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La visione concreta di un imprenditore illuminato ma anche una nuova prospettiva della nostra realtà regionale.

Il bello, in questa nostra avventura giornalistica è che ci si può ancora meravigliare, e lo si fa accrescendo la conoscenza del mondo che ci circonda. Non è questa una dichiarazione di candore ma la speranzosa costatazione che c’è del buono intorno a noi, basta solo la volontà di scovarlo.
Nella nostra analisi della Città Vesuviana mancava all’appello il mondo dell’imprenditoria, quel tipo di persone, sempre più raro, che ama coltivare i propri sogni e che soprattutto, potendo, sa anche realizzarli. La rubrica si ferma stavolta a Caserta, dove incontriamo Vincenzo Coronato, imprenditore edile, che da anni segue con tenacia e lungimiranza il suo Progetto Vesuvio.

Com’è nata la sua idea di “Progetto Vesuvio”?
«Guardi, il Progetto Vesuvio, che nasce nel 1998, si è posto un iter con obiettivo principale, quello di una convivenza col Vesuvio. Senza evacuazioni o allontanamenti ma convivenza. Il motivo è semplice, il Vesuvio è sempre stato lì, siamo noi che non riusciamo a porci nel modo giusto, nella distanza giusta, non riusciamo a inserirci in quel contesto naturale che caratterizza la nostra civiltà mediterranea.
Io sono un imprenditore delle costruzioni, ho guardato il Vesuvio non dal punto di vista semplicemente umanistico o quale possibile calamità naturale ma l’ho guardato sotto un profilo strettamente economico. Ho analizzato il tessuto socio-economico che esiste nell’area vesuviana, un tessuto degradato ma non povero!».

«È ricco di capitale umano, è ricco di capitale economico, probabilmente non ben integrato tra esso e tra esso e il mondo esterno ma è un qualcosa di cui la regione Campania ha un estremo bisogno. Ma andiamo un po’ più nel dettaglio. Durante una mia esperienza personale nel Friuli, nel terremoto del ’77 e in Irpinia in quello dell’ottanta, mi trovavo lì come direttore di cantiere dell’ospedale di Bisaccia, ho potuto constatare che, oltre ai danni causati dal terremoto, la cosa peggiore, per tutte le popolazioni colpite, era quella di trovarsi in mezzo alle paludi istituzionali delle competenze, che producevano talvolta più danni dello stesso sisma, creando sconcerto, disorientamento, il totale scoramento delle popolazioni coinvolte. Mi sono reso conto quindi, che al di là del supporto materiale, bisogna dire alle popolazioni che cosa devono fare, dove devono andare, in modo che si possa conservare quel minimo di dignità».

«Perché dunque, trovandosi in una situazione dove non si prefigura alcuna emergenza, sprecare questo prezioso tempo, senza dedicarsi a una pianificazione? Senza pensare a una formazione, una informazione, un’infrastrutturazione del territorio? Da qui è nata l’idea di un progetto, apparentemente semplice ma complicato nella sua sostanza. Si parte dal presupposto che la Campania è fortemente squilibrata dal punto di vista demografico, su cinque milioni e settecentomila abitanti, quattro milioni di questi vivono sul tratto di costa che va da Castelvolturno a Salerno. Ne consegue un congestionamento di tutta la zona e la sua ovvia invivibilità. Di contro abbiamo invece le zone dell’Alto Casertano, del Beneventano, dell’Avellinese e del Salernitano, che sono stupende ma soffrono per lo spopolamento, chiudono importanti servizi come ospedali e scuole, e si vive un problema diametralmente opposto a quello della fascia costiera».

Lei quindi vede la doppia possibilità di decongestionare la costa e di rivitalizzare l’entroterra?
«Infatti, il Progetto Vesuvio da me fatto e condiviso da ConfIndustria Caserta, al punto tale da presentarlo come osservazione al Piano Territoriale Regionale, ha come obiettivo quello di trasformare un’emergenza in un’opportunità! Non vedendo più il Vesuvio come un problema ma come una risorsa».

… anche un modo per uscir fuori dalla logica dell’emergenza! Dove terremoto e spazzatura ci hanno dimostrato quanto possa essere controproducente la logica emergenziale che ci impone a fare scelte sbagliate, come con la deroga della legge e così via.
«Certo, in questo caso, se l’emergenza non c’è, perché non ragionarci sopra?».

