ITALIA, PATRIA DEI NEOLOGISMI

0
Dialoghi e riflessioni tra i personaggi animati dal prof. Giovanni Ariola, sui neologismi entrati a far parte della nostra lingua ed in particolare del linguaggio giornalistico.

Il prof. Carlo, nonostante abbia dovuto subire un attacco influenzale piuttosto virulento dal quale non è ancora completamente guarito, ha voluto sfidare la giornata fredda e piovosa, una delle più brutte di febbraio, per essere in Istituto e portare avanti il suo lavoro.
“È proprio vero l’antico detto – pensa il prof. – Frevaro è curto e male ncavato (Febbraio è corto e fatto male, nel senso che ha un brutto carattere dal punto di vista meteorologico)”.
Sta completando l’aggiornamento annuale del glossario dei neologismi che sono stati inventati nel 2010 e vorrebbe che fosse pronto entro la metĂ  di aprile quando ci sarĂ  la decima edizione del Convegno Linguistico di Primavera, organizzato dall’Istituto e quest’anno dedicato alla “manipolazione del linguaggio”.

Tra le ultime parole che ha inserito compaiono: internettare e internettamento (termini bruttissimi per sostituire connettersi con il sistema internet e connessione con internet), affittopoli (scandalo riguardante edifici pubblici dati in affitto o venduti a prezzi di favore. Termine formatosi, impropriamente, sul modello di tangentopoli, calciopoli e simili), votomercato (sul modello di calciomercato = compravendita di voti in Parlamento. Si riferisce a membri parlamentari accusati di essere voltagabbana, di cambiare casacca e partito dietro compenso di laute somme di denaro).

Si è rifiutato e si rifiuta di aggiungere l’ignobile espressione estrapolata da una barzelletta (una delle tante di cattivo gusto) raccontata da chi siede al vertice del gotha politico governativo (per usare una perifrasi pietosa) e che, entrata ormai nel linguaggio corrente per indicare una certa attivitĂ  lusoria dell’autore, è virtuosamente passata a indicare e a illustrare tutto il popolo che ha la fortuna di essere dallo stesso eccelso personaggio governato. Il popolo italiano quindi: giocherellone, barzellettista, ridanciano e puttaniere (pardon! latin lover).

“Occorrerebbe che – pensa il prof. – dato che è inconcepibile che certe parole vengano per legge dall’alto vietate, anzi bandite dal linguaggio parlato e scritto, si decidessero gli italiani tutti ad autocensurarsi (impegnarsi a non usare più quella doppia parola e possibilmente a dimenticarla), per salvaguardare il loro onore…”
Il prof. Eligio è anche lui al lavoro e di tanto in tanto prorompe in esclamazioni di disapprovazione e di disappunto. Sta spulciando i giornali dell’anno scorso con lo scopo di rilevare i neologismi, compresi i barbarismi, entrati a far parte della nostra lingua in particolare del linguaggio giornalistico.

– L’ultima chicca – dice al collega Carlo – dell’anglomania imperante…vivere slow
– Se non sbaglio è il titolo di un libro..
– Sì, ne è autrice Maria Novo ed è edito dalle edizioni Dedalo. Sottotitolo, che in parte ridimensiona e traduce il forestierismo del titolo, è “Apologia della lentezza”…

– A parte questo cedere sempre più frequente alla moda del termine straniero, un fatto positivo è che determinate parole inglesi veicolano idee di interesse sovranazionale…Basta pensare alla slow economy espressione che compare come titolo di un altro libro, a mio giudizio molto suggestivo, di Federico Rampini (Sottotitolo “Rinascere con saggezza”, Mondadori, 2009). Aspetta, credo di averlo qui sullo scaffale…C’è anche una frase in copertina che preannuncia il contenuto: “Tutto quello che noi occidentali possiamo imparare dall’Oriente”.

Ma volevo farti ascoltare questo pensiero: “…c’è il tentativo di prendere in prestito dall’Oriente – senza idealizzarlo ingenuamente – qualche percorso che possa servire anche a noi nella ricerca di nuovi modelli di vita. Non solo perché lo sviluppo sostenibile è un imperativo per salvare il pianeta. Ma anche perché l’uscita dalla grande recessione del 2007-2008 avverrĂ  in modi nuovi: Slow Economy, appunto.

Un lungo periodo di crescita lenta, quasi impercettiibile. Un mercato del lavoro molto difficile, ristagnante. Nella sua versione negativa, Slow Economy può voler dire un periodo di crescita anemica, con tanti sacrifici e poche soddisfazioni, preoccupante in particolare per i giovani che escono dall’universitĂ  e cercano un lavoro. Ma può significare – come lo Slow Food nell’alimentazione – anche un equilibrio più sano fra l’economia e l’essere umano. Un’attenzione a valori che sono ben più importanti del Prodotto Interno Lordo…” ( pp.6-7 )

– Questo richiama il messaggio di Edmondo Berselli di cui parlavamo qualche giorno fa…”vivere sotto il segno meno”…
È entrato intanto il prof. Fantasia e ha potuto udire il brano letto dal collega Carlo.
– Questa convinzione – dice tirando fuori dalla sua borsa di pelle nera, sempre più lisa specie ai bordi, un libretto la cui copertina si fa subito ammirare per il suo colore biancoverde – della necessitĂ  di ridimensionare il tenore di vita si va oggi molto diffondendo. Ecco è quello che sostiene Andrea Segrè in questo libro “Lezioni di ecostile” (Sottotitolo "consumare, crescere, vivere"). Voglio leggervi questo passo significativo e nello stesso tempo originale e gustoso:

“La crisi che stiamo vivendo ha una grande risonanza su tutti i fronti…E coinvolge un gran numero di esperti e interessi, ma anche persone che semplicemente vorrebbero seguire , o che magari giĂ  praticano, uno ‘stile’ più sobrio, più equo, più solidale, più sostenibile….il nuovo eco-mondo giĂ  esiste…E’ un mondo capace di prendere un termine negativo, lo spreco, caratteristica allarmante della nostra societĂ  anoressico-bulimica …scomporlo nei segni: – spr (meno spreco) e + eco (più ecologia) = sufficienza. …..E’ un mondo capace di sostituire, quando serve, il denaro (mercato) con l’atto del donare

– Bellissimo anagramma – nota subito il prof. Carlo il Tarlo – denaro>donare…sarebbe un evento miracoloso!
– …e non soltanto – continua il prof. Fantasia e intanto si illumina in volto – perché si tratta di un anagramma: il dono porta alla relazione e alla reciprocitĂ .” (pp.2-3).
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LE FONTI D”ENERGIA – IL FUOCO ED I COMBUSTIBILI FOSSILI

Con questo articolo avviamo un percorso di conoscenza delle varie fonti di energia, consapevoli che certi argomenti non hanno confini geografici nè colori politici. Ringraziamo NeAnastasis per la collaborazione.

