NON SEMPRE SI DEVE GIUSTIFICARE UN MINORENNE

Chi non sbaglia mai? Quando è un minore a commettere un errore si è portati a giustificare, o a perdonare. Se lo sbaglio si ripete, però, e la replica è pesante, cade ogni forma di beneficio.

Generalmente nella scuola, come nella vita sociale, si cerca di giustificare il minore che commette un reato tenendo conto che si tratta di “minori”, vale a dire di ragazzi la cui personalitĂ  è in formazione per cui è opportuno prendere in considerazione e valorizzare ogni sintomo di evoluzione in positivo.

Però, la Cassazione, Sez. VI, Penale, sentenza 1 aprile 2009, n. 14380, pur accettando tali principi, presenti in altre pronunce della Suprema Corte, ha ritenuto di non concedere ad un ragazzo il beneficio della sospensione condizionale della pena, perché soggetto pericoloso, capace di ripetere il reato.

Il caso
Un minore che spacciava droga , era stato trovato in possesso di oltre 500 g di stupefacente, per cui erano chiamati a giudicare il fatto i Giudici minorili
Nella specie va premesso che la "pericolositĂ " è una qualitĂ , un modo di essere del soggetto, anche minorenne, da cui si deduce la probabilitĂ  che egli commetta nuovi reati. La pericolositĂ  quindi, coincide solo con la dimensione prognostico-preventiva della capacitĂ  criminale. In tale quadro valutativo, è evidente che, solo laddove sia esclusa la generica pericolositĂ  sociale del minorenne, è possibile passare all’ulteriore fase di opzione nella risposta giudiziaria in termini di sospensione condizionale della pena , oppure di concessione del più ampio beneficio del perdono giudiziale.

Inoltre, «la prognosi relativa alla commissione di ulteriori reati, ai fini della sospensione condizionale della pena deve tener conto – quando si tratta di minori – della "personalitĂ  in formazione", valorizzando ogni sintomo di evoluzione in positivo – se esistente – ed utilizzando, con cautela, eventuali fonti di accertamento aspecifiche e non perfettamente aggiornate (Cass. Penale sez. 5^, 3310/1996 Rv. 204249, Manuli), peraltro, con il preciso limite che non può negarsi il detto beneficio della sospensione condizionale della pena qualora il giudizio, relativo alla prognosi non favorevole per il futuro, sia stato fondato soltanto sul comportamento "post factum" dell’imputato».

Nel caso che trattiamo quest’oggi, i giudici di merito hanno fatto buon governo delle regole suindicate, ed hanno correttamente desunto la generica pericolositĂ  sociale dell’accusato, ancorandola ad un dato sintomatico di indiscutibile affidabilitĂ , anche prognostica, e cioè che la quantitĂ  di stupefacente, detenuta (510 grammi di cocaina) da un ragazzo, poco più che sedicenne, poteva trovare giustificazione, secondo massime di comune esperienza, soltanto attribuendo al giovanissimo accusato un ruolo ed uno spessore criminale idoneo a fondare la negativitĂ  della prognosi, laddove non compensato – come risultato nella specie – da una personalitĂ  e qualitĂ  in grado di neutralizzare i concreti profili di probabilitĂ  di reiterazione dell’illecito.

Sulla base di queste valutazioni, i Giudici minorili hanno rigettato la richiesta del beneficio della condizionale.

GENITORI, SCUOLA E DIRITTO

UN”ANOMALIA NAPOLETANA: A CARNEVALE, TRIGLIE

Perchè la triglia in un menu di Carnevale? Perchè interpreta con coerenza il significato dissacratorio della festa. Quel pesce fa parte di un gioco di allusioni, che trova spazio in un trionfo di carni rosse. Di Carmine CimminoPer l’ultimo giorno di Carnevale Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino, il primo storico della cucina napoletana, consigliava, nel suo dialetto ora semplice ora speziato, un menù che potremmo definire tradizionale: timballo di maccheroni, braciolone di carne di porco con rispetto parlando (scrive proprio così), arrosto di filetto di porco, parlando sempre con creanza, ma che sia porco di Sorrento, caponata, pizza di sfoglia piena di sanguinaccio.

Il timballo, come lo racconta Cavalcanti, non è un piatto: è la somma pantagruelica di tutte le possibili cannarizie, golositĂ : un ragù di polpette, braciolette, interiora di gallina, funghi, piselli, il tutto imbrogliato con maccheroni piccoli, maccaruncielli, della Costa, quasi crudi, vierdi vierdi, e parmigiano o caciocavallo, e tante belle fette di mozzarella, fellucce de presutto, e cervellate: non importa che si spendano tanti soldi per questo giorno, e per la gola, che il duca chiama cannacchia, non importa nemmeno che il giorno dopo, che è il primo di quaresima, non avremo da mangiare (ma la mia traduzione svilisce un dialetto saporosissimo, che Cavalcanti cuoce nel sugo di Rabelais e nel lardo di Basile).

Il braciolone di carne di porco con rispetto parlando è un pezzo del prosciutto che si chiama sbracatura, prima disteso e allargato, e poi avvolto intorno a un ripieno fatto di lardo pestato, prezzemolo, maggiorana, fette di prosciutto, uva passa, pignoli, uova sode, caciocavallo, sale e pepe: il tutto messo a soffriggere in un “brodo“ alimentato dal concorso degli stessi elementi del ripieno, con l’aggiunta di un trito di cipolle. Questa bomba andava in tavola con un contorno di cipollette prima scaldate, poi infarinate e fritte, infine imbevute, in una casseruola a parte, dello stesso “brodo“ del braciolone. Le cipollette così trattate Cavalcanti le considerava superiori a quelle, famose, della Taverna dello Scoglio di Frisia, una delle taverne storiche dell’Ottocento napoletano, che il duca frequentava assiduamente.

Egli racconta che nel luglio del 1846 alcuni suoi amici pagarono, per un pranzo, circa due ducati ciascuno: un prezzo assai alto, giustificato non tanto dalle portate a base di pesce, che erano un vanto di quella Taverna, e dalle spaselle di frutti di mare, quanto dalle bottiglie di vino forestiero. Il 4 luglio 1891 i giornalisti napoletani offrirono un pranzo d’onore a Giosué Carducci e alla sua giovane amica Annie Vivanti: li ospitarono allo Scoglio di Frisia, che apparteneva allora ai fratelli Musella. Sedevano a tavola nomi prestigiosi, Matilde Serao, Roberto Bracco, Ferdinando Russo, Francesco Cimmino. La Vivanti gradì gli antipasti dell’orto, che in quegli anni erano la gloria del ristorante: la scapece di zucchine, la parmigiana di melanzane, i peperoni in umido, la frittata di cipolline cilentane.

Per l’arrosto di filetto di porco, parlando con creanza, di Sorrento, Cavalcanti riteneva indispensabile che la lunga del filetto fosse tagliata alla Reale, e cioè con un taglio che non ne scompaginasse i bordi e lasciasse intatta una parte proporzionata di grasso. Il filetto, arrotolato, legato, incartato, veniva infilato nello spiedo, e arrostito a fuoco lento, suave suave. Cotto alla perfezione, lo si apparecchiava in una sperlonga co no poco de lattuca, o scarola ntretata attuorno. T’arraccomanno – avverte Cavalcanti -, quanno se taglia de no farlo taccariare, di non farlo scheggiare.

