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A GAETA L’ULTIMO CAPITOLO DELLA STORIA DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

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14 Marzo 1861: comincia la storia ufficiale dell”Italia unita. Di Carmine Cimmino

Il 7 settembre 1860, mentre Garibaldi entrava in Napoli, Francesco II arrivò nel porto di Gaeta. Erano le sei del mattino. Francesco II e Maria Sofia erano partiti dalla capitale dodici ore prima, a bordo del Messaggero, un piccolo vascello della marina militare, comandato da Vincenzo Criscuolo. Due navi da guerra piemontesi avevano bloccato l’uscita del porto militare, per impedire che la flotta seguisse il re: ma era stata una manovra superflua, perché gli ufficiali della marina già avevano deciso di cambiare divisa. A Francesco era stato suggerito, anche da Liborio Romano, di andar via con una nave di bandiera estera, ma secondo Raffaele De Cesare, che ebbe notizie dirette su questi fatti, proprio Vincenzo Criscuolo esortò il suo re a partire su una nave napoletana e a bandiera spiegata. E il re seguì il suo consiglio.

Nel porto di Gaeta il Messaggero arrivò scortato dalla nave spagnola Colon, su cui erano imbarcati l’ambasciatore di Spagna Bermudez de Castro e tutti i membri della legazione spagnola. Dopo la resa di Gaeta, il re donò all’ambasciatore una tavola di Raffaello, L’apparizione della Beata Vergine col bambino, che egli aveva portato con sé, insieme con altre opere d’arte, e porcellane, cristalli, preziosi servizi da tavola, mobili, e 66 reliquari. In realtà, non c’è un elenco certo. Francesco lasciò nelle casse del Banco di Napoli somme enormi di danaro, poiché era sicuro di tornare. Perciò è difficile credere che abbia portato via tutti i servizi da tavola. È molto probabile che successivamente siano stati inseriti nella lista del suo bagaglio quadri, ori e argenti saccheggiati da altri, soprattutto nelle residenze di Portici e di Caserta. Il De Cesare non ha dubbi: alcuni oggetti furono veduti più tardi in case private.

Dopo la caduta di Capua, l’esercito napoletano combatté l’ultima battaglia in campo aperto della sua lunga storia a Mola di Gaeta. Era il 4 novembre 1860. Le brigate dei soldati abruzzesi e campani – molti nolani e avellinesi facevano parte della divisione Colonna – e i fucilieri svizzeri e bavaresi, dopo tre ore di scontri furiosi, dovettero cedere ai bersaglieri e ai granatieri di Sardegna e di Lombardia. L’ultimo capitolo della Storia del Regno delle Due Sicilie venne scritta a Gaeta, nei giorni di un assedio memorabile, iniziato il giorno 5 novembre. Francesco II ha con sé circa 10000 uomini e almeno 400 cannoni; Cialdini dispone di un numero doppio di soldati e di almeno 150 cannoni rigati: saranno proprio questi cannoni, capaci di lunghe gittate e di tiri curvi, a determinare la vittoria dell’esercito piemontese.

Dal punto di vista militare, l’assedio di Gaeta rappresenta qualcosa di nuovo, almeno in Italia, poiché non vi sono scontri di truppe, né vere e proprie sortite degli assediati, né tentativi degli assedianti di aprire brecce e di irrompere nella città; c’è solo un’interminabile spaventosa sequenza di colpi di artiglieria: in 102 giorni i napoletani lanciano 35000 proiettili e i piemontesi 60.000.

Fin dal 5 novembre alcune navi da guerra francesi, al comando dell’ammiraglio Le Barbier de Tinan, che è un innamorato di Napoli, si fermano all’ancora nel golfo di Gaeta e di fatto impediscono a Cialdini di scatenare il fuoco dei suoi cannoni su tutte le fortificazioni della città; tra l’altro, nei primi giorni d’assedio i piemontesi sono preoccupati anche per la presenza in Gaeta dei plenipotenziari di Russia e Austria, principe Wolkonsky e conte Széchényi, che hanno seguito Francesco II su mandato dei loro governi. Ma il 18 gennaio 1861 la squadra francese lascia le acque di Gaeta. È l’inizio della fine.