Con una serie d’articoli esporremo le varie forme d’energia che l’uomo ha utilizzato sino ad ora per soddisfare le sue necessitĂ  di vita. Lo scopo è di fornire un minimo di conoscenze specifiche per consentire di dibattere, con maggiore cognizione, le tematiche dell’energia che tanto coinvolgono l’opinione pubblica.

In questo primo articolo tratteremo per primo di come si misura l’energia. Successivamente passeremo brevemente in rassegna i combustibili sino ad ora utilizzati dall’uomo e come si differenziano per il loro contenuto energetico, oltre che per lo stato fisico.
(Fonte foto: Rete Internet)

LE FONTI D’ENERGIA. 1° ARTICOLO

“NESSUN VELENO IN NESSUNA TERRA”. L’URLO DEGLI ARTISTI A CASERTA

Al Palamaggiò, venerdì scorso, il concerto con Modena City Ramblers, Maria Pia de Vito, Bungt Bangt, rete Co’mare e tanti altri. Presenti più di cento associazioni e comitati, per dire no a discariche e inceneritori.

Il Palamaggiò di Caserta è stato scelto come location per ospitare il “Concerto d’amore per la Terra dei Fuochi”, un appuntamento consumato venerdì sera alla presenza di alcune migliaia di spettatori. Tanti gli artisti intervenuti gratuitamente per sostenere l’impegno di una terra che vuole difendere le proprie ricchezze e la propria qualitĂ  della vita.

La serata, che ha avuto un buon successo di pubblico, è stata presentata da Giulia FossĂ . Il direttore artistico Imad Zebala ha ringraziato sul palco gli artisti intervenuti gratuitamente sottolineando l’impegno per una iniziativa dal forte peso sociale: più di cento le associazioni coinvolte dall’organizzazione e tanti gli artisti che hanno dato il proprio contributo.

La serata ha avuto sostegni importanti: il Premio Nobel Dario Fo, padre Alex Zanotelli, Mons. Pietro Farina (Vescovo di Caserta), Mons. Bruno Schettino (Vescovo di Capua), Mons. Raffaele Nogaro (Vescovo emerito di Caserta), il giudice Raffaele Cantone, il giudice Raffaello Magi, la giornalista Rosaria Capacchione, il Prof. Antonio Marfella. Ha ricevuto il patrocinio dell’Ente Provincia di Caserta, la FacoltĂ  di Lettere e Filosofia della II UniversitĂ  di Napoli, l’EPT di Caserta

Ad aprire il concerto la rete Co’mare, in scena Eduardo Ammendola e Raffaele Bruno, associazione attiva sul territorio napoletano. A seguire Capone & Bungtbangt, da sempre creatori di suoni e musiche a partire da strumenti di riciclo. Sul palco tanti i musicisti e gli incontri tra i musicisti, come Ernesto Bassignano che suona con i Modena City Ramblers, Marco Zurzolo con Gianluca Pugliano, Pietro Condorelli con Maria Pia De Vito, che ha suonato un brano del suo prossimo disco dedicato a Terzigno.

Sul palco gli artisti e gli attivisti si sono incontrati, scambiati musica, idee e ideali. Le adesioni degli artisti sono state importanti: Nandu Popu e Papa Leu dei Sound System, Nando Citarella e i Tamburi del Vesuvio, Ernesto Bassignano e Michele Micarelli, Canio Loguercio, Mamma Tammorra, A 67, Ugo Maiorano e Paranza, Zampogne D’Altrocanto, Batacoto Tamburi Brasiliani. La serata intitolata all’amore per la terra è stata segnata da un clima di condivisione e forte vicinanza con momenti di riflessione e tanta musica.

Sul palco a portare la propria voce anche Patrizio Rispo.
Importante l’intervento dell’oncologo Antonio Marfella che enuncia il principio della terapia dell’avvelenamento: la sospensione del veleno.

SCUOLA. VIGILANZA E RESPONSABILITÁ

Nella scuola può succedere anche che il danno provocato ad un alunno possa provenire da un cane. Nel caso che sarĂ  trattato, infatti, un cane incustodito aggredisce un” alunna in un cortile antistante l”edificio scolastico

Caso
M.R.,studentessa prossima alla maggiore etĂ , veniva addentata alla mano da un cane incustodito, nel cortile antistante l’edificio scolastico, mentre si accingeva a uscire dalla scuola al termine delle lezioni. Ci si pone la domanda se esiste un obbligo per la scuola di predisporre accorgimenti idonei ad evitare l’accesso ai cani nell’edificio.

La Corte di Cassazione ha specificato con sentenza del 15 febbraio 20011, n.3680 che con l’iscrizione, gli alunni sono affidati all’amministrazione scolastica, che esplica il proprio servizio attraverso il personale – docente e non – e mediante la messa a disposizione di locali, laboratori ecc. Dall’iscrizione deriva a carico dell’istituto l’obbligazione di vigilare sulla sicurezza e l’incolumitĂ  dell’allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni.

Quindi, anche l’obbligo di vigilare, predisponendo gli accorgimenti necessari a seconda della conformazione dei luoghi, affinché nei locali scolastici non si introducano terzi (persone o animali) che possano arrecare danni agli alunni. Ne deriva che, nelle controversie per il risarcimento del danno da lesioni provocate dall’aggressione di un cane incustodito, nei locali messi a disposizione dalla scuola, l‘alunna deve provare che il danno si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto scolastico, mentre l’amministrazione ha l’onere di dimostrare che l’evento dannoso è stato determinato da causa non imputabile, essendo stati predisposti gli accorgimenti idonei ad impedire l’accesso a persone o ad animali.

In applicazione di tali principi di diritto, la sorveglianza e la custodia degli spazi frequentati dagli allievi deve intendersi finalizzata alla prevenzione di qualsivoglia rischio prevedibile, compresa l’introduzione di animali privi di custodia.
Nel caso prospettato, l’amministrazione scolastica non ha dimostrato di aver preso gli accorgimenti necessari per impedire l’accesso ai cani e non ha dimostrato, quindi, la prevenzione di qualsivoglia rischio prevedibile.