La caponata che Cavalcanti consiglia per l’ultimo di Carnevale è la prova che anche la semplicitĂ  e la naturalezza possono vestirsi di panni barocchi. Prendi una decina di freselle, ma che siano di Portici, perché sono più sfrittole, e cioè più croccanti, bagnale nell’aceto, cospargile di olio fino, di sale, di pepe, e se ti piace, di zucchero; dopo aver acconciato il tutto in un piatto largo, guarnisci con lattuga e scarola tritata fina fina, condita con olio, aceto, sale e pepe; sopra ci metterai una imbrogliaria di pesce, e cioè un misto di pezzi di pesce scaldato, cosparso di olio e di limone. La costruzione deve avere la forma di una campana, stretta sopra e larga sotto: sulla cima della campana va distesa un’altra cammisa di insalata come quella di prima: e infine, su questa camicia si alzerĂ  un trionfo di alice salate, aulive senza l’osse, chiapparelli, felettielli de cetrolelle e puparuoli all’acito, e tuorno tuorno ‘na guarnizione de cimmolelle de vruoccole, e caulisciore: broccoli e cavolfiori, il vigore e la mollezza.

Se Cavalcanti si fosse fermato al pesce lesso sulla caponata di freselle di Portici, potremmo ancora considerare tradizionale il suo menù di Carnevale. Ma prima del braciolone di carne di porco, egli consiglia un fritto di triglie.

E la ricetta è un indovinello. Piglia tre chili di triglie che non pesino ciascuna più di 100 gr., e che siano fresche, sbuzzale, falle scolare, a lloro dicenno, nel setaccio grande, infarina, friggi nella sugna, preparale nel vacile. In nota, Cavalcanti si scusa scherzosamente: lo so, dovrei dire piatto grande e non vacile – che in napoletano è il bacile – ma chiedo perdono, poco m’è restata la capa ‘ncapo , ma penso che ci siamo capiti. È un gioco di allusioni. E infatti il duca suggerisce di allineare le triglie nel vacile in un modo particolare: le teste verso l’orlo del vassoio, le code convergenti al centro, aizanno ‘na ponta, con una punta sollevata, spero che mme capite, si parlo a uommene.

La soluzione dell’enigma non è difficile: nella cultura popolare la triglia è simbolo dell’organo sessuale maschile. In uno strepitoso sonetto il Belli chiede a un’ amica di fargli un po’ di spazio nel letto, perché io so’ coco / e in ner tegame assaggerai la triglia. E mi fermo qui, anche se il verso seguente è tale capolavoro di ritmo e di timbro, che nonostante l’oscenitĂ , meriterebbe di essere letto e commentato. E dunque la proposta di un piatto di triglie in un menù di Carnevale, che dovrebbe essere un corteo trionfale di carni rosse, ha una sua logica, poiché interpreta con assoluta coerenza il significato irridente e dissacratorio della buffonesca oscenitĂ  della festa.

I napoletani e Cavalcanti lo ricordarono a chi fingeva di averlo dimenticato: e lo fecero un secolo e mezzo prima di Bachtin e di Flandrin.
(Foto: Quado di Gioacchino Toma, Natura Morta)

L’OFFICINA DEI SENSI

NEANASTASIS RISPONDE AL SINDACO DI SANT”ANASTASIA

L”Associazione Civica replica a Carmine Esposito e sottolinea i punti di incoerenza del sindaco. Nonostante le asprezze, Neanastasis non molla e si dichiara ancora disponibile a collaborare.

La risposta del Sindaco Esposito alle recenti lettere della nostra associazione (neAnastasis) apparse sul IlMediano merita senz’altro una replica per fissare alcuni punti che riguardano soprattutto questioni di metodo e di stile. Molto ci sarebbe da dire poi sulla sostanza delle questioni toccate dai nostri interventi, tutte puntuali e circoscritte, sulle quali aspettiamo ancora che il Sindaco si confronti.

Cominciamo col dire che l’associazione neAnastasis è nata con l’idea principale di unire cittadini anche di estrazione politica diversa per discutere dei problemi primari del paese. In una parola, con l’auspicio di contribuire alla formazione di un clima per la crescita del senso civico della nostra comunitĂ , requisito fondamentale anche per una crescita politica. Dunque, i temi di cui l’associazione si è dedicata e di cui si dedica tuttora riguardano aspetti di interesse comune: rifiuti, legalitĂ , politica urbanistica, tra le altre cose.

Ovvero tutte questioni della polis, della vita pubblica e, in quanto tale, squisitamente POLITICHE, non “parapolitiche” come dice il Sindaco, così confondendo la “politica” con la “partitica”. Per essere chiari ed onesti fino in fondo la nostra associazione non è una costola di nessun partito. Anzi alcuni di noi, anche negli anni precedenti alla creazione dell’associazione, non hanno risparmiato critiche severe all’amministrazione guidata dal sindaco Iervolino e alla classe politica che lo ha sostenuto in scelte e stili di gestione evidentemente non condivisibili, a partire dalla gestione dell’AMAV.

È sotto gli occhi di tutti che tutte le nostre azioni non sono mai state finalizzate a sterili polemiche o alla strumentalizzazione dei problemi. Piuttosto abbiamo sempre cercato di puntare a soluzioni condivise dei problemi. Un esempio tra tutti. Quando l’Amministrazione Pone individuò nell’area del Boschetto l’isola ecologica esprimemmo delle forti perplessitĂ  ma convenimmo che era giusto ed urgente innanzitutto realizzare l’isola ecologica, nonostante alcuni dell’associazione abitassero molto vicino al sito prescelto. Per questo abbiamo protestato quando quella scelta è stata rigettata dall’attuale amministrazione con motivazioni molto discutibili.

Nel nostro agire, ci siamo sempre mossi nel rispetto delle istituzioni ed abbiamo quindi cercato costantemente il confronto con sindaci ed assessori che si sono avvicendati in questi anni. Con il Sindaco Pone, ad esempio, abbiamo chiesto ed avuto incontri ripetuti, sempre nel rispetto reciproco delle idee.

La stessa cosa abbiamo tentato di fare con l’attuale Sindaco Esposito inviandogli, sin dalle prime settimane del suo insediamento, ripetute lettere in cui chiedevamo informazioni al fine di un confronto proficuo su temi rilevanti come la raccolta differenziata, l’isola ecologica, il PUC, l’AMAV, etc.. Tutte queste lettere (di cui abbiamo data e numero di protocollo), purtroppo sono sempre cadute nella totale indifferenza e, di questo comportamento, abbiamo avuto modo anche di denunciarlo dalle pagine del IlMediano.

Più recentemente abbiamo cercato di instaurare un rapporto con l’amministrazione comunale attraverso il contatto diretto con alcuni assessori. Lo abbiamo fatto discutendo ripetutamente con l’assessore Manfellotto che ci ha sempre garantito un suo interessamento per rompere questa “cattiva comunicazione” tra noi e il Sindaco: i risultati sono stati nulli. Lo abbiamo anche fatto su questioni più specifiche con l’assessore all’urbanistica, arch. Graziani, per discutere con lui dell’isola ecologica. Dopo numerosissime telefonate l’assessore ci aveva convocato (per il giorno 26 Gennaio 2011) presso il suo ufficio dove siamo stati ad aspettare per diverse ore. Solo grazie all’interessamento dell’ing. Capo Coppola abbiamo appreso da una telefonata che l’assessore non sarebbe venuto per un imprevisto.

