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Nel XVIII secolo le nobili famiglie per evitare la dispersione del patrimonio e concentrare la ricchezza nelle mani di uno o al massimo due figli, avviava gli altri figli alla carriera ecclesiastica.

Donna Marianna Cappella, divenuta Suor Mariantonia, dopo venti anni di tribolazioni e di dura battaglia, vide trionfare le sue ragioni contro i congiunti che la vollero monaca per forza.
Donna Marianna Cappella era figlia di D. Tommaso Cappella, patrizio aversano, e di Donna Candida Troise gentildonna napoletana. Fu avviata alla vita monastica insieme alla sorella D. Nicoletta. Era l’epoca, il XVIII secolo, che le ricche famiglie – come riferisce il compianto storico G. Cocozza – per evitare la dispersione del patrimonio e concentrare la ricchezza nelle mani di uno o al massimo due figli, avviava gli altri figli alla carriera ecclesiastica. Donna Marianna, però, nonostante la sua giovane età, fece presente ai genitori che non voleva farsi monaca, sia perché non aveva la vocazione, sia perché non era quella la sua aspirazione. Il padre, Don Tommaso, dal canto suo, la rasserenò, dicendole che, entrando nel convento dello Spirito Santo di Aversa, sarebbe stata solamente una educanda per il tempo necessario ad acquisire una valida istruzione. In realtà il piano paterno mirava a ben altro. Alla scadenza dei quattro anni di educandato, i genitori le fecero intendere che doveva farsi monaca professa in quel monastero. Intanto, la trattativa tra Don Tommaso Cappella e la madre Abbadessa del monastero di Santo Spirito di Aversa saltò per motivi economici dovuti al sostentamento delle figlie.
Il nobile uomo venne a conoscenza, però, che nella Città di Somma, luogo di aere amene, assai più bella di Aversa, vi era un bellissimo monastero claustrale delle Carmelitane, dove attualmente risiedono i Padri Trinitari. Donna Marianna e la sorella Nicoletta furono trasferite, allora, in quel luogo la sera del 5 gennaio 1740, accolte momentaneamente in una casa poco distante, messa a loro a disposizione dal medico sommese D. Mario Viola. Lo stesso giorno giunse a Somma anche il Vescovo di Nola, Mons. Trojano Caracciolo del Sole (1685 – 1764), per esplorare la volontà a monacarsi delle due giovinette. Il giorno successivo, festività dell’Epifania, le fanciulle, dopo essersi confessate nella vicina chiesa di San Pietro, furono accompagnate dai genitori nella chiesa del Monastero delle Carmelitane per ascoltar messa e comunicarsi. Donna Marianna, in preda al totale sconforto, iniziò a piangere ininterrottamente. Dopo la Santa Messa, fu portata nella sacrestia della Chiesa della Pace del vicino monastero di San Giovanni di Dio, dove attualmente è ubicata la Pizzeria Aragonese, e qui, per commissione del Vescovo, due sacerdoti esplorarono la volontà di Donna Marianna e della sorella. Quindi, gli esaminatori chiesero alle stesse di firmare un documento necessario per entrare nel convento. Donna Marianna, però, non aveva capito che quel documento, che stava firmando, avrebbe perpetrato un ignobile danno alla sua persona: l’assicurazione dell’ esaminatore, infatti, che le fu data, era che dopo l’educandato sarebbe ritornata a casa. Ma il dramma era appena cominciato.
Le due sorelle furono accompagnate all’ingresso del monastero, dove erano ad attenderle diverse monache. Da qui furono tradotte nel coro di basso della clausura, che comunicava con la chiesa tramite una grata di ferro, dietro la quale vi era il Vescovo con i suoi sacerdoti e i membri della famiglia Cappella. L’Abbadessa, assistita da alcune monache, iniziò il rito della vestizione delle due novizie con l’abito monacale. I genitori e gli altri fratelli piansero per la consolazione, mentre D. Marianna pianse per il dolore. I giorni seguenti, la giovane si recò dal confessore ordinario del monastero per raccontare, tra le lacrime, che non per sua volontà, ma per inganno dei genitori aveva vestito l’abito. Iniziato il noviziato, sotto la guida di Suor Maria Carmela Leale, la povera ragazza non fece passare un giorno senza che ripetesse all’Abbadessa e alle sue consorelle di non voler prendere i voti. Il giorno della professione, però, arrivò. Nella Chiesa, sfarzosamente addobbata e stracolma di persone, il vicario generale della Curia Nolana, Monsignor Amato, celebrò in pompa magna la solenne messa. Dall’altra parte della grata di ferro del coro, le due novizie, circondate dall’Abbadessa a dalle consorelle, seguirono il Divino Ufficio. Quando suor Maria Giuseppa Lopez invitò Donna Nicoletta e Donna Marianna a cantare le parole della professione, quest’ultima scoppiò in un pianto dirotto, rimanendo, nella sua ostinazione, zitta e senza proferire alcuna parola. Ormai, però, per tutti, Donna Marianna Cappella era diventata Suor Mariantonia. Ma solo lei sapeva di non aver intenzionalmente pronunciato voti.
Nel tempo si capì che il comportamento della giovane suora, divenuto ormai ribelle e quasi isterico, non derivava solamente dalla pura e semplice vocazione, ma dall’amore che la ragazza aveva nutrito per un giovane aversano sin dall’epoca della sua uscita dal monastero di Aversa. La relazione tra i due, però, era proseguita anche dopo l’entrata della ragazza nel monastero delle Carmelitane di Somma. Il giovane aversano, sotto falsa identità, più volte si era portato alla grata del parlatorio del monastero per colloquiare con la giovane suora. Molto probabilmente il mormorio del popolo del Casamale, bravi in questa materia, dovette arrivare al Vescovo di Nola che ordinò all’Abbadessa di far mettere delle grate ad alcune finestre del monastero e cancellate di ferro. Sul finire del quarto anno di professione, Suor Mariantonia iniziò una lunga e viva protesta con lo scopo di fare dichiarare nulla la sua professione. Addirittura la giovane suora, dopo tanti tentativi nulli, inviò le sue buone ragioni, come supplica, a Papa Benedetto XIV (1675 – 1758), che sottopose tale incresciosa situazione alla Sacra Congregazione del Concilio l’otto luglio del 1752. Il lungo processo papale si concluse con una Breve del Pontefice Clemente XIII (1693 – 1769), appena eletto Papa, il 21 agosto 1758, in cui fu ordinato al Vescovo di Nola di dare principio al processo di nullità della professione fatta dalla Religiosa. La morte di Papa Benedetto XIV aveva rallentato e complicato, in precedenza, la causa in corso. Tuttavia dopo tanti ricorsi e controricorsi, si chiuse quest’ assurda vicenda. Donna Marianna Cappella, dopo venti anni di tribolazioni e di dura battaglia, vide trionfare finalmente le sue ragioni contro i congiunti che la vollero monaca per forza.