GENITORI, SCUOLA E DIRITTO

LACERTO DI FILOSOFIA POPOLARE: <i>”O PURPO SE COCE INT”ALL’ACQUA SOIA</i…

Il polpo che si cuoce nella sua acqua diventa la speranza di chi steso sulla sdraio aspetta che le cose si raddrizzino da sole, che i problemi trovino da sè le soluzioni. I Napoletani la pensano così. Di Carmine CimminoChe significherĂ  mai questa sentenza napoletana, questo lacerto di filosofia popolare attinto da una pentola in cui l’octopus sgraziato e scombinato – uno degli scherzi più riusciti della natura – si cuoce nei suoi stessi umori? Non c’è intesa tra gli interpreti. I buonisti ne fanno una lettura ironicamente affettuosa: se uno sbaglia, tu lo correggi; ma se quello continua a sbagliare, lascialo fare: quando sbatterĂ  contro il muro, si correggerĂ  da solo. Oppure: lei ti piace, tu la corteggi; lei fa la sdegnosa, se tira ‘a cazetta. E tu molla, non pressarla: vedrai che si cuoce da sola.

Poi c’è l’interpretazione a nero di seppia, o di polpo: i tirannelli, i dittatorelli, i furbastri che ogni giorno congegnano trappole insidie e tramagli e si illudono di tirarvi dentro gli altri, verrĂ  il giorno che si accorgono che nella rete ci sono caduti loro: si sono affogati da soli nel loro stesso spurgo.

E così il polpo che si cuoce nella sua acqua diventa la speranza di chi steso sulla sdraio aspetta sonnecchiando che le cose si raddrizzino da sole, che i problemi trovino da sé le soluzioni. I Napoletani la pensano così: e non so se sia sapienza altissima, o poco nobile camuffamento del fatalismo e della rassegnazione. Il polpo, goffo e sciocco, detta alcuni modi di dire in cui l’ingiuria nasconde la sua crudezza sotto il velo del sorriso: si’ no purpo, hai pigliato ‘o purpo, tanto vali quanto ‘na tazza ‘e brodo ‘e purpo. Da maggio a settembre si faceva e si fa la pesca dei polpi grandi, per l’insalata; negli altri mesi si tirano su i purpetielli, che spesso non pesano più di 30 grammi, e che, cotti nel pignatiello, sono una prelibatezza.

Secondo Nello Oliviero, questa ricetta venne messa a punto in un ristorante di Posillipo; ma anche Pozzuoli e Vico Equense si attribuiscono il merito della saporosa invenzione. Ricordo che negli anni ’70 ‘o purpetiello int’ ‘o pignatiello era il vanto di un ristorante di Cicciano: forse un casuale omaggio al vasellame in argilla nera che gli Osci producevano nella pianura nolana. Poiché in questa ricetta il recipiente è importante quanto il contenuto.

A Napoli la pesca notturna si svolgeva intorno a Castel dell’Ovo, presso gli scogli e gli anfratti in cui si nascondevano i polpi veraci – la veracitĂ  si riconosce solo a quelli di scoglio, rigorosamente. Le barche portavano a prua e a poppa delle torce accese, che proiettavano fasci di luce nella profonditĂ  nera del mare: il pescatore spargeva gocce d’olio sulla superficie dell’ acqua, e i riflessi dei lumi rifrangendosi sull’olio creavano una scia sfavillante: era il richiamo per il polpo, che saliva su, seguiva la striscia di luce, fino ad infilzarsi nell’arpione che lo aspettava al varco. In seguito le fiaccole vennero sostituite dalla lampade ad acetilene e poi dalle torce elettriche, e le gocce d’ olio dallo specchio, immortalato in uno splendido quadro di Leon Giuseppe Buono.

Nello Oliviero ricordava, in un suo libro del 1983, un solo superstite, nostalgico venditore di polpi cotti, che piazzava il suo pentolone in una piccola traversa di via Milano al Vasto, e somministrava ai cultori del fast food tazzine di brodo di polpo fumante e profumato. Una fredda sera di ottobre del 1860 Giuseppe Sirtori, il Primo dei Mille, il sosia di Garibaldi, il Profeta – così lo chiamavano per l’aspetto, per i modi e per il carisma – passeggiando per Napoli si imbatté nella pittoresca scena di un gruppo di purpaiole e di clienti, di profumi intensi e di tazze svuotate con sorsi lenti e meditati. Tazze e piatti: poiché i cultori dello slow food, che a Napoli sono stati da sempre la maggioranza assoluta, si sedevano su uno scanno con in mano un piatto accopputo colmo di brodo, in cui stavano all’ammollo un pezzo di tentacolo, di granfa, e una fresella.

Confessò poi il Sirtori che era rimasto a lungo a guardare, imbambolato, cercando di capire le ragioni del silenzio in cui quel rito per lui assai strano si svolgeva: un silenzio assurdo nella più fragorosa delle cittĂ . Forse anche le purpaiole viste da Sirtori cantavano chesta granfa, si la prove/ mmocca fricceca addavero. E il Primo dei Mille non avrebbe mai potuto capire, nemmeno se glielo avessero spiegato mille volte, che tutto il gusto del polpo sta proprio in quel verbo, friccecare, che è nobile parola napoletana pronipote di una del latino più puro. Poiché il pezzo di polpo, se il polpo è fresco verace e cotto ad arte, affascina la sensibilitĂ  tutta del gusto strofinando – ma questa è una traduzione banalissima-, fricceccanno il palato con la meraviglia della sua soliditĂ  morbida piena e tonda che cede a poco a poco in una sfibrata tenerezza.

E proprio le ragioni della tenerezza costringono i pescatori a bastonare il polpo appena pescato con idonei mazzuoli, in modo che i nervetti, tesi dal terrore della cattura, si distendano e la polpa si rilassi. Inutilmente selvatico è il gesto di chi sbatte la testa del povero polpo su una lastra dura: i muscoli della vittima restano aggricciati e l’urto ne aggromma di croste le fibre, che al gusto poi risultano dure e stoppose. Un cuoco del Nautilus di Castellammare mi disse, tanti anni fa, che il polpo va battuto con una canna, perché i colpi devono essere netti, numerosi e concentrati su punti ben precisi. E battiture con la canna consiglia Alessandro Molinari Pradelli nella ricetta ligure del polpo all’inferno, che corrisponde più o meno a quella napoletana del polpo affogato, del polpo che si cuoce nella sua stessa acqua, chiuso in una pentola d’argilla col coperchio d’argilla saldato lungo gli orli con un cordolo di carta straccia.

