VingustandoItalia. Il Natale si avvicina, scopriamo le curiosità e le diversità enogastronomiche in Italia.

  Pasqua con chi vuoi, ma Natale rigorosamente con i tuoi. A Napoli la cena della Vigilia e il pranzo di Natale sono due momenti molto sentiti, da vivere con i parenti naturalmente. Ci siamo, tra pochi giorni festeggeremo il Natale. Durante la veglia Natalizia  si danno gli ultimi ritocchi al presepe e ci si prepara per la messa di mezzanotte, in una attesa che ha lo scopo di far presente e reale il miracolo della nascita di Gesù. Però, la festa sacra e religiosa si è trasformata nel tempo in festa moderna, percepita anche dai non credenti e caratterizzata da una ricca cena (detta appunto della Vigilia) e dallo scambio di regali, allo scoccare della mezzanotte. Ma non tutti ricordano che, per la religione cattolica, durante la Vigilia si dovrebbe digiunare oppure consumare cibo austero. Invece oggi la tradizione del digiuno si è trasformata in golosità! Pasqua con chi vuoi, ma Natale rigorosamente con i tuoi. A Napoli la cena della Vigilia e il pranzo di Natale sono due momenti molto sentiti, da vivere con i parenti naturalmente. Ci si riunisce, si chiacchiera, si cucina, si prepara la tavola e, durante la Vigilia, nel frattempo si intrattengono i bambini che corrono a destra e a manca, tutti desiderosi di scartare i regali sotto l’albero. Il rispetto della tradizione è fondamentale! Ma per arrivare alla mezzanotte ce ne vuole di tempo, per cui tra Natale in casa Cupiello e vari giri di tombola, con tanto di scorze d’arancia o fagioli o cocci di piatti rotti per segnare i numeri, bisogna pur mangiare qualcosa. La tradizione vuole che la cena della Vigilia sia tutto sostanzialmente a base di pesce, anche se proprio magra non è, per prepararsi bene invece al sostanzioso pranzo del giorno di Natale. A casa mia il Natale è una cosa seria, e si va dall’ addobbo dell’albero che avveniva e avviene ancora oggi rigorosamente l’8 dicembre, insieme all’ allestimento del Presepe, al fritto di mamma Antonella che da vera napoletana onora la cena della Vigilia con linguine a vongole, baccalà ed anguille fritte, a cui seguono le abbuffate del 25 e del 26 dicembre a casa di mio cognato Stefano (giusto per rimanere leggeri dopo la cena del 24). Ogni famiglia ha però le sue usanze e le sue tradizioni natalizie da rispettare, che differiscono soprattutto dalla zona geografica di appartenenza. I piatti tipici del Natale in Italia sono tantissimi e variano da regione a regione. Vale la pena ricordare la polenta con il baccalà nel Veneto, l’anguilla al cartoccio in Lombardia, gli agnolotti in Piemonte, la carbonade (carne di manzo cotta al vino rosso) in Valle d’Aosta, canederli e capriolo in Trentino, tortellini e passatelli in brodo in Emilia Romagna, il brodetto alla termolese in Molise, fegatini e arrosto di faraona in Toscana, gli spaghetti con le vongole in Campania, verdure pastellate e pesce fritto nel Lazio, i colurgiones de casu (ravioli ripieni) e i malloreddus (gnocchetti) in Sardegna, gallina in brodo e  pasta con le sarde in Sicilia. Ma in tutto questo ben di dio, il vino che posizione occupa? Quando pensiamo al menu di Natale e Capodanno, è inevitabile partire dai piatti. C’è chi festeggia con le stesse pietanze ogni anno e chi ama sperimentare. Fatto sta che la passione per il buon cibo rischia spesso di far passare il vino in secondo piano, come un dettaglio dell’ultimo minuto. Un errore secondo chi, come me, è convinto che il buon vino abbia pari importanza rispetto al cibo nella costruzione di un menu e sia fondamentale per esaltare i sapori delle ricette. Doverosa premessa è che i vini devono essere scelti in base al menu. Il primo distinguo da fare, quindi, è tra coloro che festeggiano durante la cena della Vigilia, e che molto probabilmente mangeranno pesce, e coloro che optano per il pranzo del 25, che nella maggior parte dei casi vedrà la presenza della carne. Un brindisi di benvenuto, in ogni caso, non si nega a nessuno, ecco perché come prima bottiglia vi consiglio uno spumante Brut, oppure Saten. Una volta che si apriranno le danze, poi, saranno i piatti a guidare la scelta dei migliori vini per Natale e Capodanno. Per chi avrà un menu a base di pesce, quindi con antipasti a base di crostacei, molluschi o pesce affumicato, ma anche di verdure e formaggi freschi, la soluzione potrebbe essere una bollicina leggermente abboccata come un Prosecco. Chi invece preferisce cominciare con salumi e formaggi stagionati, può orientarsi su un vino rosso piuttosto giovane, come un Piedirosso, oppure un Barbera. Passiamo ai primi. Chi avrà un primo a base di pesce, dovrà scegliere il vino a seconda del “colore” del sugo, mi spiego: a un condimento a base di pomodoro, quindi con una base più acida, si potrà accompagnare un vino bianco profumato come un Asprinio di Aversa , ma anche un Verdicchio dei Castelli di Jesi; mentre a un sugo bianco di pesce si sposerà alla perfezione un vino bianco secco, ad esempio un Biancolella d’Ischia oppure un Furore, ma anche un Sauvignon. Con i primi a base di carne, invece, se piuttosto sostanziosi come una lasagna o se conditi con pomodoro, potrai bere un vino rosso di medio corpo e acidità come un Pallagrello rosso oppure un Chianti; ma i rossi non saranno i soli partner dei primi a base di carne: i sughi bianchi richiameranno infatti un vino bianco corposo, ad esempio un Greco di Tufo, un Vermentino, mentre le paste ripiene come i tradizionali tortellini in brodo si sposeranno bene, oltre che con un rosso vivace come il Lambrusco, anche con un vino bianco morbido. Il criterio piatto complesso-vino profumato, piatto semplice-vino essenziale vale anche per i secondi di pesce. Quindi i piatti conditi e più ricchi richiameranno bottiglie di vino bianco dal bouquet più complesso, come un Gewuerztraminer, mentre i piatti più essenziali come il pesce alla griglia si abbineranno a vini bianchi delicati. I grandi vini rossi, invece, compariranno quando sarà la volta dei secondi tradizionali di carne, come arrosti o carni ripiene: con queste pietanze largo a bottiglie come il Taurasi, Aglianico del Vulture, il Barolo, il Barbaresco l’Amarone. Infine quali sono i migliori vini da dessert per Natale e Capodanno? Anche se non tutti lo accettano, il dolce si abbina sul dolce. Anche in questo caso,il vino sarà scelto in base agli ingredienti del dessert. Ad esempio, i dolci lievitati come pandoro e panettone si abbinano alla perfezione con un Moscato D’Asti spumante, mentre i dolci a base di cioccolato rendono al meglio con un rosso liquoroso, come un Barolo Chinato, infine i dolci con crema vanno a nozze con un vino bianco liquoroso, come un Passito. Le tradizioni del Natale in Italia sono tante, così come le curiosità legate alla festa più bella dell’anno, l’importante è trascorrerle in armonia con i propri cari. Buon Natale.

