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IL NOSTRO VIOLENTO CONTESTO SOCIALE

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Il contesto nel quale viviamo orienta e produce i comportamenti. Le ultime vicende di cronaca sono allarmanti, perchè indicano insofferenza e nevrosi collettiva. Forse ci sono troppe incertezze. Di Amato Lamberti

Parafrasando il titolo di un famoso film potremmo dire che Napoli è una città in profonda crisi di nervi. Anche l’ultimo episodio, accaduto al Vomero alto, dove un gruppo di ragazzi aggredisce, in modo isterico, un automobilista colpevole di strombazzare per farsi largo tra la folla di ragazzi che intasava la strada, provocando una reazione ancora più isterica dell’automobilista che ingrana la retromarcia e travolge e uccide uno dei ragazzi, dimostra che la civile convivenza è seriamente messa in discussione da livelli troppo alti di insofferenza generalizzata, capaci di travolgere ogni regola ma anche ogni remora rispetto alle possibili e pesanti conseguenze.

Se qualunque persona può arrivare ad uccidere solo perché non riesce a controllare le sue reazioni nervose ed emotive, come testimoniano gli ormai numerosi delitti per motivi di viabilità, dobbiamo tutti cominciare a preoccuparci di capire cosa stia succedendo nella città e nella testa della gente. Le due cose sono strettamente connesse. Il contesto sociale e territoriale nel quale viviamo, che è il nostro “mondo vitale”, non solo orienta ma produce i nostri comportamenti, che sono sempre reazioni agli stimoli che riceviamo dall’esterno. Un contesto sociale e territoriale caratterizzato da alti tassi di violenza nelle relazioni interpersonali produce comportamenti violenti da parte di tutti, nessuno escluso.

Certo, la violenza può limitarsi a restare verbale; può ridursi a dar luogo solo ad atteggiamenti aggressivi, di difesa rispetto a possibili offese; ma può anche sfociare in azioni delittuose sempre sproporzionate rispetto all’offesa ricevuta. Il ragazzo che accoltella un coetaneo per dimostrare a tutti che è il padrone assoluto della ragazza che lo accompagna, può ferire ma anche uccidere, come, purtroppo, è più volte successo. Forse non voleva uccidere, ma il gesto compiuto intreccia comunque personalità individuale e “mondo vitale”. Se il contesto nel quale è cresciuto e nel quale vive, lavora o va a scuola, non prevedesse, addirittura come normale, la violenza, anche armata, per difendere anche solo la propria immagine, quel gesto delittuoso non sarebbe mai stato compiuto.

Lo stesso discorso vale per l’insofferenza di ciascuno verso tutti gli altri che, non solo cresce in modo continuo e, per ora, inarrestabile, ma assume sempre più il carattere di una sorta di nevrosi collettiva. Sembra quasi che non riusciamo più a sopportarci, qualunque sia l’attività che svolgiamo. Il litigio per motivi di viabilità, che è una costante sulle strade cittadine e che, per fortuna, non sfocia spesso in aggressioni fisiche e ferimenti e quasi mai in gesti dalle conseguenze tragiche, ma si limita a spesso violentissime aggressioni verbali, è comunque la spia più vistosa e frequente dell’insofferenza reciproca che sembra ormai caratterizzare i rapporti tra le persone. Una insofferenza che non può non avere una ragione, visto che coinvolge tutti.

Personalmente, ritengo che l’insofferenza per gli altri, sia a livello individuale che a livello sociale, riposa sempre su elevati livelli di incertezza. Quando si ha un lavoro e non si sa se durerà; quando si esce di casa e si teme di poter essere aggrediti; quando si studia e non si sa se si troverà mai un lavoro; quando si lavora e non si sa se un blocco stradale bloccherà tutti gli impegni; quando si partecipa a un concorso e non si sa se sarà il merito a prevalere; potremmo continuare a lungo, anche coinvolgendo sfere personali ed affettive, ma mi sembra evidente che i livelli dell’incertezza stanno diventando per tutti insopportabili e, per questo, si traducono sempre più spesso in reazioni di insofferenza, quando non di ostilità.

Sappiamo bene che, per molti studiosi, le società post-moderne sono strutturalmente caratterizzate da elevati livelli di incertezza, ma questo non vieta, anzi impone, alle Istituzioni di farsi carico del problema della riduzione dei livelli di incertezza. Non si tratta di un problema secondario, come qualcuno chiuso in un ottuso pragmatismo, potrebbe credere. Una società funziona come un organismo, dove tutto è coordinamento e reciprocità. Livelli troppo alti di incertezza, anche a livello di decisioni politiche, possono mandare in tilt una società, a tutti i livelli, da quello sociale a quello economico. Al contrario, anche pochi punti di riferimento, certi e condivisi, possono mobilitare un’intera società nel raggiungimento di obiettivi importanti per tutti.

Napoli ha conosciuto una stagione, densa ma purtroppo breve, di certezze condivise e di grandi risultati, nella quale anche l’insofferenza e l’ostilità si erano ridotte a livelli sopportabili. Oggi, c’è sicuramente bisogno di più ordine e maggiore sicurezza, ma c’è bisogno di nuove certezze e sicure prospettive per riaggregare e mobilitare tutti i cittadini, intellettuali e non, attorno ad un progetto di città nel quale tutti possano riconoscersi.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=24

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