Nulla di male perché gli imprevisti possono capitare a tutti ma ci saremmo aspettati almeno le scuse e l’invito ad un nuovo appuntamento, cosa che abbiamo comunque richiesto nonostante tutto senza, ad oggi, avere nessun riscontro.
Tutto quanto per far capire a chi legge come ci siamo mossi finora.

Veniamo alle nostre due lettere pubblicate recentemente sul IlMediano sulla zona rossa e sulle questioni AMAV e cimitero che hanno fatto saltare dalla sedia il Sindaco. Premesso che ad un articolo scritto su un giornale e che tratta di questioni di pubblico interesse si replica normalmente con lo stesso mezzo e non chiedendo subitaneamente un confronto “in territorio neutro”, come lui aveva chiesto, alla stregua di un rusticano duello per lavare chissĂ  quale onta. Avevamo semplicemente chiesto, a tal proposito, di rimandare il tutto non sine die ma semplicemente di una settimana, per indisponibilitĂ  di alcuni nostri componenti.

Dalle dichiarazioni del Sindaco apprendiamo invece la seguente reazione: “A questo punto non mi interessa alcun confronto con un’associazione chiaramente parapolitica e parafondamentalista i cui componenti sono animati da faziositĂ  culturale, ideologica e politica”.

Questa dichiarazione si commenta da sé e mette a nudo, se c’è ne fosse stato ancora bisogno, l’arroganza e l’insofferenza alle critiche di cui soffre il nostro Sindaco. Sottolineiamo “nostro” perché crediamo fermamente nelle istituzioni e siamo convinti che un Sindaco dovrebbe avere il ruolo di ascolto di tutte le opinioni. Ovviamente a lui resta la sintesi delle decisioni e la capacitĂ  di realizzarle in fatti politici concreti. Invece, anche da comportamenti rivolti ad altre persone, denotiamo una veemenza ed una violenza verbale che non aiuta certamente ad un confronto civile e democratico.

Desideriamo infine calare un velo pietoso sulle ultime considerazioni che il Sindaco fa inoltrandosi su aspetti personali di alcuni componenti della associazione neAnastasis che assomigliano molto a tecniche di dossieraggio di cui, purtroppo, squallidamente la politica italiana oggi si serve. È doveroso però precisare quanto segue:

Nel 1985 il prof. Antonio Sasso acquistò casa con il piano 167 e con ciò ha commesso forse un delitto?
L’ing. Vincenzo Spadaro ha fatto parte della commissione edilizia comunale negli anni ‘80. È vero e cosa vuole dire? A scanso di equivoci, ricordiamo ai lettori che la partecipazione a tale commissione era allora a titolo gratuito, non era previsto neanche un gettone di presenza. Di certo non ha lasciato un buon ricordo nella mente di tutti gli abusivi in materia edilizia, tecnici e costruttori di Sant’Anastasia.

Noi vogliamo invece sottrarci dal ricordare il passato politico del nostro sindaco che qualche responsabilitĂ  sullo sfacelo attuale, che lui a più riprese dice di ereditare, pure avrĂ . Nessuno ha mai immaginato di gettare sulle spalle dell’attuale Sindaco tutti i problemi del paese. Sappiamo quanto sia difficile amministrare comuni come il nostro. Colpisce però chi in campagna elettorale ha sparato a zero su tante complesse e delicate questioni, facendo credere di avere la soluzione per tutto e arrivando, dopo un anno, a conclusioni banali e contraddittorie.

Per quanto riguarda invece il contenuto delle nostre osservazioni non ci stancheremo di ribadire la nostra disponibilitĂ  per un leale e costruttivo confronto con l’Amministrazione comunale, i partiti, le associazioni e i singoli cittadini ai quali sono a cuore la risoluzione dei tanti problemi della nostra comunitĂ .

P.S: Chi volesse approfondire le nostre idee a proposito delle questioni sopra citate può farlo leggendo quanto di seguito riportato a mo’ di appendice.

AMAV– Nell’incontro al Metropolitan il sindaco aveva puntigliosamente elencato tutti i debiti che gravavano su quest’ azienda. Orbene, con il nostro scritto, avevamo semplicemente evidenziato che onestĂ  intellettuale nonché dovere di un amministratore richiedono l’esposizione di tutti i valori contabili di un’attivitĂ , quindi non solo i debiti ma anche i crediti, se ci sono, e nel caso specifico ce sono, eccome, e sono vantati essenzialmente proprio nei confronti dello stesso Comune per prestazioni effettuate e non pagate, come si evince dal bilancio 2009 della societĂ , esaminato ed approvato dal collegio sindacale.

Per quanto riguardo poi il bilancio 2010, che dice di non aver votato perché falso senza ulteriore specificazione, non capiamo francamente cosa voglia significare, visto che è stato ovviamente redatto dai nuovi organi direttivi da lui nominati e non ci è stato dato ancora la possibilitĂ  di visionarlo.
Relativamente all’intenzione, sempre semplicemente dichiarata, della messa in liquidazione della societĂ , abbiamo semplicemente espresso la nostra perplessitĂ  su una simile soluzione che, a parer nostro, rischierebbe veramente di creare un buco nero nelle finanze del Comune. Visto, invece, che ritiene simile soluzione opportuna, proceda ed i cittadini ne valuteranno successivamente i risultati.

CIMITERO– Egregio Sindaco, le bugie hanno le gambe corte. La rivisitazione del contratto del cimitero (che abbiamo desunto dai manifestini che hanno inondato gli esercizi commerciali), come abbiamo dimostrato con i conteggi e che lei non è stato in grado di smentire, comportano vantaggi a favore della ditta e non certo della cittadinanza.

-L’aumento dell’anticipo dal 30 al 40% va a favore della ditta (che immaginiamo stia ringraziando), non dei cittadini.
– La distorsione dei costi dei manufatti, con riduzione di quello dei loculi e corrispondente aumento sulle cappelline, è illegale, a parer nostro, e non comporta alcun sacrificio per la ditta.

– I 15 servizi cimiteriali gratuiti all’anno sono ampiamente compensati dall’aumento da 20 a 28 anni del contratto; 441.000 € di servizi gratuiti compensati da 2.795.784 € di maggiore ricavo per la ditta, che ringrazia pure per questo, derivante dall’aumento di 8 anni della durata del contratto; questi sono i conteggi, li smentisca se è in grado di farlo.
– Il resto è propaganda in quanto niente è variato rispetto a quanto giĂ  previsto dalla precedente convenzione.

ZONA ROSSA– “Il rischio Vesuvio non esiste e la normativa sulla Zona Rossa è una truffa confutabile a livello scientifico, m’impegnerò per una sua radicale revisione o addirittura abolizione”, proclamava il nostro Sindaco in campagna elettorale e, a tal proposito, organizza un convegno apposito a Somma Vesuviana. Gli è andata male purtroppo per lui. L’assessore regionale Taglialatela, oltre che esponente di spicco del suo attuale partito e non certo un sinistrorso, ha affermato in modo chiaro: i confini della zona rossa sono da allargare non certo da restringere.