Sant’Anastasia, oggi l’udienza di Riesame per Lombardi e Montuori

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Alessandro Montuori
Dinanzi ai giudici della libertà compariranno oggi i legali dell’ex segretario Egizio Lombardi (avvocato Antonio De Simone) e dell’imprenditore Alessandro Montuori (avvocato Vincenzo Desiderio). Per loro sarà chiesto l’annullamento delle misure cautelari (sono entrambi nel carcere di Poggioreale da dieci giorni) o in alternativa la custodia domiciliare. Oggi scade anche il termine per la presentazione delle altre istanze di Riesame, dunque le udienze per gli altri indagati Abete e Iorio (come per Georgia Biscardi e Paolo Manna sottoposti a divieto di dimora in Campania), considerati dalla Procura correi per associazione a delinquere e corruzione, saranno fissate a breve.  
Egizio Lombardi
È fissata per oggi l’udienza al tribunale del Riesame per il segretario comunale di Sant’Anastasia, sospeso dall’incarico, Egizio Lombardi. Difeso dall’avvocato Antonio De Simone, il segretario è tra i sei indagati per associazione a delinquere dedita a più reati di corruzione e finalizzata al superamento illecito di concorsi pubblici. Da venerdì 6 dicembre è sottoposto alla misura di custodia cautelare in carcere, esattamente come il sindaco di Sant’Anastasia Lello Abete, il consigliere comunale Pasquale Iorio (entrambi sospesi dai loro incarichi come disposto dalla Prefettura) e l’imprenditore Alessandro Montuori, titolare dell’agenzia selezioni e concorsi. Anche per quest’ultimo l’udienza del tribunale della libertà è fissata per oggi, assistito dall’avvocato Vincenzo Desiderio. Per entrambi, gli avvocati chiederanno che cadano le misure cautelari – potrebbero essere annullate o tramutate in custodia domiciliare – e la decisione darà qualche indizio sull’orientamento dei giudici, ma appena qualcuno visto che le posizioni degli indagati non sono paragonabili: il sindaco Abete e il consigliere Iorio, ancorché sospesi, non hanno presentato le proprie dimissioni dalle cariche politiche, mentre sia Lombardi che Montuori sono al momento in condizioni tali da non poter inquinare eventuali prove.
L’avocato Vincenzo Desiderio, difensore di Alessandro Montuori
La ditta di Montuori – l’Agenzia Selezioni e Concorsi società cooperativa la cui attività iniziava nel maggio del 2014 conquistandosi rapidamente una vasta fetta di mercato italiana –  è sotto sequestro. Quanto al segretario Lombardi, che nelle conversazioni tra Abete e Iorio era chiamato poco affettuosamente «Birillo», l’avvocato De Simone chiederà, se fosse rifiutato l’annullamento, una misura meno afflittiva, vale a dire la custodia domiciliare presso la sua abitazione di Ateleta (l’Aquila), fuori dalla Campania. Anche in considerazione di un’altra scelta: Lombardi ha infatti dismesso in maniera irrevocabile, tramite pec istituzionali, tutti gli incarichi ricoperti al comune di Sant’Anastasia, tutti gli incarichi ricoperti al comune di Pimonte, stessa cosa ha fatto per il Comune di Cardito, così come ha presentato, tramite il suo legale, le dimissioni da un altro incarico di rilievo: quello di segretario del consorzio cimiteriale Ottaviano – San Giuseppe Vesuviano.  A Sant’Anastasia intanto, se il sindaco sospeso Abete e il consigliere Iorio, rispettivamente ritenuti dalla Procura «dominus» e «procacciatore», non dovessero vedersi annullare le misure cautelari, si dovrà procedere ad almeno una surroga temporanea in assise, quella di Iorio: a prendere il posto del consigliere – per poco o definitivamente dipenderà dalla macchina giudiziaria – il primo dei non eletti nella lista Insieme per Costruire, in questo caso il medico Sabatino Di Marzo che pur essendo in politica da anni e spesso gratificato da record di preferenze, nelle ultime elezioni amministrative si vide strappare il primato della sua lista dall’ex staffista del sindaco che mise insieme 590 voti.