Il 19 Cialdini offre “un’ampia capitolazione“, che il generale Ritucci, governatore della città, non accetta, dopo aver chiesto una tregua per discuterne, o come sospettò poi Cialdini, per informarsi sui movimenti delle bande dei filoborbonici casertani e abruzzesi alle spalle dei piemontesi. Il 25 gennaio nella città scoppia il tifo. Il 4 e il 5 febbraio i proiettili dei cannoni piemontesi fanno saltare in aria depositi di polvere da sparo e il magazzino di munizioni dei bastioni Sant’Antonio: è una strage, circa centro civili restano uccisi. Il 12 Ritucci chiede un armistizio per trattare la capitolazione. Cialdini gli risponde con una lettera durissima, rinfacciandogli il netto rifiuto del 19 gennaio:

è assai strano che V.E. si sia ricordato così tardi dell’inutile spargimento di sangue e dell’offesa all’umanità, mentre io il 19 gennaio e in nome della stessa umanità ed onde evitare un’inutile effusione di sangue, Le offrivo un’ampia capitolazione, di cui V.E. non degnossi voler nemmeno conoscere le onorevoli condizioni. La. E.V. dica pure a suo senno ai contemporanei e alla Storia, che non volle e non consentì a uno spargimento di sangue senza scopo e che mia soltanto fu la colpa. Io aggiungerò che il Governatore di Gaeta avea anzi tutto mancato alla sua parola.

Dopo che Francesco II lo ha sostituito, su sua richiesta, con il gen. Francesco Milon, Ritucci risponde a Cialdini con una lettera che è il testamento dell’onore dell’esercito napoletano: egli difende la “inalterata rettitudine“ della sua carriera “e la massima lealtà“ delle sue “cure, tendenti come sempre sono state a rendere meno crudele una guerra tra italiani, i quali comunque guidati da opposti doveri“ dovrebbero rispettarsi e stimarsi a vicenda. Il giorno 13, mentre i delegati discutono della capitolazione, i cannoni di Cialdini continuano a bersagliare Gaeta: alle tre del pomeriggio salta in aria il magazzino della batteria Transilvania, in cui erano ammassate almeno 18 tonnellate di polvere da sparo. Tre ore dopo nella villa di Caposele, al Castellone di Gaeta, i delegati firmano la capitolazione.

La mattina del 14 Francesco II si imbarca con la moglie sulla corvetta francese La Mouette, dopo aver firmato l’ultimo Ordine, in cui ringrazia i soldati napoletani, “miei prodi compagni d’arme“, che hanno sfidato “per tre mesi dentro a queste mura gli sforzi di un nemico che disponeva di tutte le risorse d’ Italia.“. I soldati lo salutano gridando, tra le lacrime, Viva il re. Cialdini riconosce a tutti i soldati di Gaeta, compresi gli impiegati militari, l’onore delle armi.

La cittadella di Messina si arrese un mese dopo. Il 14 marzo 1861 la Camera dei deputati esaminò un disegno di legge composto da un solo articolo: il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e per i successori il titolo di Re d’Italia. Dopo molte ore di aspro dibattito, il deputato napoletano Ricciardi ritirò la sua proposta di modificare l’articolo e di votare su un nuovo testo, in cui Vittorio Emanuele veniva designato primo re d’ Italia per volontà nazionale. “Lo ritiro dietro gli unanimi conforti dei miei amici politici e per non parere testardo“: così disse, suscitando l’ilarità dei cavouriani. Subito dopo, il Presidente della Camera lesse il dispaccio telegrafico che Cialdini aveva inviato da Messina il giorno prima:

La cittadella si è resa a discrezione. La nostra artiglieria fu efficacissima. Noi abbiamo fatto scoppiare vari depositi di granate cariche e prodotto un vasto incendio. Alle ore 5 la cittadella inalberò bandiera bianca. Alle ore 6 rifiutai ogni capitolazione, concedendo tre ore a riflettere. Alle 9 di sera tutta la guarnigione si è resa a discrezione. Così incominciò la storia ufficiale dell’Italia unita.
(Foto: Giacinto Gigante, La batteria dell’Addolorata a Gaeta. Acquerello del 1857)

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