P.U.C. Nella riunione di presentazione del piano urbanistico comunale, unica vera occasione di confronto, chiedemmo la istituzione di un tavolo permanente di confronto su un tema delicato e che richiederebbe la partecipazione attiva di tutti i cittadini. Ricevemmo in quella sede un netto rifiuto e, nonostante ripetute richieste di visionare il piano redatto dal prestigioso studio di architettura “Architetti Benevolo” vincitore della gara, non siamo riusciti ancora a prenderne visione.

RACCOLTA DIFFERENZIATA– Da anni continuiamo a chiedere, anche con note scritte e protocollate, la pubblicazione dei dati sulle frazioni conferite in discarica, non certo per mettere in difficoltĂ  questa amministrazione o quelle che l’ hanno preceduta, quanto per far crescere lo stimolo ad una più efficace e produttiva organizzazione della attivitĂ  sia dei cittadini che della societĂ  preposta al servizio.

ISOLA ECOLOGICA– Continuiamo a domandarci quali ostacoli hanno impedito la realizzazione nel sito individuato dalla amministrazione Pone, e per il quale risultano giĂ  stanziati i fondi per la sua realizzazione. Un cospicuo finanziamento, che consentirebbe al nostro paese di poter puntare con maggior determinazione ad aumentare il tasso di raccolta differenziata, è purtroppo destinato, realisticamente, ad essere perso per una scelta che ancora non è stata motivata con argomenti sostenibili e capaci di diradare il dubbio che il vero motivo fosse il disappunto mostrato da persone coinvolte nella maggioranza che sostiene la giunta del sindaco Esposito e nelle liste che lo hanno appoggiato.

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GLI OSCAR, O L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL CINEMA

Tra vittorie annunciate e qualche sorpresa si è tenuta l”annuale festa del cinema americano, come sempre nel segno dell”intrattenimento e dello spettacolo.

Come ogni anno Hollywood si è auto-celebrata con la cerimonia di assegnazione degli Academy Awards. E ogni anno, si sa, bisogna prendere questa mega-festa per quello che è: un grande spettacolo dove spesso e volentieri i discorsi più propriamente tecnici vengono sovrastati dalle logiche dell’entertainment di cui, bisogna riconoscerlo, gli americani sono maestri indiscussi. E così l’evento si materializza nella curiositĂ  per le sfilate delle star e per i numeri che riescono sempre ad assicurare sul palco del Kodak Theatre.

Come in un autentico party, non conta la sostanza ma trionfa la leggerezza, la battuta ad effetto: per una notte il contenitore di sogni dell’estetica hollywoodiana si apre a tutti in un tripudio di emozioni, colori, vestiti, pianti che lo spettatore cerca più degli stessi film presentati.
E’ la notte delle icone. Interessa di più vedere il volto e le reazioni di questo o di quell’altro attore mentre stringono la statuetta e scherzano/piangono/riflettono sul palco piuttosto che entrare in un discorso effettivo sulla qualitĂ  dell’offerta.

Giusto o sbagliato che sia questo è il meccanismo della festa, che non esclude ovviamente il merito. Al contrario, molti grandi attori/attrici (con alcune eccezioni) hanno portato a casa la loro statuetta dorata. Il discorso si fa invece più articolato se passiamo ad esaminare i film o i registi premiati. La lista di “scandali”, in questo campo, è lunga. Per tutti basti considerare come quattro tra i più geniali registi americani della storia (Kubrick, Welles, Altman, Lynch) abbiano collezionato insieme la bellezza di zero Oscar alla regia (praticamente un insulto al buonsenso); lo stesso Scorsese, candidato infinite volte, ha ricevuto il giusto riconoscimento solo nel 2007 per The Departed. Insomma, i membri della giuria sembrano storicamente più a loro agio con la premiazione delle star che con quella dei registi o delle opere.

D’altronde i volti celebri delle stelle idolatrate dai consumatori di cinema si prestano meglio all’iconografia hollywoodiana di quelli (spesso) sconosciuti o riservati dei registi. Quest’anno la parte del leone in tema di nomination l’hanno fatta Il discorso del Re (12), Il Grinta (10), Inception (8), The Social Network (8) e The Fighter (7). E la consegna dei premi ha lasciato poco spazio alle sorprese. Colin Firth (Il discorso del Re) e Natalie Portman (Il cigno nero) erano talmente annunciati come vincitori alla vigilia nella categoria di migliore attore e migliore attrice protagonista da far temere un clamoroso blitz dell’ultimo minuto.

Ma le loro interpretazioni rispettivamente del re inglese balbuziente Giorgio VI e dei turbamenti di una prima ballerina nel film di Aronofsky hanno messo d’accordo critica e pubblico come raramente succede. Più combattuta la statuetta per i non protagonisti, con la vittoria finale di Melissa Leo e Christian Bale (entrambi nel cast di The Fighter). Il lotto dei candidati al miglior film si è presentato, al contrario, più equilibrato. Le vittorie degli ultimi anni, in questa categoria, hanno seguito uno strano percorso che ha visto premiare dal 2005 al 2008 film notevoli al limite del capolavoro (Million Dollar Baby, Crash, The Departed, Non è un paese per vecchi), per poi lasciare il posto nel 2009 e nel 2010 a due film – The Millionaire e The Hurt Locker – molto discutibili.

In questi due ultimi casi si è verificata una di quelle classiche operazioni “da Oscar” dove il premio nasconde motivazioni politico-pubblicitarie più o meno velate (un occhio al gigantesco mercato indiano nel primo caso; il riconoscimento ad una regista donna con l’aggiunta di un film sulla guerra in Iraq nel secondo). L’incertezza di quest’anno è stata la conseguenza della presenza di 4-5 film di buon livello, senza che nessuno di questi però risultasse davvero memorabile. Non è un caso che i nomi nobilissimi dei registi presenti con un loro film nella categoria (Aronofsky, i Coen, Fincher, Nolan) possano essere associati a ben altre opere. In questo clima di incertezza e di valori medi, come spesso accade, la scelta è ricaduta sul titolo più classico del gruppo – Il discorso del Re di Tom Hooper – esempio perfetto di film che “si limita” a raccontare una storia, impossibile da definire brutto e capace di mettere d’accordo un po’ tutti.

Penalizzati, in questo senso, i film con un linguaggio più complesso (Inception, Il cigno nero, Il Grinta) o legati a temi meno convenzionali (The Social Network). Ma, si sa anche questo, il “filmone” classico agli Oscar parte sempre avvantaggiato. Sulla scia del premio al miglior film, Hooper si è portato a casa anche la statuetta al miglior regista. Tra le altre categorie, vanno ricordati i premi a David Seidler (Il discorso del Re) e Aaron Sorkin (The Social Network) per la migliore sceneggiatura originale e per quella non originale e il premio a Wally Pfister (Inception) per la fotografia. Il miglior film straniero – altra categoria che abitualmente alterna premi a film notevoli a decisioni “politiche” molto opinabili – è risultato In un mondo migliore della brava regista danese Susanne Bier, che ha avuto la meglio sul favoritissimo Biutiful di Iñarritu.