Fusti tossici nei campi di Acerra. Scatta l’allarme nucleare

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Anche se la Campania oltre ai rifiuti di ogni genere produce pure “esimi” negazionisti dell’inquinamento che si spingono a dire in pubblico che l’aria, l’acqua e i terreni di Acerra sono pulitissimi e che qui è tutto a posto, ieri, proprio ad Acerra,  è stata fatta una scoperta inquietante: il ritrovamento, in mattinata, nei campi coltivati, di due fusti tossici il cui contenuto è stato in gran parte versato sul terreno, accanto a una vasta coltivazione di ortaggi. Dalle flange dei bidoni metallici è fuoriuscita una sostanza giallastra, densa e inodore, rimasta attaccata al terreno. Un materiale talmente strano da far alimentare il sospetto di una fuga radioattiva. Sul posto, in località Frassitelli, sono accorsi gli ambientalisti della zona, che stavano effettuando una perlustrazione del territorio. Gli ecologisti hanno subito chiamato i poliziotti municipali, che una volta resisi conto del potenziale pericolo per la salute pubblica hanno immediatamente allontanato le persone che stavano sostando attorno ai bidoni. Dopo ben quattro ore è giunta una squadra di vigili del fuoco del reparto N.B.C.R. (acronimo di nucleare-biologico-chimico-radiologico), che hanno ispezionato con le loro attrezzature la sostanza fuoriuscita dai fusti, ognuno con una capacità di due ettolitri circa. A ogni modo, per fortuna, l’esame ha dato esito negativo: nessuna radioattività. Ma secondo quanto fatto sapere da vigili del fuoco si tratta comunque di bidoni contenenti composti chimici. Una parte di queste sostanze nocive è finita nel terreno. Ma gli agricoltori della zona interessata da questo abbandono indiscriminato chiedono che vengano al più presto ripristinate condizioni ambientali dignitose. “Dovrà essere il Comune di Acerra a emanare i provvedimenti del caso – spiega Alessandro Cannavacciuolo, l’ambientalista che insieme a un altro ecologista, Vincenzo Petrella, ha lanciato l’allarme dalla campagna di località Frassitelli – sarà necessario prima mettere in sicurezza l’area in cui si trovano i bidoni per evitare ulteriori contaminazioni. Poi si dovrà procedere alla rimozione dei rifiuti, alla caratterizzazione del suolo e alla eventuale bonifica del sottosuolo”.

Sant’Anastasia, nasce il comitato per la valorizzazione del parco Tortora Brajda e dei beni comuni del territorio