Il Molinari Pradelli mette tra gli ingredienti anche due tappi di sughero, nuovi, non paraffinati, che immersi nell’acqua servirebbero ad ammorbidire il polpo. Questa del sughero accanto al polpo che si cuoce è una storia strana. C’è ancora chi crede che contribuisca a renderlo tenero. Altri pensano che si tratti di un clamoroso errore di filologia culinaria. I purpaioli napoletani, che dovevano continuamente tirar fuori i polpi immersi nell’acqua bollente del pentolone, legavano a una granfa uno spago, il cui capo attaccato a un sughero galleggiava sulla superficie e dunque poteva essere rapidamente afferrato. Da qui, il sughero.

Nella ricetta che molti anni fa ci raccontò Lello Lupoli, in una memorabile serata dedicata alla poesia e all’ arte culinaria, il sughero non c’ era: c’era, se non ricordo male, il peperone giallo.
(Foto: Quadro di Vincenzo Irolli, Natura morta con polpo)

L’OFFICINA DEI SENSI

UNITÁ D”ITALIA. IL VESCOVO DI NOLA INVITA I SINDACI DELLE 45 CITTÁ DELLA DIOCESI

0
Il contributo dei cattolici per l”UnitĂ  d”Italia è stato molto importante. Ecco perchè il 17 marzo deve essere la Festa di tutti. Di Don Aniello Tortora

Il 17 marzo, in via eccezionale e soltanto per questo anno 2011 nel 150° dell’UnitĂ  d’Italia, sarĂ  solennemente celebrata in tutto il Paese la festa nazionale. Un evento che ricorda il faticoso e travagliato compimento, sul piano politico, di quella profonda unitĂ  del Paese. SarĂ , quella del 17 marzo, e giustamente, una festa civile; ma sarĂ  anche – dovrebbe essere! – una ‘festa religiosa’, non tanto per celebrazioni patriottiche, quanto, e soprattutto, per fare memoria degli antichi ‘steccati’ tra Stato e Chiesa e per mettere in luce il loro definitivo superamento, grazie a una duplice maturazione: quella della coscienza civile e quella della stessa più avvertita coscienza ecclesiale.

Bisogna ricordare che anche i cattolici hanno dato un contributo decisivo all’UnitĂ  d’Italia. Nel 1867 nasce la SocietĂ  della Gioventù Cattolica, fondata da due giovani Mario Fani e Giovanni Acquaderni, e riconosciuta da Pio IX. Lo stesso Movimento cattolico negli ultimi decenni dell’800, non potendo partecipare alla vita politica del Paese (ricordiamo il famoso “non expedit”) sviluppò un forte movimento sociale fatto di iniziative ed opere che si posero dalla parte del popolo:

nasce un articolato sistema di credito mutualistico; nel campo della questione agraria ci si pone a difesa della mezzadria e a scapito dell’azienda capitalistica cercando di integrare l’economia contadina; si riflette sulla funzione sociale della proprietĂ  e sulla valorizzazione del lavoro; nasce un associazionismo che mette insieme i lavoratori della terra per la tutela dei lavoratori stessi e per l’allargamento della piccola proprietĂ  coltivatrice, così come si individuarono alcune possibili riforme per il piccolo fitto agrario quali la regolamentazione degli sfratti, l’allungamento della durata dei contratti, il rimborso per le migliorie apportate.

Fortissimo fu anche l’impegno che fin dall’etĂ  di Leone XIII i cattolici dispiegarono nel campo della questione operaia e partecipando alle lotte sociali nel passaggio tra l’Ottocento e il Novecento. Altro campo su cui il Movimento cattolico profuse le sue energie è la questione femminile. Nel 1908 sorgono alcune opere sociali, ma soprattutto l’Unione fra le Donne cattoliche d’Italia e, nel 1918, con Armida Barelli, la Gioventù femminile che sarĂ  capace di coinvolgere milioni di donne, di ogni ceto sociale, nella vita della Chiesa e nel sentirsi parte viva del Paese. Anche la fondazione di un partito politico, aconfessionale, da parte di un giovane sacerdote siciliano nel 1919, don Luigi Sturzo, si proponeva con il suo programma di rappresentare alcune istanze politiche frutto anche della riflessione sociale cristiana nel Paese.

Dopo il passaggio del 1929 (Concordato tra Stato e Chiesa e soluzione formale della questione romana), si apre poi un’ulteriore pagina nel rapporto tra i cattolici e lo Stato unitario: quello del secondo conflitto mondiale e della resistenza. Anche qui i cattolici saranno i primi a diffondere la necessitĂ  di una pace che doveva risolvere i drammi, i lutti e le distruzioni del conflitto in cui si erano avventurati. La nascita della Democrazia cristiana, la Costituente e l’elaborazione di una Carta Costituzionale vedranno ancora una volta protagonisti i cattolici. Il resto è storia recente.
La stessa organizzazione capillare della Chiesa italiana su tutto il territorio della nazione, attraverso le parrocchie, è segno quotidiano di presenza e di solidarietĂ  nazionale.

Potremmo dire che circa il rapporto tra i cattolici e il Paese vi sono, per i credenti, almeno tre punti meritevoli di attenta considerazione. In primo luogo, il pentimento , il riconoscimento, cioè – giĂ  fatto proprio da Paolo VI in un famoso discorso e varie volte rinnovato dai suoi successori – che qualche cosa mancò alla Chiesa dell’Ottocento in fatto di percezione del corso degli avvenimenti e della necessitĂ  di non arroccarsi in una difesa oltranzista di una pur nobile tradizione. In secondo luogo, il ringraziamento per un’unitĂ  spirituale e morale raggiunta alla fine anche grazie all’apporto e al sacrificio dei cattolici, e consacrata da una Costituzione – quella del 1948 – che onora il nostro Paese e alla quale i credenti hanno offerto un contributo determinante.