Da segnalare gli Oscar alla carriera a Kevin Brownlow, Jean-Luc Godard ed Eli Wallach e il clamoroso flop de Il Grinta dei Coen: 0 Oscar su 10 nomination (peggio hanno fatto solo Il Colore Viola di Spielberg nel 1987 e Due vite, una svolta di Ross nel 1977, entrambi con 0 vittorie su 11 nomination). E anche questa volta, alla fine della cerimonia, rimane quella sensazione di aver assistito ad una bella festa auto-referenziale, capace di esaltare al meglio tutte le luci e le icone che girano intorno al cinema. E come ogni anno – al netto dei grandi attori e dei bei film che, di tanto in tanto, capitano nel mucchio – veniamo assaliti dal leggero sospetto che il cinema, quello vero, sia altrove.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

FIAT. SINDACATO IN CRISI E POLITICA COME PONZIO PILATO

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Dal caso Fiat una riflessione cristiana sul lavoro. Il capitalismo industriale non può sopprimere la dignità del lavoro. Di Don Aniello Tortora

Lunedi 7 marzo sono partite le nuove assunzioni a Pomigliano d’Arco. Tre donne e cinque uomini i dipendenti della Fiat Group automobilies di Pomigliano d’Arco che sono passati con la newco Fabbrica Italia Pomigliano.
Entro luglio, secondo quanto stabilito durante l’ultimo incontro tra vertici aziendali e sindacati, dovrebbero essere circa 300 i lavoratori assunti nella newco. Ha preso il via, quindi, materialmente la newco Fabbrica Italia Pomigliano, con la firma del contratto di assunzione nella nuova societĂ , degli otto dipendenti, che, contemporaneamente si licenzieranno dal "Vico", inaugurando passaggio di oltre 5600 dipendenti tra quelli appartenenti allo stabilimento Fiat ed alla Ergom di Napoli.

La firma segna l’avvio del nuovo piano dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, e soprattutto quella che in tanti hanno definito “la rivoluzione industriale” con nuove regole nel settore, che hanno portato il Lingotto a non iscrivere Fabbrica Italia Pomigliano in Federmeccanica. Il trasferimento dei dipendenti, inoltre, segna di fatto anche una svolta, una nuova era, per le relazioni industriali. È noto che la Fiom non ha firmato l’accordo e che il sindacato non è unito su questa vicenda, con la conseguente drammatica divisione tra i lavoratori.
Intanto la Cgil, ha annunciato la proclamazione dello sciopero generale da parte della sua organizzazione per il 6 maggio prossimo per protestare contro la politica del governo sui temi del lavoro e dello sviluppo.

Nel documento politico approvato dal direttivo si sosteneva che «è necessario rimettere al centro il tema del lavoro e dello sviluppo, riconquistare un modello contrattuale unitario e battere la pratica degli accordi separati, riassorbire la disoccupazione, contrastare il precariato, estendere le protezioni sociali e ridare fiducia ai giovani. Serve una nuova stagione fatta di obiettivi condivisi e rispettosi della dignitĂ  del lavoro e serve definire le regole della democrazia e della rappresentanza».

E qualche settimana fa un gruppo di lavoratori dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco ha lanciato un appello al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a fare da paciere tra i sindacati. Gli operai, inoltre, hanno auspicato nella lettera, che i sindacati si riuniscano ”per poter fronteggiare al meglio l’attacco che il Capitalismo ed il mercato globale porta alla Classe Operaia: vorremmo che ci fosse l’unitĂ  di tutti per centrare l’obiettivo di una miglior qualitĂ  della vita e soprattutto vorremmo che ci fosse la consapevolezza che il muro contro muro non aiuta nessuno”.

Ritornando sulla vertenza di Pomigliano d’Arco, emblematica insieme a quella di Mirafiori, io credo che sia necessario fermarci un po’ tutti a riflettere con serietĂ  su quanto sta accadendo nel mondo del lavoro. Non tocca ovviamente a me, come uomo di chiesa, suggerire soluzioni tecniche. Voglio, però, solo ricordare che nel pensiero sociale della Chiesa c’è il rifiuto netto del lavoro ridotto a merce, a partire dalla denuncia, in pieno primo capitalismo industriale, di Leone XIII per il perdurare di “quella condizione poco men servile” descritta dal pontefice nella sua enciclica sulla “questione operaia” alla fine del secolo XIX.

Seguendo da vicino la vicenda Fiat mi sono convinto, tra l’altro, delle difficoltĂ  del sindacato e della resa della politica. Il sindacato, nato come funzione sociale di tutela e di promozione del lavoro, è ormai condizionato, nell’attuale momento storico, dalla divisione e dalla concorrenza tra le sigle; il che aggrava una condizione giĂ  debole dei lavoratori. È quanto mai urgente che il sindacato recuperi il suo vero ruolo e rilanci più di ogni altra cosa il tema d’unitĂ  d’azione.
Quanto alla politica, essa se ne lava le mani. È chiaro che il mercato, come tale, non persegue il fine di creare occupazione: può crearla se ne ha convenienza. Compito, allora, della politica è incentivare il mercato e usare la fantasia per creare lavoro.

È la politica che deve governare l’economia, non viceversa. E su queste basi i cattolici devono esercitare la loro reazione e presenza critica nel sociale. Forse anche il mondo cattolico si è lasciato tentare e attrarre dal neoliberismo. Umanizzare il mercato, allora, sarĂ  il compito del mondo cattolico. La Pira, il sindaco santo di Firenze, affermava che, essendo il lavoro l’unica proprietĂ  del lavoratore, a tale proprietĂ  deve essere accordata una tutela almeno pari a quella riconosciuta ai detentori del capitale.

Una cosa è certa: il Vangelo di Gesù Cristo contrasta con i vangeli del mercato che, in generale, difendono una visione economicistica e materialistica della realtĂ  globale attuale. È bene ricordare a tutti che nella storia del pensiero cristiano c’è la memoria viva di un messaggio che ha umanizzato la vita perché ha introdotto il concetto di prossimo da rispettare e da amare e dunque da non sfruttare o umiliare. La chiesa ha sempre affermato, nel contesto del capitalismo industriale, l’insopprimibile dignitĂ  del lavoro. Lo ha fatto dal lontano 1981 (Rerum Novarum) e deve continuare a farlo oggi, con più coraggio e determinazione. Ce n’è davvero bisogno.

LA RUBRICA

LA FAMIGLIA SCASSATA AIUTA A CRESCERE DELINQUENTI

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Manca la prevenzione sociale. Destra e sinistra hanno giocato di sponda e portato in Italia il modello di sicurezza americano. Tutto sbagliato! Non ha fatto altro che aumentare il numero dei detenuti. Di Amato Lamberti

Questa volta la Suprema Corte di Cassazione ha scelto una strada che in molti non si sentono di condividere. Un giovane stressato e depresso da situazioni familiari, come quella della separazione dei genitori, che commette un atto di vandalismo non ha diritto ad alcuna comprensione. Deve essere punito e in maniera esemplare per fargli comprendere che le leggi devono essere sempre rispettate. Una sentenza che la dice lunga sul clima che nel nostro paese governa l’applicazione della giustizia.