Riceviamo e pubblichiamo una nota stampa di Luigi Bifulco, coordinatore del neo nato comitato per la valorizzazione del parco Tortora Brajda e dei beni comuni del territorio. Dopo un percorso di aggregazione e una serie di incontri per mettere a punto la struttura il 16/11/2019 si è formalmente costituito il “Comitato per la valorizzazione del parco Tortora Brajda e dei beni comuni del territorio” Il gruppo di cittadini che ha dato vita a questo organismo si propone innanzitutto di riunire tutti coloro che hanno a cuore la valorizzazione dei beni comuni del nostro territorio a partire dal parco Tortora Brajda. Il valore naturalistico del patrimonio arboreo custodito nel parco e quello architettonico del complesso Parco e Villa Tortora Brajda sono una risorsa di grande pregio che non ha eguali nel territorio dei comuni vesuviani interni. Il parco rappresenta per questi motivi,  per la vicinanza al santuario della Madonna dell’Arco, e la contiguità con il Parco Nazionale del Vesuvio il punto di attrazione e di socializzazione piu importante della città di Sant’Anastasia e dei comuni limitrofi. Lo stato attuale del parco è, invece, di evidente abbandono: privo di vigilanza, senza un programma di manutenzione ordinaria del verde e degli alberi, assoggettato ad atti di vandalismo e, purtroppo, lasciato ad incuria generale. Il coordinatore, a nome del comitato, nel presentare al sindaco di Sant’Anastasia il neocostituito gruppo di cittadini ha elencato i primi suggerimenti di azioni da mettere in programma:
  1. Un primo intervento di manutenzione straordinaria per la messa in sicurezza del parco:
    1. Potatura e cura degli alberi
    2. Pulizia accurata dei sentieri e dei viali,
    3. Ricopertura dei tombini ora scoperti.
    4. Ripristino o sostituzione delle panchine
    5. Pulizia e cura dell’agrumeto
    6. Rimozione dei manufatti in ferro, tolti da piazza Madonna dell’Arco, sistemati nel parco in maniera potenzialmente pericolosa.
    7. Chiusura della recinzione oggi resa accessibile da piu parti.
    8. Una nuova valutazione della opportunità di mantenere nell’area del parco un’area recintata per i cani e l’area riservata agli orti sociali.
    9. Un intervento di ripristino della parte superiore del parco, un’opera realizzata pochi anni fa con finanziamento pubblico ora purtroppo ridotta in macerie di pietre e resti di atti di vandalismo.
Un intervento del genere restituirebbe al parco la dignità di una legalità ritrovata.
  1. Un piano di manutenzione ordinaria e programmata che comprenda anche l’istituzione di un servizio di vigilanza nel parco nelle ore di apertura.
  2. La determinazione a mettere in campo tutte le energie necessarie per trovare fonti di finanziamento per un progetto di riqualificazione dell’intero complesso.
Il comitato ritiene i primi due interventi necessari e urgenti e auspica che siano realizzati nel piu breve tempo possibile. Il terzo punto ha bisogno di un’azione forte e determinata non solo della giunta di governo ma di tutta l’amministrazione comunale: maggioranza, opposizione, tecnici e funzionari per ottenere i migliori risultati. La cosa che, tuttavia, il comitato ritiene essenziale è un coinvolgimento pieno e attivo dei cittadini a difesa dei beni comuni. Su questi temi il comitato si è detto disponibile ad un confronto propositivo e costruttivo con il sindaco e gli amministratori. Il Coordinatore Luigi Bifulco

Elezioni Regionali, la mossa di Urraro condizionerà Cinque Stelle e Lega in vista delle regionali  

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Ha fatto molto discutere, in questi giorni, l’uscita del senatore Francesco Urraro dal Movimento Cinque Stelle e il suo approdo alla Lega di Salvini. Per quei vesuviani e nolani che non lo sapessero, riassumiamo: Urraro è stato presidente dell’Ordine degli avvocati di Nola per molti anni ed è arrivato a Palazzo Madama senza passare per la militanza dai Cinque Stelle. Non è mai stato, insomma, un grillino.

Tuttavia questo non ha impedito agli attivisti del Movimento di rimanerci molto male, quando hanno saputo della sortita dell’avvocato – senatore. E forse ci è rimasto male anche il sindaco di San Giuseppe Vesuviano, quel Vincenzo Catapano che alla corte di Salvini ci è andato subito e che lavora con entusiasmo per la Lega, al punto da essere stato nominato coordinatore provinciale.

Quali saranno le ricadute sul territorio, adesso? Cosa succederà alle regionali? Teoricamente politici come Silvana Nappi (deputato grillino di San Gennaro Vesuviano) e Gianfranco Di Sarno (deputato grillino di Somma Vesuviana) dovrebbero prendere in mano la situazione e tirare fuori candidati per le regionali di un certo spessore e una certa credibilità. Il pensiero va a persone come Andrea D’Alia e Ciro Sannino, stimate in tutto il Movimento. Ma la situazione dalle parti dei Cinque Stelle, si sa, resta molto fluida. Quanto alla Lega, da San Giuseppe Vesuviano dovrebbe uscire, ora, un candidato destinato a sbaragliare tutta la concorrenza. Si vedrà.

“La polpetta napoletana”. Nel 1845 un milanese osò scrivere che i Napoletani non mangiavano polpette…

