorming sulla parola “legalitĂ ”. Mi piace riportare di seguito l’elenco delle parole , nell’ordine casuale con il quale le abbiamo riportate sulla lavagna, dei nostri giovani adolescenti sul concetto di legalitĂ  con l’invito a riflettere su quanta sofferenza vi si legge nei confronti di un mondo che gli abbiamo confezionato noi delle generazioni precedenti e che dobbiamo cercare insieme a loro di migliorare:


coraggio
lealtĂ 
meno criminalitĂ 
tutto ciò che non è in Italia
adattamento
giustizia
collettivitĂ 
rispetto della legge
saggezza
libertĂ 
educazione
avere una propria dignitĂ 
vivere bene
umanitĂ 
più dignitĂ 
utopia
più educazione
futuro
più rispetto per l’ambiente
un mondo migliore
rispetto reciproco
vivere in tranquillitĂ 
aiuto reciproco
avere una dignitĂ  propria
un mondo migliore
condivisione
reciprocitĂ 
serenitĂ 
un mondo coerente
battersi per una causa
libertĂ  e partecipazione.