Un clima che trasforma la lotta contro il crimine in un teatro burocratico-mediatico che, al tempo stesso, soddisfa e alimenta il desiderio d’ordine dell’elettorato, riafferma l’autoritĂ  dello Stato attraverso il suo linguaggio e la sua mimica virili, ed erge la prigione come ultimo baluardo contro i disordini che scoppiano nei bassifondi e che si ritiene minaccino le fondamenta stesse della societĂ . La domanda che sorge spontanea è perché questo approccio punitivo, incentrato sulla criminalitĂ  organizzata, sulla delinquenza di strada e sulle zone urbane degradate e marginali, che mira a far arretrare passo dopo passo gli atti criminali con l’attivazione a tutto campo dell’apparato penale, è stato in tempi recenti adottato non solo dai partiti di destra ma anche – con slancio sorprendente, mi sento di aggiungere- dai politici della sinistra sia di governo che di opposizione.

La risposta più semplice, che è anche quella sostenuta dalla maggior parte degli studiosi di criminologia e di sicurezza urbana, è che anche in Italia, come in Europa, si sia imposto il modello sicuritario statunitense fondato sull’inasprimento generalizzato del sistema penale e che ha anche prodotto, in Italia come in molti altri Paesi, un incremento esponenziale della popolazione carceraria.

Negli Stati Uniti, infatti, il modello penale, secondo alcuni autori, avrebbe dimostrato che è possibile far arretrare la criminalitĂ  comune e il senso di insicurezza soggettivo grazie all’attivazione di politiche poliziesche, giudiziarie e penitenziarie scrupolose, dirette alle categorie marginali intrappolate negli abissi del nuovo paesaggio economico. In pratica, negli Stati Uniti, la criminologia, contro ogni analisi sociologica, avrebbe dimostrato che la causa del crimine è l’irresponsabilitĂ  e l’immoralitĂ  del criminale, e che l’inflessibilitĂ  nel punire le inciviltĂ  e i comportamenti devianti anche di basso profilo è il mezzo più sicuro per arginare gli atti violenti.

Non è vero. Si sono solo riempite in maniera inverosimile le carceri. Tutte le rilevazioni dimostrano il contrario. Le politiche repressive aumentano solo il numero dei detenuti ma non riescono né a ridurre né a controllare i tassi di devianza e di criminalitĂ . Il fatto che un dodicenne accoltelli un quattordicenne per futili ragioni, come è avvenuto a Napoli, dimostra che ad essere fallimentari sono le politiche di prevenzione della devianza. Ma quando si investe tutto sulle politiche di repressione non resta disponibile niente per investimenti di prevenzione sociale sul territorio.

I delitti all’interno delle famiglie si vanno moltiplicando, con grande gioia delle televisioni che li trasformano in talk show interminabili: ma è la repressione penale la strada giusta per affrontare il problema dei figli che ammazzano i genitori, dei genitori che ammazzano i figli, dei fratelli che ammazzano i fratelli? Forse la crisi della famiglia è arrivata a un punto tale da richiedere misure urgenti di sostegno a favore dei genitori e soprattutto dei figli. Il fatto che sempre più spesso sono i minorenni a commettere delitti anche di sangue imporrebbe alla societĂ  una riflessione sul ruolo e la funzione delle agenzie educative, non certo un abbassamento della soglia di punibilitĂ . Mettere in galera un minore non risolve certo il problema della sua rieducazione e del suo reinserimento nella societĂ .

Sembra quasi che siamo tornati alle teorie lombrosiane del delinquente nato, contro il quale non c’è altra difesa che il carcere a vita. E, invece, delinquenti non si nasce ma si diventa: perché si nasce in una famiglia scassata, si cresce in un ambiente culturalmente ed economicamente deprivato, si vive in un contesto di degrado, disoccupazione, delinquenza abituale, si frequentano solo figure marginali che debbono inventarsi ogni giorno strategie di sopravvivenza illegali. Contro tutte queste situazioni di esclusione la societĂ  potrebbe fare molto, ma dovrebbe investire in politiche di inclusione sociale a favore di famiglie, adulti, donne, giovani, bambini, coinvolgendo tutte le strutture e le associazioni disponibili.

E, invece, si preferisce investire sulle forze dell’ordine e sulle carceri, con il risultato di fare delle carceri delle vere e proprie discariche umane di persone trattate solo come rifiuti. La delinquenza aumenta, l’insicurezza delle persone cresce, le cittĂ  diventano sempre più inabitabili: non importa, l’importante è mostrare i muscoli.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DEL PROF. LAMBERTI

IL PORTAVOCE:ANCHE DOPO CARNEVALE

Brevi ma utili consigli per avviarsi al mestiere di portavoce. Prima (e unica regola): negare, negare, negare! Il corredo? Bastano dei tappi. Di Carmine Cimmino

“Il titolo del nostro carro per il Carnevale – mi dice un giovanotto, figlio di un amico, – è Il teatro della democrazia putrescente. Per caritĂ , non ci sono né allusioni né riferimenti. È solo un gioco, e a me è toccato di vestirmi da portavoce. Sappiamo che lei sta scrivendo qualcosa sulla fenomenologia di nuovi mestieri, e di mestieri antichi in versione nuova: il camorrista casalese, il camorrista non casalese, il sindaco PD con giunta di destra, il candidato a sindaco di Napoli, il leghista del Sud, il preside dopo Gelmini. Spero che possa darmi una qualche indicazione anche sul portavoce, su come muovermi, e come vestirmi”.

Tiro fuori i miei appunti: qualcosa l’ho scritto sull’argomento, sono idee buttate giù alla prima, mancano di ordine, di profonditĂ  e di lima. Ma il giovanotto insiste, e non voglio deluderlo. Carnevale è una cosa seria. In primis gli dico che nelle democrazie putrescenti esistono due modelli di portavoce del potere. Uno l’ho chiamato modello Schopy, in omaggio all’ aureo libretto “L’arte di ottenere ragione“ che Arthur Schopenhauer scrisse tra il 1830 e il 1831 e che venne pubblicato per la prima volta nel 1864. Il portavoce Schopy è un imbuto, una canna, un microfono in cui il sistema soffia la propria voce: e lui, come una trombetta, l’amplifica e la trasmette, senza aggiungere e senza togliere, senza mutare né tono né timbro: proprio ‘na trummetta ‘e Montevergine: taaa taa ta.

Chiamato a spiegare le follie di una democrazia putrescente – che so, un capo di partito che fa eleggere senatrice la propria cavalla, o un capo di governo che dispone che gli imputati possano scegliersi i giudici: ma sono esempi fittizi, ovviamente: anche la più degenerata delle democrazie non arriverĂ  mai a tanto-, il portavoce Schopy adotta una sola tattica: negare. O nega che una cavalla sia stata fatta senatrice e che gli imputati si siano scelti i giudici, o nega che una cavalla senatrice e un imputato giudice dei suoi giudici siano degenerazioni: al contrario, sono esempi di democrazia avanzata, di libertĂ  vera. Nega, nega sempre, consigliavano i camorristi anziani ai picciotti. Se ti acchiappano con il lardo in bocca, non avvilirti: nega, nega, e ancora nega.