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La “polpetta” come metafora: anche nel linguaggio della corruzione. Giovanni Rapi e il processo Cuocolo. Giovanni Rajberti e le polpette “assenti” a Napoli, a Roma e a Genova. Ma Ippolito Cavalcani nel 1837 già pubblicava le ricette delle “braciolette farcite” e delle  “polpettine di pesce con piselli e tartufi”.  Le polpette di “polpa di vitella” della “Pergolella a Mergellina”, condotta, nella prima metà dell’Ottocento, da un grande cuoco, Pietro Polisano.   Ingredienti: 400gr.carne di manzo macinata; gr. 400 passata di pomodoro; 150 gr. mollica di pane, 1 uovo, 100 gr. di provolone del Monaco grattugiato, prezzemolo, 1 spicchio d’aglio, sale, pepe nero, burro, 50 gr. di uva passa, 20gr. di pinoli, 1 cipolla piccola, olio per friggere, olio extravergine di oliva.  Raccogliete in una terrina il pane convenientemente ammollato, la carne macinata, il trito d’aglio e prezzemolo. A questo impasto unite l’uovo, un pizzico di sale, una manciata di pepe, l’uva passa, i pinoli, pezzi di burro, e insaporite il tutto con uno “sbruffo” generoso di provolone del Monaco grattugiato. Con un sapiente gioco delle mani trasformate il composto in un solido impasto, che dividerete in piccole porzioni, che plasmerete in polpette. Poi tuffate le polpette nell’olio bollente di una padella, e lasciatele cuocere fino a che ogni polpetta si indori totalmente. A questo punto, scolatele in un colino, fate in modo che si liberino dall’olio di frittura in eccesso, e intanto preparate in una casseruola il sugo di pomodoro e contemporaneamente fate appassire in una padella una cipolla in un velo di olio extravergine. Versate poi nella padella la passata di pomodoro, aggiustate il sugo con un pizzico di sale, e quando il sugo si sarà ristretto, calatevi le polpette e lasciate che per almeno dieci minuti assorbano sapore.  Infine, le polpette napoletane andranno in tavola sugose e calde.( In parte è stata seguita la ricetta pubblicata da Cookaround.it).   Il significato politico della “polpetta” metaforica   venne ufficialmente documentato, nei primi anni del Novecento, da uno dei protagonisti del primo processo della camorra – il processo Cuocolo-, e cioè dal professor Giovanni Rapi, amico e consigliere del capo della Onorata società, Enrico “Erricone” Alfano.  Anche ai giudici il Rapi confermò ciò che aveva detto più volte in pubblico, e cioè che a un socialista membro del consiglio comunale di Napoli piacevano le “polpette”, nel senso che si faceva facilmente corrompere. Da allora la “polpetta” ha dato il suo nome alle promesse, alle buste, ai loschi affari che servono a corrompere i rappresentanti delle istituzioni, a orientare in una certa direzione l’assegnazione degli appalti e la vittoria nei pubblici concorsi, e il passaggio di qualche onorevole da un partito all’altro. Talvolta l’offerta di una “polpetta” può essere una trappola, e non c’è pericolo più grande per i politici sensibili a certe pietanze e per i cani randagi delle “polpette avvelenate”. Può capitare, per l’errore del cuoco, che la polpetta sappia di aglio, e perciò i toscani chiamavano “polpetta” un solenne rimprovero, un’amara lavata di testa. L’immagine delle mani che dividono l’impasto in piccole porzioni e poi trasformano in tonde polpette questi frammenti ci fa capire cosa significa e come nasce l’espressione “fare polpette dei nemici, degli avversari”. Il napoletano “purpetta” può indicare anche una donna: una donna che può essere piacente nella sua gustosa pienezza di forme, ma può anche essere brutta nella sua eccessiva e irregolare rotondità: il significato dell’immagine viene indicato dal tono di voce di chi usa il “complimento”. In certi casi il tono della voce vale più di una sciorinata di parole. Il milanese Giovanni Rajberti, medico e patriota, che nel 1850 pubblicò un libro sull’arte del convito, scrisse che nel suo “viaggio scientifico del 1845” non aveva visto “mangiar polpette né a Napoli, né a Roma, né a Genova; e sì che io, da osservatore attento e coscienzioso, passavo dai più rispettabili alberghi alle più modeste osterie del popolo. La vera metropoli delle polpette è Milano, dove se ne fa un gran consumo..”. Nessuno vuol mettere in dubbio l’onestà “scientifica” del Raiberti, ma già nel 1837 Ippolito Cavalcanti, lo storico della cucina napoletana,parlava di “braciolette di cappucce farsite” – polpa di vitella, foglie di “cappuccia”, uova, burro, salsa di pomodoro- che si preparavano come le polpette. E parlava anche di “polpettine di pesce con piselli e tartufi”, ricavate da una “farsa”, da un impasto di polpa di merluzzo o di cefalo, pane “spugnato nell’acqua e premuto”, uova, provola grattugiata, sale, pepe e un trito di prezzemolo. Dunque, i Napoletani – quelli ricchi – conoscevano il procedimento e l’arte della “polpetta”: e nello stesso anno in cui il Rajberti venne a Napoli le polpette di “polpa di vitella” occupavano un posto d’onore nel menù di una delle più famose trattorie della città, la “Pergolella a Mergellina”, condotta da un Maestro della cucina napoletana, Pietro Polisano. C’erano, in quel menù, anche i cannelloni alla Polisano, il “cosciotto di agnello ai piselli”,  i “sospiri”, che erano dolci alla crema, e il “croccante di mandorle”, il dolce di Natale.