Infine, l’impegno di tutti i credenti al servizio di questa Nazione italiana che, nonostante le ombre che gravano su di essa e malgrado i venti di crisi che la scuotono, è ancora, nel mondo, un punto di riferimento per quanti credono nei più alti valori di una civiltĂ  a misura d’uomo. Ecco perché il 17 marzo dovrebbe essere una festa per tutti e di tutti, anche per e dei cattolici.
Ecco perché il Vescovo di Nola il 16 marzo, vigilia della Festa nazionale, alle ore 19.00, nella Basilica Cattedrale di Nola celebrerĂ  una S. Messa alla quale sono stati invitati i sindaci e le Amministrazioni comunali delle 45 cittĂ  della Diocesi di Nola.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

BUONE NUOVE DAL PIANETA CARCERE: L’ESEMPIO DELLA CASA CIRCONDARIALE DI POZZUOLI

0
Non è facile parlare di carcere in termini positivi ma è doveroso segnalare le buone iniziative, che aprono la via della speranza per chi vive la galera. Di Simona Carandente

In un momento storico dove l’emergenza carceri è sotto gli occhi di tutti, dove il complesso pianeta della detenzione vive un momento di enorme difficoltĂ , connesso all’atavica carenza di risorse ed infrastrutture, non è facile parlare di carcere in termini positivi, nello scopo di diffonderne un’immagine lontana dall’immaginario collettivo.

Eppure, anche in un territorio difficile come quello campano non mancano iniziative importanti e di ampio respiro, che pur non avendo l’ambizione di risolvere in nuce i problemi della popolazione penitenziaria, sono volte quantomeno ad alleviarne le difficoltĂ  quotidiane, aprendo uno squarcio di speranza sulla quotidianitĂ  penitenziaria e su chi è costretto a viverla.
Merita di essere segnalato l’esempio della Casa Circondariale di Pozzuoli che, con il prezioso aiuto di associazioni esterne senza scopo di lucro, si distingue per le numerose iniziative rivolte alla popolazione penitenziaria, rigorosamente femminile, ivi ristretta.

È di qualche giorno fa, ad esempio, la notizia dell’acquisto di 3 TV Lg e di 3 Dvd che verranno collocati negli spazi comuni dei reparti che ospitano le detenute, con lo scopo di realizzare in futuro una cineteca, finalizzata ad alleviare la quotidiana monotonia delle recluse. L’acquisto è stato possibile grazie ai proventi raccolti il mese scorso, con il ricavato di una cena tenutasi proprio presso la Casa Circondariale, che ha visto le stesse detenute attivarsi e collaborare in prima persona.
Proprio l’attivitĂ  dei laboratori di cucina, peraltro, ha fatto sì che per quattro detenute della Casa Circondariale si realizzasse un sogno: quello di trovare lavoro all’esterno del Carcere.

Grazie ad appositi laboratori di cucina, tenuti in collaborazione con l’"Associazione Professionale Cuochi Italiani", si è permesso alle detenute di maturare una significativa preparazione sul campo, che ha permesso ha due di loro, una volta rimesse in libertĂ , di trovare un’insperata occupazione. Per altre due, in regime di semilibertĂ , si sono aperte le porte della ristorazione, anche se al momento solo di giorno, nella speranza che l’impegno possa divenire quotidiano una volta scontata del tutto la pena inflitta.

Tra le attivitĂ  della Casa Circondariale, con il prezioso supporto della Onlus "Il Carcere Possibile", occorre poi segnalare la dotazione, nel giardino del penitenziario, di alcuni giochi per bambini, acquistati con il ricavato della serata di beneficenza "Ridere per rieducare", finalizzati a rendere più piacevole e meno traumatico l’incontro dei piccoli con le proprie madri detenute. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)
 

LA RUBRICA DELL’AVV. SIMONA CARANDENTE

LA “SICUREZZA URBANA” NON É SOLO “ORDINE PUBBLICO”

0
I cittadini dei comuni della Provincia di Napoli testimoniano sentimenti di insicurezza e paura più elevati di quelli di cittĂ  come Milano, Roma, Torino, Bologna. E non solo per il problema criminalitĂ . Di Amato Lamberti

La sicurezza è diventata il problema più sentito dai cittadini, non solo in Campania e nel Mezzogiorno, ma in tutta Italia e nel resto del mondo. Le ragioni sono complesse e non del tutto chiare. Altri problemi, apparentemente più gravi, come la mancanza di lavoro, la disoccupazione giovanile, le crisi economiche ormai cicliche, la riduzione delle politiche di welfare, premono sulle persone e sulle comunitĂ , ma il bisogno di sicurezza sembra attraversarli tutti, con una forza che appare talvolta imporsi sulla sostanza stessa delle specifiche situazioni.

Un fenomeno multidimensionale nel quale diversi aspetti si sovrappongono diventando, a volte, indistinguibili. Si può, infatti, parlare di sicurezza, come fa Beck, quando parla di societĂ  del rischio, in termini di “security”, vale a dire di sicurezza esistenziale, cioè di certezza che il mondo sia stabile e affidabile, così come lo sono i suoi criteri di correttezza, le abitudini e le abilitĂ  acquisite necessarie a superare le sfide della vita. Ma se ne può parlare anche in termini di “certainty”, di sicurezza cognitiva, di conoscenza dei sintomi, degli indizi e dei segni premonitori che ci permettono di intuire che cosa aspettarci. Infine, se ne può parlare in termini di “safety”, vale a dire di sicurezza personale minacciata dalla violenza diffusa, dal “random crime”, l’aggressione inattesa e imprevedibile, dalla criminalitĂ  organizzata.

Per cui, quando si parla di sentimento di insicurezza, di percezione di paura, di senso di non sicurezza, ci si riferisce a “security” e a “certainty”, cioè allo stato di precarietĂ  che caratterizza la nostra condizione esistenziale e al nostro rapporto con il sistema sociale nel quale siamo inseriti. Invece, a livello istituzionale, in particolare nel territorio napoletano, si tende a privilegiare unicamente il livello della “safety”, della sicurezza personale, come se la mancanza di lavoro e di prospettive occupazionali, lo stato di indigenza, la carenza di abitazioni, il degrado del territorio, le inciviltĂ  dei comportamenti, non fossero importanti per comprendere l’insicurezza e la paura che attanagliano, sia pure come sentimenti, i cittadini di ogni condizione sociale.

Un esempio ne è il recente protocollo d’intesa firmato tra Amministrazione provinciale e Comune di Napoli che, in pratica, si riduce alla installazione di telecamere nei luoghi individuati come di maggiore pericolositĂ  per la sicurezza dei cittadini rispetto all’assalto della criminalitĂ  di strada e di quella organizzata. La questione della “sicurezza urbana” è, invece, ben più complessa. Innanzitutto, perchè con questa locuzione se ne vogliono sottolineare gli aspetti innovativi rispetto al concetto tradizionale di “ordine pubblico”, considerando sicurezza non solo l’assenza di minacce ma anche attivitĂ  a favore di un miglioramento della sua percezione da parte dei cittadini. Inoltre, il termine “sicurezza urbana” dovrebbe aiutare a concepire e affermare nuovi ruoli per enti territoriali e soggetti istituzionali, come regioni, province, cittĂ , che non hanno mai avuto competenze dirette in materia.