Schopy nega guardando fisso negli occhi dei giornalisti e delle telecamere: nega con severa amarezza, e con un accento di disprezzo per l’opposizione liberticida. Schopy chiude le sue comunicazioni con una raffica di parole tronche, possibilmente in – tĂ : libertĂ , onestĂ , veritĂ , unitĂ , umiltĂ , ecc. ecc. Fanno effetto, sono sentenziose e conclusive. Le pronunzia a testa alta e a schiena diritta. È utile che egli abbia un passato da contestatore, e che non lo rinneghi: potrĂ  esibirlo come una patente, da portare sempre in tasca: in un’altra tasca, non in quella in cui conserva le carte di credito. In realtĂ , il portavoce Schopy non fa altro che applicare l’ 8° stratagemma di Schopenhauer: Suscitare l’ira dell’avversario, perché nell’ira egli non è più in condizione di giudicare rettamente e di percepire il proprio vantaggio. Si provoca la sua ira facendogli apertamente torto, tormentandolo, e, in generale, comportandosi in modo sfacciato.

Certo, il provocare l’ira altrui comporta il rischio di una reazione emotiva, e, direi, da uomo di pace quale sono, primitiva: insomma, il rischio di qualche schiaffone: ma il portavoce l’ha messo in conto, quasi quasi ci spera: lo schiaffone gli serve per atteggiarsi a martire della veritĂ . L’altro tipo è il portavoce Morbido. Anche lui dice che gli oppositori mentono, falsificano, manipolano, e o fingono di non capire, o veramente non capiscono. Ma lo dice senza alzare la voce: egli dialoga, argomenta, strologa: vuole dimostrare, vuole convincere. Ha lo sguardo, il passo, la postura e i capelli – brizzolati, sotto la tintura – dell’uomo che ha visto tutto, della vita e della politica: il Morbido ha attraversato tutti i partiti – i partiti di potere, ovviamente – uno per uno, corrente per corrente.

Sa articolare un sorriso ironico, e ne fa uso quando si accorge che le sue litanie, i suoi ritornelli incominciano a stancare: amico, se mi ripeto, lo faccio per te, che non mi capisci. Il Morbido ha sempre a portata di bocca lo stratagemma n. 29: Se ci si accorge di venire battuti, allora si fa una diversione, cioè si comincia d’un tratto con qualcosa di totalmente diverso, come se fosse pertinente alla questione e costituisse un argomento contro l’avversario. Si richiede però che la sua voce, il suo lessico e i suoi modi toscaneggino: perché il toscano è, per definizione, la lingua della chiarezza, della sinceritĂ  e della moderazione.

Tra il 1865 e il 1870 l’ Italia unita venne scossa da distinte edizioni del balzello più iniquo, la tassa sul macinato. La paura che essa innescasse modi – i Prefetti non ebbero il coraggio di scrivere moti – scomposti e sediziosi indusse il Governo a far propaganda. Non c’erano i portavoce: ai Sindaci vennero inviate, perché le distribuissero tra i cittadini capaci di leggere, migliaia di copie a stampa di uno scritto che difendeva la tassa.

L’anonimo autore, certamente un toscano, dichiarava d’ “aver messo giù un discorso alla buona e alla casalinga: il popolo ci ha pensato su e neanche tanto, poi ha capito che il diavolo non è tanto brutto quanto si dipinge, ha compreso che la campana d’Italia suonava solamente a malato, e che per i malati ci vogliono medici coraggiosi e risoluti e medicine pronte e efficaci, spesso amare al palato, ma sempre giovevoli alla salute”. I braccianti dovevano capire che la tassa era un male apparente: quei pochi centesimi dati in più al panettiere facevano scemare l’aggio sull’oro: insomma, mentre pagavano di più il loro tozzo di pane, in realtĂ  lo pagavano di meno”. Il miracolo del toscanaccio.

Ma come mi vesto? domanda il giovanotto. Vestiti elegante: un’eleganza sobria, cravatta di classe, e se fai Schopy, occhialini da intellettuale. E procurati dei tappi. Enormi. Dei tappi ? Sì, dei tappi. Ti faranno riconoscere. Il portavoce è tappato in ogni suo buco, fatta eccezione della bocca. Il potere democratico degenerato non può correre il rischio che la sua voce esca da altro canale che non sia la bocca. Da qui, la necessitĂ  dei tappi. Fondamentale è il tappo sul cervello. Il portavoce non deve assolutamente pensare. Perché se incomincia a pensare, può capitare che arrivi a domandarsi: Ma che c….. sto dicendo? E un portavoce con i dubbi è, per il potere, un disastro. E poi procurati due colori a tempera: un rosso Magenta e un giallo cadmio. Con una punta di celeste danno la tinta di bronzo, con cui ti spennellerai la faccia.

Il giovanotto si avvilisce: la tinta e i tappi non gli vanno a genio. E se voglio fare il portavoce dell’opposizione?Questo modello, gli dico, non esiste. L’opposizione, quando parla, se parla, ha tanti portavoce quanti sono gli iscritti, i tesserati, gli amici e i simpatizzanti. Ti potresti vestire da pubblico a cui si rivolgono i portavoce del potere delle democrazie putrescenti. Ma è finito lo spazio. Ne parleremo al prossimo Carnevale.
(Foto: “Uomo tappato”. Disegno a china di Armand Simon, 1939)

LA STORIA MAGRA

SANT”ANASTASIA. SARANNO I CITTADINI A PAGARE PER CIMITERO E AMAV

Rileggere con attenzione le dichiarazioni del sindaco sulle eterne questioni Amav e cimitero, fa venire fuori una veritĂ  certa: i cittadini sono condannati a ulteriori sacrifici economici.

Il dubbio su cosa rappresenta la parola, espressione di pensiero cognitivo o semplice esercizio respiratorio, ci ha assalito leggendo il resoconto giornalistico dell’incontro del 21/2/11 organizzato dall’Amministrazione comunale di Sant’Anastasia al cinema Metropolitan e pomposamente intitolato “Finalmente la veritĂ  su AMAV e cimitero”.

Il convegno inizia con l’intervento del capogruppo del PDL al consiglio Comunale di Sant’Anastasia che pone l’accento sulla piaga del clientelismo ”causa di tanti mali del Sud, tra cui l’inefficienza delle nostre amministrazioni meridionali”. Si riferiva forse all’attuale Amministrazione che ha assunto a chiamata diretta sei giovani per fare semplicemente compagnia al sindaco con un onere annuo per le casse comunali di 91.000 € ?

Successivamente interviene il sindaco Carmine Esposito che illustra la situazione disastrosa, a suo dire, in cui versa l’azienda municipale AMAV per la raccolta dei rifiuti. Elenca, a tal proposito, tutti i numerosi debiti che gravano sulla societĂ , non evidenzia però che tali debiti scaturiscono dai crediti che l’azienda vanta nei confronti della stessa Amministrazione da lui presieduta per prestazioni effettuate e non pagate. Dimentica, inoltre, di ricordare a se stesso ed al pubblico presente in sala che gli attuali organi direttivi della societĂ  sono stati da lui nominati, quindi cosa fa, non vota il bilancio societario e sconfessa l’operato dei suoi nominati?