La “settecentesca” ribellione di una giovane costretta a farsi suora carmelitana nel monastero di Somma

Nel XVIII secolo le nobili famiglie per evitare la dispersione del patrimonio e concentrare la ricchezza nelle mani di uno o al massimo due figli, avviava gli altri figli alla carriera ecclesiastica. Donna Marianna Cappella, divenuta Suor Mariantonia, dopo venti anni di tribolazioni e di dura battaglia, vide trionfare le sue ragioni contro i congiunti che la vollero monaca per forza. Donna Marianna Cappella era figlia di D. Tommaso Cappella, patrizio aversano, e di Donna Candida Troise gentildonna napoletana. Fu avviata alla vita monastica insieme alla sorella D. Nicoletta. Era l’epoca, il XVIII secolo, che le ricche famiglie – come riferisce il compianto storico G. Cocozza – per evitare la dispersione del patrimonio e concentrare la ricchezza nelle mani di uno o al massimo due figli, avviava gli altri figli alla carriera ecclesiastica. Donna Marianna, però, nonostante la sua giovane età, fece presente ai genitori che non voleva farsi monaca, sia perché non aveva la vocazione, sia perché non era quella la sua aspirazione. Il padre, Don Tommaso, dal canto suo, la rasserenò, dicendole che, entrando nel convento dello Spirito Santo di Aversa, sarebbe stata solamente una educanda per il tempo necessario ad acquisire una valida istruzione. In realtà il piano paterno mirava a ben altro. Alla scadenza dei quattro anni di educandato, i genitori le fecero intendere che doveva farsi monaca professa in quel monastero. Intanto, la trattativa tra Don Tommaso Cappella e la madre Abbadessa del monastero di Santo Spirito di Aversa saltò per motivi economici dovuti al sostentamento delle figlie. Il nobile uomo venne a conoscenza, però, che nella Città di Somma, luogo di aere amene, assai più bella di Aversa, vi era un bellissimo monastero claustrale delle Carmelitane, dove attualmente risiedono i Padri Trinitari. Donna Marianna e la sorella Nicoletta furono trasferite, allora, in quel luogo la sera del 5 gennaio 1740, accolte momentaneamente in una casa poco distante, messa a loro a disposizione dal medico sommese D. Mario Viola. Lo stesso giorno giunse a Somma anche il Vescovo di Nola, Mons. Trojano Caracciolo del Sole (1685 – 1764), per esplorare la volontà a monacarsi delle due giovinette. Il giorno successivo, festività dell’Epifania, le fanciulle, dopo essersi confessate nella vicina chiesa di San Pietro, furono accompagnate dai genitori nella chiesa del Monastero delle Carmelitane per ascoltar messa e comunicarsi. Donna Marianna, in preda al totale sconforto, iniziò a piangere ininterrottamente. Dopo la Santa Messa, fu portata nella sacrestia della Chiesa della Pace del vicino monastero di San Giovanni di Dio, dove attualmente è ubicata la Pizzeria Aragonese, e qui, per commissione del Vescovo, due sacerdoti esplorarono la volontà di Donna Marianna e della sorella. Quindi, gli esaminatori chiesero alle stesse di firmare un documento necessario per entrare nel convento. Donna Marianna, però, non aveva capito che quel documento, che stava firmando, avrebbe perpetrato un ignobile danno alla sua persona: l’assicurazione dell’ esaminatore, infatti, che le fu data, era che dopo l’educandato sarebbe ritornata a casa. Ma il dramma era appena cominciato. Le due sorelle furono accompagnate all’ingresso del monastero, dove erano ad attenderle diverse monache. Da qui furono tradotte nel coro di basso della clausura, che comunicava con la chiesa tramite una grata di ferro, dietro la quale vi era il Vescovo con i suoi sacerdoti e i membri della famiglia Cappella. L’Abbadessa, assistita da alcune monache, iniziò il rito della vestizione delle due novizie con l’abito monacale. I genitori e gli altri fratelli piansero per la consolazione, mentre D. Marianna pianse per il dolore. I giorni seguenti, la giovane si recò dal confessore ordinario del monastero per raccontare, tra le lacrime, che non per sua volontà, ma per inganno dei genitori aveva vestito l’abito. Iniziato il noviziato, sotto la guida di Suor Maria Carmela Leale, la povera ragazza non fece passare un giorno senza che ripetesse all’Abbadessa e alle sue consorelle di non voler prendere i voti. Il giorno della professione, però, arrivò. Nella Chiesa, sfarzosamente addobbata e stracolma di persone, il vicario generale della Curia Nolana, Monsignor Amato, celebrò in pompa magna la solenne messa. Dall’altra parte della grata di ferro del coro, le due novizie, circondate dall’Abbadessa a dalle consorelle, seguirono il Divino Ufficio. Quando suor Maria Giuseppa Lopez invitò Donna Nicoletta e Donna Marianna a cantare le parole della professione, quest’ultima scoppiò in un pianto dirotto, rimanendo, nella sua ostinazione, zitta e senza proferire alcuna parola. Ormai, però, per tutti, Donna Marianna Cappella era diventata Suor Mariantonia. Ma solo lei sapeva di non aver intenzionalmente pronunciato voti. Nel tempo si capì che il comportamento della giovane suora, divenuto ormai ribelle e quasi isterico, non derivava solamente dalla pura e semplice vocazione, ma dall’amore che la ragazza aveva nutrito per un giovane aversano sin dall’epoca della sua uscita dal monastero di Aversa. La relazione tra i due, però, era proseguita anche dopo l’entrata della ragazza nel monastero delle Carmelitane di Somma. Il giovane aversano, sotto falsa identità, più volte si era portato alla grata del parlatorio del monastero per colloquiare con la giovane suora. Molto probabilmente il mormorio del popolo del Casamale, bravi in questa materia, dovette arrivare al Vescovo di Nola che ordinò all’Abbadessa di far mettere delle grate ad alcune finestre del monastero e cancellate di ferro. Sul finire del quarto anno di professione, Suor Mariantonia iniziò una lunga e viva protesta con lo scopo di fare dichiarare nulla la sua professione. Addirittura la giovane suora, dopo tanti tentativi nulli, inviò le sue buone ragioni, come supplica, a Papa Benedetto XIV (1675 – 1758), che sottopose tale incresciosa situazione alla Sacra Congregazione del Concilio l’otto luglio del 1752. Il lungo processo papale si concluse con una Breve del Pontefice Clemente XIII (1693 – 1769), appena eletto Papa, il 21 agosto 1758, in cui fu ordinato al Vescovo di Nola di dare principio al processo di nullità della professione fatta dalla Religiosa. La morte di Papa Benedetto XIV aveva rallentato e complicato, in precedenza, la causa in corso. Tuttavia dopo tanti ricorsi e controricorsi, si chiuse quest’ assurda vicenda. Donna Marianna Cappella, dopo venti anni di tribolazioni e di dura battaglia, vide trionfare finalmente le sue ragioni contro i congiunti che la vollero monaca per forza.