Il fatto che il territorio della provincia di Napoli, nelle sue cittĂ  e nei suoi paesi, sia caratterizzato da elevatissimi livelli di insicurezza e da alti sentimenti di paura da parte dei cittadini, molto più elevati rispetto ad altre situazioni nazionali paragonabili, come Torino, Milano, Bologna, Roma, non dipende solo dalla presenza di organizzazioni criminali libere di scorazzare ad ogni ora del giorno e della notte. La criminalitĂ  diffusa, anche a livello di forme di inciviltĂ  come l’abbandono di rifiuti ingombranti per la strada, accresce, non crea, i sentimenti di insicurezza e di paura. A creare insicurezza è l’incertezza del futuro, in tutti i sensi, dal lavoro, all’occupazione, all’inserimento sociale, alla carenza dei servizi, all’inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo e dei suoi frutti, all’avvelenamento del corpo stesso delle persone.

Ma è anche la sfiducia nelle istituzioni che hanno perso ogni credibilitĂ  rispetto alla capacitĂ  di risolvere i problemi della gente. Una sfiducia generalizzata che porta le persone a rinchiudersi su se stesse, a curare solo i propri affari, a vedere negli altri dei nemici o dei potenziali assalitori, a blindare le proprie abitazioni per renderle inattaccabili da ogni possibile intrusione. La perdita della fiducia nelle istituzioni democratica allenta e dissolve i vincoli di comunitĂ  che erano la vera difesa degli individui dai possibili nemici interni ed esterni. L’immagine più eloquente della paura e dell’insicurezza in cui vive il nostro territorio è lo spettacolo che danno di notte le nostre cittĂ  e i nostri paesi.

Immerse nel buio, senza gente per le strade, i rari passanti che strisciano lungo i muri, ci si muove solo chiusi in auto sempre più blindate. Come se fosse stato imposto il coprifuoco. Forse una maggiore illuminazione sarebbe molto più efficace di tante telecamere.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTA’ AL SETACCIO

GIOVANNI COFFARELLI E LA CULTURA POPOLARE

Custode severo della cultura popolare vesuviana, Coffarelli ha lavorato per salvarla dallo sviluppo caotico che intanto avanzava. Quel percorso potrĂ  essere continuato solo attraverso un processo artistico, con la musica. Di Carmine Cimmino

Giovedì scorso (17 febbraio, ndr), nella sala convegni, giĂ  scuderia, del Palazzo Medici di Ottaviano è stato ricordato Giovanni Coffarelli, che fu interprete magistrale e severo custode di aspetti importanti della cultura popolare vesuviana. Il luogo vibrava di corrispondenze, perché i Medici si dilettavano di organizzare, nel loro giardino, spettacoli di balli contadini, soprattutto per celebrare la vendemmia. Nel 1853 Giuseppe IV Medici ospitò nel palazzo Salvatore De Renzi, che percorreva il territorio studiando, dal punto di vista medico, la tarantella.

Limpido e brillante è stato l’intervento del dott. Mario Iervolino, sindaco di Ottaviano; commossa, la testimonianza del prof. Ugo Leone, Presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, conoscitore profondo e tutore, per vocazione e per passione, prima ancora che per gli obblighi del ruolo, dell’ambiente vesuviano, che Coffarelli difese con energia pari all’amore. Il prof. Gianni Pizza, antropologo, ha parlato della capacitĂ  di Coffarelli di distinguere, tra i demoni che hanno costruito gli archetipi della nostra civiltĂ , i demoni buoni da quelli cattivi. E mi pare che sia un riconoscimento importante, perché invita a riflettere sul piacere dell’ invenzione e del racconto che spinge i vati della cultura popolare a costruire la cittĂ  della loro veritĂ , e a schiuderne le porte solo a chi ha fede, a chi si abbandona all’incantamento.

E infatti Giorgio Baffi ha ricordato, subito dopo, la potenza magica della voce e dei movimenti di Coffarelli che disegnavano intorno a lui uno spazio suo proprio e lo immergevano nel flusso di un suo proprio tempo, così che ogni momento dell’esistere era, per l’artista, esistenza vera e teatro. Non si parlava con Coffarelli: lo si ascoltava e lo si osservava mentre tesseva le forme delle sue storie, mentre le sue mani chiamavano in vita le note della tammorra. Il prof. Pizza ha detto, tra l’altro, che la camorra si è servita e si serve della cultura popolare: non sono d’accordo, e credo che sia necessario tornare sull’argomento. Ha presentato i relatori il prof. Ciro Raia.

Giovanni Coffarelli ha continuato fino all’ultimo giorno a sviluppare la parte sua di quel progetto che venne messo a punto e in parte realizzato negli anni ’70, quando un gruppo di giovani – giovani di etĂ , giovani di spirito, tutti accesi dall’amore per la terra e dall’entusiasmo per questo amore – tentò di trarre in salvo i preziosi relitti della cultura popolare vesuviana che naufragava tra i flutti dello sviluppo caotico dell’industria e del commercio grosso. Alcuni di essi inventarono il Giugno Popolare Vesuviano, e fu un’invenzione geniale, perché Terzigno, San Giuseppe, Somma, Ottaviano erano, per l’archeologia della cultura popolare vesuviana, siti ricchi, intatti, a molti strati, remoti e recenti.

Nella prima edizione – era il giugno del ’74 – debuttò il Gruppo Folkloristico della Zabatta, “animato da Rafaele ‘e fottere, ‘Ngiolillo ‘e Lurzano e Vincenzo Invernale”. Nel ’75 il Giugno ospitò il Gran Teatro di Carlo Cecchi, Otello Prefazio, Toni Cosenza, Mario Schiano, il gruppo Napoli Centrale, il Gruppo operaio di Pomigliano E Zezi. E Zezi tornarono anche l’anno dopo, e si confrontarono con il Gruppo contadino della Zabatta, con la Nuova Compagnia di Canto Popolare e con il Gruppo dell’Arci di Somma Vesuviana. Ricordo Emanuela Marassi mentre srotola il suo filo di Arianna per le strade di una cinica Ottaviano. Era il giugno del ’78. La Marassi si muoveva con la stanca leggerezza delle scapigliate che ancora pochi anni prima, per quelle stesse strade, accompagnavano, a piedi nudi sui basoli lucenti, la Madonna del Carmine, e cercavano il filo che le guidasse fuori dal labirinto del peccato e della sofferenza.