Mette poi in liquidazione la societĂ , paga i debiti societari che sono, come detto prima, anche crediti vantati nei confronti dello stesso Comune, accolla sulle casse comunali l’onere di n. 38 dipendenti AMAV ed affida a terzi la raccolta dei rifiuti urbani, come successivamente ha sostenuto? Ma che pazzia sarebbe una simile soluzione!

Non è in grado di reperire e nominare ai vertici della societĂ  persone esperte in grado di conferire efficienza ed economicitĂ  alla gestione della societĂ ? Basta rivolgersi a societĂ  specializzate nella selezione di personale direttivo, anziché alla clientela che gli ruota attorno, e risolverĂ  la situazione certamente meglio rispetto all’ipotesi ventilata.
Passa successivamente a trattare del cimitero comunale.

“Annullerò il progetto finanza per il cimitero comunale”, disse improvvidamente in campagna elettorale. A distanza di pochi mesi, cambia idea e, per salvare la faccia, cerca d’infinocchiare gli Anastasiani con i seguenti proclami d’interventi, a rimodulazione del contratto stipulato con la ditta aggiudicataria:

– i nuovi loculi saranno tutti rigorosamente uguali per ragioni etiche d’uguaglianza (il progetto originario giĂ  lo prevedeva);
– il costo dei loculi diminuisce di € 88 e tale riduzione è compensata (come da semplice conteggio) con il corrispondente aumento di € 2864 del costo delle cappelline (toglie ai ricchi per donarlo ai poveri, senza alcun sacrificio per la ditta; c’è pure da chiedersi chi lo autorizza a distorcere il prezzo dei manufatti a suo piacimento?);
– la ditta non applicherĂ  alcuna tariffa per la sosta delle auto nel parcheggio cimiteriale (era giĂ  previsto nell’ultimo contratto stipulato);

– l’acconto, all’atto della prenotazione dei loculi, passa dal 30% al 20%, con un ulteriore 20% ad inizio lavori (bel risultato di vantaggio per i cittadini, dal 30 si passa al 40% d’anticipo; non bastava che l’amministrazione precedente avesse permesso alla ditta di chiedere l’anticipo del 30% giĂ  dal luglio 2008 prima ancora dell’approvazione definitiva del progetto, ora che stanno per iniziare i lavori l’anticipo scatta al 40% );
– n. 70 loculi saranno ceduti gratuitamente al Comune per assegnarli ai meno abbienti (clausola contrattuale giĂ  esistente);
– coprifosso uguale per tutti ed a prezzo unico (idem come sopra, niente di variato);
– previsti 15 servizi cimiteriali l’anno gratuiti per i meno abbienti, valore, come da contratto precedente: 15 x 250 (full service) + 15 x 800 (coprifosso) = 15.750 € l’anno, che assommano, per tutta la durata del contratto di 28 anni, a 441.000 €.

Questo sacrificio della ditta è ampiamente compensato all’aumento della durata del contratto da 20 a 28 anni; 8 anni in più di gestione significano un ulteriore ricavo operativo per la ditta, come da piano finanziario allegato al progetto, di ben 2.795.784 €; non c’è che dire, un bel regalo per la ditta che si aggiunge a quello dell’aumento dell’anticipo, altro che sacrificio a favore degli Anastasiani!

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LE AUTOBIOGRAFIE DEGLI ADOLESCENTI E LA BANCA DELLA MEMORIA

In Italia esiste la “CittĂ  del Diario”, dedicata agli scritti della gente comune. Un luogo dove possono essere ospitate anche le autobiografie che al Mercalli si stanno costruendo in aula. Di Annamaria Franzoni

Le attivitĂ  del laboratorio autobiografico (giĂ  descritte nell’articolo correlato a fondo pagina), svolto dai ragazzi della II G del liceo Mercalli di Napoli, stanno positivamente contribuendo alla riflessione sul ruolo che la parola scritta ha nella formazione dell’individuo e quanto il suo fascino possa dilagare in un epoca in cui la comunicazione “odierna e veloce” sembra soppiantare l’ “arcaica e obsoleta” parola scritta.

Sabato scorso, durante l’ora dedicata al laboratorio e che conclude la nostra settimana lavorativa in aula, Raimondo ci ha riferito di una cittĂ  nella quale vengono conservati i Diari di gente comune: si tratta di Pieve di Santo Stefano, un paesino del centro Italia, in provincia di Arezzo, che, a partire da qualche decennio, ha scelto di definirsi “CittĂ  del Diario” segnalandolo in modo evidente, su cartelli gialli che sono collocati sotto a quelli toponomastici, ai quattro punti cardinali della cittadina.

Infatti, nell’archivio pubblico, all’interno del Municipio, c’è una sezione interamente dedicata agli scritti della gente comune, che contribuisce alla costruzione della nostra storia d’Italia, ribadendo il concetto che “la storia siamo noi”: pertanto le autobiografie che stiamo costruendo in aula, oltre a contribuire all’arricchimento della nostra “banca della memoria” , potrebbero trovare spazio nell’archivio di Pieve di Santo Stefano, ideato e fondato da Saverio Tutino e che conserva brani di scrittura provenienti dalle varie parti della nostra Penisola. Evidentemente il nostro apporto potrebbe arricchire e ringiovanire un patrimonio giĂ  significativo e consistente attraverso una ventata di storie adolescenziali.

L’ipotesi è quindi quella, concordata con i miei alunni, di entrare in contatto con la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale e di consultare la rivista dell’Archivio “Primapersona” per migliorare il nostro lavoro e ricevere spunti forieri di novitĂ .

Milena Gammaitoni nel “La storia di Saverio Tutino”, palesando gli aspetti interessanti del fondatore dell’archivio della memoria, gli rivolge, tra le altre, la seguente domanda: Tra i primi diari arrivati all’Archivio quale l’ha più colpito, cosa non si aspettava di trovare?
La risposta è stata: “Sai che non ho mai fatto caso alla stranezza dei diari! Perché sono tutti una cosa singolare, la singolaritĂ  non è data dalla situazione è data dal fatto che ogni persona è singola…”

È proprio ciò che provo quando in alcuni momenti di condivisione del lavoro svolto, ascolto stralci delle autobiografie dei miei ragazzi.
Credo, inoltre, riallacciandomi ad una affermazione di Italo Calvino, il quale sosteneva che le autobiografie sarebbero stati un giorno i libri più letti, che oggi più che mai le storie degli altri attraggano perché si sente un bisogno di interioritĂ  ed una necessitĂ  di riflessione sulle proprie e altrui emozioni.

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LA RUBRICA

LE FONTI D”ENERGIA – L’ACQUA E L’ELETTRICITÁ

Questo secondo appuntamento con le Fonti di Energia tratta della risorsa energetica costituita dall”acqua ed introduce alle tematiche dell”energia elettrica.

Un tempo erano rudimentali ruote, parzialmente immerse nei fiumi, che, girando sotto la spinta dell’acqua che vi fluiva, fornivano l’energia meccanica necessaria ai mulini.
Con l’era industriale, le vecchie ruote idrauliche sono state soppiantate dalle più moderne turbine che azionano i generatori per la produzione dell’energia elettrica.

La continua e crescente richiesta d’energia elettrica ha portato poi in primo piano le centrali elettriche alimentate da combustibili fossili.

LA RISORSA ENERGETICA COSTITUITA DALL’ACQUA
 

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