Elezioni comunali 2020: per Pomigliano e Casalnuovo nessuna speranza

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Sembra tutto ancora prematuro perché mancano più di cinque mesi alle elezioni comunali. Eppure i giochi già sembrano fatti nelle confinanti città di Pomigliano e Casalnuovo, due centri del Napoletano che insieme fanno sfiorare i 100mila abitanti (39mila a Pomigliano e 50mila a Casalnuovo) per un numero di elettori che tocca le 60mila persone (32mila a Pomigliano e 37mila a Casalnuovo). E che qui i giochi chiamiamoli “politici” siano già fatti sta nelle cose. E’ così, purtroppo. Tutto scontato, ovviamente non nella prospettiva di chi vincerà ma di certo in quella di una vera, tangibile, possibilità di cambiare le cose, di dare un calcio ai “soliti”, endemici, problemi dell’area partenopea: l’ingiustizia sociale, il clientelismo, l’inquinamento, la camorra mafiosa, la criminalità di strada, i disservizi, gli interessi personali, il cemento facile, la corruzione, la disoccupazione, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, le prepotenze, gli abusi, i controlli inesistenti per chi invece dovrebbe essere controllato in ogni istante della sua, delinquenziale, esistenza. Ne è una prova il semplice fatto che anche qui, alle competizioni comunali, si ripresenteranno per l’ennesima volta sempre le stesse facce della politicuccia locale, gli esponenti delle stesse famiglie che governano queste comunità da decenni e decenni.  Il rapporto della prefettura di Napoli di cinque anni fa è stato emblematico in tal senso. “A governare i comuni del Napoletano sono sempre le stesse famiglie da almeno trent’anni”, titolavano i giornali dell’epoca circa le conclusioni del documento. Così sarà anche nel 2020. Anche a Pomigliano e a Casalnuovo, dove già è pronta la valanga delle liste civiche. Si perché la regola sarà quella dell’“assolutamente niente partiti”, ormai populisticamente percepiti come il male assoluto. Dunque: sempre e solo e una volta di più “famiglie civiche”. Perché è la famiglia ciò che davvero conta. La famiglia e i suoi amici come epicentro del destino di ognuno di noi quindi. E’ un proditorio ritorno al passato latifondista del Mezzogiorno, all’antico padrinato raccontato da Verga e Sciascia. La “famigghia” e soltanto la famigghia. In tutta questa fissità oscurantista l’eccezione, l’ingranaggio guasto che potrebbe inceppare il sistema intriso di sangue infetto potrebbe essere rappresentato dal cosiddetto “nuovo”, dal Movimento Cinque Stelle. Ma il condizionale è d’obbligo perché potrebbe non essere così nemmeno in questo caso. Almeno finora non lo è stato perché non c’è stata la prova di un benché minimo potenziale pure solo blandamente efficace. Basti osservare quello che hanno fatto, o meglio, quello che non hanno fatto sotto le insegne pentastellate i quattro consiglieri comunali di opposizione a Pomigliano e l’unico grillino in quello di Casalnuovo: non hanno inciso per nulla, non hanno svelato niente o quasi, non sono mai stati capaci di mettere alla briga i signorotti paesani. Anzi, da loro si sono spesso viste posizioni di retroguardia. Ci sono stati pure inspiegabili silenzi se non addirittura in qualche caso timidi accenni d’inciucio con chi comanda, sospetti di ambiguo compromesso. Sicuramente da queste parti i grillini, tutti fedelissimi del pomiglianese capo politico nazionale Luigi Di Maio, hanno mancato alla promessa solenne che fecero quando vennero eletti, quella di “aprire i palazzi come esattamente fa un apriscatole”. Perché questo promisero quando entrarono nei municipi della zona a est di Napoli, cinque anni fa. E invece dopo tutto questo tempo il bilancio della loro azione politica e sociale è di quelli magrissimi. Non hanno aperto un bel niente. Hanno in compenso creato tanti dubbi i fedelissimi del Luigino nazionale. Tutti fedelissimi tranne una: la ex consigliera comunale di Pomigliano Maria Busiello. L’anno scorso la ex esponente dei cinque stelle è stata costretta a dimettersi dopo un drammatico scontro iniziato dal sindaco ottantenne Raffaele Russo, qui divenuto per la prima volta sindaco negli anni Settanta. Durante quella vicenda Maria Busiello  è stata lasciata sola dai suoi stessi “amici” a cinque stelle. A ogni modo nel frattempo Russo l’anno prossimo non potrà ripresentarsi come candidato primo cittadino. Sta per finire il suo secondo mandato e la legge non gliene concederà un terzo. In giro però c’è chi scommette che lui voglia morire sindaco di Pomigliano e che forse potrebbe continuare a comandare da presidente del consiglio comunale grazie a un “nuovo” sindaco di estremo gradimento e certa fedeltà. C’è chi sospetta pure che la consiliatura che uscirà dalla tornata primaverile potrebbe essere brevissima per consentirgli un terzo incarico sulla poltrona più importante della città delle fabbriche, terzo incarico che potrebbe essere preceduto da un’amministrazione  “lampo”. In questa ridda di ipotesi c’è però una certezza: qui i vecchi poteri non hanno la minima intenzione di mollare. Continuano a monopolizzare ogni cosa. Anche le vite della gente che non ha speranza, una speranza che non è più nemmeno ipotizzabile.

