L”enormità dei fatti della Libia chiama a raccolta il mondo cattolico che, come sempre, saprà offrire risposte e cuore. È triste vedere, però, che la scena politica sia rovinata dai propugnatori del >bunga bunga. Di Don Aniello Tortora
Tutti i mass-media riportano ogni giorno in prima pagina quanto sta accadendo in Libia. Migliaia i morti. Tantissimi i feriti. Guerra civile in quella nazione, amica dell’Italia.
Braccato dalla comunità internazionale, dopo l’approvazione unanime di una durissima risoluzione delle Nazioni Unite che ne prospetta anche il deferimento alla corte dell’Aja, il dittatore libico Muammar Gheddafi è finito in un vicolo cieco dal quale sarà virtualmente impossibile uscire.
Oltre a rischiare il carcere per possibili crimini di guerra e contro l’umanità il clan di Gheddafi – che ha definito la risoluzione "nulla" e senza alcun valore – vede congelati i beni piazzati all’estero, che secondo alcune fonti potrebbero toccare i 500 miliardi di dollari, e non può neppure più viaggiare fuori dal paese. Questa volta la comunità internazionale ha voluto fare in fretta e dare un chiarissimo segnale sia a Gheddafi sia agli altri dittatori che in futuro colpiranno le popolazioni civili per rimanere disperatamente al potere.
Ma Gheddafi, almeno fino ad oggi, resiste e minaccia una guerra sanguinosa se gli Stati Uniti o la Nato reagiranno con la forza. Intanto migliaia di profughi dalla Libia si accalcano ai confini della Tunisia, dell’Egitto e dell’Italia (Lampedusa).
È l’umanità che sbuca dal confine della Libia e che sta gonfiando la già grave crisi umanitaria di questi giorni. Dimensioni sconcertanti, se si riflette che in Libia ci lavoravano quasi due milioni di lavoratori stranieri africani e della fascia araba, prima della rivolta anti-Gheddafi del 17 febbraio.
Una moltitudine di uomini tra i 20 e i 50 anni, una massa di egiziani, e sfumature di asiatici e africani, sfiniti da quella spossatezza del corpo e della mente che solo la paura di avere perso un turno decisivo nel gioco della vita – con l’esistenza da salvare e poi un lavoro da ritrovare – può provocare. È notizia dell’ultim’ora di un’operazione umanitaria in Tunisia da parte del governo italiano che darà assistenza a 70-80mila profughi, tra i quali molti bambini. È encomiabile quanto stanno facendo i volontari tunisini, la gente semplice, pur di porgere una mano di aiuto verso questa gente.
L’appello dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) è chiaro e impossibile da non considerare nella sua drammaticità, nella sua dimensione d’emergenza: ogni giorno 15.000 persone abbandonano la Libia verso i Paesi confinanti, appunto la Tunisia per lo più, l’Egitto e, in parte, anche l’Italia.
Tutto quanto sta accadendo non può non interpellare anche la Chiesa. La rivolta, iniziata in Tunisia, le inquietudini che si sono manifestate praticamente in tutti i Paesi musulmani, dal piccolo Gibuti nel corno d’Africa fino allo sconosciuto Yemen e perfino all’Arabia Saudita e all’Egitto non si spiegano solo con la povertà, la disoccupazione, la corruzione o la crisi culturale del mondo islamico, elementi pure presenti in varia misura.
Mi associo alle parole pronunciate dal presidente della Cei Cardinal Bagnasco, il quale ha detto che: «Quando un popolo viene oppresso per troppo tempo da un regime che non rispetta i diritti umani, prima o poi scoppia». Si fa dunque concreto il rischio di una catastrofe umanitaria con migliaia di sfollati interni, rifugiati e richiedenti asilo che si potrebbero riversare in tutto il Nord Africa e nella sponda nord del Mediterraneo.
A detta degli esperti dobbiamo prepararci al peggio ed essere pronti ad accogliere migliaia di profughi, in attesa di tempi migliori in quelle nazioni. La Chiesa, come sempre, farà ancora una volta la sua parte e già si sta preparando, con le sue strutture capillari sul territorio, a questa ennesima emergenza
Un’altra polemica ha tenuto desta l’attenzione della pubblica opinione in questi giorni, e provocata dalle ormai famose ed infelici esternazioni del presidente del Consiglio sulla scuola statale.
È intervenuto, a tal proposito, addirittura il Cardinale Bagnasco il quale si è espresso lunedì 28 febbraio a margine dell’incontro, svoltosi a Genova, La formazione della coscienza nel Beato John Henry Newman, ricordando che “ci sono tantissimi insegnanti e operatori che sappiamo che si dedicano al proprio lavoro con grande generosità, impegno e competenza, sia nella scuola statale che non statale. Quindi il merito va a loro”.
“La Chiesa ha molta stima e fiducia nella scuola – ha spiegato – perché è un luogo privilegiato dell’educazione, tanto più che siamo nell’ambito del decennio sulla sfida educativa, che la Conferenza Episcopale Italiana ha scelto come priorità. Quindi ci sta a cuore l’educazione integrale anche attraverso la scuola e in qualunque sede, statale o non statale, l’importante è che ci sia questa istruzione, ma anche questa formazione della persona che è scopo della scuola a tutti i livelli”.
“Tutti quanti – ha aggiunto – ci auguriamo che anche la libertà di scelta dei genitori nell’educazione dei figli possa essere concretizzata sempre più e meglio, ma questo riguarda un altro aspetto della scuola non statale”. “In generale – ha concluso il Cardinale – sicuramente tutti auspichiamo che la scuola, a tutti i livelli e in tutte le sedi, possa veramente rispondere ai desideri dei genitori per i loro figli”.
Ormai il presidente del Consiglio, probabilmente ancora “ubriacato” dal bunga bunga serale, davvero non “sa più quello che dice”. Può darsi che abbia già aperto la campagna elettorale, con la speranza recondita di accattivarsi il mondo cattolico attraverso frasi ad effetto. Mai come in questo momento storico vale, per i cattolici, a mio modesto avviso, il detto: ”Humanum (est) errare, diabolicum perseverare”.
(Fonte foto: Rete Internet)