Parteciparono alle edizioni successive Eugenio Bennato, Aulo Pedicini e Beppe Rosamilia, Giorgio Zito (se i miei appunti non mi tradiscono), Beppe e Concetta Barra. Importanti spazi vennero riservati a poeti, romanzieri, pittori, scultori e fotografi; non venne trascurata alcuna forma di espressione. Il Giugno offrì ai vesuviani le incantevoli letture di Rafael Alberti, il genio mimico e musicale del Gruppo della Gaita, e la suggestione dei ricami lavorati dalle donne di Marigliano. Dal progetto del Giugno messo a punto da Renato Andreozzi Franco Ammirati Salvatore Borriello Bruno Soviero Alfonso Cepparulo vennero tracciati itinerari che poi il tempo ha in parte cancellato, o forse solo nascosto sotto grovigli di erba della dimenticanza. Ma qualche sentiero meriterebbe di essere sgombrato e percorso di nuovo.

Era fatale che a un certo punto la storia del Giugno si interrompesse, ed è fatale che i Mani di Giovanni Coffarelli si chiedano, preoccupati, se e chi continuerĂ  il viaggio attraverso la cultura popolare. Ho sempre pensato che il recupero della cultura popolare sia un processo artistico più che un’operazione scientifica. Prima di tutto perché il concetto di cultura popolare è uno di quei concetti fatti di cedevole gomma che ognuno tira dalla sua parte, così che non è possibile fissarne una definizione che sia abbastanza precisa e abbastanza condivisa, e poi perché da qualche relitto: un costume, un canto, uno strumento, una pietanza, nessuno riuscirĂ  mai a ricostruire l’insieme, a dare un’idea soddisfacente del tutto che è irrimediabilmente scomparso. Si corre il rischio di spacciare per scientifiche delle forme che sono solo un’invenzione pittoresca.

Forse solo la musica può garantire alla nostra emozione la possibilitĂ  di intuire il passato nella breve luce di un lampo: la musica tocca le fibre intime dell’ animo e scuote gli archetipi della sensibilitĂ . La musica e la vesuvianitĂ . Credo che i Mani di Giovanni Coffarelli possano serenamente dedicarsi alle armonie e ai silenzi dei Campi Elisi, dove il tempo eterno fa vibrare sotto le sue dita l’idea prima del suono della tammorra. Angelo Tuorto, Musico Vesuviano, ha nella mente, nella voce e nel cuore i carismi necessari per tracciare una sua strada attraverso il passato e il presente di questa nostra terra, e percorrerla con passione.
(Foto: Il filo d’Arianna – intervent’azione- Ottaviano – 5° Giugno Vesuviano – 1978 – tratta dal libro "L’altra faccia del Vesuvio -1974- 1984- Dieci anni di Giugno popolare Vesuviano – a cura di Alberto Castellano").

LA STORIA MAGRA

IL LAVORO DI CHI LOTTA CONTRO LA DISPERSIONE SCOLASTICA

0
I ragazzi della Scuola Media “C. Poerio” di Napoli, si preparano a diventare cittadini responsabili lavorando con le associazioni che si curano dei minori a rischio. Si fanno sentire i tagli al Terzo Settore. Di Annamaria Franzoni

Tra le finalitĂ  principali dell’iniziativa “LE(g)ALI AL SUD: UN PROGETTO PER LA LEGALITÀ IN OGNI SCUOLA” la Scuola Media Statale Carlo Poerio di Napoli, diretta dalla Dott.ssa Daniela Paparella, si è posta la promozione, nei suoi giovani allievi, del principio della “responsabilitĂ  partecipativa” alla vita della comunitĂ  di appartenenza, attraverso esperienze che educhino al confronto e al rispetto di se stessi e degli gli altri, che favoriscano l’interiorizzazione delle norme del buon vivere civile, che rafforzino la consapevolezza ed il grande valore di essere cittadini liberi in grado di pensare e di scegliere, mediante modalitĂ  “informali” di apprendimento.

Il progetto, pur articolandosi in due tematiche distinte (‘lo sguardo dentro e intorno’ e ‘il processo nella giungla’) e con due gruppi di giovani delle prime classi distinti, persegue i medesimi obiettivi formativi, per cui, trascorsi i primi incontri spesi per l’accoglienza, la conoscenza, il consolidamento dei singoli gruppi e la costruzione partecipata del percorso, si è ben pensato di svolgere un’attivitĂ  condivisa fuori dalle pareti scolastiche presso una delle Cooperative sociali partenariate con la fondazione Alessandro Pavesi.

La scelta è ricaduta sulla SocietĂ  Cooperativa INLUSIO e la cooperativa sociale, “IL TAPPETO DI IQBAL”, rappresentate da Bruno e Giovanni Savino che si inseriscono nel contesto di Barra, San Giovanni a Teduccio e Ponticelli lavorando contro la dispersione scolastica attraverso un servizio quotidiano di assistenza ai bambini.

Giovedì scorso (17 febbraio, ndr) alle ore 13.00, siamo partiti in autobus dalla sede scolastica della Poerio, sita in C.so V. Emanuele, alla volta di via Ciccarelli a Barra e tra gli sguardi incuriositi e talvolta attoniti dei giovani adolescenti della I municipalitĂ  di Napoli siamo entrati nella sede dell’Associazione Inlusio dove siamo stati calorosamente accolti da Giovanni Savino e dal suo staff di giovani collaboratori. Giovanni, a cui abbiamo chiesto di raccontarci le caratteristiche del quartiere nel quale ci trovavamo e il ruolo che all’interno di esso l’associazione svolge ci ha raccontato che il quartiere di Barra ha la percentuale di giovani più alta di Napoli e tra le più alte d’Italia, ma, malgrado ciò, l’amministrazione investe solo ed esclusivamente nel settore anziani.

È un quartiere ad alto tasso di disoccupazione e martoriato dalla criminalitĂ  organizzata che regna indisturbata nelle menti dei giovani. Il degrado è ovunque e la totale mancanza di centri aggregativi e di servizi pongono questi bambini al costante rischio. Ed è questa la parola che si associa alle giovani speranze di questi ragazzi. “Minori a Rischio”. La cooperativa INLUSIO si inserisce in questo contesto provando quotidianamente ad offrire opportunitĂ  a questi bambini assistendoli in regime semiconvittuale per la Fondazione Banco di Napoli Assistenza all’Infanzia.