Ottaviano: progetto contro le dipendenze da alcol, droga e gioco. Mercoledì 18 il convegno finale

Si terrà il 18 dicembre, alle 10 presso l’auditorium dell’Isis de’ Medici di Ottaviano, in via Zabatta, il convegno di chiusura del progetto Emozioniamo(ci) – Liberi dalle Dipendenze mirato a contrastare e prevenire il fenomeno delle polidipendenze (alcool, droghe e gioco) negli adolescenti, attivato dall’amministrazione comunale di Ottaviano. Nel corso dell’incontro saranno illustrati i risultati del progetto, condotto con gli alunni delle scuole di Ottaviano dall’associazione “Insieme per Esserci” e sarà proiettato un cortometraggio realizzato nell’ambito del progetto dallo youtuber Daniele Ciniglio. Inoltre, vi saranno contributi e testimonianze da parte degli studenti delle scuole cittadine. Interverranno per i saluti istituzionali Luca Capasso (sindaco di Ottaviano), Ferdinando Federico (consigliere delegato alle politiche sociali del Comune di Ottaviano), Elena Picariello (assessore alle politiche giovanili del Comune di Ottaviano), Giovanni Sivero (presidente dell’associazione Insieme per Esserci). Dopo l’introduzione di Giovanna Casalini (responsabile dell’ufficio Affari Sociali del Comune di Ottaviano) vi saranno le relazioni di Maria D’Avino (psicologa dell’associazione Insieme per Esserci), Raffaele Lucerini (psicologo e psicoterapeuta), Maurizio D’Antonio (primo dirigente del commissariato di Polizia di San Giuseppe Vesuviano), Rosamaria Ragosta (magistrato), Giuseppe Scialla (Garante dell’Infanzia e l’Adolescenza della Campania).

Nola, questa sera in scena il coro gospel nella chiesa del Gesù

L’Isernia Gospel Choir pronto ad incantare il pubblico nolano. Andrà in scena sabato 14 dicembre a partire dalle 20.30 nella chiesa del Gesù di Nola il concerto di Natale promosso dal Lions Club Nola “Host Giordano Bruno” presieduto da Gaetano Rosario Porcaro. L’iniziativa è stata organizzata in sinergia con il Rotary Club “Nola Pomigliano d’Arco” guidato da Vito Barone e con l’Archeoclub presieduto da Flora Nappi.
In scaletta i brani della dolce ricorrenza festiva in un best coinvolgente e trascinante. Il concerto, patrocinato dal Comune di Nola ed inserito nel programma delle manifestazioni natalizie, si muove tra brani del repertorio classico degli Spirituals, passando per il Gospel contemporaneo.
L’evento è stato reso possibile grazie all’impegno dell’imprenditore nolano Francesco Napolitano che – spiega – “è nel fare squadra la chiave del successo e della partecipazione attiva”.
“Un plauso a queste associazioni- continua Francesco Napolitano – che, in modo sinergico e non competitivo, hanno messo su un evento di qualità e spessore offrendo una bella opportunità di conoscenza della musica corale. È nel lavoro di rete che si intercettano idee progettuali nuove e qualificanti”.