Ma la cosa che mi interessa approfondire è che lei esclude a priori la logica della “deportazione”…
«Certo! E le dico anche il perché. Queste 600.000 persone, non sono un problema, sono una risorsa. Io ho partecipato, come osservatore di ConfIndustria, all’esercitazione della protezione civile MESIMEX (Major Emergency SIMulation Exercise ndr.) 2006, che fu finanziata anche dall’Unione Europea per 250.000 €. Io feci domanda per poter partecipare gratuitamente all’esercitazione come osservatore. E quale dato emerse di profondamente sbagliato da questa logica della “deportazione”? Quella che, dati della protezione civile, l’area vesuviana, non è fatta solo di 600.000 persone ma erano anche 600.000 depositi postali, oltre ai depositi e ai conti correnti bancari, non sono quindi solo un problema ma anche un patrimonio che si sposta. Siamo arrivati al cuore del Progetto Vesuvio! Che ha come obiettivo quello di aumentare il PIL regionale oltre a salvaguardare il tessuto socio-economico, le persone, le loro attività. Se vanno fuori, tutto questo patrimonio rischia di andare altrove. Così come anche gli eventuali aiuti europei verrebbero sparsi per l’Italia se la popolazione fosse così dispersa».

Il suo Progetto Vesuvio prevede uno spostamento interno, ce ne illustri la dinamica
«La dinamica è in sostanza questa, prendendo come base la rete viaria esistente ci si è posti la domanda di quale direzione scegliere per allontanarsi dalla zona rossa. Noi abbiamo ragionato in base alla vicinanza anche per evitare gli intralci tra paese e paese. In pratica si tratta di un allontanamento non di un’evacuazione, anche perché ci si potrebbe trovare in presenza di un falso allarme, questo allontanamento può essere di breve, medio o lungo termine, a seconda della gravità dell’evento».

Sì, ma se ben ricordo, la logica delle tre fasi è prevista anche dall’ultimo piano dell’emergenza della protezione civile …
«Tenga presente che si sta attingendo ormai dal Progetto Vesuvio! Visto che è ormai diventato legge nel 2008».

In che senso è diventato legge, mi faccia capire.
«Nel senso che, noi di ConfIndustria abbiamo presentato nel 2006 all’interno del Piano Territoriale Regionale (che è ormai diventato legge) delle osservazioni e dove si specifica che si resterà nell’ambito della regione Campania. Il problema è che la regione ha creato un vuoto istituzionale non adoperandosi di informare la protezione civile per la rimodulazione del proprio piano d’evacuazione. Non si è adoperata ad avvisare le quattro province di accoglienza e dire, guardate, nei vostri piani provinciali dovete recepire queste cose. Così come non s’è adoperata nei confronti dei comuni della zona rossa per informarli del fatto che non si andrà in caso di eruzione fuori regione. S’è fatta la legge (la n°13 del 13 ottobre 2008) ma non s’è trasmessa la sua applicazione».

Tornando quindi alle direttrici dell’allontanamento, lei ha immaginato quattro flussi verso le quattro province ospiti …
«Considerando l’anello dell’intera fascia urbanizzata della zona rossa questa si apre in questo modo. Torre del Greco, Ercolano, verso nord; Torre Annunziata, Trecase, Boscotrecase, Boscoreale verso sud; gli altri verso est, sud-est, nord-est».

E quali saranno gli assi viari interessati?
«Con circa 600.000 abitanti abbiamo calcolato una portata massima di 150.000 persone (ipotesi massima!) per ogni provincia di accoglienza. Secondo la logica della limitroficità questi sarebbero i gemellaggi: Torre del Greco ed Ercolano andrebbero nella provincia di Caserta, nella provincia di Benevento, Portici, San Giorgio a Cremano, Cercola, San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma. Ad Avellino invece, Pollena Trocchia, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano e Terzigno. In questo modo non s’intralciano l’uno con l’altro, questo è il punto. Infine, nel Salernitano andranno Boscoreale, Boscotrecase, Trecase, Pompei e Torre Annunziata».

Queste strade sono già pronte a sopportare il carico o hanno bisogno di un adeguamento strutturale?
«Sicuramente ci sarebbe bisogno di un adeguamento ma deve considerare che nel nostro piano, nel momento in cui scatta un qualsiasi allarme, anche le strade di afflusso verso la zona rossa devono essere invertite come senso di marcia, nel senso che, se abbiamo l’autostrada, verso torre del Greco, con due corsie che scendono e due che salgono, tutte e quattro dovranno invece condurre verso la zona d’evacuazione. Un esempio pratico, sempre Torre del Greco, A3-A2-A1 e la statale 7 a Capua o a Caserta Nord, 43 minuti e si è già fuori pericolo, contro i 10 giorni del piano della protezione civile del 1995. Tanto per intenderci».

Avete le idee ben chiare …
«Sono 11 anni che ci lavoriamo ma ovviamente non sono solo io, c’è ConfIndustria Caserta, c’è il sindaco di Torre del Greco, quello di Pompei e i loro collaboratori, L’attuale presidente della provincia di Caserta».

Ma anche il fatto di aver previsto il tutto senza prevedere nuovi investimenti è notevole, rispetto al contesto al quale ci si è ormai abituati …
«Sa perché? Perché non è detto che per fare delle cose buone ci vogliono necessariamente prima i soldi. Ci vuole prima un buon progetto e poi, a livello economico, quel minimo che possa servire. Anche perché, nel Progetto Vesuvio è prevista una cosa che costituisce il momento fondante di tutto, il consenso creato dalla familiarità tra zona vesuviana e zone interne. Questo si crea attraverso i gemellaggi, non sulla carta ma supportati da esercitazioni annuali, che, in un solo giorno, coinvolgano il 50% della popolazione di ogni comune che, con propri automezzi e secondo percorsi prestabiliti raggiungano la zona di prima accoglienza e per rientrare la sera stessa».

Organizzati dalla protezione civile immagino.
«Sotto la supervisione della protezione civile ma un passo prima ancora da fare è quello buttom up contrariamente al top down, ovvero quello di assecondare gli accordi dal basso e non quelli calati dall’alto e imposti magari anche in tenuta antisommossa! È questo uno degli obiettivi che il Progetto Vesuvio si propone».

È indubbiamente una visione interessante, dove chi si rifugia non è più visto come un occupante come è accaduto nel basso Casertano nel post terremoto dell’80, ma come un’opportunità. Lei prospetta quindi un turismo dell’emergenza, senza però l’emergenza!
«Sì e soprattutto turismo interno! Le faccio un esempio, nel ’58, la mia famiglia, nel mese d’agosto, prendeva il treno a Caserta e andavamo a trascorrere quindici giorni al mare, a San Giovanni a Teduccio».

Un sogno!
«C’erano le cabine, le sdraio, gli ombrelloni e si trascorreva tranquillamente lì le vacanze. In compenso, da Torre Annunziata partiva un treno che andava a Telese per andare a fare i bagni sulfurei. Mi sa dire se oggi esiste più questo turismo? C’è poi un altro fattore da esaminare, se non c’è infatti un’istituzione adeguata a supportare la sorveglianza e che tuteli le bellezze paesaggistiche del nostro territorio, allora c’è bisogno che si istauri un processo economico virtuoso, che motivi il campano ad uscire dalla logica del precario, del provvisorio. È questo quello che vogliamo raggiungere con la nostra fondazione, la fondazione privata Convivenza Vesuvio. Il suo comitato strategico decide inoltre le linee guida da attuare presso le istituzioni, affinché queste svolgano il loro compito. In questo comitato abbiamo nomi come quello del professor di Natale, preside della Facoltà di Ingegneria, che si occupa di come gestire questo processo di equilibrio dinamico, perché ripeto, non deve essere una deportazione ma la gente si deve spostare e ritornare, senza alterare le proprie attività».

«Un altro membro è il professor Rocco Giordano, dell’Università di Salerno, che si occupa della mobilità, il professor Marotta, dell’Università del Sannio, esperto di economia orientata all’agricoltura, abbiamo un patrimonio di prodotti tipici che non deve essere disperso, anzi, rilanciato. C’è ancora la professoressa Prezioso, dell’Università Torvergata, unica non campana e punto di riferimento tra noi e l’Europa. Poi ancora il professor Gambardella, preside della Facoltà di Architettura della Seconda Università di Napoli. Tutti, dal Presidente Onorario che sono io, fino all’ultimo dei collaboratori, a titolo puramente gratuito».

«Concludo parafrasando il nostro conterraneo Troisi, bisogna ripartire da tre: uno la terra. Una volta bonificata questa terra può dare i migliori frutti, come sapore e quantità. Due, il sole. Perché qui abbiamo una stagione turistica di tre, quattro mesi più lunga dei nostri competitori e non sfruttiamo questo vantaggio. Tre, la storia. La nostra storia non è fatta solo dagli ultimi 150 anni. Dobbiamo entrare in questa logica, non c’è niente di rivoluzionario …».

… è la forza delle cose semplici.
«La forza delle cose semplici col supporto scientifico!».

LA CITTÀ VESUVIANA