Gli alunni della C. Poerio hanno ascoltato con grande attenzione ed hanno condiviso, dopo aver assistito al film“Voci dal Buio” vincitore del primo premio a Giffoni Film Festival 2009 e del premio miglior Film Europeo 2010 in Armenia, un pomeriggio di giochi tesi ad incoraggiare e sostenere la libertĂ  di espressione, favorire la socializzazione tra i componenti dei variegati gruppi tra giochi di presentazione, musica, canzoni, scenette e giocolerie di vario genere, con i 24 bambini ospiti pomeridiani dell’ass. Inlusio.

Giovanni Savino ci riferisce che, al mattino, con un servizio di navetta, vengono prelevati dalle proprie abitazioni e accompagnati a scuola dove poi vengono presi all’uscita per essere portati nel centro di Via Ciccarelli 23, direttamente confinante con una delle famiglie camorristiche più violente ovvero gli Aprea, di Giovanni Aprea detto “Pont e curtiello” responsabile della strage del bar Sayonara di Ponticelli del 1989.
Nella sede che ci ha ospitato quindi i bambini usufruiscono di un pasto con mensa interna che vede il presidente Bruno Savino e sua madre la Maestra Mimma Troise ai fornelli. In sala collabora Carletto protagonista del film “Voci dal Buio”: Giovanni ce lo presenta facendolo entrare in sala come una star tra gli applausi degli ospiti in sala. Ci racconta , inoltre, che Carlo è inoltre il protagonista delle vicende del libro di Giuseppe Carrisi coscritto con Giovanni Savino “Gioventù Camorrista”, strappato come “perla ai porci” e avviato in un percorso di professionalizzazione lavorativa.

Il pomeriggio è dedicato al recupero scolastico e attivitĂ  concentrate sul benessere in collaborazione con il Tappeto di Iqbal in Teatroterapia tenuto dalla dottoressa Monica Paolillo, in Clownerie e benessere della risata, fiaboterapia, Cinematerapia e Trampoleria e Circo tenuti da Giovanni Savino. Le attivitĂ  sono allargate gratuitamente anche ad altri 26 bambini portando la platea a 50 bambini che attualmente non ricevono alcuna assistenza per l’assenza di progettualitĂ  da parte del Comune di Napoli che ha abbandonato totalmente il terzo settore sociale. Alle 17,00 si chiude l’attivitĂ  in-door di Inlusio e la cooperativa Il Tappeto di Iqbal intercetta quelli che chiama “Randagi” ovvero 30 ragazzi di Barra e Ponticelli senza alcuna assistenza con attivitĂ  circensi nel progetto “Io circo per Ridere” sempre in collaborazione con INLUSIO che gestisce i campetti di calcio e basket per due volte presso il nuovo Rione Santa Rosa di Ponticelli.

Alle 20,00 si rientra al centro INLUSIO dove un gruppo di giovani, tra cui Carlo e tanti distratti al sistema criminale, frequentano una compagnia teatrale di teatro civile “Stultifera Navis” per la preparazione di spettacoli teatrali che denunciano la loro realtĂ .
Il Sabato il tappeto di Iqbal con Giovanni Savino sostiene la Cielito Lindo, associazione di giovani gocolieri e trampolieri presso gli spazi di INLUSIO nella preparazione di attivitĂ  circensi e di animazione. Spesso l’utenza coinvolta è propria formata dai figli del sistema criminale. Lo spirito è la “RESISTENZA” ovvero la voglia di resistere malgrado tutto. La forte collaborazione con le scuole di circo toscane e le istituzioni Pisane sono monito per andare avanti. Lavorare con questi ragazzi è indispensabile perchè saranno i cittadini di domani.
Ho chiesto allora a Giovanni che ruolo potesse avere questa giornata vissuta con noi e quale valenza egli gli attribuisse.

“Il progetto con la Poerio che vede lo scambio e l’incontro di questi ragazzi con quelli definiti “della classe bene” di Napoli assume una valenza di tutto rilievo in quanto sensibilizzando la probabile classe dirigente di domani si può tentare di chiudere il cerchio. L’incontro di oggi presso la Coop Inlusio è stato importante in quanto ha permesso di far conoscere una “Bombay” a pochi Km da casa propria. Attraverso il filmato “Voci dal Buio” hanno conosciuto l’esistenza dei Bipiani ovvero case di “amianto scaduto” da 10 anni e li nascoste dal terremoto del 1980 dove 400 invisibili muoiono in frigoriferi d’inverno e forni d’estate, senza servizi, senza civiltĂ . Hanno saputo quanto per queste persone il sistema criminale della Camorra è una risorsa perchè a differenza dello stato la Camorra è veramente organizzata”.

“La cooperativa Inlusio e il Tappeto di Iqbal tutti i giorni vanno avanti con fondi minimi e spesso con tanti ritardi ma convinti che solo “accarezzando un bambino avremo domani un mondo in cui valga la pena vivere”. Parafrasando Benasayang, viviamo l’epoca delle passioni tristi ed è indispensabile lavorare al riappassionare queste giovani speranze. Inlusio e il tappeto di Iqbal sono interlocutori ricercati dalle scuole come la Rodinò che vede nella sua platea studentesca tra i più difficili minori. È il quartiere del Progetto Chance e degli educatori della Cooperativa il Tappeto di Iqbal che la Regione Campania ha deciso di chiudere malgrado i tanti successi raggiunti. L’incontro tra questi bambini di diverse “Caste” è linfa vitale per le speranze della nostra cittĂ . Certo ai bambini di Barra manca tutto quello che un bambino della Poerio definirebbe normale. Ma è su questo concetto di “quale normalitĂ ” che questi incontri potrebbero aiutare a destrutturare la “normalitĂ ” per rendersi conto di quanto sia difficile oggi definire normale l’essere bambini, o almeno volersi difendere dalla negazione dell’infanzia”.

L’idea è quella di bambini che si incontrano in acqua al mare o in spiaggia, lontani dall’ombrellone di famiglia, con solo il costume e quindi nudi di tutte quelle maschere e strutture. Si mostrano bambini liberi di poter scavare una buca insieme nella ricerca dell’acqua, e si sa che la soddisfazione una volta raggiunta non ha differenza di luogo, razza, religione. È semplicemente fantasmagorico e meraviglioso e tutto con la semplicitĂ  di un gesto della mano che scava infondo senza farsi domande”.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI